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	<title>Amedeo Balbi</title>
	
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	<description>Astrofisico, è ricercatore all'Università di Roma Tor Vergata. Il suo ultimo libro è "Il buio oltre le stelle. L'esplorazione dei lati oscuri dell'universo"</description>
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		<title>La dittatura dell’incompetenza</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Apr 2013 11:07:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[David Dunning]]></category>
		<category><![CDATA[Effetto Dunning-Kruger]]></category>
		<category><![CDATA[incompetenza]]></category>
		<category><![CDATA[Justin Kruger]]></category>

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		<description><![CDATA[Ultimamente, il mio cavallo di battaglia nelle conversazioni da cocktail party — è un modo di dire: mai stato a un cocktail party — è aspettare il momento giusto per buttare lì la domanda: «Avete presente Dunning e Kruger»? A quel &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2013/04/17/la-dittatura-dellincompetenza/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ultimamente, il mio cavallo di battaglia nelle conversazioni da cocktail party — è un modo di dire: mai stato a un cocktail party — è aspettare il momento giusto per buttare lì la domanda: «Avete presente Dunning e Kruger»? A quel punto qualcuno pensa con sollievo che sia finalmente arrivato il momento di parlare di calcio e azzarda: «Bundesliga?» «No,» dico io, «Cornell».</p>
<p>Vabbe&#8217;. David Dunning e Justin Kruger sono due psicologi della Cornell University che nel 1999, dopo una serie di studi, sono giunti a una conclusione che potremmo riassumere così: le persone incompetenti tendono a sopravvalutarsi, a sovrastimare le proprie capacità, ritenendole, nei casi più gravi, addirittura superiori alla media. Effetto Dunning-Kruger, si chiama. Ovvero: più uno non sa niente di un argomento, non ha vere capacità, più crede di saperla lunga. Dicono Dunning e Kruger che gli incompetenti hanno questa doppia fregatura: l&#8217;abilità necessaria per riuscire bene in una attività è di fatto identica a quella necessaria per valutare i risultati. Per lo stesso motivo, gli incompetenti tendono a non riconoscere la reale competenza altrui. Insomma, in soldoni, bisogna saper fare bene qualcosa per essere in grado di giudicare come la fanno gli altri. È la ragione per cui, in linea di massima, gli studenti non hanno la facoltà di darsi da soli i voti agli esami.</p>
<p>Gli incompetenti, secondo Dunning e Kruger, non giudicano la propria abilità in base all&#8217;effettivo confronto dei risultati a lungo termine con quelli del resto delle persone. Al contrario, partono con una idea preconcetta sul proprio grado di preparazione (&#8220;sono bravissimo&#8221;) e tendono a cercare conferme &#8211; in realtà inesistenti &#8211; nei risultati. (Questo può spiegare, per inciso, come mai le donne &#8211; che vengono spesso educate al pregiudizio che la scienza è una cosa da maschi &#8211; tendono più facilmente ad abbandonare la carriera scientifica, anche quando i loro risultati non sono oggettivamente inferiori a quelli dei colleghi uomini. Soffrono dell&#8217;effetto opposto, si autosvalutano.)</p>
<p>Voi capite che l&#8217;effetto Dunning-Kruger ha aspetti drammatici. Può portare qualcuno a convincersi, che so, di poter allenare una squadra di calcio di serie A. Che ci vorrà mai. Oppure di aver risolto problemi su cui gli scienziati si dibattono da decenni &#8211; via, due paginette di associazioni mentali in libertà da spedire a tutti i fisici del pianeta per informarli di aver trovato la teoria del tutto. Oppure che si può produrre energia economica e pulita in grande quantità, basta volerlo forte forte. Stupidi noi a non averci pensato prima.</p>
<p>Poi magari — ma sarebbe una sciagura, non voglio nemmeno pensarci — pensate se tanti incompetenti si mettessero in contatto tra loro e formassero un gruppo, una rete, e su quella rete potessero trovare supporto a qualunque argomento sballato scaturito dalla propria incompetenza, e quella rete diventasse sempre più grande, e magari tutti questi incompetenti riuniti finissero per convincersi e sostenersi a vicenda, rafforzandosi nella convinzione che chi non la pensa come loro è in malafede, è corrotto, è al soldo di qualche oscuro potere, e che le evidenze contrarie sono fabbricate, manipolate da misteriosi gruppi di interesse. Magari, ma dico così, per assurdo, potrebbero persino arrivare a pensare di essere in grado di governare una nazione.</p>
<p>Uno scenario da incubo. Meno male che — lo dicono sempre Dunning e Kruger — se uno comincia a studiare, se impara qualcosa su un argomento, se prova sul serio a cimentarsi in un&#8217;attività, finisce per rivedere le proprie valutazioni iniziali. Diventa più critico verso se stesso, si mette in discussione.</p>
<p>Spero proprio che sia così. Ma non sono abbastanza competente in psicologia per esserne certo.</p>
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		<title>David Foster Wallace e l’educazione</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 17:27:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[This is water]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 2005 David Foster Wallace, che se fosse vivo oggi compirebbe 51 anni, tenne un discorso a un gruppo di neolaureati, discorso poi diventato celeberrimo tra gli ammiratori dello scrittore come &#8220;This is Water&#8221;. Il discorso iniziava, secondo tradizione, con &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2013/02/21/david-foster-wallace-e-leducazione/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 2005 David Foster Wallace, che se fosse vivo oggi compirebbe 51 anni, tenne un discorso a un gruppo di neolaureati, discorso poi diventato celeberrimo tra gli ammiratori dello scrittore come <a href="http://www.manic.com.sg/water/">&#8220;This is Water&#8221;</a>. Il discorso iniziava, secondo tradizione, con una storiella:</p>
<blockquote><p>“Ci sono questi due giovani pesci che nuotano e incontrano un pesce più vecchio che nuota in senso contrario e fa loro un cenno, dicendo: «Salve ragazzi, com’è l’acqua?» e i due giovani pesci continuano a nuotare per un po’ e alla fine uno di loro guarda l’altro e fa: «Che diavolo è l’acqua?»</p></blockquote>
<p>Il senso della storiella era che le realtà più ovvie spesso sono anche le più difficili da vedere, proprio perché ci siamo immersi dalla nascita, come i pesci nell’acqua. Nel resto del discorso, DFW argomentava che forse il ruolo principale di una buona educazione è quello di andare oltre la prima impressione, di insegnarci a prestare attenzione e a capire come pensare e soprattutto a cosa:</p>
<blockquote><p>“A essere giusto un po’ meno arrogante. Ad avere un po’ di consapevolezza critica di me stesso e delle mie certezze. Perché viene fuori che una percentuale enorme delle cose di cui io tendo a essere automaticamente certo è totalmente sbagliata e illusoria.”</p></blockquote>
