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	<title>Antonio Pascale</title>
	
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	<description>Fa il giornalista e lo scrittore, vive a Roma. Scrive per il teatro e la radio. Collabora con il Mattino, lo Straniero e Limes</description>
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		<title>Michele Serra, la lattuga e il berlusconismo</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Oct 2012 11:11:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questo singolare diagramma è stato elaborato da Robert Fogel (premio Nobel per l’Economia nel 1993). Individua la crescita della popolazione in rapporto ad alcuni punti di snodo tecnologico. Parte da lontano, 9 mila anni fa, e come si vede, per &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/10/16/michele-serra-la-lattuga-e-il-berlusconismo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ilpost.it/antoniopascale/files/2012/10/fogel-2.jpg" alt="" title="fogel 2" width="610" height="458" class="aligncenter size-full wp-image-393" /></p>
<p>Questo singolare diagramma è stato elaborato da Robert Fogel (premio Nobel per l’Economia nel 1993). Individua la crescita della popolazione in rapporto ad alcuni punti di snodo tecnologico. Parte da lontano, 9 mila anni fa, e come si vede, per millenni, nonostante non siano mancate innovazioni tecnologiche, è accaduto poco, insomma, una inesausta linea orizzontale.</p>
<p>Finchè a partire dal XX secolo la linea si impenna. Il grafico è tratto dal libro “Fuga dalla fame” (edizione Vita e Pensiero) e apre il capitolo secondo, intitolato, appunto: perché il XX secolo è stato così straordinario. La suddetta crescita non era programmata, né disegnata preventivamente da qualcuno. In sostanza, un variopinto ceto sociale &#8211; ingegneri, medici, fisici, matematici, chimici, agronomi, biologi, informatici, meccanici e altre persone curiose, ambiziose, metodiche, spinte da varie ossessioni conoscitive &#8211; ha contribuito alla realizzazione di scoperte e innovazioni. Le applicazioni tecnologiche, poi, ci hanno portato fin qui, dove oggi possiamo dividere i nostri sentimenti tra la cupezza e l&#8217;allegria.</p>
<p>Perché, in effetti, bisogna dire, per correttezza, che al suddetto diagramma ne andrebbe aggiunto un altro.<br />
Sì, è vero, alcuni parametri sono in costante ascesa. Nel corso degli ultimi 300 anni l&#8217;Homo sapiens, in ragione di un&#8217;evoluzione combinata, fisica e tecnologica, ha aumentato la propria corporatura di oltre il 50%, e la propria vita media di oltre il 100%: sembra incredibile ma l&#8217;aspettativa di vita in Inghilterra, prima della rivoluzione industriale, era di 30 anni, ora ci avviamo verso gli 80.<br />
Migliore alimentazione, corporatura più forte, disponibilità di vitamine, hanno rafforzato la resistenza alle malattie nonché l&#8217;efficienza degli organi vitali del corpo: alcune malattie, quelle infettive soprattutto, sono diminuite; altre, per esempio le depressioni, sono in aumento.<br />
È migliorato anche l&#8217;effetto Flynn, che misura il Q.I.. Le condizioni di vita delle modernità, sostiene Flynn &#8211; famiglie meno numerose nelle quali i bambini possono frequentare le scuole, interagire con genitori istruiti e disponibili al dialogo &#8211; hanno incrementato nel corso del Novecento un&#8217;intelligenza non più utilitaristica e legata all&#8217;esperienza diretta ma fondata sull&#8217;astrazione e sulla capacità di ragionare ipoteticamente. In fondo se chiedevate a mio nonno che cosa avevano in comune il cane e il coniglio, mica rispondeva come Piero Angela: “entrambi sono mammiferi” ma: “il cane serve a prendere il coniglio”:</p>
<p>Il secondo diagramma, invece, non ispira ottimismo. Rappresenta l&#8217;andamento delle risorse disponibili. Ebbene, se l&#8217;aspettativa di vita e tutto quello che comporta (qualità della vita, eccetera) aumentano, la linea che individua le risorse scende: se non in picchiata, poco ci manca.<br />
Niente: la storia non procede in linea retta e spesso il futuro si adombra sul più bello, eppure non abbiamo altre possibilità, se non quelle di affrontare il mondo attraverso conoscenze sempre più estese e integrate, in fondo, ogni nostro gesto è un prodotto culturale e gli strumenti cambiano in fretta, così, ci capiti, un po&#8217; sperduti, di osservare il mondo su un gradino evolutivo diverso da quello su cui sedeva, per esempio, mio nonno (buonanima), solo 40 anni fa .<br />
Tuttavia, se la cultura conta, e testardamente penso che conti eccome, dobbiamo ammettere che dall&#8217;alto di questa linea ascendente il mondo è molto complicato, e che gli intellettuali, ai quali sono affidate le formazioni delle nostre opinioni &#8211; necessarie quest&#8217;ultime per prendere decisioni – bene, questi intellettuali (in senso lato) potranno essere efficaci se accetteranno il confronto con altri intellettuali e se sapranno maneggiare &#8211; o almeno se impareranno a distinguere &#8211; altri strumenti conoscitivi.</p>
<p>“Tra la zappa e il diserbante chimico venduto in simbosi con la semente ogm c&#8217;è la stessa differenza che corre tra la fionda e la bomba atomica. Entrambe sono armi, ma il loro potere di modificare l&#8217;ambiente è incomparabile. È vero che l&#8217;ambiente agricolo, è dai suoi albori, prodotto dalla manipolazione umana. Ma una manipolazione in grado di cancellare da enormi estensioni di terreno ogni forma di vita vegetale per far crescere la sola specie (ogm) immune al diserbante (….) infligge una trauma così definitivo e repentino all&#8217;ambiente da suscitare, se permettete, almeno qualche perplessità”.<br />
È Michele Serra che scrive, sul Venerdì di Repubblica, 5 ottobre 2012, in risposta a una polemica suscitata da una sua precedente rubrica.<br />
Michele Serra è un intellettuale, anzi un opinion maker a tutti gli effetti. La sua affermazione tuttavia non mi convince (e dire che 4 volte su 5, su altri temi, Serra mi convince), non la trovo precisa e usa nel costrutto paragoni non appropriati. Trovo poi che sia il frutto di un certo modus vivendi: insomma siamo abituati a godere dei vantaggi della modernità ma poco interessati a cercare rimedi efficaci (cioè tecnologici) ai problemi che la stessa modernità ci pone.</p>
<p>Ma non voglio apparire così sfrontato da dare una lezione di coltivazioni erbacee a Serra, ci mancherebbe, quindi facciamo che suddetta frase l&#8217;abbia detta io, perché di sicuro l&#8217;avrò detta o rischierò di dirla in futuro, momenti di crisi e scoramento capitano a tutti, ed è giusto così e soprattutto sono di sinistra. Però proviamo con un esperimento mentale: non più spettatori di un mondo malsano che distrugge la biodiversità, ma comuni agricoltori, proprietari di molti ettari di terreno. Vogliamo coltivare la soia, mais, orzo, grano. Come si fa?<br />
Il primo problema sarà quello di pulire il campo dalle probabili infestanti. Non è una mia opinione. Ma il frutto di esperienze millenarie. Il controllo delle infestanti in una coltura (impropriamente detto lotta alle malerbe) è uno dei pilastri dell&#8217;agronomia. Una maggiore disponibilità di cibo dipende dall&#8217;esito di questa lotta.<br />
