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	<title>Andrea Romano</title>
	
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	<description>È livornese, deputato di Scelta Civica e direttore del think tank Italia Futura. È anche storico all'Università di Roma Tor Vergata, collaboratore di IL ed editor per Marsilio editori</description>
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		<title>Chiudere la guerra, come avrebbe fatto Togliatti</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 13:58:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[presidente della repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[quirinale]]></category>

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		<description><![CDATA[Avevo creduto che il voto del 24-25 febbraio avesse finalmente chiuso la fallimentare seconda repubblica. Mi ero sbagliato. La seconda repubblica è viva e vegeta e continua a farci del male. E allora proviamo a trattarla come un conflitto militare &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2013/04/05/chiudere-la-guerra-come-avrebbe-fatto-togliatti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Avevo creduto che il voto del 24-25 febbraio avesse finalmente chiuso la fallimentare seconda repubblica. Mi ero sbagliato. La seconda repubblica è viva e vegeta e continua a farci del male. E allora proviamo a trattarla come un conflitto militare di cui non si vede la fine. I conflitti di questo tipo si risolvono in due modi: con la guerra permanente o con l’armistizio.</p>
<p>La prima soluzione è quella che abbiamo (hanno) perseguito con grande tenacia negli ultimi vent’anni, arrivando dove siamo arrivati.<br />
La seconda soluzione – l’armistizio – non nasce dai buoni sentimenti, ma dalla capacità delle parti in conflitto di concludere le ostilità con il riconoscimento reciproco delle proprie diverse identità e delle proprie diverse ragioni. Tra pochi giorni avremo a portata di mano l’occasione per compiere questo passo, con l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. Tutti diciamo e diremo che occorre un Presidente “condiviso”, che sia “sopra le parti”, che goda fin da subito della “più ampia legittimazione”. Ma forse potremmo dire qualcosa di più.</p>
<p>Servirebbe un Presidente che possa essere strumento di riconoscimento e di legittimazione di quella parte dell’elettorato italiano che fino ad oggi ha vissuto la (seconda) Repubblica con il sospetto dell’ostilità e con la sensazione dell’estraneità. Perché questo è quanto è accaduto con gli elettori di centrodestra in tutti questi anni. Essi hanno stabilmente rappresentato almeno un terzo del totale, sono stati spesso in maggioranza, hanno espresso per buona parte di questo ventennio la guida del governo. Eppure hanno continuato a guardare alle istituzioni repubblicane come ad un campo dal quale erano tenuti a margine e verso le quali era legittimo e opportuno coltivare il sospetto dell’esclusione e l&#8217;ambizione della conquista. Il tratto sovversivo del berlusconismo nasce anche da qui, non soltanto dal profilo antropologico del suo fondatore. E anche per questo Berlusconi ha potuto alternativamente alimentare e beneficiarsi del mito della propria estraneità alle istituzioni della seconda repubblica.</p>
<p>L’elezione del nuovo Presidente potrebbe essere la grande occasione storica per includere finalmente e integralmente l’elettorato di centrodestra nelle istituzioni repubblicane, togliendo qualsiasi residuo alibi di estraneità e chiudendo di fatto la Seconda Repubblica. Ma perché questo accada dovrebbe essere lo stesso centrosinistra a cogliere l&#8217;occasione di contribuire ad eleggere una figura che non provenga dalle proprie fila. Ovvero a dare alla Repubblica un Presidente che non sia riconducibile al Partito Democratico e che abbia anche il voto dei “moderati” italiani (o comunque si voglia chiamare quella parte politica che non è il centrosinistra). Perché i Presidenti che si sono succeduti dal 1992 ad oggi, pur essendo figure di straordinaria qualità politica e istituzionale, sono stati tutti di fatto espressione di una sola parte del campo politico italiano.</p>
<p>Conosco e rispetto gran parte delle obiezioni che possono essere mosse a questa proposta. Dalla scarsità nel centrodestra di figure effettivamente candidabili al Quirinale (volendo escludere Berlusconi, come certamente escluderei), all&#8217;assurda pretesa del Cavaliere di avere al Quirinale qualcuno che abbia l&#8217;unica funzione di garantirgli incolumità penale e politica, fino al diritto dell’Assemblea dei Grandi Elettori di scegliere il Presidente sulla base di una semplice maggioranza numerica. E tuttavia questi mesi ci raccontano di un passaggio storico della nostra vita nazionale e dell’opportunità di affrontarlo con strumenti adeguati.</p>
<p>Tra i quali ve n’è uno – l’elezione del nuovo Presidente come armistizio tra le parti che si sono combattute nel corso della Seconda Repubblica – che forse non sarebbe dispiaciuto a Palmiro Togliatti e a tutti coloro che si sono mostrati capaci di includere i nemici in un tessuto comune per evitare che la casa crollasse. Anche per questo l&#8217;elezione al Quirinale di una figura che non fosse espressione del centrosinistra potrebbe essere una grande opportunitá per lo stesso Partito Democratico di uscire dal vicolo nel quale si è cacciato.</p>
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		<title>Tony Blair, il proxy della sinistra italiana</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2012 18:36:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[michele serra]]></category>
