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	<title>Andrea Romano</title>
	
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	<description>È livornese e direttore del think tank Italia Futura. È anche scrittore, storico, editorialista del Sole 24 Ore ed editor per Marsilio</description>
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		<title>Di generazione in Generazione</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 20:34:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se fossi Antonio D’Orrico scriverei che quello di Simone Lenzi è un folgorante capolavoro destinato a cambiare una volta per tutte la letteratura italiana. Evidentemente non sono D’Orrico, e neanche un critico letterario. Eppure “La generazione” di Simone Lenzi, in &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/03/11/di-generazione-in-generazione/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se fossi Antonio D’Orrico scriverei che quello di Simone Lenzi è un folgorante capolavoro destinato a cambiare una volta per tutte la letteratura italiana. Evidentemente non sono D’Orrico, e neanche un critico letterario. Eppure “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8866204854/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8866204854">La generazione</a>” di Simone Lenzi, in libreria dal 13 marzo per Dalai (pp.155, €15), è un romanzo bello e importante da leggere con attenzione.</p>
<p>Un libro bello, perché la storia di un uomo e di una donna che conducono una vita coniugale del tutto normale – tranne che per l’ombra di una gravidanza che non arriva – è raccontata con una lingua particolarmente fortunata e con la leggerezza solo apparente di chi sa maneggiare il vuoto che si accumula nel conto delle assenze e delle occasioni mancate. Un libro importante, perché capovolge il punto di vista dal quale siamo abituati a guardare al tema della difficoltà del concepimento. Non più quello esclusivamente femminile del tempo biologico che passa ma quello maschile dell’amore verso la propria donna e della responsabilità di essere all’altezza di quanto ci si aspetta da un uomo, tanto nel riprodursi quanto nel produrre sostentamento. Ma il libro di Lenzi è anche un libro generazionale del tutto originale, per quanto la “generazione” del titolo sia l’atto del generare e non la classe d’età dell’autore. Il protagonista portiere di notte è un bell’esempio di quella sotto-occupazione intellettuale da cui siamo circondati, un maestro di parole che si muove con sapienza tra le biblioteche digitali ma che è costretto ad una vita di orari (e pensieri) al contrario. Eppure in queste pagine non c’è alcun pedagogismo politico, nessun ditino alzato contro “la sistematizzazione della provvisorietà lavorativa” o il “neoliberismo epidemia dell’Occidente”.</p>
<p>Simone Lenzi ha circa quarant’anni ma non è evidentemente un “Trenta-Quaranta” né si sente investito della responsabilità di rimettere le braghe al mondo come un qualunque TQ, ex cannibale o esponente del nuovo realismo. Più semplicemente, ha creato un personaggio che guarda quel mondo e lo attraversa senza lasciare un figlio dietro di sé. E questo basta a darci una storia imperdibile. Scrivendo del libro di Lenzi devo tuttavia confessare un piccolo conflitto d’interesse. Con l’autore ho condiviso una parte importante dell’adolescenza, quella più creativa e velleitaria, quando Simone e Luca Faggella imitavano Morrissey e Ian Curtis e io credevo di suonare i tamburi quasi come John Bonham Bonzo. Poi io ho saggiamente lasciato i tamburi mentre Lenzi e Faggella hanno continuato a fare (molto bene) i musicisti, e i Virginiana Miller di Simone sono stati e rimangono tra i fenomeni più appassionanti della scena indipendente italiana. Come capita a tutti gli ex adolescenti, ci siamo persi e seguiti da lontano. E oggi sono contento di averlo ritrovato anche come uno scrittore di grande qualità.</p>