È davvero necessario togliere di mezzo le infestanti? Facciamo controprova, falsifichiamo l&#8217;ipotesi. Osserviamo quegli stati africani che non hanno la bomba atomica, cioè il diserbante. Sono paesi che praticano agricoltura biologica, e forzatamente, quindi, niente o pochissima chimica. Bene: gli agricoltori di questi paesi subiscono pesanti infestazioni e la produzione è bassa. Le normali pratiche agronomiche, come le rotazioni, sono certo necessarie ma purtroppo non sufficienti. Tradotto, la bella e fatata parola biologico non basta a fermare l&#8217;imponderabile.</p>
<p>Le piante violace sono strighe, tra le peggiori malerbe, piante capaci di attaccarsi alle radici del mais, del sorgo e succhiarne la linfa. Quello che vedete è la differenza tra un campo trattato con erbicida e un altro non trattato. Scegliere di trattare un campo significa salvaguardare la produzione. Dunque la risposta conserva la sua buona dose di cinismo: sì, trattare è indispensabile. Che sfiga.</p>
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		<title>Romantici e illuministi</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2012 14:42:52 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe width="610" height="458" src="http://www.youtube.com/embed/guBijPVD5xI" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>All’inizio del film, in un soffuso antefatto, Monty Brogan, di professione spacciatore, raccoglie per strada un cane (che diventerà il suo cane) bastonato e sanguinante. Alla fine del film, in macchina nel viaggio verso la prigione, Monty avrà lo stesso aspetto del cane, anche lui mogio, bastonato e gonfio – Monty ha chiesto al suo amico Frank (un agente di borsa) di picchiarlo per non arrivare sulla soglia della prigione con il viso pulito, da borghese, perché, in quel caso, i carcerati gli avrebbero spaccato la faccia. Meglio, quindi, prevenire il pestaggio, con un rudimentale e rude ma struggente (nella scena) fai da te.</p>
<p>Nell’appartamento di Monty sono stati trovati soldi e un chilo di eroina. Gli spettano sette anni di carcere. Il film racconta le ultime  24 ore di libertà, e il tentativo da parte di Monty di capire chi l’ha venduto alla polizia. A metà film va a salutare suo padre, ex pompiere in pensione che ora gestisce un bar. Monty è indispettito, frustrato e indignato con il mondo che l’ha incastrato, si alza, va in bagno e comincia il famoso monologo allo specchio. </p>
<p>Se scomponete il monologo è facile osservare due registri narrativi. Il primo, quello dirompente, rabbioso, e potente nella sua precisione sociologica, conserva una matrice melodrammatica e palesi tracce della retorica dei sentimenti: il mondo mi è nemico e mi costringe all’angolo, io reagisco maledicendo tutti e tutti con uguale intensità, i gay, gli italo americani, gli ebrei, i borghesi, Gesù Cristo e Bin Laden. Nessuno può sfuggire alla mia rabbia e poi, così facendo, recupero forza, dignità e mostro soprattutto coraggio. Chi mai può contestare quello che dico? Chi mai può dire che gli agenti di borsa non sono il male? Che gli ebrei ortodossi non vendano diamanti sporchi di sangue degli schiavi? Che Dio è morto? Che Bin Laden deve arrostire con le sue vergine all’inferno?<br />
Il secondo registro, appena accennato, ma innovativo e capace di smontare tutto il suddetto: è quello della responsabilità individuale. No, un momento, è colpa mia. In questa brutta storia posso prendermela solo con me stesso: va fa n’culo a te, avevi tutto e hai buttato tutto: brutta testa di cazzo!<br />
Il contrasto nel film produceva un eccellente stridore, anche perché si era poco dopo l’11 settembre (chissà se in quel momento la visione di Monty del mondo occidentale non fosse simile a quella dei terroristi).</p>
<p>Il filosofo Isaiah Berlin ha incessantemente ragionato su questi due registri. Il primo, quello melodrammatico, è di derivazione romantica, il secondo prende spunto dall’illuminismo. I romantici, nella loro rivoluzione iniziata in Germania alla fine del ‘700, misero in dubbio l’esistenza di una verità oggettiva esterna, vecchio caposaldo illuminista. Il grande errore dell’illuminismo in fondo fu proprio questo: derivare per analogia dalla matematica e dalla medicina (discipline allora fortemente <em>in progress</em>, basti pensare all’impatto che Newton ebbe sui filosofi illuministi) il concetto di regola universale. Come un&#8217;equazione matematica, la verità esiste oggettivamente, è solo sepolta sotto una coltre di ignoranza e superstizione religiosa. Se scaveremo, se ci libereremo dai rifiuti troveremo la strada giusta. Non si potrà sbagliare, quella sarà la via oggettiva, sia per me sia per uno che abita in nuova Caledonia. L’uomo ha dunque una sola responsabilità, un solo obiettivo, liberarsi dagli ingombri religiosi, dall’ignoranza diffusa e seguire la regola. </p>
<p>A questo si opposero i romantici. I valori non sono regolati e definiti una volta per tutte, è l’uomo, anzi l’artista che li crea. L’arte infatti non è imitazione della natura, tantomeno rappresentazione, ma espressione. L’uomo romantico lotta, incessantemente e contro tutti, per esprimere e affermare i propri valori. Sì, bene, ma dove sono questi valori? Alcuni dicevano nell’autenticità, nell’io più profondo, altri, per analogia, cominciarono a sostenere che il valore autentico, quello ultimo, dunque definitivo e puro e incorruttibile, non si trovava nell’ambito individuale ma in una sfera superiore, per esempio nella patria. Errori romantici. In fondo, anche loro hanno ragionato come gli illuministi, per analogia, per successivi slittamenti di senso: il valore è diventato oggetto puro, universale. La loro rivoluzione, come dice Berlin, ha prodotto sia artisti eccelsi sia spregevoli individui, come Hitler, appunto. E allora? Che si fa? Romantici o illuministi? </p>
<p>Sembra una questione irrisolvibile e lo è ancora di più se osserviamo con occhio un po’ distaccato l’Italia. L’istinto melodrammatico predomina ovunque. Nei commenti sui giornali (alcuni lettori del <em>Fatto quotidiano</em> sono esemplari in questo genere di attività), nelle dichiarazioni pubbliche e private, nelle elencazioni dei mali sembriamo tutti Monty. Ma Monty a metà, senza la responsabilità individuale. Preferiamo il primo registro, insomma: noi un dialogo così, alla maniera di Monty, lo avremmo scritto con maggiore difficoltà, impegnati come siamo a spingere sul registro romantico.</p>
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		<title>Il Golden Rice e il futuro dell’agricoltura</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Sep 2012 08:19:09 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lo so, sembra un quadro astratto. Bisogna farci un po&#8217; l&#8217;occhio. Rappresenta il riso. È un&#8217;immagine elaborata da Ingo Potrykus, l&#8217;ideatore, insieme al suo gruppo di ricerca del Golden Rice, di una varietà di riso arricchito con la protovitamina A. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/09/29/il-golden-rice-e-il-futuro-dellagricoltura/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="aligncenter size-full wp-image-356" title="golden_rice (1)" src="http://www.ilpost.it/antoniopascale/files/2012/09/golden_rice-1.gif" alt="" width="477" height="340" /></p>