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		<description><![CDATA[Non sono sicuro, come scrive Luca Sofri, che Michele Serra abbia colto un punto di verità nel lamentarsi della superficialità con cui (non) si è discusso di Blair a proposito del giudizio di Vendola e delle contumelie a sfondo omofobico &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/11/03/tony-blair-il-proxy-della-sinistra-italiana/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non sono sicuro, <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/11/03/sinistra-giornalismo-e-orifizi/">come scrive Luca Sofri</a>, che Michele Serra abbia colto un punto di verità nel lamentarsi della superficialità con cui (non) si è discusso di Blair a proposito del giudizio di Vendola e delle contumelie a sfondo omofobico che si è tirato dietro. Non ne sono sicuro per due motivi. In primo luogo perché è lo stesso lamento di Serra ad essere condotto lungo le linee di quel sommario Bignami dell’anti-blairismo a cui attinge non solo Vendola ma gran parte dello stato maggiore di Bersani. Poi perché la nostra discussione su Blair è da anni un guardarsi della sinistra italiano allo specchio (o meglio un suo nascondersi dietro un paravento).</p>
<p>Certo, scrive Serra, siamo tutti nervosi e il nervosismo fa spettacolo. Certo, scrive ancora Serra, ormai si twitta solo fumo e niente arrosto. E comunque sia chiaro, conclude Serra, che la capacità di Blair è stata quella di “rendere vincente il laburismo a costo di stravolgerlo”. Mi perdoni, signor Serra: per quanto le righe della sua Amaca siano poche, potrebbe darci qualche indizio anche sommario di cosa intende per “stravolgimento del laburismo”? Basterebbe una traccia del suo pensiero su cos’era il Labour prima del 1994 e in particolare nei favolosi anni Ottanta, sulle risibili percentuali elettorali che aveva raggiunto negli anni di Margaret Thatcher, sulla capacità di un’intera nuova generazione di leader politici laburisti (e non del solo Blair) di formulare una visione della Gran Bretagna finalmente egemonica e paragonabile a quella che gli architetti laburisti del Welfare State avevano definito nel secondo dopoguerra? Difficilmente Serra potrebbe farlo, e non certo perché gli facciano difetto intelligenza e strumenti di conoscenza. Non potrebbe neanche provarci perché l’Italia è ormai l’unico grande paese europeo in cui la sinistra continua ad usare Blair come un “proxy”. Ovvero uno strumento per parlar d’altro, una leva di discussione “per procura” (anche letteralmente: “proxy” deriva infatti dall’anglo-normanno “procuracie”, a sua volta proveniente dal latino medievale “procuratia”). E di cosa discute la sinistra italiana quando (non) discute di Blair? Ovviamente di sé, della propria visione del mondo, di cosa vuole essere e soprattutto di cosa non vuole essere. Ma utilizzando un proxy argomenta la propria identità senza entrare troppo nel merito, riparandosi dietro uno schermo retorico che non richiede alcuna solida argomentazione né si espone troppo alla critica.</p>
<p>E qui c’è un punto di sostanza. Perché se fosse il solo Vendola (o il solo Serra) a considerare Blair un sabotatore della vera sinistra sarebbe semplice farsene una ragione. È invece legittimo porre qualche interrogativo in più quando il proxy Blair viene utilizzato in negativo dal gruppo dirigente del partito che si candida a governare l’Italia, come viene regolarmente fatto da esponenti di primissima fila del PD. Gli anni Novanta – gli anni di Blair ma anche di Clinton, di cui in questi giorni ricorre il ventennale della prima elezione alla Casa Bianca – sono infatti stati quelli in cui la sinistra italiana si è trovata non solo a governare l’Italia ma a farlo ricollegandosi per la prima volta a grandi correnti del progressismo occidentale che guidavano impegnative trasformazioni dei sistemi economici e di welfare. Non era scontato che avvenisse, perché fino ad allora la sinistra comunista e post-comunista italiana era stata tutto fuorché collegata a grandi filoni di governo europeo e occidentale. Incardinare la propria ragion d’essere sul superamento di quei modelli – come viene regolarmente fatto dal responsabile economico del PD e da altri esponenti di primo piano della leadership bersaniana – è del tutto legittimo, ma richiederebbe che si alludesse almeno ad un modello storico alternativo di governo da sinistra di grandi e complesse nazioni.</p>
<p>Che so: il PCI degli anni Settanta? Il centrosinistra degli anni Sessanta? Il berlinguerismo degli anni Ottanta? A meno di non immaginare che si voglia fondare una tradizione qui e ora, o meglio da domani, tornando ancora una volta al vecchio adagio dell’eccezionalismo della sinistra italiana. Il che sarebbe naturalmente uno spettacolo interessante da seguire, almeno con l’occhio dello storico.</p>
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		<title>Caro Oscar Giannino</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Oct 2012 15:24:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[fermare il declino]]></category>
		<category><![CDATA[italia futura]]></category>
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		<category><![CDATA[verso la terza repubblica]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro Oscar, leggo del tuo “no” al documento “Verso la Terza Repubblica” che ieri ho sottoscritto insieme a molti altri singoli ed esponenti di associazioni come Zero Positivo, Verso Nord, Cisl, Acli, etc. È un testo nel quale non ti riconosci e &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/10/26/caro-oscar-giannino/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Oscar,</p>