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		<title>Roma, vista da Mosca</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 12:41:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra Natale e la Befana sono tornato a Mosca, dopo sette anni che non mettevo piede in Russia. Qualche amico e qualche panorama da rivedere, qualche moderata intenzione di capire un po’ di quello che succede nelle piazze. Risultato principale del mini-viaggio sentimentale: &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/01/09/roma-vista-da-mosca/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra Natale e la Befana sono tornato a Mosca, dopo sette anni che non mettevo piede in Russia. Qualche amico e qualche panorama da rivedere, qualche moderata intenzione di capire un po’ di quello che succede nelle piazze. Risultato principale del mini-viaggio sentimentale: la deprimente sensazione che l’Italia sia rimasta ferma sulle proprie gambe mentre la Russia si muoveva. Persino la Russia. Con il suo inesistente Stato di diritto e con l’arbitrio ancora istituzionalizzato, con il dominio di un potere ancora opaco e irresponsabile, con le enormi differenze geografiche e di classe che ne fanno un paese lontano dall’essere facilmente sopportabile anche da chi adora il mondo slavo. Eppure persino la Russia si è mossa, com’è stata abituata a muoversi nel corso dei secoli: abbattendo strade e fondando nuove città, rivoltando equilibri e destini collettivi, presentando nuove leadership alla finta prova dell’acclamazione. Per una volta sono mancati i massacri (quelli grandi di molti milioni che normalmente accompagnavano le tappe di trasformazione, perché quelli piccoli di molte migliaia si sono visti anche nell’ultimo ventennio).</p>
<p>Ma nel complesso la scossa c’è stata e dà il senso di una società in movimento, dove c’è anche chi fa perché sa fare. Davanti a tutta questa fantasmagoria di sommovimenti e mutazioni mi sono riscoperto un povero provinciale che guardava le vetrine restando sul marciapiede, al freddo, ancora intontito dalle atmosfere di declino che aveva lasciato a casa. E mi sono detto che anche dalle nostre parti servirebbe uno shock. Per carità, Putin è un cattivone e di traumi storici ne abbiamo avuti abbastanza anche noi. E tuttavia una scossa, o anche solo uno spintone, non ci farebbero poi così male.</p>
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		<title>Being Matteo Renzi</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 23:44:57 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sappiamo tutti ma facciamo finta di niente. Silvio Berlusconi non solo ha governato l’Italia per quasi un ventennio, ma ha definito un’antropologia politica con la quale il nostro paese farà i conti per molto tempo dopo di lui. Ha cambiato una volta per tutte la grammatica della rappresentanza e del linguaggio politico, insieme alle aspettative positive e negative dell’elettorato sia di centrodestra che di centrosinistra. Il che non significa soltanto che non sarà mai più possibile tornare ad un’ormai mitologica “età del pre-Silvio”, ma soprattutto che chiunque si candiderà dopo di lui a guidare la sinistra (e forse l’Italia) dovrà essere qualcuno che sia politicamente nato e cresciuto durante il suo tempo.</p>
<p>Non penso ai possibili “traghettatori”, che sono numerosi e che giocheranno ciascuno una partita diversa per chiudere la transizione. Penso a colui o colei che potrà svolgere una funzione di leadership stabile e stabilizzatrice nel centrosinistra e nel paese di qui a cinque/dieci anni. Quel leader sarà comunque un “figlio di Silvio” perché dovrà innanzitutto farsi capire da una nazione che negli ultimi vent’anni ha metabolizzato un altro linguaggio politico. E dovrà quindi tradurre in quella lingua i contenuti del progressismo italiano. Matteo Renzi ha tutti i numeri per farlo, per virtù e per fortuna. Ma soprattutto perché è nato e cresciuto nell’era berlusconiana, comprendendo meglio di altri della sua generazione i nuovi meccanismi della leadership e della rappresentanza. Le reazioni alla sua visita a Berlusconi, del tutto legittima sia nella forma che nella sostanza, si appuntano sul “luogo Arcore” ma riguardano il merito più profondo del suo essere per l’appunto un “figlio di Silvio”. È solo l’anticipo di un conflitto destinato a ripetersi con sempre maggiore intensità via via che ci avvicineremo al definitivo declino di Berlusconi, quando discuteremo soprattutto di quale tasso di berlusconismo sia accettabile nel profilo chi si candiderà alla leadership del post-berlusconismo.</p>