<p>Lo so, sembra un quadro astratto. Bisogna farci un po&#8217; l&#8217;occhio. Rappresenta il riso. È un&#8217;immagine elaborata da Ingo Potrykus, l&#8217;ideatore, insieme al suo gruppo di ricerca del Golden Rice, di una varietà di riso arricchito con la protovitamina A. In alto, a sinistra e a destra, notate due rettangoli, sono le cosidette varietà di partenza. Gli incroci di linee sono, invece, le successive e molteplici ibridazioni. Le linee verticali colorate all&#8217;interno dei rettangoli, rappresentano le modifiche che tali incroci hanno portato sul genoma originario. Sono presenti traslocazioni e mutazioni geniche e alla fine, la varietà tradizionalmente coltivata, sulla sinistra, nome in codice IR64, è un (almeno per me) bellissimo arabesco di colori. C&#8217;è tutta la sapienza umana e la competenza di agronomi, genetisti e breeders, sapienza che ora possiamo, come dire, radiografare grazie alla biologia molecolare.</p>
<p>Ma non è per questo che Potrykus ha ideato questa immagine. È solo per colmare un vuoto di conoscenza. Quando si parla di ogm si è portati a pensare che da poco, da circa metà degli anni &#8217;80, abbiamo cominciato a modificare geneticamente le piante. Dunque, scatta subito l&#8217;associazione: prima le piante erano naturali e sane, da ora non più. È un bias cognitivo, un pregiudizio. Ecco qui. Potrykus ci fa vedere quante modifiche genetiche abbiamo apportato negli anni, tutte a scopo migliorativo &#8211; modifiche che non posso qui elencare perché occuperei due pagine.</p>
<p>Poi ci fa vedere sulla destra, la sua varietà ingegnerizzata, cioè, il golden rice, ovvero, ci mostra l&#8217;aggiunta, con la tecnica del DNA ricombinante, dei geni utili alla produzione della protovitamina A. La indica con una freccia. Vedete? È una piccola linea verticale colorata che si inserisce nel preesistente arabesco.</p>
<p>Domanda Potrykus. Perché se con le tecniche tradizionali &#8211; ce ne sono svariate, dall&#8217;incrocio alle mutazioni indotte con cobalto – modifico, spesso in maniera grezza e imprecisa, il genoma di una pianta, non devo sottostare a controlli rigidi e severi e costosi, tantomeno devo affrontare campagne stampe avverse? E perché se invece inserisco, con la tecnica del DNA ricombinante, un solo gene che – come da figura &#8211; comporta una piccola e precisa modifica, non solo devo difendermi da accuse infamanti, ma pagare per avviare a una serie di controlli che mi portano via soldi, e tanti: realizzare una pianta GM non costa tanto, quello che costa sono le svariate procedure di controllo, roba da decine di milioni di dollari.</p>
<p>Dunque aggiunge Potrykus: finora abbiamo modificato, tradizionalmente, i genomi delle specie, di tutte, tutte, proprio tutte, e nessuno si è mai spaventato, né ha chiesto controlli. E quello che vale per il riso, vale per tutte le colture, anzi se guardate il mais o il grano, il quadro sembrerà dipinto da Pollock. Bene, siamo sicuri infatti che in tutte queste modificazioni non ci sia scappato un gene pericoloso? Diciamo la verità: non ce lo siamo mai chiesto. Ce lo chiediamo ora, e spaventati chiediamo sicurezza massima e rischio zero, trattiamo queste piante come centrali nucleari fuori controllo – e alcuni paroloni come “contaminazione genetica” tendono a farci credere che un gene produca uranio e non una semplice proteina &#8211; e invece le piante GM si distinguono dalle altre piante, tradizionalmente modificate, solo per il modo, ovvero la tecnica grazie alla quale aggiungiamo (o silenziamo) dei geni.</p>
<p>Una tecnica, quella del DNA ricombinante, che mi permette di prendere il gene utile, di cui a differenza del passato, conosco tutto, il promotore che lo attiva, la sequenza codificante, l&#8217;interruttore che la spegne, e posso tagliarlo dal genoma d&#8217;origine e inserirlo nella mia varietà, un transgene, appunto. C&#8217;è anche il cisgenico, all&#8217;interno dello stesso ordine botanico, ma sono distinzioni labili. Il mio DNA condivide il 50% dei geni con la pianta del banano. Il 98,5 con gli scimpanzè. Insomma deriviamo da una stessa cellula eucariotica, e un gene codifica un carattere non l&#8217;essenza di una specie.</p>
<p>Potrykus combatte da anni per liberalizzare il mercato, basta controlli così severi e assurdi, che tengono, in sostanza, fuori gioco tutta la ricerca pubblica &#8211; in Italia è vietato addirittura sperimentare in campo. Questi controlli impediscono che i ricercatori pubblici lavorino su varietà piccole ma utili. Chi ce l&#8217;ha – se non una multinazionale &#8211; 20 milioni di euro per mettere sul mercato una pianta GM, fosse un pomodoro resistente al virus o una mela Renetta resistente a un fastidioso coleottero?- ma le multinazionali spendono per controlli e vogliono recuperare, quindi si limitano a migliorare piante di largo consumo.</p>
<p>I ricercatori italiani che io conosco, la prima cosa che mi dicono è: oggi sono andato a chiedere un finanziamento, perché non ho soldi per pagare i miei collaboratori. Pensate se mai possono svolgere il loro lavoro con tecniche moderne.</p>
<p>Spesso nei discorsi così eccitati intorno alle questioni biotecnologiche si ignora il contesto di riferimento: rispetto a cosa queste piante sono peggiorative o migliorative? Pericolose o meno? Qui dobbiamo fare un salto indietro di 150 anni. Poco, qualche generazione. Eppure sono sufficienti a dimostrare che a metà Ottocento le condizioni di salute dei nostri avi non erano così buone, per non parlare dei secoli passati. Questa non è una mia opinione, ci mancherebbe. Svariati studi di demografi, antropologi, agronomi, economisti concordano sui dati. Cito solo per ragioni esemplificative gli splendidi studi del premio Nobel per l&#8217;economia, Robert W. Fogel. Sono ossessivamente dedicati alla questione mortalità, e non solo quella infantile (Fuga dalla fame, Edizioni vita e pensiero). La miseria è perdurata per millenni ed era ancora tangibile e devastante ai primi del Novecento. Con il miglioramento dell&#8217;alimentazione, miglioramento che è recente (empiricamente e senza diagrammi del resto si intuisce la cosa: mio nonno pensava solo a mangiare, per tutta la vita ha sofferto di fame), la mortalità è cominciata a scendere e l&#8217;aspettativa di vita a salire. Migliorano tanti parametri, altezza, indice di massa corporea, peso. Una collezione impressionante di dati, spesso raccolti dagli archivi dell&#8217;esercito, ci mostra come il nostro fisico sia diventato più resistente alle malattie, a partire dalla seconda metà del 1700, ma solo di recente abbiamo assistito a una vera rivoluzione, per cui la curva dell&#8217;aspettativa di vita si impenna e quella della mortalità si abbassa. In sostanza, spiega Fogel, è valida l&#8217;equazione: cattiva nutrizione maggiore frequenza di infezioni, buona nutrizione bassa frequenza. Naturalmente c&#8217;entrano l&#8217;assistenza sanitaria, l&#8217;aumento del reddito, il progresso tecnologico e l&#8217;igiene personale, ma la colonna portante è rappresentata dall&#8217;alimentazione.</p>
<p>E qui il diagramma di Potrikus ci fa vedere come il miglioramento genetico (cercare i geni a noi più utili e spostarli a nostro vantaggio) ci abbia fornito piante migliori, più basse, più produttive, più resistenti ad alcune malattie. All&#8217;elenco vanno aggiunti però altri elementi. L&#8217;arrivo dei primi concimi, i diserbanti, gli agrofarmaci, la meccanizzazione. La modernità. La rivoluzione verde. Abbiamo mangiato meglio, abbiamo mangiato tutti. Prima, in assenza dei suddetti elementi, la resa era bassa, le carestie frequenti e mio nonno ne buttava di maledizioni, perché nonostante coltivasse in regime di biologico forzato (per povertà non poteva permettersi concimi e altro) gli insetti, ingrati, attaccavano lo stesso i suoi campi, facendo strage di carboidrati e microelementi. Dunque, cattiva alimentazione quindi alta mortalità.</p>