<p>La prima volta che ho letto il discorso dell&#8217;acqua mi sono chiesto se DFW, pur rivolgendosi a studenti di &#8220;liberal arts&#8221; (che nel mondo anglosassone sono prevalentemente, anche se non esclusivamente, studenti di materie artistiche o umanistiche), includesse nella sua idea di educazione anche la scienza. Non ho una risposta e ormai è troppo tardi per saperlo. Diciamo che mi piace pensare di sì: in fondo lui era uno che a un certo punto si era pure messo a studiare matematica e ci aveva scritto <a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875780145/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8875780145&amp;linkCode=as2&amp;tag=keplero-21">un libro</a>. Comunque, a me sembra evidente che se c&#8217;è un&#8217;attività che ha sempre spinto l&#8217;umanità nella direzione auspicata da DFW è proprio la scienza. Anzi, si potrebbe dire che la funzione principale della scienza è proprio quella di darci un metodo per capire quali delle cose che ci sembrano corrette lo sono davvero, un metodo che ci aiuti ad andare oltre il senso comune e a liberarci dalle illusioni. La Terra ci sembra piatta e non lo è, ci sembra ferma al centro del cosmo e non lo è. Lo spazio ci sembra assoluto, il tempo ci sembra scorrere ugualmente per tutti, ma non è così. Persino la nostra così preziosa identità personale &#8212; stando a quello che vanno scoprendo i neuroscienziati &#8212; non è che una specie di illusione percettiva.</p>
<p>Gli scienziati, contrariamente all&#8217;idea diffusa e forse addirittura dominante che li dipinge come arroganti depositari di una conoscenza perfetta ed esclusiva, sono in realtà abituati prima di tutto a mettere in discussione le proprie convinzioni: e, siccome conoscono la propria umana debolezza e la tendenza ad autoingannarsi, hanno messo in piedi un sistema di contromisure per impedirsi, per quanto possibile, di cadere in errore &#8212; o quantomeno, visto che l&#8217;errore è inevitabile, per essere in grado di riconoscerlo e circoscriverlo.  Sarebbe bello se la mentalità scientifica cominciasse a essere considerata, oltre che uno strumento per ottenere innovazione e progresso pratico, anche un requisito indispensabile per un&#8217;educazione che prepari davvero alla vita. Bertolt Brecht diceva che &#8220;lo scopo della scienza non è quello di aprire le porte a una saggezza infinita, ma di mettere un limite all&#8217;infinito errore&#8221;. Parole che potrebbero sovrapporsi a quelle di DFW.</p>
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		<title>Le uova di Galileo</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Jan 2013 10:58:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Galileo Galilei]]></category>
		<category><![CDATA[il Saggiatore]]></category>
		<category><![CDATA[metodo scientifico]]></category>
		<category><![CDATA[Orazio Grassi]]></category>

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		<description><![CDATA[Molti secoli prima che diventasse figo maltrattare pubblicamente un aspirante chef, Galileo Galilei strapazzò il gesuita Orazio Grassi in una disputa sul modo migliore per cuocere le uova. Non che la cucina fosse in cima alla lista delle preoccupazioni del &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2013/01/31/le-uova-di-galileo/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Molti secoli prima che diventasse figo maltrattare pubblicamente un aspirante chef, Galileo Galilei strapazzò il gesuita Orazio Grassi in una disputa sul modo migliore per cuocere le uova. Non che la cucina fosse in cima alla lista delle preoccupazioni del pisano, ma Galileo non si tirava indietro di fronte a niente quando c’era da umiliare l’avversario. (Regola numero uno per un accademico del Diciassettesimo secolo: mai attaccar briga con Galileo.)</p>
<p>A discutere di uova sode, Galileo e Grassi c’erano arrivati per vie traverse, partendo da un litigio sulla natura delle comete (nel 1618 ne erano apparse ben tre). Litigio innescato involontariamente dal Grassi il quale, poveretto, si era permesso di scrivere un trattatello in cui sosteneva che le comete fossero corpi celesti transitanti oltre l’orbita lunare. Per inciso, aveva ragione.</p>
<p>Purtroppo per Grassi, però, Galileo non era convinto. Era restio a trarre conclusioni definitive in mancanza di prove e dati affidabili, e ipotizzava altre spiegazioni possibili: per esempio che le comete fossero solo un fenomeno atmosferico, forse causato da vapori che salivano in quota oppure da un gioco di luce dei raggi solari. Decise allora di saggiare la consistenza dell’avversario mandando avanti uno scagnozzo, tale Guiducci, cui dettò un <em>Discorso sulle comete</em>, così, in italiano, tanto per mettere in chiaro le cose il più universalmente possibile. Il Grassi, incautamente, scelse di ribadire la sua posizione ma, non disponendo di scagnozzi a sua volta, pensò di celarsi dietro un maldestro pseudonimo. Firmandosi Lotario Sarsi, pubblicò la <em>Libra Astronomica ac Philosophica</em>, un pesante attacco personale in cui, protetto da un illusorio anonimato, rinfacciava a Galileo un po&#8217; di tutto, incluse le cattive frequentazioni copernicane. A quel punto Galileo ci mise la faccia e, fingendo di non sapere chi fosse realmente il Sarsi, scrisse di proprio pugno <a href="http://it.wikisource.org/wiki/Il_Saggiatore"><em>Il Saggiatore</em></a>. Ovvero uno dei più scoppiettanti esempi di<em> </em>polemica in lingua italiana (oggi una rubrica di Galileo su un quotidiano farebbe la gioia di qualunque direttore), nonché un capolavoro della letteratura scientifica e un lampante esempio di applicazione pratica del metodo galileiano &#8212; poi diventato, com’è noto, sinonimo di metodo scientifico.</p>
<p>Che Grassi non avrà vita facile lo si capisce già dal titolo, in cui Galileo contrappone la bilancia di precisione degli orafi (il saggiatore, appunto) alla grossolana libbra dei venditori di ortaggi. Grassi replicherà insinuando che il saggiatore altro non fosse che un bicchierino per assaporare il vino, e che Galileo ne avesse fatto ripetutamente uso prima di mettersi allo scrittoio (cosa peraltro non del tutto priva di fondamento, essendo Galileo volto ben noto agli avventori delle osterie locali). Insomma, la cosa era degenerata.</p>
<p>Vabbe’, ma che c’entrano le uova, direte. Ci arriviamo subito. Il fatto è che uno degli argomenti attorno a cui ruotava la disputa era se i corpi si riscaldassero per attrito con l’aria. Grassi pensava di sì, Galileo era convinto del contrario. Ora, su questo punto Grassi e Galileo avevano entrambi ragione o entrambi torto, a seconda della situazione specifica presa in esame. Se un corpo viaggia abbastanza velocemente nell’aria può in effetti scaldarsi fino a incendiarsi (come accade alle meteore); ma l’idea di Galileo che il passaggio attraverso l’aria raffreddasse le cose era certamente più giustificata dall’osservazione quotidiana, almeno nel 1600.</p>
<p>Il punto è: come fare a dirimere la questione? Per Galileo c&#8217;era un solo modo possibile: osservare direttamente la natura. Per Grassi, aristotelico dentro, la via maestra era quella di rifarsi alla sapienza dei tempi passati. Così, per tirare acqua al suo mulino, l&#8217;incauto Grassi/Sarsi non trovò di meglio che citare alcuni testi antichi secondo cui i babilonesi avevano l’abitudine di bollire le uova mettendole in una fionda e facendole roteare velocemente sopra la testa. Se i babilonesi riuscivano a farsi le uova sode in questo modo, era segno che l’attrito dell’aria scaldava, eccome.</p>
<p>Ahia. Qui uno sente distintamente il rumore delle dita di Galileo che scrocchiano.</p>
<p>Ecco <a href="http://it.wikisource.org/wiki/Il_Saggiatore/45">la risposta</a>, che vi prego di apprezzare tanto dal punto di vista logico che letterario:</p>