<p>Renzi farebbe bene ad affrontare di petto questo punto, contro coloro che in fondo lo avrebbero accusato anche se avesse incontrato Berlusconi in Vaticano, piuttosto che limitarsi a difendere al meglio il suo ruolo di sindaco di Firenze. Anche perché sa perfettamente che prima o poi dovrà usare fino in fondo questa sua caratteristica potenzialmente vittoriosa.<br />
C’è anche dell’altro, e di meno strategico, nella discussione sulla “visita di Matteo a Silvio”. In particolare alcune debolezze dell’<a href="http://www.ilpost.it/tag/prossima-fermata-italia/">operazione “Stazione Leopolda”</a>, il cui meritato successo è stato soprattutto nell’avere dato il senso di un sommovimento interno al PD. In un partito immobile fino all’autolesionismo, anche il solo gesto di muoversi in tanti ha significato molto verso un circolo della militanza e dell’opinionismo che ormai ha finito le parole per descrivere la penosa bonaccia che avvolge il centrosinistra.</p>
<p>Ma l’operazione Leopolda ha detto molto più dello stato in cui versa il PD di quanto non abbia detto della direzione propriamente politica che intende prendere Matteo Renzi. Se il Sindaco di Firenze era e rimane un riformista liberale insediato al cuore del centrosinistra (ed è questa la ragione per cui è sempre piaciuto al sottoscritto), alla Leopolda se ne sono ascoltate di tutte e di più. Pippo Civati ha del tutto legittimamente volto il suo potenziale personale e di mobilitazione verso il vendolismo, anche perché il radicamento territoriale che ne ha sempre fatto la forza gli dice che Vendola e i suoi contenuti si stanno facendo strada con molta rapidità. Altri hanno mescolato i classici temi del minoritarismo radicale tra le rivendicazioni più disparate, con il risultato di confezionare un’offerta politica complessivamente fumosa. E dove manca la politica, per quanto visibile sia il movimento (soprattutto se tutt’intorno regna l’immobilismo), basta un niente perché scatti l’intimazione moralistica alla purezza morale. Nessun vero pericolo per Renzi e il suo percorso di lungo periodo, che rimane forte di qualità strutturali che prima o poi ne faranno il vero candidato alla leadership post-berlusconiana. Ma il “figlio di Silvio” dovrebbe, più prima che poi, decidere di giocare fino in fondo questa sua carta decisiva. Muovendosi forse meno, ma affinando con più precisione un profilo politico di grande potenzialità.</p>
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		<title>Leggendo Weber tra i quarantenni del PD</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 10:24:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riflettendo sulla cultura politica europea a cavallo tra Ottocento e Novecento, Weber aveva brillantemente messo a fuoco una frustrazione del suo tempo. Quella che derivava dal non aver preso parte alla creazione della nuova Europa che qualche decennio prima era &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/09/15/leggendo-weber-tra-i-quarantenni-del-pd/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riflettendo sulla cultura politica europea a cavallo tra Ottocento e Novecento, Weber aveva brillantemente messo a fuoco una frustrazione del suo tempo. Quella che derivava dal non aver preso parte alla creazione della nuova Europa che qualche decennio prima era stata promossa e gestita dalla generazione dei Bismarck, dei Cavour, dei Gladstone. Nel 1895 codificò quel turbamento parlando di un “destino da epigoni” per coloro che ne soffrivano. E non aveva tutti i torti. Questa dotta citazione potrebbe essere adattata al dibattito, poco appassionante persino per i malati di post-comunismo come chi scrive, che vediamo svolgersi in questi giorni tra post-dalemiani e post-veltroniani.</p>
<p>I primi intenti a traghettare quel che resta di un’eredità verso un approdo funzionale ai micro-schieramenti interni al partito, per intanto mutuando da quell’eredità posture e linguaggi (straordinario l’incipit del documento dei Giovani Turchi, con l’inquadramento di Caliendo – ma qualcuno si ricorda chi era? – sulla scena della crisi finanziaria mondiale: “Il 4 agosto 2010, con la spaccatura della maggioranza sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, non si è aperta una crisi di governo, ma una crisi di sistema. Una crisi che sta alla politica italiana come la crisi economico-finanziaria del 2008 sta all’economia mondiale: un evento che costringe a riconsiderare un’intera visione del mondo”.).</p>