<p>Non è una mia opinione, se qualcuno non ci crede si deve prendere la briga di smentire i dati, di Fogel e di altri. Del resto, più semplicemente, basta guardare cosa è successo negli ultimi 47 anni: quando sono nato, nel 1966, c&#8217;erano tre miliardi di persone. Nel 1974, 4 miliardi, 1987, 5 miliardi, 1999, 6 miliardi, 2010, 7 miliardi. Una rivoluzione demografica mai vista, a pensare che nel 1800 eravamo un miliardo, e solo negli anni 30 nel novecento, abbiamo raggiunto i due miliardi.</p>
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		<title>Troisi e la solitudine dell’Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Sep 2012 10:50:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Paolo Poli]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra i fans di Massimo Troisi c’era, e credo ci sia ancora, una discussione non accesa ma aperta: se sia più bello il primo film, Ricomincio da tre, o il secondo, Scusate il ritardo. È un po’ come la preferenza &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/09/25/massimo-troisi-innovazione/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/eRkRCnHn0C8" frameborder="0" width="610" height="458"></iframe></p>
<p>Tra i fans di Massimo Troisi c’era, e credo ci sia ancora, una discussione non accesa ma aperta: se sia più bello il primo film, <em>Ricomincio da tre</em>, o il secondo, <em>Scusate il ritardo</em>. È un po’ come la preferenza tra mamma e papà: io, per esempio, sono più affezionato a <em>Scusate il ritardo</em>. Preferenza a parte, i film di Troisi – ma tutto il lavoro fatto anni prima con la <em>Smorfia</em> – tra le tante novità, portavano sulla scena due elementi non usuali: l’affanno e la balbuzie. Sono due caratteristiche della cultura popolare. Allora, questi due elementi avevano forza e risultavano originali soprattutto perché si concentravano su un luogo simbolo, Napoli e i napoletani, appunto.</p>
<p>Spesso la descrizione di questo luogo e dei suoi personaggi provocavano in alcuni di noi, napoletani e non, solo noia e rabbia. Proprio perché erano tanti i <em>bias</em> cognitivi ed era, inoltre, imbarazzante lo spregiudicato uso di cliché. Pier Paolo Pasolini, il nostro grande antropologo, poeta e indignato osservatore delle dinamiche della modernità, nel suo saggio <em>Gennariello</em> &#8211; un saggio poco citato ma nel quale sono visibili molte tracce del suo pensiero (brillante e reazionario) &#8211; dice che i napoletani gli stanno parecchio simpatici, perché appartengono a un’antica tribù passata attraverso la modernità senza farsi corrompere. Quindi tutto ciò che avveniva a Napoli era frutto di uno scambio di antichissimo sapere. Anche se ti rubano il portafoglio, diceva Pasolini, anche quel gesto era frutto di uno scambio di antichissimo sapere. Detta in parole povere, se il portafoglio ce lo rubano a Roma, passiamo una cattiva giornata &#8211; per non parlare di tutte le conseguenze pratiche, blocca le carte di credito, fai la denuncia, e cose così &#8211; ma se invece ce lo rubano a Napoli, beh, allora, meno male, perché siamo stati oggetti di uno scambio di antichissimo sapere.</p>
<p>Siccome molti di noi napoletani avevano parenti che affondavano radici nell’Ottocento, eravamo certi che l’antica tribù fosse una fantasia di letterati con forte spinta ideologica, più che empirica e conoscitiva. Insomma, i tuareg non li avevamo mai visti, ed eravamo certi, poi, che l’immaginario napoletano fosse frutto di un sentimento nostalgico, una grande recita collettiva durante la quale tendevamo a non scontentare il nostro interlocutore, il quale voleva essere sì ingannato ma con sentimento – «a Napoli ti rubano le valige, ma lo fanno con il cuore» disse una volta Paolo Poli, rientrando così a tutti gli effetti nella premiata associazione “viva i furti tipici”, come quelli di una volta, al tempo dei tuareg.</p>
<p>Dunque, quando arriva Massimo Troisi con la sua balbuzie e i suoi affanni (sentimentali e culturali) lo scenario fortunatamente muta. Cambia proprio la modalità d’espressione. Il pensiero non è più sottomesso alla forza di un immaginario già scritto ma tenta di liberarsi dalle catene della tipicità. E naturalmente per lo sforzo spreca energie, va fuori strada, si inceppa, riparte con brio per poi interrompersi. Insomma, la battuta finale è il risultato non di una simpatia innata e vocazioni millenarie ma di una ricerca, costante e inquieta. Troisi ci mostra cioè, con sprezzo del pericolo, le modalità del pensiero in formazione, si arrovella, sembra cedere e poi giunge al traguardo, ma è solo un attimo di luce prima che il gorgo lo ritrascini nell’abisso.</p>
<p>Era un sentimento che negli anni Ottanta (che furono anche anni di apertura, globali, alla <em>Mister Fantasy</em>) sentivamo vicino. Per arrivare al traguardo, non basta la battuta esemplare e precisa, quella è segno di perfetta adesione al modello dominante. Sul filo di lana, dobbiamo portare e soprattutto mostrare anche i pesi, e quindi gli intralci e le buche, i passi falsi, quelli naturali e specifici, perché, poi, la balbuzie e gli affanni sono l’unico modo (il metodo di ricerca) che abbiamo per rileggere un modello che non ci piace.</p>
<p>La scena della macchinetta del caffè mi torna in mente nei momenti di scoramento, quando mi sento parte dell’insieme Italia. Il paese allora m’appare proprio come il vecchio professore di Troisi, una brava persona, ma molto legata al suo appartamento, alle sue cose, private e piccole. Se si apre è solo per sfruttare il vantaggio contingente e materiale che questa apertura gli dona &#8211; nella fattispecie la mamma di Vincenzo lava i panni sporchi del professore e gli prepara da mangiare. Per il resto, la porta di casa è chiusa, anche se Vincenzo ha le chiavi dell’appartamento e sfrutta l’assenza dell’inquilino per portarci Anna. Nulla può essere toccato in quella casa, nemmeno la lampada da due lire: «si rompe!», dice il professore a Vincenzo, che per noia la piega.</p>
<p>Il professore rappresentava, allora, una vecchia idea di Napoli, una città culturalmente incapace di cambiare. Ma se il professore era Napoli, l’Italia era come il professore? Siamo così? mi chiedo – ma sono momenti di sconforto. Un paese che vive in brillante e reazionaria solitudine e non compra la macchinetta da 12, perché non crede giusto investire nel futuro? non si prende dei rischi, non accetta balbuzie e affanni, elementi utili per liberarsi dalle catene del passato? Anzi al contrario, appare teso a difendere pezzi di territorio: quelli, si sa, sono dotati di antichissimo valore e vocazioni millenarie. Un paese tipico e piccolo, come il professore?</p>
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		<title>The Elephant Man ed Eluana Englaro</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Sep 2012 11:30:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Paolo Sorbi]]></category>