<p>leggo del tuo “no” al documento <a href="http://www.versolaterzarepubblica.it/">“Verso la Terza Repubblica”</a> che ieri ho sottoscritto insieme a molti altri singoli ed esponenti di associazioni come Zero Positivo, Verso Nord, Cisl, Acli, etc. È un testo nel quale non ti riconosci e nel quale parimenti non si riconosce Fermare il Declino. E fin qui ci siamo. Nel senso che, per quanto a malincuore, tocca prenderne atto.</p>
<p>Quello che non torna <a href="http://www.fermareildeclino.it/articolo/il-nostro-no-al-monte-bona">nella tua nota</a> è l’intenzione, come scrivi, di rendere “una spiegazione il più possibile chiara” di quanto è accaduto. Perché se volessi invece dare una spiegazione “interamente” chiara di quanto è accaduto dovresti comunicare agli iscritti di Fermare il Declino un fatto assai semplice. Ovvero che tu eri da tempo a conoscenza della bozza di testo, che ti avevo personalmente inviato con una mail del 13 ottobre e che tu dunque hai ricevuto ben dodici giorni prima della sua pubblicazione. La riporto di seguito, nella sua formulazione autentica, perché ai miei studenti sono abituato a raccontare la storia attraverso i documenti. Non è dunque vero, come scrivi, che ti è stato inviato un testo già chiuso e non modificabile a poche ore dalla pubblicazione. Ma è vero invece che avevi da me ricevuto il testo ben due settimane prima della sua uscita, proprio perché volevo fortemente che tu e gli altri di Fermare il Declino foste coinvolti nella redazione del documento, e che in queste due settimane non mi è mai giunta da te alcuna osservazione di merito o di sostanza. Del testo conoscevi i dettagli e i possibili firmatari, che sono tutti esponenti di associazioni civiche, liberali e cattoliche. Su quest’ultimo punto, avrai certamente notato che nel documento &#8220;Verso la Terza Repubblica&#8221; non vi è alcun riferimento a temi molto cari alla tradizione cattolica, come ad esempio i “valori non negoziabili”, che avrebbero forse posto qualche difficoltà a firmatari provenienti da altre tradizioni. Non sarà forse che i cattolici siano ancora una volta i più capaci di inclusione?</p>
<p>Invece di attingere all’abusato armamentario di ricostruzioni dietrologiche o di declamare patenti di purezza, sarebbe stato più semplice spiegare che la pensiamo in modo molto diverso sul governo Monti. Secondo te, come ci hai scritto anche solo ieri sera, occorre superare “limiti, titubanze e financo errori” di questo governo. Secondo noi,  occorre invece partire dal riconoscimento dei suoi meriti rispetto a quanto era accaduto nei governi precedenti e lavorare per rendere le sue riforme irreversibili e fondate sul consenso democratico. Né più né meno.</p>
<p>Un cordiale saluto, Andrea Romano</p>
<blockquote><p>&#8212;&#8212;Messaggio inoltrato<br />
&gt; Da: Andrea Romano<br />
&gt; Data: Sat, 13 Oct 2012 19:33:50 +0100<br />
&gt; A: Oscar Giannino<br />
&gt; Oggetto: Verso Terza Repubblica proposta di lettera<br />
&gt;<br />
&gt; Caro Oscar,<br />
&gt; ecco la bozza di lettera di cui ti ho parlato, estremamente riservata.<br />
&gt; Come ti dicevo, l&#8217;idea è quella di farla uscire entro una decina di<br />
&gt; giorni corredata delle firme di almeno una trentina di esponenti di<br />
&gt; peso del mondo civico, imprenditoriale e associativo.<br />
&gt; Fammi sapere cosa ne pensi, oltre alle questioni di cui abbiamo appena<br />
&gt; parlato.<br />
&gt; Ciao AR<br />
&gt;</p></blockquote>
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		<title>La sinistra senza modelli (tranne uno)</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Oct 2012 09:09:58 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[francois hollande]]></category>
		<category><![CDATA[José Luis Rodríguez Zapatero]]></category>
		<category><![CDATA[peter mandelson]]></category>
		<category><![CDATA[policy network]]></category>
		<category><![CDATA[sinistra]]></category>
		<category><![CDATA[tony blair]]></category>

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		<description><![CDATA[I seminari di Policy Network sono un po&#8217; reunion di vecchi combattenti e un po&#8217; termometro per capire cosa si muove nel variegato mondo del progressismo europeo. I combattenti sono per lo più i reduci eroici degli anni Novanta, a partire da &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/10/13/la-sinistra-senza-modelli-tranne-uno/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I seminari di <a href="http://www.policy-network.net/">Policy Network</a> sono un po&#8217; reunion di vecchi combattenti e un po&#8217; termometro per capire cosa si muove nel variegato mondo del progressismo europeo.</p>
<p>I combattenti sono per lo più i reduci eroici degli anni Novanta, a partire da quel Peter Mandelson che di Policy Network rimane il pontefice massimo dopo aver inventato il profilo pubblico di Tony Blair ed averne accompagnato gran parte degli anni di governo. È vero che oggi gli anni Novanta vanno assai meno di moda dalle parti della sinistra italiana, almeno nella sua matrice bersaniana-vendoliana. Eppure la prima impressione che si ricava da Dublino è l&#8217;assenza di narrazioni alternative altrettanto evocative dell&#8217;impronta lasciata da quello che fu il &#8220;Clinton Blair consensus&#8221;.</p>