<p>I secondi, post-veltroniani loro malgrado, che demoliscono il demolibile e rottamano il rottamabile. È per entrambi un destino da epigoni quello che si va a preparare, per l’incapacità delle due squadre di concepire un proprio ruolo fondativo che non sia solo quello di ereditare le spoglie dei morti per chiudere una fase ma anche quella di aprirne un’altra dimostrandosi vivi e progettuali. Anche qui Max Weber, che sulla standardizzazione del carisma politico ha detto qualcosa di non secondario. In particolare guardando al ruolo di razionalizzazione e sistematizzazione che le nuove leadership devono dimostrare di possedere se vogliono affermarsi nelle fasi di passaggio. È quanto avvenne nell’ultimo momento fondativo attraversato dalla sinistra italiana, nei primi anni Novanta, quando le leadership che ancora oggi ci affliggono traghettarono quanto dovevano traghettare ma fecero anche qualcosa in più. Si inventarono una direzione di marcia. Che poi avrebbe prodotto risultati modesti (se non un ventennio di berlusconismo, ma questo è un altro discorso) ma che pure non è mai stata scalzata da niente di competitivo.</p>
<p>E allora? D’accordo compagni, lo so anch’io che Max Weber è noioso. Volevo solo darmi un tono. Per dire una cosa semplice semplice. I quarantenni del PD possono agitarsi quanto vogliono, loro che pure sono i migliori della nidiata pur soffrendo vistosamente della frustrazione che viene dal vivere un destino da epigoni. Ma non verrà fuori niente (se non un buon posto in lista, che pure non è poca cosa) se tutto finisce come sta finendo. Rottamando questo o quello per prendersi l’eredità di quello e questo. Serve anche che ci dicano cosa ne farebbero di questo residuo capitale di consensi e visioni che i rottamandi ci hanno lasciato. Perché quei vecchi signori lo fecero, a suo tempo. Per poi viverci di rendita per un ventennio.</p>
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		<title>La lega leninista di Maroni</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 22:01:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri a Roma ho raccolto di prima mano una preziosa testimonianza storico-teorica di Bobo Maroni, oggi ottimo ministro dell’Interno e già compagno d’arme della prima ora di Umberto Bossi. Stavo presentando il bel libro di Cristina Giudici sulle donne della &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/06/24/la-lega-leninista-di-maroni/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri a Roma ho raccolto di prima mano una preziosa testimonianza storico-teorica di Bobo Maroni, oggi ottimo ministro dell’Interno e già compagno d’arme della prima ora di Umberto Bossi. Stavo presentando il bel libro di Cristina Giudici sulle donne della Lega (“Leghiste. Pioniere di una nuova politica”, Marsilio 2010) e ho avuto la pessima idea di parlar bene della Lega da un punto di vista che un tempo avremmo definito “funzionalistico”: ovvero dicendo che agli occhi di un amante della politica e dei partiti come sono io (amante costretto alla castità, perché ora come ora c’è ben poco di che alimentare la passione) la Lega svolge una funzione molto preziosa nel ravvivare il legame tra eletti ed elettori, nel promuovere nuove classi dirigenti, nel gratificare chi intende far politica dal basso.</p>
<p>Maroni mi ha risposto che di Lega avevo capito poco, perché il suo partito in realtà si ispira a Lenin. Il quale “sapeva cos’era un partito: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progetto”. A parte che non è vero, perché Lenin non fu mai un caporale che “comandava” ma il capo carismatico di un gruppo dirigente (che fino al 1917 non smise mai di insidiarne l’autorità). A parte che il partito bolscevico era un’organizzazione di rivoluzionari clandestini che se ne infischiava del consenso democratico (e quell’unica volta che si trovò di fronte un’assemblea elettiva nella quale era minoranza, l’Assemblea costituente, la sciolse d’arbitrio senza troppi complimenti). A parte che “il progetto” di Lenin non è poi stato quel successone che forse Maroni auspica per la Lega (oltre ad essersi rivelato abbastanza pesante per la pelle dei russi e dei molti altri che vi hanno avuto a che fare).</p>