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		<description><![CDATA[È un vero manifesto poetico, The Elephant Man di David Lynch (1980). Per la prima volta, sullo schermo, veniva raccontata la storia di un uomo malato di neurofibrosi cistica (una malattia che deforma il cranio) che prova orrore e spavento &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/09/17/the-elephant-man/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/SDJDLN2Li2I" frameborder="0" width="610" height="343"></iframe></p>
<p>È un vero manifesto poetico, <em>The Elephant Man</em> di David Lynch (1980). Per la prima volta, sullo schermo, veniva raccontata la storia di un uomo malato di neurofibrosi cistica (una malattia che deforma il cranio) che prova orrore e spavento ogni volta che subisce lo sguardo, inorridito e spaventato, degli altri. Le figure mitologiche (così fantasmagoriche) del mostro, del deforme, del malato ora, grazie a Lynch, venivano capovolte e cambiate di segno. Più di Hugo e del suo Quasimodo, Lynch raccontava della paura che il malato ha di far paura. «Noooo, non sono un animale, sono un essere umano&#8230; sono un uomo» è il grido che John Merrick libera (liberandosi) quando viene circondato dalla folla pronta a linciarlo. Sono un essere umano, grida (e la folla si allontana). Ovvero: sono i vostri sguardi – nel film ce n’erano parecchi, quelli crudeli, quelli medici, quelli compassionevoli, quelli ricattatori e quelli sinceri – che mi rendono mostruoso, quindi senza speranza di cambiamento.</p>
<p><em>The Elephant Man</em> è un manifesto poetico e filosofico da sottoscrivere: non si può rappresentare il dolore degli altri se prima non si ha la compiacenza di misurare e delimitare, quindi, definire il proprio (sguardo di) dolore. Sono gli ultimi 11 minuti del film. John Merrick, dopo varie peripezie da mostro, assiste a una rappresentazione teatrale, organizzata a sorpresa dalla signora Kendal, un’attrice. Non è la sola che si sia avvicinata a lui, ma è l’unica che l’ha fatto attraverso il teatro &#8211; l’arte, si sa, purifica, così John Merrick perde il corpo deforme e mostra il suo cuore sensibile. Per la prima volta riceve un applauso, e non subisce sguardi cattivi, o compassionevoli, né invasivi. Questa volta sente la sincerità di quegli sguardi, le persone applaudono la sua sensibilità verso il teatro.</p>
<p>Perché dunque Merrick decide di suicidarsi, dormendo supino (la deformità del suo cranio non gli consente la posizione fetale)? Perché sceglie di morire, proprio nel momento in cui sembra sia stato ben accettato dagli altri? È vero, Merrick in realtà è già malato e non ha possibilità di guarigione. Però accelera, e consapevolmente. Il suo suicidio è proprio il tentativo di preservare all’infinito il gesto di magnanimità altrui. La bontà, lo sguardo degli altri sul mostro, il nostro sguardo, infatti, non potrà essere mantenuto per sempre sullo stesso tono: le corde della sensibilità e della purezza non vibreranno più come questa sera. L’uomo elefante teme proprio che l’indomani possa ridiventare fenomeno da baraccone, creatura deforme soggetta continuamente al nostro ribrezzo o al suo opposto, la pietà. Fermiamoci qui, nel momento più alto, ora che il modellino della cattedrale è finito, non voglio rischiare di essere di nuovo invaso dai vostri sguardi peggiori.</p>
<p><em>The Elephant Man</em> è film utile per avvicinarci al concetto di autodeterminazione. In situazioni particolari di disagio cronico e irreversibile, il malato è continuamente soggetto all’invadenza del nostro sguardo. C’è di più: la nostra percezione del corpo del malato (mostruoso) può mutare nel tempo, passando dallo «sguardo» medico, dunque curativo, allo sguardo morboso, pietoso, fino a quello di disprezzo, una mortificazione per il corpo e la mente. In tutti questi casi è significativo il cambio di punto di vista: io malato, condannato irreversibilmente a morire da qui a poco, decido di porre termine alla mia vita per fermare il vostro sguardo nel suo punto più alto e nobile, poco prima, cioè, che la vostra generosità si trasformi e diventi sentimento mostruoso e invadente.</p>
<p>L’autodeterminazione, dunque, raffina gli sguardi, li separa. Sono io (il mostruosamente malato) quello capace di accettare o rifiutare il vostro amore. Non siete voi sani a donarmi amore, ma sono io, il mostro, che vi insegno dove fermare i vostri sguardi d’amore (presunti e mutevoli). Anche perché l’amore non rende la vita migliore, al limite, e con molta fatica, la rende possibile. E poi l’amore in molti casi, senza separazione e autodeterminazione, è uno strumento egotico, utile solo a invadere l’altro: il problema del prossimo è sempre la sua eccessiva prossimità. E soprattutto la sofferenza del malato a essere mostruoso, se irreversibile e prolungata, non amplia la nostra sensibilità né il nostro amore per la vita, tantomeno rende nobili i nostri sguardi. La sofferenza può aver senso solo se si fa qualcosa, di giusto e necessario, per superarla.<br />
Forse l’incapacità di misurare e delimitare i confini dei nostri sguardi, ha fatto sì che nel febbraio del 2009 una moltitudine di persone invadesse il corpo di una ragazza in irreversibile stato di coma vegetativo. E si ascoltassero, oltre a Celentano e altri <em>maitre à penser</em>, commenti come quello di Paolo Sorbi, presidente del Movimento per la vita (ex Lotta Continua, formatosi a all&#8217;università di sociologia a Trento). Dai microfoni di Radio Maria (la radio più ascoltata in Italia), rivolgendosi con il “tu” e con un cadenza napoletana a Beppino Englaro, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=MY7-wh69WCg">rilasciava dichiarazioni di questo tipo</a>:</p>
<blockquote><p>«Peppì ma quante volte fai ‘sti ricorsi, ma non ti scocci di andare in tribunali, so&#8217; personaggi spaventosi: i magistrati, avvocati&#8230; Peppì, si lavora poco nei tribunali, non ti mettere in mano all&#8217;ingiustizia&#8230; hai scocciato il mondo con questi ricorsi&#8230; non si può interrompere l&#8217;alimentazione a una povera ragazza&#8230; se l&#8217;embrione è una persona umana e Eluana come te siete due postembrioni ma perché devi uccidere Eluana&#8230; ma&#8230; te la tengono le suore, te la tenniamm&#8217; noi, non la vuoi vedere più? e non la vedere più&#8230; vuoi avere un biglietto gratis per farti un dio di viaggio, a livello mondiale, 500 paesi? te lo diamo, ti paghiamo un biglietto gratis, vavattenn&#8217;, ti vuoi rendere conto che sei un caso umano?&#8230; don Peppì non metterti paura subito con la mano sul portafoglio&#8230; Peppì non mi &#8216;a tucca a &#8216;Eluana&#8230; vatt&#8217; a fare nu&#8217; dio &#8216;e viaggio, lasciaci soffrire con Eluana, non è male la sofferenza, la sofferenza re-di-me che lo vuoi o non lo vuoi&#8230; La sofferenza è la grande strada, non è obbligatorio stare nella grande strada, si può stare anche nei viottoli e pure io sono un amico dei viottoli, così ci conosciamo, ci andiamo a fare una piazza quando ci incontriamo&#8230;»</p></blockquote>
<p>Non era una voce isolata, quella di Paolo Sorbi. Esprimeva in maniera violenta (e forse più onesta) un pensiero più vasto che in quel periodo ha aggredito, credo purtroppo, e spero non irreversibilmente, anche territori laici, quelli che credevamo capaci di analisi e separazioni, caso per caso, dignità per dignità. In fondo, come Sorbi, in tanti desideravano soffrire, ma a patto che di questa sofferenza fossero solo spettatori. Molti, spaventati, equivocavano, di sicuro per un eccesso di vanità, il singolo caso Englaro. Pensavano di dovere morire al posto di Eluana, scambiavano il proprio stato di salute con quello di una ragazza in coma vegetativo da 17 anni. E se toccasse a me, si chiedevano, in fondo, nei loro discorsi? Anche questo era il senso tangibile di una smisurata invasione.</p>