<p>Dalla fine degli anni Novanta vi sono state altre esperienze di governo della sinistra progressista, anche longeve. Ma nessuna sembra avere lasciato un segno duraturo, almeno per quanto riguarda la modellistica ideale. Gli otto anni del governo socialista spagnolo appaiono quasi del tutto rimossi dall&#8217;agenda progressista, anche nella presenza delle sue istituzioni culturali. Fino all&#8217;anno scorso la fondazione Ideas, nata nel solco dello zapaterismo, svolgeva regolarmente una funzione di indirizzo e definizione dei temi in discussione nelle &#8220;progressive conferences&#8221; organizzate con Policy Network. Ieri a Dublino non vi era un solo oratore spagnolo e si rincorrevano voci sull&#8217;appannamento ideale, organizzativo e persino finanziario della fondazione Ideas. Guai ai vinti, viene da dire. Ma se il potenziale evocativo di Zapatero e dello zapaterismo è stato travolto prima dalla crisi spagnola e poi dalla sconfitta elettorale del PSOE, colpisce di più che a Dublino non si discuta troppo del ciclo di governo appena inaugurato da François Hollande. Nessun oratore di peso di provenienza francese, con l&#8217;esclusione della deputata socialista Axelle Lemaire. Scarsi i riferimenti a quanto sta accadendo a Parigi, tranne Enrico Letta che ha fatto riferimento alla novità del ministero del &#8220;Redressement productif&#8221; diretto da Arnaud Montebourg come possibile fonte di nuove politiche industriali.</p>
<p>Qualunque cosa si intenda per &#8220;hollandismo&#8221;, i circoli culturali del progressismo europeo non sembrano prendersene troppa cura. Le ragioni sono probabilmente più d&#8217;una. Da una parte lo scarso interesse degli stessi socialisti francesi nella &#8220;promozione all&#8217;estero&#8221; del proprio modello, che si impone da solo laddove si sente il bisogno di demolire la stagione di governo della sinistra liberale degli anni Novanta (come avviene per l&#8217;appunto in Italia negli ambienti del bersano-vendolismo). Dall&#8217;altra il tratto radicalmente nazionale dell&#8217;esperienza di Hollande, almeno per come si è configurata fino ad oggi, e l&#8217;assenza nel suo armamentario di una aspirazione globale legata anche al potenziale espansivo dell&#8217;asse Londra-Washington simile a quella che fu alla base del clintonismo-blairismo.</p>
<p>Al di là dei modelli ideali, a Dublino si è discusso molto di scelte strategiche che ricordano ancora una volta le griglie politiche degli anni Novanta. Come il rapporto tra sinistra e mercato, intorno al quale si è giocato un confronto tra il ministro ombra per l&#8217;economia del Labour britannico Ed Balls (ex braccio destro di Gordon Brown, che ha bocciato la Tobin Tax europea definendola &#8220;un modo poco efficace per far funzionare meglio i mercati finanziari, a meno che non la si voglia estendere anche alla borsa di New York&#8221;) e il greco Loukas Tsoukalis (secondo il quale deve essere ripristinata la differenza tra &#8220;mercati regolati democraticamente&#8221; e &#8220;democrazie dominate dai mercati&#8221;). Una polarizzazione d&#8217;altri tempi? Forse. Ma non è un caso se nel progressismo europeo si discute ancora dei paradigmi sui quali si è fondata l&#8217;ultima duratura stagione di governo.</p>
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		<title>I nuovi mistici di partito</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Jun 2012 13:12:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Uno dei miei studenti è segretario di un circolo del PD nella zona dei Castelli Romani. Ha circa 24 anni, è nato l’anno prima del 1989 e naturalmente non ha fatto in tempo ad iscriversi al PCI o alla FGCI. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/06/25/i-nuovi-mistici-di-partito/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Uno dei miei studenti è segretario di un circolo del PD nella zona dei Castelli Romani. Ha circa 24 anni, è nato l’anno prima del 1989 e naturalmente non ha fatto in tempo ad iscriversi al PCI o alla FGCI. Dunque non è mai stato un comunista italiano, neanche giovanissimo, per quanto del comunismo italiano conosca molto per averlo studiato e per essersi interessato ai racconti di coloro che c’erano. Fa politica con passione, nel tempo libero, e qualche giorno fa mi ha spiegato di essere radicalmente contrario alle primarie. “Tolgono potere agli iscritti” – mi ha detto – “non è giusto che chi dedica al partito molte ore al giorno tutti i giorni non possa deciderne il leader e la linea politica”. “E poi” – ha concluso – il partito va protetto dalle scalate esterne della società civile”.</p>
<p>Immagino che questo mio studente abbia seguito da vicino i lavori dell’assemblea di “Rifare l’Italia”, l’area interna al PD nella quale va definendosi la nuova mistica di partito. Una mistica che non è del Partito Democratico e del suo specifico profilo politico, ma della forma partito in quanto tale. Parafrasando – spero correttamente – il senso di “Rifare l’Italia”: il toccasana per la malattia italiana sarebbe nella piena restituzione della dignità politica al partito organizzato così come l’Italia lo ha conosciuto prima della Seconda Repubblica; l’antipolitica nella quale siamo avvolti sarebbe l’ultima incarnazione del sovversivismo antiparlamentare che ha attraversato larga parte della storia italiana, come sempre alimentata da poteri tanto forti e occulti quanto irresponsabili; la cosiddetta “società civile” avrebbe conosciuto una stagione di enorme popolarità nel discorso pubblico italiano perché usata strumentalmente (dai suddetti poteri forti e irresponsabili) come mitologia anti-partitica.</p>
<p>Naturalmente vi sono anche contenuti più direttamente politici, come l’idea che l’identità del PD vada trovata nella rappresentanza del lavoro subordinato e la critica della subalternità al “neo-liberismo” a cui si sarebbe prestato il centrosinistra italiano dagli anni Novanta in avanti. Eppure questi contenuti mi sembrano meno rilevanti della mistica di partito. Perché ideologicamente confusi (la vera tara del post-comunismo italiano è stata nel conflitto tra il tentativo maldestro di realizzare riforme liberali, come unica modalità reale per trovare spazio e funzione nella storia italiana dopo l&#8217;Ottantanove, e l&#8217;incapacità di spiegarlo a se stesso e ai propri elettori), viziati dalla legittima pulsione all’uccisione del padre (molti dei protagonisti di “Rifare l’Italia” sono entrati in politica come assistenti della generazione DS che ha governato negli anni Novanta e di cui ora vogliono disfarsi), e infine clamorosamente regressivi (persino il PCI degli anni Cinquanta aveva un’ambizione di rappresentanza che andava oltre i confini del “lavoro subordinato” e sono circa cinquant’anni che la socialdemocrazia europea si sforza di incarnare anche le ragioni dell’impresa e della produzione di valore).</p>