<blockquote><p>Se il Sarsi vuole ch&#8217;io creda [...] che i Babilonii cocesser l&#8217;uova col girarle velocemente nella fionda, io lo crederò; ma dirò bene, la cagione di tal effetto esser lontanissima da quella che gli viene attribuita, e per trovar la vera io discorrerò così: &#8220;Se a noi non succede un effetto che ad altri altra volta è riuscito, è necessario che noi nel nostro operare manchiamo di quello che fu causa della riuscita d&#8217;esso effetto, e che non mancando a noi altro che una cosa sola, questa sola cosa sia la vera causa: ora, a noi non mancano uova, né fionde, né uomini robusti che le girino, e pur non si cuocono, anzi, se fusser calde, si raffreddano più presto; e perché non ci manca altro che l&#8217;esser di Babilonia, adunque l&#8217;esser Babiloni è causa dell&#8217;indurirsi l&#8217;uova, e non l&#8217;attrizion dell&#8217;aria&#8221;, ch&#8217;è quello ch&#8217;io volevo provare. È possibile che il Sarsi nel correr la posta non abbia osservato quanta freschezza gli apporti alla faccia quella continua mutazion d’aria? e se pur l’ha sentito, vorrà egli creder più le cose di dumila anni fa, succedute in Babilonia e riferite da altri, che le presenti e ch’egli in se stesso prova?</p></blockquote>
<p>Insomma, dice Galileo: caro Sarsi, molla ‘sti libri e fai la prova tu stesso. Ti sei mai fatto un uovo sodo ruotando una fionda? Hai mai visto qualcuno farlo? No? E perché no? Se a noi non riesce di bollire le uova alla maniera dei babilonesi, forse vuol dire che bisogna essere babilonesi per riuscirci. O, più probabilmente, che i tuoi libri riferiscono favole. Credi di più a loro o a quello che puoi provare in prima persona?</p>
<p>La risposta era abbastanza ovvia. Come la maggior parte dei suoi colleghi, Grassi argomentava per autorità, abitudine peraltro ancora piuttosto in voga ai giorni nostri e sbeffeggiata da Galileo in uno dei <a href="http://it.wikisource.org/wiki/Il_Saggiatore/6">passi più celebri</a> del <em>Saggiatore</em>:</p>
<blockquote><p>Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza, che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all’opinioni di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando non si maritasse col discorso d’un altro, ne dovesse in tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse stima che la filosofia sia un libro e una fantasia d’un uomo, come l’<em>Iliade</em> e l’<em>Orlando furioso</em>, libri ne’ quali la meno importante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l&#8217;universo), ma non si può intendere se prima non s&#8217;impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne&#8217; quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.</p></blockquote>
<p>Il metodo scientifico proposto da Galileo in queste poche righe oggi forse ci sembra scontato, ma all&#8217;epoca non lo era affatto, evidentemente. Poi, certo, Galileo era un po&#8217; gradasso, e sulle comete è capitato che avesse ragione Grassi. Ma è proprio questo il punto: ogni tanto può anche succedere di avere ragione per il motivo sbagliato. Però senza un metodo affidabile, che funzioni indipendentemente dal Galileo di turno, non si va molto lontano.</p>
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		<title>La fine del mondo (secondo la scienza)</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Dec 2012 09:36:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[entropia]]></category>
		<category><![CDATA[fine del mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Giacobbo]]></category>
		<category><![CDATA[Sole]]></category>
		<category><![CDATA[Terra]]></category>
		<category><![CDATA[universo]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;anno che secondo qualcuno doveva finire prima del tempo sta per finire regolarmente. Non risulta che chi aveva contribuito attivamente a diffondere fandonie abbia ammesso di aver sbagliato (Roberto Giacobbo, sto guardando te), ma questo è comprensibile: nelle opere di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2012/12/28/la-fine-del-mondo-secondo-la-scienza/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;anno che secondo qualcuno <a href="http://bit.ly/uxNghg">doveva finire prima del tempo</a> sta per finire regolarmente. Non risulta che chi aveva contribuito attivamente a diffondere fandonie abbia ammesso di aver sbagliato (Roberto Giacobbo, sto guardando te), ma questo è comprensibile: nelle opere di fantasia tutto è permesso. Solo chi fa previsioni serie può essere smentito dai fatti, e imparare qualcosa dagli errori: ed è per questo che la scienza funziona.  </p>
<p>A questo proposito, seriamente: si può prevedere come e quando finirà tutto quanto? Be&#8217;, vediamo. Se parliamo del destino della Terra, è più probabile che essa diventi inabitabile gradualmente, piuttosto che con una catastrofe col botto, di quelle che piacciono tanto agli apocalittici. Il Sole sta infatti lentamente consumando l&#8217;idrogeno che lo alimenta, e nel frattempo diventa sempre più luminoso, cosa che farà innalzare progressivamente la temperatura del nostro pianeta e porterà con ogni probabilità alla completa ebollizione degli oceani entro un miliardo di anni circa. (Ma se ci mettiamo d&#8217;impegno possiamo farcela in meno tempo, basta continuare a pompare gas serra nell&#8217;atmosfera.) </p>
<p>Ancora qualche miliardo di anni e anche il Sole si avvierà a chiudere baracca, trasformandosi prima in una gigante rossa (una stellona con un diametro maggiore dell&#8217;attuale orbita terrestre), e poi in una nana bianca, che continuerà a dissipare calore come un tizzone rimasto nel caminetto. Cinque o sei miliardi dal momento in cui scrivo queste allegre righe, della Terra sarà rimasto ben poco, ma nel frattempo i nostri eventuali discendenti &#8211; inimmaginabilmente diversi da noi, dobbiamo presumere &#8211; potrebbero aver studiato modi ingegnosi per rimandare la propria fine. Va&#8217; a sapere. D&#8217;altra parte, se avessero detto a uno dei microorganismi sguazzanti nella brodaglia primordiale che dopo tre miliardi e passa di anni un suo lontanissimo erede avrebbe preso un razzo e messo piede sulla Luna, dubito che avrebbe capito.</p>
<p>Ma in fondo, cosa volete che sia il destino del pianeta Terra, o anche del sistema solare? Noi, che siamo gente di vedute cosmiche, vorremmo conoscere il destino dell&#8217;intero universo. Questo, ve lo dico subito, è un argomento che gettò nella depressione i primi che se ne occuparono scientificamente: ovvero i fisici che, nel Diciannovesimo secolo, scoprirono la legge dell&#8217;aumento dell&#8217;entropia. Non la presero benissimo. Fino a quel punto avevano vissuto, come tutti, nell&#8217;illusione che il mondo potesse passare attraverso continui cicli di morte e di rinascita. Sapevano che l&#8217;energia totale di un sistema chiuso e isolato non si crea e non si distrugge: forse, allora, si poteva sperare di andare avanti in eterno, riciclando quello che si era consumato, rigenerandolo a ogni nuova iterazione, come se il tempo non fosse mai passato. Un pendolo perfetto e ideale può continuare a dondolare per l&#8217;eternità.</p>