<p>A parte tutto questo: ma è mai possibile che nemmeno un partito che sembra popolare e democratico riesce a rappresentarsi come un normale partito che fa quello che i normali partiti fanno in tutto il mondo occidentale? Il leghismo-leninismo di Maroni è la copia perfetta e opposta del “partito leggero” di Veltroni, del partito di sconfitti ma convinti di alfabetizzare l’Europa socialdemocratica di D’Alema, del partito di venditori di Berlusconi: ovvero l’ennesima bizzarria pseudo-teorica che ci tocca ascoltare in un paese che ancora non riesce ad accettare di aver bisogno di partiti normalmente democratici.</p>
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		<title>Walter chi?</title>
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		<pubDate>Thu, 13 May 2010 12:16:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Come molti, insisto a leggere le cronache che raccontano la vita interna alle varie componenti del Partito democratico. E anche i retroscena sul ritorno di questo e quello. E per non farmi mancare niente persino le recensioni al romanzo di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/05/13/walter-chi/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come molti, insisto a leggere le cronache che raccontano la vita interna alle varie componenti del Partito democratico. E anche i retroscena sul ritorno di questo e quello. E per non farmi mancare niente persino le recensioni al romanzo di Veltroni. Mi applico doverosamente all’intero pacchetto ma non riesco a cancellare una sensazione fastidiosa: non ce ne frega più niente. Non penso alla gente normale, a quegli italiani che da tempo hanno dismesso l’attenzione verso gli interna corporis del PD (se mai l’hanno avuta). Penso ai malati come me. A coloro che per passione o per dovere o anche solo per lavoro non hanno mai del tutto cancellato quella quota di tempo quotidiana da dedicare all’ermeneutica democratica. Quella malattia era spesso mossa anche da idiosincrasia, da un sentimento di repulsione verso questo personaggio o quel tema che comunque funzionava da motore dell’attenzione. Come quando non si rinuncia ad alimentare un’insoddisfazione, preferendo comunque l’insofferenza all’indifferenza. </p>
<p><span id="more-29"></span>Chi scrive, ad esempio, ha praticato a lungo il disgusto più profondo verso il veltronismo. Ma anche quel sentimento, oggi, è solo un ricordo appannato. Perché anche Veltroni è solo il pallido ricordo della macchietta che fu. E il suo ennesimo passo di danza (“torno dopo essere andato via, scrivo un romanzo perché non faccio politica, organizzo una corrente ma la chiamo scuola per i giovani, etc”) è ormai incapace di suscitare reazioni anche negative. Veltroni è un esempio, quello più facile. Ma lo stesso vale per la gran parte di quelle file. Che furono prime file e che oggi sono solo le prime caricature a cui è ancora intestato un partito costretto sempre più all’irrilevanza. Finiscono così anche le passioni tristi. O forse sono finalmente invecchiato anch&#8217;io.</p>
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		<title>Commento controfattuale</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 11:04:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il parlamento britannico è impiccato. Ma se fosse andata diversamente avrei scritto queste righe. Che ho comunque scritto come un esperimento di commento controfattuale: Alla fine la patria del bipolarismo perfetto ha scelto di rimanere fedele alla propria vocazione, evitando &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/05/07/commento-controfattuale/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il parlamento britannico è impiccato. Ma se fosse andata diversamente avrei scritto queste righe. Che ho comunque scritto come un esperimento di commento controfattuale:<span id="more-27"></span></p>
<blockquote><p>Alla fine la patria del bipolarismo perfetto ha scelto di rimanere fedele alla propria vocazione, evitando per pochi seggi l’incertezza di un Parlamento bloccato e la necessità di coalizioni del tutto inedite per la sua storia recente. E al termine di una delle campagne elettorali più incerte dell’ultimo quarto di secolo, questa mattina la Gran Bretagna si è svegliata con quel Primo Ministro conservatore che attendeva da cinque anni di entrare a Downing Street. Per prepararsi all’appuntamento della vita David Cameron ha avuto tutto il tempo necessario e anche di più, rischiando di perdere proprio sul finale l’enorme vantaggio di consensi che aveva accumulato nella stagione del declino laburista.</p>