<p>La mistica di partito è invece un’autentica novità per la politica italiana dell’ultimo decennio. Ciò che colpisce è innanzitutto che in un ambiente dove Gramsci, la sua idea di immanenza e il suo metodo storico-politico dovrebbero essere stati annusati almeno alla lontana, si scelga una ricostruzione mitologica della più recente storia italiana. Come se prima del 1992 l’Italia avesse conosciuto un’età dell’oro della politica e come se i partiti fossero stati sradicati da qualche forza estranea alla nostra storia nazionale. Anche a me piacciono i partiti, e molto. E credo che una democrazia pienamente funzionante debba alimentarsi di partiti in buona salute. Ma se intorno a noi di questo non c’è più traccia non è colpa di niente altro che non siano le concrete storie politiche di quei partiti e la loro (in)capacità di rendere vitali e pulsanti organizzazioni che hanno perso gran parte della loro forza di attrazione. Immaginare poi che l’antipolitica sia un’invenzione dei poteri forti – ammesso che vi siano e che funzionino come tali – significa più banalmente non accorgersi di quanto sta accadendo fuori dalle nostre stanze, confondere l’affannata conservazione di ruolo e funzione nella quale è impegnata la grande stampa italiana con i fenomeni concreti di indebolimento della nostra democrazia di cui sono protagonisti decine di milioni di italiani che quella stampa non frequentano né conoscono, reinventarsi un nemico buono per tutte le stagioni invece di fare i conti con i fallimenti della propria tradizione storica e politica.</p>
<p>Il partito al quale i nuovi mistici dedicano tanta venerazione è naturalmente un&#8217;entità del tutto astratta, pura e chiusa nella sua perfezione idealtipica e per niente bisognosa di aggiustamenti sostanziosi per essere restituita alla libertà. Sembra sufficiente evocarne il nome, contro le mistificazioni dei suoi troppi nemici, perché essa torni tra noi viva e vitale. Eppure quell&#8217;entità ha avuto una sua concreta incarnazione nella storia italiana, abitando le nostre valli per un periodo sostanzialmente limitato: grosso modo tra la fine degli anni Quaranta e la fine degli anni Settanta, quando il partito di massa ereditato dal fascismo ha goduto della salute migliore. L’Italia ne ha poi conosciuto una versione molto particolare, ben diversa da quella di altre grandi democrazie europee e legata (nella nascita così come nella morte) alle forme altrettanto particolari del nostro welfare nazionale. Si può davvero resuscitare quel modello, rivendicando tra l’altro la sua orgogliosa contrapposizione ad una “società civile” vissuta come fonte di pericolose contaminazioni? Certo che sì, a patto di adeguarsi ad una navigazione altrettanto orgogliosamente minoritaria nelle maree della crisi nazionale. D’altra parte la storia della sinistra italiana è ricca di piccole pattuglie piene di fierezza e mosse da un fortissimo senso di autonomia politica, da separatezza dal resto del mondo, da autosufficienza e volontarismo. Quel volontarismo a sfondo irrazionalista di cui Mario Tronti è stato uno dei principali teorici all&#8217;epoca del suo operaismo, molti anni prima di ricevere l&#8217;incarico di introdurre i lavori di “Rifare l’Italia”.</p>
<p>Se al fondo di questa nuova mistica di partito si intravede Bordiga assai più di Gramsci, la motivazioni più ragionevoli di questa mobilitazione sembrano essere altre e ben diverse dalla genealogia della sinistra italiana. Da una parte “Rifare l’Italia” si candida a rappresentare un pezzo reale del PD, forse quello che più di altri garantisce al Partito Democratico la sua mirabile capacità di tenuta: il mondo degli amministratori, dei funzionari e più in generale dei professionisti che vivono ogni giorno di politica e che comprensibilmente temono di perdere legittimità e sostentamento. Dall’altra, è vero che ogni nuova generazione politica ha diritto a scegliersi lo strumento su cui far leva per schiodare i padri dalle loro sedie. La scommessa della generazione dei Veltroni e dei D’Alema, alla metà degli anni Ottanta e prima del crollo del Muro di Berlino, fu sul superamento dell’ortodossia proporzionalista del PCI e dunque sull’orizzonte maggioritario come chiave per le riforme istituzionali. Coloro che oggi scalano il PD con l’ambizione di “Rifare l’Italia” (o con quella, non meno immodesta, di “rifare il PCI” come ha scritto qui Stefano Menichini), scommettono su una mistica di partito che da domani possa dare sostanza e vocazione al principale partito della sinistra italiana. Insieme agli auguri di buona navigazione, sia lecito nutrire qualche dubbio sulla capacità di rappresentare qualcosa che vada al di là dei confini di un piccolissimo segmento della società italiana.</p>