<p>Invece no. Mentre quei fisici ottocenteschi cercavano di capire come funzionano i motori &#8211; meccanismi ciclici per eccellenza &#8211; arrivarono alla conclusione che l&#8217;energia si conserva, sì, ma allo stesso tempo si trasforma, si degrada, diventa sempre meno utilizzabile per farci delle cose. Qualunque sistema lasciato a se stesso va verso uno stato in cui l&#8217;energia non scorre più, non produce lavoro. La conclusione sembra inevitabile nella sua tristezza. Aspettando abbastanza a lungo, tutto ciò che esiste perderà ogni traccia di movimento. Non c&#8217;è scampo. Quando anche l&#8217;ultima scintilla di energia sarà stata logorata fino a renderla inservibile, tutto piomberà nel buio della fine eterna. La morte termica. Un destino in confronto a cui le apocalissi dei catastrofisti di ogni epoca sembrano simpatiche barzellette.</p>
<p>E però, oggi sappiamo che le cose sono un po&#8217; più complicate di quanto immaginassero Boltzmann &amp; Co. Nel Ventesimo secolo abbiamo scoperto che l&#8217;universo si espande, e che potrebbe continuare a farlo per sempre, oppure raggiungere un punto di svolta e ricollassare su se stesso. Al momento la prima possibilità sembra essere quella più probabile. Se è così, l&#8217;universo diventerà sempre più vuoto e freddo, le stelle si spegneranno una dopo l&#8217;altra (le ultime tra centoventimila miliardi di anni, o giù di lì), e nel lontanissimo futuro si realizzerà qualcosa di simile alla morte termica temuta dai fisici dell&#8217;Ottocento. Ma anche da questo stato di totale desolazione, dopo un tempo immensamente lungo, potrebbero casualmente riemergere sacche di ordine transitorio, e persino veri e propri universi. E non è ancora possibile escludere del tutto la possibilità che l&#8217;universo non si espanda per sempre, ma possa un giorno iniziare a comprimersi e a riscaldarsi, finendo col ritornare alle condizioni che c&#8217;erano al momento del big bang, magari rimbalzando verso un nuovo ciclo di espansione.</p>
<p>Insomma, non sappiamo con certezza come e quando finirà l&#8217;universo. Per ora accontentiamoci di aver avuto la fortuna di vivere in un angolo di cosmo che ha conosciuto un periodo relativamente lungo di tranquillità. La Terra sta per iniziare un altro giro intorno al Sole, e noi siamo qui, a fare del nostro meglio per capire le cose e godercela il più a lungo possibile.</p>
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		<title>Geek di tutto il mondo, unitevi!</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Nov 2012 13:44:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
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		<category><![CDATA["dibattito scienza"]]></category>
		<category><![CDATA["Geek Manifesto"]]></category>
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		<category><![CDATA[GQ]]></category>
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		<category><![CDATA[Paul Broun]]></category>
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		<description><![CDATA[Vorrei chiedervi di riflettere per un attimo su questa cosa: votereste mai per uno che, alla domanda &#8220;Quanto crede che sia vecchia la Terra?&#8221;, risponde così: Non sono uno scienziato, amico. Posso dirti quello che dice la storia scritta, posso &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2012/11/24/geek-di-tutto-il-mondo-unitevi/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei chiedervi di riflettere per un attimo su questa cosa: votereste mai per uno che, alla domanda &#8220;Quanto crede che sia vecchia la Terra?&#8221;, risponde così:</p>
<blockquote><p>Non sono uno scienziato, amico. Posso dirti quello che dice la storia scritta, posso dirti quello che dice la Bibbia, ma penso che si tratti di dispute tra teologi e credo che non abbia nulla a che fare con il prodotto interno lordo o la crescita economica degli Stati Uniti. Penso che l&#8217;età dell&#8217;universo abbia zero a che fare con quanto crescerà la nostra economia. Non sono uno scienziato. Non credo di essere qualificato per dare una risposta a una domanda del genere. Alla fine della fiera, credo ci sia più di una teoria su come l&#8217;universo è stato creato, e credo che questa sia una nazione in cui la gente dovrebbe avere l&#8217;opportunità di insegnarle tutte quante. Credo che i genitori dovrebbero poter insegnare ai propri bambini quello che dice la loro fede, quello che dice la scienza. Sia che la Terra sia stata creata in 7 giorni o in 7 vere epoche (?), non sono sicuro che saremo mai in grado di trovare una risposta. È uno dei grandi misteri.</p></blockquote>
<p>La domanda l&#8217;ha fatta <a href="http://gqm.ag/T3uRFQ">la rivista GQ</a>, la risposta invece è del senatore della Florida Marco Rubio, un quarantaduenne che molti vedono come la risposta repubblicana a Obama. (Va dato atto a Rubio di essersi tenuto sul vago. Il suo compagno di partito Paul Broun è convinto che la <a href="http://bit.ly/XLpSkJ">Terra abbia circa 9000 anni</a>.)</p>
<p>Mentre riflettete, vi faccio un sunto di come si sia arrivati a stabilire scientificamente  l&#8217;età della Terra (spoiler: non ha 9000 anni). Per farla breve: verso la fine del Diciannovesimo secolo William Thomson, meglio noto come Lord Kelvin, si mette in testa di trovare l&#8217;età della Terra calcolando quanto tempo avrebbe impiegato una palla di roccia fusa grande quanto il nostro pianeta per raffreddarsi fino alla temperatura odierna. L&#8217;idea è buona, ma le stime di Thomson danno valori compresi tra venti e quattrocento milioni di anni, un&#8217;età troppo breve per essere consistente con i reperti fossili e con la neonata teoria dell&#8217;evoluzione di Darwin. Thomson insiste: a meno che non ci sia qualche altra sorgente di calore che non è stata presa in considerazione, la Terra deve essersi raffreddata rapidamente, nel corso di qualche decina di milioni di anni. Si arriva all&#8217;inizio del 1900. Becquerel e i Curie scoprono la radioattività, e si capisce l&#8217;inghippo: è stato il decadimento degli elementi radioattivi presenti nel nucleo terrestre a fornire la sorgente di calore che mancava a Thomson. Le stime dell&#8217;età della Terra si allungano, e qualche anno dopo arrivano le prime misure dirette, sempre grazie agli studi sui decadimenti radioattivi e all&#8217;invenzione della datazione basata sulle abbondanze di isotopi. Si scopre così che le rocce più vecchie sulla Terra hanno oltre tre miliardi di anni, ma nel frattempo si è approfondito lo studio della geologia, si è scoperta la tettonica a placche, si sono compresi sempre meglio i meccanismi di differenziazione e di rimodellamento della crosta, e insomma si è capito che la cosa è ancora più complicata, perché le rocce più vecchie che si trovano oggi sulla Terra non sono necessariamente vecchie quanto il pianeta stesso. Verso la metà del Ventesimo secolo si capisce che conviene datare i meteoriti (che sono rimasti a vagare nello spazio fin dalla formazione del sistema solare, restando praticamente inalterati), e si arriva al valore comunemente accettato: 4.5 miliardi di anni. Ah: questa è l&#8217;età della Terra. L&#8217;età dell&#8217;universo, nonostante le idee confuse di Rubio, è un&#8217;altra cosa, ed è un bel po&#8217; più lunga: 13.7 miliardi di anni circa. L&#8217;abbiamo misurata praticamente l&#8217;altro ieri (all&#8217;inizio di questo secolo, per essere precisi), ma questa è un&#8217;altra storia.</p>