<p>I primi passi del suo governo ci diranno se questi anni sono stati impiegati proficuamente, ma Cameron merita già oggi una buona dose di fiducia preventiva per la capacità che ha dimostrato di innovare una tradizione politica prestigiosa ma che da troppo tempo sembrava incapace di interpretare la modernità. Fin dal 2005, quando venne scelto a sorpresa da un partito ormai logorato dall’isolamento e dall’opposizione, la sua leadership ha scommesso sulla conquista di quell’area di centro che aveva garantito al New Labour la realizzazione delle sue politiche più innovative.</p>
<p>Un centro da intendersi non nell’accezione italiana, e dunque come area paludosa del compromesso opaco, ma come leva delle riforme e del cambiamento. Ha dunque capovolto la retorica del nostalgismo thatcheriano nella quale erano affondati i Tories scommettendo su una società dove la diversità etnica e culturale, l’attenzione all’ambiente e la garanzia di servizi pubblici efficienti sono ormai considerati pilastri del discorso pubblico. Ed è riuscito a far convivere (per ora in termini puramente teorici) una parte del bagaglio ideale del Partito conservatore con le suggestioni più avanzate del neolaburismo, che tra i suoi successi può ben vantare quello storico di aver cambiato nel profondo la costituzione simbolica e culturale della Gran Bretagna.</p>
<p>Il passaggio dalla teoria alla pratica, come al solito, è destinato ad incrociare più di una difficoltà. Soprattutto perché il nuovo governo conservatore parte nel momento più difficile, per Londra non meno che per l’Europa. La sfida di risanare in tempi rapidissimi il deficit sposterà in secondo piano la parte più creativa del programma conservatore, costringendo il governo a misure dure e impopolari. Scelte indispensabili, che potrebbero tuttavia assumere una curvatura autolesionistica se Cameron scegliesse di puntare sull’unica carta politica sulla quale i Tories hanno fatto un serio passo indietro: lo scetticismo verso l’Europa, i suoi vincoli e le sue responsabilità.</p></blockquote>
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		<title>Il titolo dell’anno</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 05:01:12 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il premio per il miglior titolo di libro del 2010 è già deciso. In via autocratica e insindacabile intendo assegnarlo a Claudio Nutrito, che per Stampa Alternativa ha appena pubblicato un libretto geniale: “Non ho niente da dire, ma so &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/04/30/il-titolo-dellanno/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il premio per il miglior titolo di libro del 2010 è già deciso. In via autocratica e insindacabile intendo assegnarlo a Claudio Nutrito, che per Stampa Alternativa ha appena pubblicato un libretto geniale: “<a href="http://www.ibs.it/code/9788862221245/nutrito-claudio/non-niente-dire.html">Non ho niente da dire, ma so come dirlo</a>” (pp.100, euro 12). <span id="more-25"></span>Molto più che un agile “Trattato ad uso del moderno opinionista”, come promette il sottotitolo, è un piccolo mondo di accortezze dialettiche ad uso del politico italiano contemporaneo. Colui che per l’appunto non ha più niente da dire ma ha conservato un più che dignitoso mestiere per dirlo. Perché l’esperienza conta, la politica non è un’avventura e anche l’argomentazione vuole il suo perché. Da leggere con attenzione prima di sintonizzarsi su un qualsiasi canale generalista per assistere ad un qualsiasi talk show politico, ammesso che ci si voglia infliggere una tale inutile pena.</p>