<p>In un contesto sociale confuso è utile ricorrere a fonti specifiche o, come nel caso Englaro, giuridiche, perché queste si fondano su un pensiero filosofico e su una riflessione di ampio respiro che, invece di generalizzare, riescono a rendere unici e particolari alcuni casi. Il decreto del 9 luglio 2008 del Tribunale Civile di Milano:</p>
<blockquote><p>«un giudice può autorizzare la disattivazione di tale presidio sanitario (fatta salva l’applicazione delle misure suggerite dalla scienza e dalla pratica medica nell’interesse del paziente), unicamente in presenza dei seguenti presupposti: (1) quando la condizione di stato vegetativo sia, in base a un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile e non vi sia alcun fondamento medico, secondo gli standard scientifici riconosciuti a livello internazionale, che lasci supporre la benché minima possibilità di un qualche, sia pur flebile, recupero della coscienza e di ritorno alla percezione di un mondo esterno e (2) sempre che tale istanza sia realmente espressiva, in base a elementi di prova certi, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita, dei suoi convincimenti, corrispondendo al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona. Ed, ove l’uno o l’altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l’autorizzazione, dovendo allora dare incondizionata prevalenza al diritto alla vita, indipendentemente dal grado di salute, di autonomia e di capacità intendere e di volere del soggetto interessato e dalla percezione, che altri, possano avere, della vita stessa».</p></blockquote>
<p>Il cuore del decreto quindi è rappresentato dalla ricostruzione della personalità di Eluana e delle opinioni manifestate dalla ragazza rispetto alla sua preferenza di morire piuttosto che vivere in condizioni compromesse. Rispettare le volontà di Eluana non implica universalizzare quelle volontà. A ciascuno il suo sguardo. A ciascuno la volontà di accogliere o rifiutare lo sguardo altrui che si posa, con vari gradi, dalla grazia alla pesantezza, su di noi.<br />
Anche questo testo, a suo modo, è un manifesto poetico da sottoscrivere.</p>
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		<title>La prova del nove</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Sep 2012 13:31:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[È la scena che meglio descrive il tema del film Il Cacciatore (Michael Cimino, 1978): uccidere o morire, montagna o in Vietnam non fa differenza, ma deve succedere lealmente. Con un colpo solo. Appunto. Tre ragazzi (di origine russa), Michael &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/09/11/cacciatore-michael-cimino/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youtube.com/watch?v=qcmtBO0X9AY">È la scena</a> che meglio descrive il tema del film <em>Il Cacciatore</em> (<a href="http://www.ilpost.it/2012/08/31/storia-di-michael-cimino/">Michael Cimino</a>, 1978): uccidere o morire, montagna o in Vietnam non fa differenza, ma deve succedere lealmente. Con un colpo solo. Appunto. Tre ragazzi (di origine russa), Michael (de Niro), Nick (Walken) e Steve (Savage) operai in acciaieria, vanno in guerra. Prima, da civili, sono cazzari, più o meno simpatici, ridono in maniera grassa, spesso insensata ed esasperante, si fanno scherzi stupidi, giocano con il tempo e la vita senza pensarci troppo, e come hobby prediletto cacciano il cervo sulle montagne. In larga parte hanno difficoltà a esprimere i propri sentimenti, se lo fanno li raccontano con una sorta di affanno e di imprecisione, insomma, di titubanza soffusa, e però, così poeticamente resa da Cimino – è difficile dire una frase come: tu hai qualcosa dentro (tipicamente e inutilmente usata da tutti) e sentirsi toccati dentro proprio per via dell’affermazione suddetta.</p>
<p>Michael qui discute della sua teoria: <em>one shot</em>. La regola del colpo solo non deve essere riservata soltanto al cervo, ma per estensione, si capisce, è riservata agli altri: si va in guerra, bene, ma con delle regole leali, perché noi (gli americani, gli occidentali) siamo democratici e per questa pratica lottiamo, anche e soprattutto in guerra. Perché, sosteniamo, uccidere o morire in Vietnam o in montagna non fa nessuna differenza. Questa è la tesi da primo atto. Ora, la drammaturgia quando funziona applica una sorta di prova del nove alla tesi iniziale, per vedere se il risultato della moltiplicazione è corretto. Il bello è che la drammaturgia funziona bene, anzi, funziona solo se la prova del nove è imprecisa, ovvero se la prova del nove fallisce (se non sbaglio è una possibilità che può verificarsi, in alcuni casi, anche in matematica, per la prova del nove. Ma sono stato rimandato tre volte in matematica allo scientifico e ad Agraria ho preso 18 all’esame di matematica generale, quindi…).</p>
<p>Nel film Michael, Nick e Steve dovranno, guarda caso, giocare con un colpo solo: la roulette russa, nelle famose e strazianti scene. Ovvero, prima cacciavano il cervo, sì armati, ma tuttavia difesi (e insensibili) dalla regola del colpo solo, ora sono loro stessi a essere dalla parte del cervo, indifesi e sguarniti, e devono fare i conti la tesi iniziale, le loro stesse parole: la lealtà del colpo solo. Basta poco, cioè cambiare prospettiva e punto di vista, e la regola democratica &#8211; quella necessaria a garantire pace e prosperità &#8211; diventa brutalità cruenta, pratica mortificante per la vita che dovrà ancora venire. Michael e Nick &#8211; seduti al tavolo, da cacciatori a cervi &#8211; dovranno venire meno alla loro regola, giocare non con una ma con tre pallottole, sperare di non uccidersi e utilizzare i tre colpi per sparare ai vietcong intorno al tavolo. Il colpo solo viene a cadere come principio. L’esperienza cambierà la prospettiva.</p>
<p>Al ritorno, tutta la comunità sarà ferita, Michael dovrà occuparsi di recuperare gli altri, soprattutto Nick, bloccato da una coazione a ripetere nella pratica del colpo solo: ha perso la memoria e gioca per soldi alla roulette russa. Cosa cambia allora, avendo infranto (perché costretti a farlo) la regola? Michael non spara più al cervo. Diciamo la verità, quando sei stato costretto a essere cervo non vuoi o non puoi più sparare ai cervi. Michael accetta l’improvvisa rivelazione con un semplice: ok. Però <a href="http://www.youtube.com/watch?v=AEEwxVxr7x8">gridato dai bordi di una cascata</a>, affinché l’eco superi il rumore di fondo della natura, o perché l’ok si confonda con il sibilo della natura, come a dire: a volte fa parte della nostra natura essere altruisti, collaborativi, pacifici, insomma. Basta sapere ascoltare gli echi.</p>
<p>(<strong> <a href="http://www.ilpost.it/2012/08/31/storia-di-michael-cimino/">La straordinaria storia di Michael Cimino</a></strong>)</p>