<p>Insomma, per rispondere alla domanda &#8220;quanto è vecchia la Terra&#8221;, si sono dovute prima capire un bel po&#8217; di altre cose, tutte piuttosto rilevanti per le molte altre applicazioni che hanno avuto in seguito. E mentre le menti più brillanti del pianeta cercavano di capire come funzionano gli atomi o come è strutturata la crosta terrestre (roba che poi serve per fare le centrali nucleari o per cercare il petrolio, per dire), quelli come Rubio si affidavano alla rilettura letterale di antichi testi. Giudicate voi chi ha contribuito di più alla crescita economica. (Vi metto sulla buona strada: durante la sua carriera Lord Kelvin collezionò  una settantina di brevetti.)</p>
<p>Ora, davvero, l&#8217;ho presa molto alla larga, e l&#8217;esempio di Rubio è fin troppo facile, al limite del parodistico: ma si può dare una nazione in mano a gente che la pensa così? C&#8217;è una tendenza a essere indulgenti di fronte alle lacune scientifiche di chi ci governa, ma è un&#8217;indulgenza pericolosa. Non sapere come funziona il mondo e trascurare le evidenze non è un buon biglietto da visita per chi deve prendere decisioni cruciali per la vita delle persone. Dovremmo esigere una minima preparazione al ragionamento scientifico da chi aspira a governarci.</p>
<p>Nel libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B007T99H6S/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=keplero-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B007T99H6S">The Geek Manifesto</a></em>, il giornalista scientifico Mark Henderson la mette giù chiaramente. Le persone attivamente interessate alla scienza e al suo metodo (i <em>geek</em>, termine discutibile che useremo in mancanza di uno migliore) dovrebbero coalizzarsi, trovare forme di organizzazione, trasformarsi in un gruppo di pressione nei confronti degli aspiranti leader, sull&#8217;esempio di altre realtà minoritarie che nel passato recente sono pian piano riuscite a far sentire la propria voce ben al di là di quanto la loro forza numerica avrebbe garantito. Secondo Henderson, alla polarizzazione destra-sinistra usata per valutare le scelte economiche e sociali, andrebbe aggiunto un terzo asse, quello che misura la razionalità e l&#8217;atteggiamento critico. La politica dovrebbe essere invogliata a sfruttare la forza del metodo scientifico nella soluzione dei problemi, ad apprezzare l&#8217;importanza di scelte basate sulle evidenze, a incoraggiare gli investimenti a lungo termine che premiano la libera curiosità.</p>
<p>Se davvero ci sono le premesse per la nascita di un movimento di opinione animato dall&#8217;apprezzamento per la scienza, per una volta potremmo persino pensare di partire alla pari con il resto del mondo avanzato. Nei giorni scorsi, seguendo l&#8217;esempio del sito americano Sciencedebate (<a href="http://bit.ly/VsKr3y">di cui avevamo parlato qui la volta scorsa</a>), un <a href="http://www.facebook.com/groups/443640142366700/">gruppo</a> di persone variamente interessate alla scienza e alla sua comunicazione, col supporto determinante della rivista <em>Le Scienze</em>, ha spinto i candidati alle primarie del centro sinistra a confrontarsi su <a href="http://bit.ly/T54KkG">una serie di questioni scientifiche</a> particolarmente rilevanti per il governo del paese. Tutti i candidati hanno accettato il confronto e, sebbene si possa discutere sul merito delle singole risposte (no, non tutte sono soddisfacenti) bisogna riconoscere che il livello medio è buono, e va apprezzata la serietà dimostrata. Non era scontato. È un segnale incoraggiante. Forse abbiamo assistito a una prova generale di qualcosa che potrebbe diventare, in futuro, un pezzo non trascurabile del dibattito politico.</p>
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		<title>La scienza, le elezioni americane e noi</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Nov 2012 11:12:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>L’ultimo numero di Scientific American ha un editoriale dal titolo che dice già tutto: <a href="http://www.scientificamerican.com/article.cfm?id=future-jobs-depend-on-a-science-based-economy">“I futuri posti di lavoro dipendono da un’economia basata sulla scienza”</a>. Messaggio molto semplice, ribadito in modo ancora più diretto nelle prime righe dell’articolo: “metà della crescita economica degli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale è venuta dal progresso scientifico e tecnologico”. Nei giorni scorsi, il New York Times ha ribadito lo stesso punto: <a href="http://www.nytimes.com/2012/10/29/opinion/want-to-boost-the-economy-invest-in-science.html?_r=0">&#8220;La scienza è la chiave per la crescita&#8221;</a>. Con le elezioni presidenziali dietro l&#8217;angolo, ai candidati viene ricordato che dalle crisi economiche si esce investendo in formazione e ricerca, e che per reggere l’impatto della competizione con le economie emergenti bisogna essere sempre un passo avanti dal punto di vista delle idee. Anche la ricerca fondamentale paga sempre &#8211; magari non nel giro di un mandato elettorale, ma alla lunga sì. Il GPS, ormai lo sanno pure i sassi, fa uso della teoria della relatività di Einstein, che non è certo nata sotto la spinta di possibili applicazioni pratiche. E si stima che il 30% circa dell’economia statunitense sia basata sulla meccanica quantistica &#8211; roba che un secolo fa sembrava esoterica e inutile e che oggi sta dietro il funzionamento di qualunque apparato elettronico di uso comune. Quando Kennedy lanciò la corsa alla Luna sapeva che su quel terreno di supremazia non solo militare ma soprattutto tecnologica si stava giocando la vittoria nella guerra fredda. Non solo: al di là delle ricadute, che pure furono importanti, quell&#8217;impresa ispirò una generazione di ragazzini a diventare scienziati o ingegneri, popolando in un paio di decenni l&#8217;accademia statunitense di insegnanti e ricercatori.</p>
<p>Impossibile, insomma, per i candidati presidenti, evitare di schierarsi su questioni di politica scientifica. Per avere un’idea delle posizioni espresse da Obama e Romney basta andare sul sito <a href="http://www.sciencedebate.org/debate12/">Sciencedebate.org</a>, dove vengono messe a confronte le risposte a questioni molto concrete: innovazione e economia, cambiamenti climatici, costi della ricerca, sicurezza biologica, sanità, educazione, energia, cibo e acqua, internet e così via. Tutti problemi che una società avanzata non può ignorare, e anzi deve mettere al centro del dibattito pubblico. E le soluzioni proposte non sono evasive o generiche: Obama, dopo aver chiesto al congresso di aumentare l’investimento in ricerca con il Recovery Act del 2009, propone tra le altre cose di formare 100.000 nuovi insegnanti in materie scientifiche nel prossimo decennio e di superare il 3% del PIL in ricerca scientifica (per avere un’idea: i <a href="http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php?title=File:Gross_domestic_expenditure_on_R%26D,_2000-2010_(%25_share_of_GDP).png&amp;filetimestamp=20120112082042">numeri dicono</a> che nel 2008 gli Stati Uniti spendevano il 2,79% del PIL in ricerca, il Giappone il 3,45%, l’UE in media l’1,96%, l’Italia l’1,21%,).</p>