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		<title>Di generazione in Generazione</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Mar 2012 20:34:35 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se fossi Antonio D’Orrico scriverei che quello di Simone Lenzi è un folgorante capolavoro destinato a cambiare una volta per tutte la letteratura italiana. Evidentemente non sono D’Orrico, e neanche un critico letterario. Eppure “La generazione” di Simone Lenzi, in &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/03/11/di-generazione-in-generazione/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se fossi Antonio D’Orrico scriverei che quello di Simone Lenzi è un folgorante capolavoro destinato a cambiare una volta per tutte la letteratura italiana. Evidentemente non sono D’Orrico, e neanche un critico letterario. Eppure “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8866204854/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8866204854">La generazione</a>” di Simone Lenzi, in libreria dal 13 marzo per Dalai (pp.155, €15), è un romanzo bello e importante da leggere con attenzione.</p>
<p>Un libro bello, perché la storia di un uomo e di una donna che conducono una vita coniugale del tutto normale – tranne che per l’ombra di una gravidanza che non arriva – è raccontata con una lingua particolarmente fortunata e con la leggerezza solo apparente di chi sa maneggiare il vuoto che si accumula nel conto delle assenze e delle occasioni mancate. Un libro importante, perché capovolge il punto di vista dal quale siamo abituati a guardare al tema della difficoltà del concepimento. Non più quello esclusivamente femminile del tempo biologico che passa ma quello maschile dell’amore verso la propria donna e della responsabilità di essere all’altezza di quanto ci si aspetta da un uomo, tanto nel riprodursi quanto nel produrre sostentamento. Ma il libro di Lenzi è anche un libro generazionale del tutto originale, per quanto la “generazione” del titolo sia l’atto del generare e non la classe d’età dell’autore. Il protagonista portiere di notte è un bell’esempio di quella sotto-occupazione intellettuale da cui siamo circondati, un maestro di parole che si muove con sapienza tra le biblioteche digitali ma che è costretto ad una vita di orari (e pensieri) al contrario. Eppure in queste pagine non c’è alcun pedagogismo politico, nessun ditino alzato contro “la sistematizzazione della provvisorietà lavorativa” o il “neoliberismo epidemia dell’Occidente”.</p>
<p>Simone Lenzi ha circa quarant’anni ma non è evidentemente un “Trenta-Quaranta” né si sente investito della responsabilità di rimettere le braghe al mondo come un qualunque TQ, ex cannibale o esponente del nuovo realismo. Più semplicemente, ha creato un personaggio che guarda quel mondo e lo attraversa senza lasciare un figlio dietro di sé. E questo basta a darci una storia imperdibile. Scrivendo del libro di Lenzi devo tuttavia confessare un piccolo conflitto d’interesse. Con l’autore ho condiviso una parte importante dell’adolescenza, quella più creativa e velleitaria, quando Simone e Luca Faggella imitavano Morrissey e Ian Curtis e io credevo di suonare i tamburi quasi come John Bonham Bonzo. Poi io ho saggiamente lasciato i tamburi mentre Lenzi e Faggella hanno continuato a fare (molto bene) i musicisti, e i Virginiana Miller di Simone sono stati e rimangono tra i fenomeni più appassionanti della scena indipendente italiana. Come capita a tutti gli ex adolescenti, ci siamo persi e seguiti da lontano. E oggi sono contento di averlo ritrovato anche come uno scrittore di grande qualità.</p>
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		<title>Roma, vista da Mosca</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 12:41:23 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tra Natale e la Befana sono tornato a Mosca, dopo sette anni che non mettevo piede in Russia. Qualche amico e qualche panorama da rivedere, qualche moderata intenzione di capire un po’ di quello che succede nelle piazze. Risultato principale del mini-viaggio sentimentale: &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2012/01/09/roma-vista-da-mosca/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra Natale e la Befana sono tornato a Mosca, dopo sette anni che non mettevo piede in Russia. Qualche amico e qualche panorama da rivedere, qualche moderata intenzione di capire un po’ di quello che succede nelle piazze. Risultato principale del mini-viaggio sentimentale: la deprimente sensazione che l’Italia sia rimasta ferma sulle proprie gambe mentre la Russia si muoveva. Persino la Russia. Con il suo inesistente Stato di diritto e con l’arbitrio ancora istituzionalizzato, con il dominio di un potere ancora opaco e irresponsabile, con le enormi differenze geografiche e di classe che ne fanno un paese lontano dall’essere facilmente sopportabile anche da chi adora il mondo slavo. Eppure persino la Russia si è mossa, com’è stata abituata a muoversi nel corso dei secoli: abbattendo strade e fondando nuove città, rivoltando equilibri e destini collettivi, presentando nuove leadership alla finta prova dell’acclamazione. Per una volta sono mancati i massacri (quelli grandi di molti milioni che normalmente accompagnavano le tappe di trasformazione, perché quelli piccoli di molte migliaia si sono visti anche nell’ultimo ventennio).</p>
<p>Ma nel complesso la scossa c’è stata e dà il senso di una società in movimento, dove c’è anche chi fa perché sa fare. Davanti a tutta questa fantasmagoria di sommovimenti e mutazioni mi sono riscoperto un povero provinciale che guardava le vetrine restando sul marciapiede, al freddo, ancora intontito dalle atmosfere di declino che aveva lasciato a casa. E mi sono detto che anche dalle nostre parti servirebbe uno shock. Per carità, Putin è un cattivone e di traumi storici ne abbiamo avuti abbastanza anche noi. E tuttavia una scossa, o anche solo uno spintone, non ci farebbero poi così male.</p>