<p>La prova del nove corrisponde al secondo atto narrativo. Secondo David Mamet l’atto più difficile (nelle sue lezioni di drammaturgia, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8875212651/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8875212651">I tre usi del coltello</a></em>, minimum fax) comincia quando quello che voleva bonificare la palude, s’accorge che è immerso fino al collo nel fango e cambia idea. Ora vuole ritirarsi. Quindi nel percorso di ritorno rivede i suoi passi, fa la prova del nove appunto, e poi torna, rinfrancato e con più forza a risolvere il conflitto. Il terzo atto (preceduto da un buon e serio secondo atto) garantisce la risoluzione del conflitto e l’apertura di una nuova strada, oppure la mortificazione della tesi iniziale ma l’acquisizione di una percezione diversa.</p>
<p>La qualità del secondo atto dipende dalla capacità di introspezione e immaginazione, dalla sensibilità che mostriamo nel definire noi stessi in rapporto con l’ambiente: si tratta di un rapporto biunivoco, noi cambiamo il mondo e il mondo cambia noi. Un buon secondo atto dovrebbe, quindi, escludere quegli elementi di melodramma coatto e sciatto (&#8220;il mondo mi è nemico, e io solo possiedo la verità&#8221;) e anche le pratiche ricattatorie e di ovvia consultazione, come invocare parole magiche o preferire le soluzioni religiose, così come accade spesso nelle epoche agitate.</p>
<p>Sarei molto contento, tuttavia, se qualcuno più serio e con dati analitici alla mano, dimostrasse che un paese senza una buona drammaturgia è una paese con un deficit democratico. Se qualcuno dimostrasse che in Italia, per esempio, il primo atto è portentoso (dichiarazioni <em>ad libitum</em>), il terzo atto arriva sempre, ma ci viene a mancare proprio la capacità di mettere alla prova le nostre parole. Non apriamo le porte a nuove e più utili percezioni, come se fossimo tragicamente bloccati al tavolo della roulette, ma così per gioco e senza conseguenze, almeno in apparenza.</p>
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		<title>La mia vita con Carmelo Bene</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Mar 2012 10:11:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Carmelo Bene]]></category>
		<category><![CDATA[Lectura Dantis]]></category>
		<category><![CDATA[Quattro diversi modi di morire in versi]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel 1974 (avevo 8 anni) seguivo con trepidazione la serie UFO. In un futuro non lontano (1980) la Terra è minacciata da alieni (di colore verde e respiravano attraverso un liquido, verde anche esso). A contrastare la minaccia (il sibilo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/03/19/la-mia-vita-con-carmelo-bene/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel 1974 (avevo 8 anni) seguivo con trepidazione la serie UFO. In un futuro non lontano (1980) la Terra è minacciata da alieni (di colore verde e respiravano attraverso un liquido, verde anche esso). A contrastare la minaccia (il sibilo dei dischi volanti, opera di Barry Gray attraverso i primi sintetizzatori elettronici: lo risento ancora, in qualche notte insonne) c’è la base Shado. Il comandante in carica è Straker (l’attore Ed Bishop). Un personaggio inquietante, almeno la mia memoria lo ricorda così: caschetto e frangia, e capelli color biondo platino (la tv era in bianco e nero, ma collezionavo figurine della serie, a colori). I dischi volanti, gli alieni verdi, il sibilo, i raggi laser, enormi computer, il futuro minaccioso dallo spazio profondo e la sorprendente resistenza della Terra, tutto questo alimentava la mia infanzia e la fantasia (crisi economica, austerità, però in quegli anni l’Italia usciva dalla povertà) insomma un mondo altro da me, inquietante e nello stesso tempo curioso, eccitante: che sarà di me, pensavo, negli anni ’80?</p>
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<p>Tempo dopo, eravamo nel 1977 o giù di lì, un pomeriggio accendo la tv (un Grundig con sei manopole per la sintonia) ho un po’ di svogliatezza, quegli attacchi di strana noia che colpiscono gli undicenni (uffa: facciamo qualcosa, e nessuno ti dà retta) allora mi piazzo davanti allo schermo e chi mi appare? Il comandate Straker, in primo piano. Faccione enorme e frangetta. Recitava una poesia, credo. La sua voce era una specie di rantolo, profondo, sembrava stesse male, poi cambiava, diventava un sussurro, poi ancora un sibilo nasale. UFO? Avevano rapito Straker? Poi passa mio padre e sbuffa: madonna questo&#8230; che cazzo vuole da noi. Chi è? Chiedo. Mah&#8230; uno&#8230; mi risponde, Carmelo Bene. Ma è Straker, dico io. Ma chi è Straker? Questo è uno che vuole fare l’attore, non si capisce niente con lui. Vero, forse, non capivo, ma piano piano mi ritrovai con la bocca aperta ad ascoltare questo Carmelo Bene/Straker, con lo stesso senso di inquietudine e curiosità e eccitazione che provavo guardando la serie UFO. E poi successe: Carmelo Bene (o Straker) mi guardò. Dallo schermo televisivo, dico. Lo so che non è possibile, lo so che è una suggestione dovuta al mezzo, mio nonno era convinto che Mike Bongiorno lo guardasse, tuttavia, e lo dico con tutta la logica e la razionalità di cui sono capace: Carmelo Bene mi ha guardato dallo schermo televisivo. Come se volessi salutarmi: darmi il benvenuto. Sì, all’epoca mercanteggiavo in magia e già leggevo i tarocchi, mia cugina Giovanna, una strega (nata il 24 di dicembre) mi aveva già insegnato a togliere il malocchio e quindi magari, chissà, sarò stato facile preda di suggestione emotiva, però, dopo ripensandoci, mi sono convinto: lui mi ha proprio guardato, a me dico, non ad altri. In quel pomeriggio noioso. Ah, stavo guardando <em>Quattro  diversi modi di morire in versi</em>.</p>
<p>Questa storia racconta dei miei due (soli) sguardi di intesa con Carmelo Bene. Due, pochi (non l’ho mai conosciuto), eppure incisivi. Perché sì, l’ammetto con tremore e esitazione che sono stato toccato da Carmelo Bene.</p>
<p>In quarto liceo, poi – andavo malissimo, sempre rimandato in molte materie – presi un buon voto in italiano, 8 + (un voto che poi ha determinato la mia risalita in questa materia) perché spiegai, come preso da uno strano incantamento, in trance, <em>Il sabato del villaggio</em> di Leopardi. Che tra l’altro nemmeno avevo letto e che tra l’altro mi annoiava tantissimo: il pessimismo storico, cosmico, non ci capivo niente. Riuscii tuttavia a spiegarlo perché due giorni prima avevo sentito, in radio, di notte (per molti anni ho dormito con la radio accesa, intere nottate ad ascoltare rai stereo notte, una volta seguii tra la veglia e il sonno i tre tentativi fatti dai cosmonauti russi di tornare sulla Terra, non ci riuscivano, rimbalzavano via, e finalmente al terzo e ultimo tentativo riuscirono a rientrare e io mi addormentai), avevo sentito, dicevo, Carmelo Bene recitare <em>Il sabato del villaggio</em>. Recitava? No Cantava. Quella notte mi si straziò il cuore. Ho ancora presente quella sensazione (la vita è una cosa che strazia il cuore, diceva Cechov), perché mi portai la mano sul petto: <em>godi fanciullo mio stato soave</em>. Non recitava, cantava invece: perché i modi di porgere e accompagnare il verso non erano quelli usuali, che in genere ascoltavo. Erano alieni, appunto, e mi trasportavano in uno spazio non ovvio, un luogo dai confini incerti, dove sentivo d’essere influenzato da presenze, e la mia mente avviava dunque un processo di revisione, come se dovessi aggiustare la carta geografica per capire dov’ero. Leopardi, dissi, era un poeta civile, <em>Il sabato del villaggio</em> ne è la dimostrazione, quell’accorato grido di battaglia del poeta al garzoncello scherzoso, la vita strazia il cuore, non c’è soluzione allo strazio, il combattimento è una condizione necessaria ma non sufficiente. 8 +.</p>