<p>E da noi? Da noi si parla molto di meritocrazia e di eccellenza, e non c&#8217;è politico che non si professi grande sostenitore della ricerca, ma se si volesse capire in concreto cosa hanno in mente i vari schieramenti per tradurre le belle intenzioni in fatti, si incontrerebbero molte difficoltà. La realtà concreta parla di continui tagli alla ricerca e alla formazione, e il dibattito pubblico sui temi scientifici è pressoché inesistente, dominato da soluzioni miracolistiche o da posizioni emotive, più che dall&#8217;analisi critica. Bisognerebbe incalzare la nostra classe dirigente sui temi della ricerca, magari pretendendo qualche risposta puntuale alla <a href="http://www.ilpost.it/2012/11/01/la-scienza-in-italia-secondo-nature/">critica giustamente spietata espressa nell&#8217;ultimo numero di <em>Nature</em></a>. È anche dall’attenzione dedicata alla scienza che si misura la distanza abissale tra il livello del dibattito politico nel nostro paese e nelle nazioni avanzate.</p>
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		<title>Dopo la sentenza dell’Aquila</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2012 19:56:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[L'Aquila]]></category>
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		<description><![CDATA[Ho passato buona parte delle ultime ventiquattr’ore cercando di mettere a fuoco una valutazione equilibrata sulla questione della condanna per omicidio colposo inflitta ai membri della commissione grandi rischi. Ho letto molte cose degne di attenzione (per una rassegna minima, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2012/10/23/dopo-la-sentenza-dellaquila/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho passato buona parte delle ultime ventiquattr’ore cercando di mettere a fuoco una valutazione equilibrata sulla questione della condanna per omicidio colposo inflitta ai membri della commissione grandi rischi. Ho letto molte cose degne di attenzione (per una rassegna minima, limitata a cose reperibili in rete: <a href="http://bit.ly/OXcyom">Marco Cattaneo</a>, <a href="http://bit.ly/QCkHwS">Daniela Ovadia</a>, <a href="http://bit.ly/VygboO">Emanuele Menietti</a>, <a href="http://bit.ly/TvnhsX">Leonardo Tondelli</a>, <a href="http://bit.ly/T8gb73">Anna Meldolesi</a>, <a href="http://bit.ly/Tw3Obq">Silvia Bencivelli</a>, <a href="//bit.ly/QDWYMI”">Nicola Nosengo</a>; per uno sguardo dall&#8217;estero: <a href="http://bit.ly/Vym9Ge">Scientific American</a>, <a href="http://nyti.ms/T8fRW2">New York Times</a>, oltre a un articolo lungo su <a href="http://bit.ly/T8fRp9">Nature</a> di qualche tempo fa, utile per avere sott&#8217;occhio un riassunto della vicenda). Sono commenti e analisi che illuminano diversi aspetti del problema, in modo non necessariamente convergente, ed è giusto che sia così, dal momento che su una questione come questa è bene non avere posizioni semplicistiche.</p>
<p>Senza entrare nel merito della sentenza, di cui peraltro al momento non si conoscono le motivazioni, che quadro viene fuori? Quello di un paese in cui manca una pur minima formazione scientifica di base, in cui un&#8217;opinione pubblica educata al principio di autorità e alla consultazione di oracoli pretende dagli scienziati ricette certe, anche dove non ci sono, e in mancanza di queste si affida al primo ciarlatano di passaggio, una risposta qualunque basta che sia chiara. In cui spesso gli scienziati non sanno o non vogliono comunicare col pubblico, e si fanno tirare con leggerezza dentro meccanismi che poi non sono in grado di gestire. In cui l&#8217;informazione rinuncia al ruolo di analisi, di critica e di approfondimento per prestarsi a letture superficiali, inseguendo risposte binarie, o sì o no, o di qua o di là. In cui la classe politica ha rinunciato al compito di indicare strade serie e di lungo termine per la soluzione dei problemi, in cui le decisioni vengono prese sull&#8217;onda delle emergenze, nulla è pianificato, e i rischi vengono sottovalutati o ignorati fino a quando non è troppo tardi. Infine, un paese in cui, una volta che la situazione sia ormai ampiamente compromessa e ingovernabile, si ricorre alla magistratura per assegnare colpe e responsabilità, non solo sul piano giudiziario, come sarebbe normale, ma anche sul piano politico e morale. Insomma, da qualunque angolo lo si guardi, il quadro di un paese spacciato.</p>
<p>Tutto questo non lo scopriamo con la sentenza dell’Aquila, certo. Si tratta di storture, errori e patologie che si sono accumulate per anni. Nel caso specifico, quello che fa più male è pensare che la scienza ormai ci darebbe tutti gli strumenti per gestire il rischio e convivere con l&#8217;ineliminabile incertezza della natura. Ho vissuto a lungo in California, e quello è stato l’unico periodo della mia vita in cui ho partecipato a regolari esercitazioni antisismiche. Non in Italia, dove pure vivo in una zona sismica, come la maggioranza dei miei connazionali. Sia in California, che in Giappone, due paesi con problemi geologici molto simili ai nostri, le mappe sismiche vengono prese molto sul serio, le costruzioni reggono, e agli scienziati si dà retta sempre, non li si va a cercare quando la terra inizia a tremare, perché a quel punto è già tardi. E nessun archimede pitagorico viene beatificato dai mezzi di informazione se millanta di aver inventato una scatoletta che prevede i terremoti.</p>
<p>Si fa notare da più parti – ed è superfluo, per quanto mi riguarda – che quello dell’Aquila non è stato un processo contro l’incapacità di prevedere i terremoti, né contro la scienza. Ma non si può neanche fare finta che questa sentenza non cambi nulla nella percezione pubblica del ruolo degli esperti, che non dia argomenti alle schiere sempre più folte e aggressive dei complottisti, che non rafforzi pericolosi equivoci su quello che la scienza può e non può fare, che non apra un varco ancora più ampio tra scienziati costretti sulla difensiva e cittadini già poco avvezzi al pensiero razionale – quasi mai per colpa o scelta loro, sia chiaro. Un paese vulnerabile e arretrato come il nostro avrebbe bisogno dell’esatto contrario, di ricostruire dalle fondamenta, assieme al suo disastrato territorio, anche l’educazione al ragionamento, e un vero dialogo tra scienza, politica e società.</p>
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		<title>Il problema con l’Ig Nobel</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2012 07:39:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Annals of Improbable Research]]></category>
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		<description><![CDATA[Confesso di avere qualche difficoltà con gli Ig Nobel, ovvero quei premi istituiti nell&#8217;ormai lontano 1991 dalla rivista scientifico-umoristica Annals of Improbable Research e assegnati ogni anno a ricerche scientifiche che dovrebbero, secondo gli ideatori, &#8220;prima far ridere la gente &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2012/09/25/il-problema-con-lig-nobel/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Confesso di avere qualche difficoltà con gli <a href="http://www.improbable.com/ig/">Ig Nobel</a>, ovvero quei premi istituiti nell&#8217;ormai lontano 1991 dalla rivista scientifico-umoristica <em><a href="http://www.improbable.com/">Annals of Improbable Research</a></em> e assegnati ogni anno a ricerche scientifiche che dovrebbero, secondo gli ideatori, &#8220;prima far ridere la gente e poi farla pensare&#8221;. Quando si avvicina il momento dell&#8217;annuncio dei vincitori comincio a avvertire un senso di fastidio per il tono che &#8211; lo so già &#8211; avranno molti degli articoli e dei servizi che commenteranno la notizia.</p>