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		<title>Quando c’era Vitulano</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 08:49:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quando ero piccolo tutti mi scherzavano, ma purtroppo non per le nobili ragioni già descritte da Elio. Mi scherzavano perché a scuola dicevo che al piano sopra casa mia viveva Miguel Vitulano. Non ci credeva nessuno. Ma era vero, lo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/04/26/quando-ero-piccolo-a-livorno/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ero piccolo tutti mi scherzavano, ma purtroppo non per le nobili ragioni già descritte da Elio. Mi scherzavano perché a scuola dicevo che al piano sopra casa mia viveva Miguel Vitulano. Non ci credeva nessuno. Ma era vero, lo incontravo persino in ascensore. E lo salutavo sempre io prima del babbo, che era milanista e considerava il Livorno una squadretta amatoriale.</p>
<p><span id="more-21"></span>Invece in ascensore c’era proprio lui, Michele “Miguel” Vitulano. Il centravanti con i baffoni da argentino che nel 1978 ci portò in C1. E fu un trionfo. Perché in quegli anni Livorno non andava ancora di moda. Non c’erano ancora stati né Ciampi né Virzì. Eravamo una città e una squadra di sfigati. Ma c’era Vitulano. Che nel 1978 segnò dodici gol e l’anno dopo molti meno, ma uno leggendario. Contro il Pisa proprio a Pisa, in diagonale, e finì uno a zero per noi. Quel Vitulano lì si era trasferito proprio sopra casa mia, in Via Goito. Fu l’unico momento in cui mi sono sentito davvero importante. Poi siamo tutti diventati grandi e ho perso le tracce persino del Livorno, salvo ritrovarle ogni tanto e senza troppa empatia nella cupa estetica stalinista delle Brigate autonome livornesi quando il Livorno veniva all’Olimpico. Perché nel frattempo il Livorno era arrivato in serie A, anche se non ho mai davvero metabolizzato la notizia. Oggi si torna in serie B con molto anticipo, com’era naturale. Ma soprattutto Miguel non c’è più. Se n’è andato l’anno scorso mentre correva a Villa Fabbricotti. Peccato, davvero peccato.</p>
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		<title>La soluzione: Berlusconi all’Onu</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Apr 2010 06:20:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[partito democratico]]></category>
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		<description><![CDATA[A pensarci viene un po’ da ridere. Ma facciamo finta di niente e guardiamo alla sostanza della visione. Silvio Berlusconi verrà eletto segretario generale delle Nazioni Unite nel corso del 2011, alla scadenza del mandato di Ban Ki Moon. Gli &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/04/21/ho-visto-un-bel-mondo/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A pensarci viene un po’ da ridere. Ma facciamo finta di niente e guardiamo alla sostanza della visione. Silvio Berlusconi verrà eletto segretario generale delle Nazioni Unite nel corso del 2011, alla scadenza del mandato di Ban Ki Moon.</p>
<p><span id="more-6"></span>Gli Stati Uniti garantiranno un aiuto decisivo alla promozione di un leader amico con il quale, tuttavia, insorgono di tanto in tanto motivi di imbarazzo. La Russia di Medvedev non potrà che sostenere colui che più di ogni altro in Europa è stato vicino a Putin nella buona come nella cattiva sorte. Per non parlare dei tanti capi di nazioni asiatiche, piccole e grandi, che vi troveranno più di un motivo di esultanza per il successo planetario di un peculiare stile personale. Se scendiamo a guardare all’Italia, poi, che si tratti di una promozione di Berlusconi ad altro incarico non preoccuperà più di tanto né lui né gli alleati né tantomeno il Partito democratico. Lui, in fondo, non vede l’ora di andarsene da Palazzo Chigi e dalle sue tribolazioni quotidiane. Preferirebbe il Quirinale ma è una strada complicata. Meglio tentare quella del Palazzo di Vetro. E chissà che alla fine non ne esca addirittura un premio Nobel per la pace, che in fondo non si nega a nessuno. Prima del Nobel, in ogni caso, il nostro si toglierebbe qualche piccola soddisfazione. Innanzitutto un Lodo Alfano di portata globale e durata quinquennale, perché nessun tribunale nazionale può sottoporre ad indagine il segretario generale delle Nazioni Unite. Ci sarebbero poi la vigilanza della Nato su ogni spostamento aereo, più alcuni indiscutibili benefici di status. Gli altri soggetti della politica italiana rimarrebbero volentieri a guardare, avendo solo il problema di trovare rapidamente un’altra ragione per vivere. Ma questa è un’altra storia.</p>
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