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		<title>Being Matteo Renzi</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Dec 2010 23:44:57 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Lo sappiamo tutti ma facciamo finta di niente. Silvio Berlusconi non solo ha governato l’Italia per quasi un ventennio, ma ha definito un’antropologia politica con la quale il nostro paese farà i conti per molto tempo dopo di lui. Ha cambiato una volta per tutte la grammatica della rappresentanza e del linguaggio politico, insieme alle aspettative positive e negative dell’elettorato sia di centrodestra che di centrosinistra. Il che non significa soltanto che non sarà mai più possibile tornare ad un’ormai mitologica “età del pre-Silvio”, ma soprattutto che chiunque si candiderà dopo di lui a guidare la sinistra (e forse l’Italia) dovrà essere qualcuno che sia politicamente nato e cresciuto durante il suo tempo.</p>
<p>Non penso ai possibili “traghettatori”, che sono numerosi e che giocheranno ciascuno una partita diversa per chiudere la transizione. Penso a colui o colei che potrà svolgere una funzione di leadership stabile e stabilizzatrice nel centrosinistra e nel paese di qui a cinque/dieci anni. Quel leader sarà comunque un “figlio di Silvio” perché dovrà innanzitutto farsi capire da una nazione che negli ultimi vent’anni ha metabolizzato un altro linguaggio politico. E dovrà quindi tradurre in quella lingua i contenuti del progressismo italiano. Matteo Renzi ha tutti i numeri per farlo, per virtù e per fortuna. Ma soprattutto perché è nato e cresciuto nell’era berlusconiana, comprendendo meglio di altri della sua generazione i nuovi meccanismi della leadership e della rappresentanza. Le reazioni alla sua visita a Berlusconi, del tutto legittima sia nella forma che nella sostanza, si appuntano sul “luogo Arcore” ma riguardano il merito più profondo del suo essere per l’appunto un “figlio di Silvio”. È solo l’anticipo di un conflitto destinato a ripetersi con sempre maggiore intensità via via che ci avvicineremo al definitivo declino di Berlusconi, quando discuteremo soprattutto di quale tasso di berlusconismo sia accettabile nel profilo chi si candiderà alla leadership del post-berlusconismo.</p>
<p>Renzi farebbe bene ad affrontare di petto questo punto, contro coloro che in fondo lo avrebbero accusato anche se avesse incontrato Berlusconi in Vaticano, piuttosto che limitarsi a difendere al meglio il suo ruolo di sindaco di Firenze. Anche perché sa perfettamente che prima o poi dovrà usare fino in fondo questa sua caratteristica potenzialmente vittoriosa.<br />
C’è anche dell’altro, e di meno strategico, nella discussione sulla “visita di Matteo a Silvio”. In particolare alcune debolezze dell’<a href="http://www.ilpost.it/tag/prossima-fermata-italia/">operazione “Stazione Leopolda”</a>, il cui meritato successo è stato soprattutto nell’avere dato il senso di un sommovimento interno al PD. In un partito immobile fino all’autolesionismo, anche il solo gesto di muoversi in tanti ha significato molto verso un circolo della militanza e dell’opinionismo che ormai ha finito le parole per descrivere la penosa bonaccia che avvolge il centrosinistra.</p>
<p>Ma l’operazione Leopolda ha detto molto più dello stato in cui versa il PD di quanto non abbia detto della direzione propriamente politica che intende prendere Matteo Renzi. Se il Sindaco di Firenze era e rimane un riformista liberale insediato al cuore del centrosinistra (ed è questa la ragione per cui è sempre piaciuto al sottoscritto), alla Leopolda se ne sono ascoltate di tutte e di più. Pippo Civati ha del tutto legittimamente volto il suo potenziale personale e di mobilitazione verso il vendolismo, anche perché il radicamento territoriale che ne ha sempre fatto la forza gli dice che Vendola e i suoi contenuti si stanno facendo strada con molta rapidità. Altri hanno mescolato i classici temi del minoritarismo radicale tra le rivendicazioni più disparate, con il risultato di confezionare un’offerta politica complessivamente fumosa. E dove manca la politica, per quanto visibile sia il movimento (soprattutto se tutt’intorno regna l’immobilismo), basta un niente perché scatti l’intimazione moralistica alla purezza morale. Nessun vero pericolo per Renzi e il suo percorso di lungo periodo, che rimane forte di qualità strutturali che prima o poi ne faranno il vero candidato alla leadership post-berlusconiana. Ma il “figlio di Silvio” dovrebbe, più prima che poi, decidere di giocare fino in fondo questa sua carta decisiva. Muovendosi forse meno, ma affinando con più precisione un profilo politico di grande potenzialità.</p>
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		<title>Leggendo Weber tra i quarantenni del PD</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 10:24:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Riflettendo sulla cultura politica europea a cavallo tra Ottocento e Novecento, Weber aveva brillantemente messo a fuoco una frustrazione del suo tempo. Quella che derivava dal non aver preso parte alla creazione della nuova Europa che qualche decennio prima era &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/09/15/leggendo-weber-tra-i-quarantenni-del-pd/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riflettendo sulla cultura politica europea a cavallo tra Ottocento e Novecento, Weber aveva brillantemente messo a fuoco una frustrazione del suo tempo. Quella che derivava dal non aver preso parte alla creazione della nuova Europa che qualche decennio prima era stata promossa e gestita dalla generazione dei Bismarck, dei Cavour, dei Gladstone. Nel 1895 codificò quel turbamento parlando di un “destino da epigoni” per coloro che ne soffrivano. E non aveva tutti i torti. Questa dotta citazione potrebbe essere adattata al dibattito, poco appassionante persino per i malati di post-comunismo come chi scrive, che vediamo svolgersi in questi giorni tra post-dalemiani e post-veltroniani.</p>