<p>In effetti il mio problema non è tanto con gli Ig Nobel, ma con il modo in cui essi rischiano di essere percepiti al di fuori del mondo scientifico, soprattutto nel nostro paese. Le ricerche premiate sembrano confermare il pregiudizio negativo della (cospicua) parte di opinione pubblica, di intellettuali e di politici maldisposta nei confronti della scienza. Ovvero: gli scienziati perdono tempo in attività inutili, sono infantili, eccentrici o pazzi, e sprecano denaro (il nostro, sottinteso). Immancabilmente, anche quest&#8217;anno ci siamo dovuti sorbire le ironie sui fisici che studiano la forma delle code di cavallo.</p>
<p>Ora, se uno si va a leggere la pagina originale dell&#8217;Ig Nobel, trova scritto:</p>
<blockquote><p>&#8220;I premi hanno l&#8217;intento di celebrare l&#8217;insolito, onorare l&#8217;immaginativo, e incentivare l&#8217;interesse delle persone per la scienza, la medicina e la tecnologia.&#8221;</p></blockquote>
<p>e a domanda diretta: &#8220;State mettendo in ridicolo la scienza?&#8221; gli organizzatori rispondono:</p>
<blockquote><p>&#8220;No. Stiamo onorando risultati che fanno ridere la gente e poi la fanno pensare. I buoni risultati possono anche essere strani, buffi e persino assurdi; e così i cattivi risultati. Molta buona scienza viene attaccata a causa della sua assurdità. Molta cattiva scienza viene ammirata nonostante la sua assurdità.&#8221;</p></blockquote>
<p>Insomma, l&#8217;intento originale non era quello di mettere alla gogna gli autori delle ricerche premiate (in effetti, i vincitori accettano di buon grado di partecipare alla cerimonia, che ricalca in modo semiserio quella dei premi Nobel) ma semmai quello di far capire che la ricerca scientifica è mossa soprattutto dalla pura e semplice curiosità, o almeno così dovrebbe essere. E che la bontà di una ricerca non si dovrebbe giudicare dalla rilevanza dei suoi risultati, o dall&#8217;aderenza a linee di indagine ritenute, in un certo periodo storico, più produttive (o più alla moda), ma unicamente dal rispetto del metodo scientifico e dell&#8217;etica professionale da parte di chi la fa. Perché non si può sapere in anticipo se una ricerca apparentemente strampalata sia in realtà il preludio a una scoperta che potrebbe cambiare la vita delle persone. E lo stesso scienziato che un anno vince l&#8217;Ig Nobel per aver fatto levitare una rana in un campo magnetico, dieci anni dopo può vincere il <a href="http://www.nobelprize.org/nobel_prizes/physics/laureates/2010/geim.html">Nobel</a> per aver trovato, <span style="line-height: 24px">giocherellando con un rotolo di nastro adesivo,</span> un modo efficiente (e economico) per isolare il grafene. Come diceva Isaac Asimov (citato sul sito degli <em>Annals of Improbable Research</em>): &#8220;La frase più eccitante che ci può capitare di ascoltare nella scienza, quella che annuncia nuove scoperte, non è &#8216;Eureka!&#8217; ma &#8216;È buffo&#8230;&#8217;&#8221;</p>
<p>In un&#8217;epoca in cui anche nella valutazione della ricerca scientifica si stanno affermando criteri improntati all&#8217;iperproduttività e all&#8217;appiattimento culturale, sarebbe bello recuperare un po&#8217; dello spirito di sano divertimento intellettuale che anima gli Ig Nobel. Il fatto è che per apprezzare quello spirito &#8211; e per non fraintenderne le buone intenzioni &#8211; bisogna avere non soltanto una buona cultura scientifica, ma anche una certa predisposizione per l&#8217;umorismo intelligente, oltre che un&#8217;inclinazione a non prendersi sul serio: peccato che da queste parti i Monty Python e <em>The Big Bang Theory</em> non abbiano mai avuto molto successo. Siamo la patria mondiale dell&#8217;accademico trombone, preferibilmente umanista. E così quello quello che resta dell&#8217;Ig Nobel, ogni anno, è qualche nota di colore, una sfilza di ricerche di cui nessuno capisce lo scopo, e un po&#8217; di cervelloni malvestiti e spettinati che si lanciano i cartoccetti.</p>
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		<title>Perché esiste l’universo?</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Sep 2012 08:23:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Arthur Schopenhauer]]></category>
		<category><![CDATA[cosmologia]]></category>
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		<category><![CDATA[esistenza]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Jim Holt]]></category>
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		<description><![CDATA[Il libro più interessante che ho letto ultimamente si intitola Why Does the World Exist? (&#8220;Perché esiste il mondo?&#8221;) ed è costruito (lo dice anche il sottotitolo) come una specie di detective story esistenziale. L&#8217;autore, Jim Holt, se ne è &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/amedeobalbi/2012/09/06/perche-esiste-luniverso/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il libro più interessante che ho letto ultimamente si intitola <a href="http://www.amazon.it/gp/product/B007HXL016/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=keplero-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=B007HXL016">Why Does the World Exist?</a> (&#8220;Perché esiste il mondo?&#8221;) ed è costruito (lo dice anche il sottotitolo) come una specie di detective story esistenziale. L&#8217;autore, Jim Holt, se ne è andato in giro per il mondo a parlare con cosmologi (Alex Vilenkin, Roger Penrose), fisici (Steven Weinberg, David Deutsch), filosofi (Adolph Grünbaum, John Leslie, Derek Parfit), teologi (Richard Swinburne) e anche con uno scrittore (John Updike), per cercare una risposta alla madre di tutte le domande, ovvero: &#8220;Perché esiste qualcosa invece che nulla?&#8221;.</p>
<p>Chiunque rifletta un po&#8217; sulla questione (e chi per mestiere studia l&#8217;universo e la sua origine ha una certa predisposizione a farlo) finisce prima o poi per trovarsi di fronte a un vicolo cieco. Per quanto ne sappiamo, l&#8217;intero universo accessibile alle nostre osservazioni è il risultato di una concatenazione di cause (che sappiamo descrivere scientificamente molto bene) iniziata circa quattordici miliardi di anni fa, con l&#8217;evento che chiamiamo Big Bang. Ma cosa ha causato il Big Bang? Qualcuno risponde che non ha senso porsi la domanda, ipotizzando che il tempo sia nato con il Big Bang e che prima non ci sia stato nessun evento precedente: bene, ma allora l&#8217;universo è privo di causa? O si causa da solo? È possibile qualcosa del genere? Altri preferiscono pensare al Big Bang come a un evento avvenuto all&#8217;interno di un universo più ampio, magari infinito ed eterno. In questo contesto allargato ci sarebbe la possibilità di spiegare il Big Bang con una causa precedente, ma non il fatto che esista un universo ancora più vasto, né l&#8217;infinita serie di cause che ha portato al particolare Big Bang da cui ha avuto inizio il nostro universo. E poi, perché le leggi della fisica sono quelle che sono? Su quali fondamenta poggiano? C&#8217;è chi si aggrappa a queste difficoltà concettuali per trovarci l&#8217;ultimo baluardo del teismo, cavandosela con la convinzione che tutto, in definitiva, sia stato creato da Dio. Ma ciò non fa che spostare il problema: chi ha creato Dio? Insomma, da quando Leibniz ha tirato fuori il principio di ragion sufficiente &#8211; ovvero: per ogni verità deve esserci un motivo per cui essa è così e non in un altro modo &#8211; sembra inevitabile perdersi in un&#8217;infinita serie di domande, attività di cui è campione ogni bambino che ha appena scoperto la parola &#8220;perché?&#8221;.</p>