<p>I primi intenti a traghettare quel che resta di un’eredità verso un approdo funzionale ai micro-schieramenti interni al partito, per intanto mutuando da quell’eredità posture e linguaggi (straordinario l’incipit del documento dei Giovani Turchi, con l’inquadramento di Caliendo – ma qualcuno si ricorda chi era? – sulla scena della crisi finanziaria mondiale: “Il 4 agosto 2010, con la spaccatura della maggioranza sulla mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo, non si è aperta una crisi di governo, ma una crisi di sistema. Una crisi che sta alla politica italiana come la crisi economico-finanziaria del 2008 sta all’economia mondiale: un evento che costringe a riconsiderare un’intera visione del mondo”.).</p>
<p>I secondi, post-veltroniani loro malgrado, che demoliscono il demolibile e rottamano il rottamabile. È per entrambi un destino da epigoni quello che si va a preparare, per l’incapacità delle due squadre di concepire un proprio ruolo fondativo che non sia solo quello di ereditare le spoglie dei morti per chiudere una fase ma anche quella di aprirne un’altra dimostrandosi vivi e progettuali. Anche qui Max Weber, che sulla standardizzazione del carisma politico ha detto qualcosa di non secondario. In particolare guardando al ruolo di razionalizzazione e sistematizzazione che le nuove leadership devono dimostrare di possedere se vogliono affermarsi nelle fasi di passaggio. È quanto avvenne nell’ultimo momento fondativo attraversato dalla sinistra italiana, nei primi anni Novanta, quando le leadership che ancora oggi ci affliggono traghettarono quanto dovevano traghettare ma fecero anche qualcosa in più. Si inventarono una direzione di marcia. Che poi avrebbe prodotto risultati modesti (se non un ventennio di berlusconismo, ma questo è un altro discorso) ma che pure non è mai stata scalzata da niente di competitivo.</p>
<p>E allora? D’accordo compagni, lo so anch’io che Max Weber è noioso. Volevo solo darmi un tono. Per dire una cosa semplice semplice. I quarantenni del PD possono agitarsi quanto vogliono, loro che pure sono i migliori della nidiata pur soffrendo vistosamente della frustrazione che viene dal vivere un destino da epigoni. Ma non verrà fuori niente (se non un buon posto in lista, che pure non è poca cosa) se tutto finisce come sta finendo. Rottamando questo o quello per prendersi l’eredità di quello e questo. Serve anche che ci dicano cosa ne farebbero di questo residuo capitale di consensi e visioni che i rottamandi ci hanno lasciato. Perché quei vecchi signori lo fecero, a suo tempo. Per poi viverci di rendita per un ventennio.</p>
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		<title>La lega leninista di Maroni</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jun 2010 22:01:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri a Roma ho raccolto di prima mano una preziosa testimonianza storico-teorica di Bobo Maroni, oggi ottimo ministro dell’Interno e già compagno d’arme della prima ora di Umberto Bossi. Stavo presentando il bel libro di Cristina Giudici sulle donne della &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/andrearomano/2010/06/24/la-lega-leninista-di-maroni/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri a Roma ho raccolto di prima mano una preziosa testimonianza storico-teorica di Bobo Maroni, oggi ottimo ministro dell’Interno e già compagno d’arme della prima ora di Umberto Bossi. Stavo presentando il bel libro di Cristina Giudici sulle donne della Lega (“Leghiste. Pioniere di una nuova politica”, Marsilio 2010) e ho avuto la pessima idea di parlar bene della Lega da un punto di vista che un tempo avremmo definito “funzionalistico”: ovvero dicendo che agli occhi di un amante della politica e dei partiti come sono io (amante costretto alla castità, perché ora come ora c’è ben poco di che alimentare la passione) la Lega svolge una funzione molto preziosa nel ravvivare il legame tra eletti ed elettori, nel promuovere nuove classi dirigenti, nel gratificare chi intende far politica dal basso.</p>
<p>Maroni mi ha risposto che di Lega avevo capito poco, perché il suo partito in realtà si ispira a Lenin. Il quale “sapeva cos’era un partito: migliaia di persone da motivare, uno che comanda e gli altri che eseguono un progetto”. A parte che non è vero, perché Lenin non fu mai un caporale che “comandava” ma il capo carismatico di un gruppo dirigente (che fino al 1917 non smise mai di insidiarne l’autorità). A parte che il partito bolscevico era un’organizzazione di rivoluzionari clandestini che se ne infischiava del consenso democratico (e quell’unica volta che si trovò di fronte un’assemblea elettiva nella quale era minoranza, l’Assemblea costituente, la sciolse d’arbitrio senza troppi complimenti). A parte che “il progetto” di Lenin non è poi stato quel successone che forse Maroni auspica per la Lega (oltre ad essersi rivelato abbastanza pesante per la pelle dei russi e dei molti altri che vi hanno avuto a che fare).</p>
<p>A parte tutto questo: ma è mai possibile che nemmeno un partito che sembra popolare e democratico riesce a rappresentarsi come un normale partito che fa quello che i normali partiti fanno in tutto il mondo occidentale? Il leghismo-leninismo di Maroni è la copia perfetta e opposta del “partito leggero” di Veltroni, del partito di sconfitti ma convinti di alfabetizzare l’Europa socialdemocratica di D’Alema, del partito di venditori di Berlusconi: ovvero l’ennesima bizzarria pseudo-teorica che ci tocca ascoltare in un paese che ancora non riesce ad accettare di aver bisogno di partiti normalmente democratici.</p>
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