<p>Arthur Schopenhauer usava il grado di disagio avvertito di fronte alla questione dell&#8217;esistenza come misura della raffinatezza mentale di un persona: &#8220;Più si è in basso nella scala intellettuale, meno l&#8217;esistenza sembrerà misteriosa&#8221;. E poi però aggiungeva che chiunque si illuda di trovare una risposta al problema non è altro che un &#8220;folle&#8221;, &#8220;vanaglorioso&#8221; e &#8220;ciarlatano&#8221;. Be&#8217;: se prendiamo per buono il criterio di Schopenhauer, di folli, vanagloriosi e ciarlatani Holt ne ha incontrato più d&#8217;uno. Ma anche di persone che il filosofo avrebbe giudicato rozze intellettualmente, dal momento che non vedono dove sia il problema. In effetti, da un punto di vista puramente empirico viene il fondato dubbio che la domanda &#8220;Perché esiste qualcosa invece che nulla?&#8221; sia semplicemente mal posta, una specie di trappola semantica. Quale evidenze abbiamo, infatti, che possa esistere il nulla? E anche ammesso che sia possibile concepire l&#8217;assenza di qualunque cosa, perché il nulla dovrebbe essere più probabile, più semplice, o più naturale di ciò che esiste? Forse non c&#8217;è proprio niente da spiegare.</p>
<p>In ogni caso, leggere il resoconto dell&#8217;investigazione di Holt è un gran divertimento intellettuale. E d&#8217;altra parte, forse le grandi domande esistenziali hanno più a che fare con i limiti delle nostre categorie mentali, e della nostra stessa esistenza, che con la realtà che sta lì fuori.</p>
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		<title>La scienza, l’uomo, il futuro</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Jun 2012 11:28:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Amedeo Balbi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[etica]]></category>
		<category><![CDATA[futuro]]></category>
		<category><![CDATA[scienza]]></category>
		<category><![CDATA[Umberto Veronesi]]></category>
		<category><![CDATA[Vito Mancuso]]></category>

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				<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto, su Repubblica, un botta e risposta tra <a href="http://bit.ly/NAeLoG">Umberto Veronesi</a> e <a href="http://bit.ly/NAeMcc">Vito Mancuso</a>. Veronesi dipinge un futuro trasformato dalla scienza e da una serie di invenzioni mirabolanti nel campo delle nanoscienze, non si sa quanto davvero a portata di mano: onestamente sembra un po&#8217; di leggere certe previsioni degli anni Settanta che dicevano che nel Duemila avremmo avuto la macchina volante, i robot domestici, e le vacanze sulla Luna. Si sa poi come è andata. Ma insomma, il messaggio di fondo è ottimista: la scienza è al servizio dell’uomo, i ricercatori lavorano per migliorare le condizioni di vita dell’umanità.</p>
<p>Ribatte Mancuso. Comincia premettendo che a lui la scienza piace tanto, e che ne sfrutta i vantaggi come tutti. Poi, però, dice che diffida. Di cosa? Della scienza col complesso di superiorità, degli scienziati che intervengono sulla natura umana e che pensano che l&#8217;umanità si debba fidare di loro perché così la vita sarà migliore. Sembra quasi che Mancuso pensi che gli scienziati non facciano parte dell&#8217;umanità, ma forse mi sbaglio. Poi continua parlando di questa famigerata società nanoscientifica evocata da Veronesi, che francamente non si è ben capito cosa sia, se non che a Mancuso fa molta paura perché ci sono gli scienziati che ti mettono nel sangue i microorganuli (da non confondere coi microgranuli: quelli gli scienziati li mettono nei dentifrici), così poi puoi correre per tre ore senza respirare. Evviva, gridano tutti (ma tutti chi?), e invece no, dice Mancuso, perché chi stabilisce cosa è buono per l’uomo? Attenzione, continua, perché un uomo che corre senza respirare poi parla senza pensare e vive senza amare (ma potrebbe anche amare senza respirare o correre senza parlare, dico io). A questo punto salta fuori Einstein, e ci mancherebbe. Einstein, poveretto, deve aver passato buona parte della sua vita a pronunciare e scrivere frasi che fossero citabili in qualunque contesto. Comunque, Einstein, nelle frasi riportate, parlava di lotta alla guerra e di limitazione degli armamenti, ma Mancuso dice che vabbe’, in fondo fa lo stesso, perché il messaggio è che la ricerca scientifica deve essere guidata dall’etica. Come non essere d’accordo? Qui però uno si aspetta che Mancuso, da filosofo, approfondisca il discorso, dandoci qualche opinione, qualche spunto di riflessione, su quale sia la fonte dell’etica. Lo stato? La chiesa? I filosofi? Gli scienziati stessi? I comitati di cittadini? Non si sa. Peccato.</p>
<p>Però occhio, continua Mancuso: alla scienza servono enormi finanziamenti pubblici e supporto politico, e quindi non può fare quello che vuole: deve decidere la comunità umana (di cui, se abbiamo capito bene, non fanno parte gli scienziati). Su questo punto mi sento di rassicurare Mancuso: nel nostro paese la scienza non ha né enormi finanziamenti né supporto politico, quindi non c’è problema. Ma il pericolo è comunque in agguato, secondo Mancuso, perché la società nanoscientifica, sempre lei, potrà imporre all’individuo uno standard di salute fisica e mentale predefinito invadendolo di questi maledetti microorganuli: e sarebbe un peccato, sempre secondo Mancuso. Perché? Perché in base a questo standard predefinito (non si sa quale, ma si ha il sospetto che si tratti di semplice buona salute), non avremmo avuto Michelangelo, Leopardi, Nietzsche, Van Gogh, Tolstoj, ecc. Questi grandi uomini, infatti, imbottiti di microorganuli, avrebbero pensato solo a fare jogging ogni mattina (per tre ore senza respirare, ricordiamo) dopo una colazione a base di cereali (americani e ogm, aggiunge Mancuso per chiarire meglio come la pensa).</p>
<p>E qui è il caso di farsi seri, di lasciare la società nanoscientifica alle fantasie dei futurologi, e di ricordare un po’ di cose sulla realtà in cui viviamo. Per esempio che mettere la sofferenza fisica e il disagio mentale alla base della grandezza artistica è un argomento debole (che la grande arte nasca dal dolore è un luogo comune romantico, ma siamo sicuri che sia anche vero?) e anche pericoloso. Un argomento al quale si potrebbe obiettare che se, per avere Van Gogh, migliaia e migliaia di persone hanno dovuto soffrire le pene dell’inferno, preda di disagi psichici e fisici che oggi si curano facilmente grazie ai farmaci di sintesi, be’, allora forse è il caso di tenersi i farmaci e di rinunciare ai quadri coi girasoli. Ma fortunatamente le cose non sono così semplici. E le parole di Mancuso suonano involontariamente ironiche in un paese come l’Italia dove, tanto per fare un esempio, la legge rende la vita molto difficile a genitori portatori di anomalie genetiche anche gravi che vogliano mettere al mondo un bambino sano, nonostante la scienza dia loro tutti i mezzi per farlo. Non è la scienza, quindi, a imporre alla comunità umana del nostro paese uno standard di salute fisico e mentale. Se poi, un giorno, qualcuno vorrà aiutarci a capire su cosa fondare un&#8217;etica che non sia basata unicamente sull&#8217;irrazionalità e sulla paura del nuovo (possibilmente facendo uno sforzo per capire cosa fanno davvero gli scienziati, e senza trattarli da personaggi di un tecnothriller alla Crichton), qui troverà orecchie pronte ad ascoltare.</p>
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