<p>Nel 1982 vidi Carmelo Bene a <em>Mister Fantasy</em>, (allora) il mio programma preferito, intervistato da Mario Luzzatto Fegiz. Parlava di Pinocchio ed elogiava l’orecchio musicale dei bambini, il solo capace di percepire lo spavento, l’irrimediabile spavento della bara precoce, diceva una cosa così. E poi: lavoro da gran dilettante, quindi con un professionismo efferato, difendere il proprio lavoro sia la prima cosa, non il posto di lavoro, ma il lavoro. Da poco mi ero comprato un apparato stereo, alta fedeltà, casse B&amp;W, amplificatore Techincs SU 7300 (comprato usato, era un prodotto 1970), piatto Thorens TD 166 (un gioiellino, a cinghia), montava testina tipo MM. Mi occupavo di suono, parlavo di distorsione peak, di signal in uscita ed entrata e switch di commutazione e altri dettagli tecnici. La mia discografia comprendeva folk e beat americano, rock americano e inglese (l’album <em>Who&#8217;s next</em> è quello che ancora sento con più piacere, <em>Baba ‘o Riley</em>, il sintetizzatore non è mai più stato usato così), la new wave inglese, che allora stava nascendo (il primo album degli U2 <em>Boy</em> lo presi a Roma, durante una trasferta giornaliera per la manifestazione contro i missili NATO a Comiso: Reagan, i missili metteteli in culo, fu la scritta che mi accolse all’ingresso di Roma, sulla Tiburtina, zona San Lorenzo), la psichedelia, dai Gong ai Pink Floyd, e per finire, avevo due album di quello che consideravo il massimo esperto in fatto di nuove sonorità e di canto: Carmelo Bene. <em>Quattro diversi modi di morire in versi</em>, appunto, e la <em>Lectura Dantis</em>, in occasione del primo anniversario della strage di Bologna, uno stupendo 33 giri, la copertina fatta con ritagli di giornali e quella splendida dedica finale: dedico questa serata, da ferito a morte, non ai morti ma ai feriti dell’orrenda strage.</p>
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		<title>Miracoli artificiali</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 07:23:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[grano]]></category>
		<category><![CDATA[Norman Borlaug]]></category>
		<category><![CDATA[Thomas Robert Malthus]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Secondo principio della termodinamica: l&#8217;entropia di un sistema isolato &#8211; una misura del suo grado di disordine &#8211; non può diminuire, al massimo rimanere costante. Ciò significa che le molecole di una frittata non possono essere programmate per tornare a formare l&#8217;uovo di partenza – mio padre poi la fa con maccheroni, patate, broccoli, spinaci, acciughe, alici, e insomma la questione della reversibilità si complica. Da questo principio, gli umani derivano il concetto di freccia del tempo, l&#8217;idea che la realtà fisica segue una dinamica, certo un po&#8217; confusa, ma che sostanzialmente presenta un prima (le uova) e un dopo (la frittata). I due punti non si possono scambiare. Il secondo principio della termodinamica è stato da me, già bambino, accettato nelle sue più incresciose conseguenze, per cui sono addirittura portato ad anticipare la fine degli eventi, ne prevedo il disordine con accentuato anticipo (che noia scrivere, sento già la stanchezza alle prime battute).</p>
<p>Per fornire un discreto esempio di questa mia malattia posso fornire i seguenti esempi, scusate il bisticcio (è la confusione entropica che avanza). Per me il Natale finisce il 23 dicembre, dopo che mio padre ha acquistato da Ciccio acqua pazza (va beh, un soprannome), fasolari e cozze e gamberoni. Quando torna a casa e comincia a preparare il pesce per il giorno dopo, io già penso che tutto è finito, salto mentalmente il cenone dell&#8217;ultimo dell&#8217;anno e mi vedo proiettato verso la primavera.</p>
<p>L&#8217;estate finisce il giorno di San Giovanni Battista (chissà se il santo ha a che fare con il concetto di entropia, bisognerebbe chiedere a <a href="http://www.ilpost.it/leonardotondelli/">Tondelli</a>), che è il solstizio d&#8217;estate e allora penso all&#8217;inverno, nonostante il caldo, mi immagino già in inverno, sotto un plaid. Con le donne ancora peggio (qui è veramente la vecchiaia), l&#8217;attimo stesso in cui, magari conversando mi accorgo che io o lei stiamo per diventare intimi &#8211; quel cambio di passo, la postura più aperta, meno scontrosa, gli occhi lucidi, il sorriso che affiora, la consapevolezza che seppure senza trucco o con la faccia distrutta dall&#8217;insonnia in quel momento per l&#8217;altro/a sei bello/a, la sensazione che fra poco vi bacerete e la vostra mente comincerà a elaborare una serie di immagini forti e rassicuranti, salde  – in quell&#8217;istante già mi prefiguro la prima litigata che avverrà nel giro di poco e riguarderà la scarsità di tempo, appunto, e di impegno che, secondo loro, io metterei in questa storia, e quindi, da allora in poi, e tranne fortunati casi di donne più uniche che rare (con le quali è bello invecchiare e litigare e capire l&#8217;istante preciso nel quale, per esempio, lei si muove, minimamente, perché chessò vuole qualcosa e tu anticipi la sua voglia) cominceremmo ad allontanarci – e la mente produrrà immagini opposte, di dissoluzione e allontanamento: la frittata è fatta.</p>
<p>Indubbiamente sto messo male, e tendo ad accelerare il processo entropico un po&#8217; per rassicurarmi: te l&#8217;avevo detto io che finiva così&#8230; un po&#8217; per non avere aspettative alte, cadere dal gradino basso non è così pericoloso, un po&#8217; perché la consapevolezza del tempo che passa mi rende più vivo e all&#8217;erta, quasi come se fossi obbligato dalla scarsità di tempo a fare del mio meglio, e non solo per godermi l&#8217;attimo -l&#8217;attimo è già perso, la sua molecola va verso l&#8217;entropia &#8211; ma perché giocare con il tempo che passa ha un vantaggio: me ne deriva l&#8217;impressione che ne avanzi ancora tanto. Come dire: ho sbagliato le previsioni e ci sono sempre uova nel mio frigo e le frittate vengono bene, insomma io voglio, accelerando il disordine, tentare di trovare un ordine &#8211; seppure momentaneo &#8211; un piacere &#8211; certamente effimero &#8211; un miglioramento che di sicuro non mi risolve la vita ma mi dà la sensazione che c&#8217;ho provato e magari d&#8217;ora in avanti posso partire da un gradino più alto &#8211; perché non tornerò mai dov&#8217;ero mai (no, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Jz3tJFkeC8A">dice Lindo Ferretti</a>) e infine, tutto questo per dirvi che è necessario trasformare una malattia in un vaccino, un limite in una qualità e credo che questo meccanismo abbia favorito la nostra storia evolutiva fino da quando ci staccammo dalle scimmie antropomorfe. Siamo animali che hanno la freccia del tempo fissa davanti agli occhi, il nostro grande dono è la nostra grande dannazione. E sono sicuro – e la mia è una sicurezza da scrittore annoiato, che tendiamo a migliorare, alcuni di noi più degli altri e non perché vogliamo il mondo più bello, migliore, pulito e sostenibile, no questi sono accidenti fortunati e postumi, ma perché vogliamo trovare un senso di decenza a un scorrere indecente (porca miseria, si muore, ma no morire, suvvia, no no) e un posto pulito, illuminato bene, dove ripararci in caso di bisogno.</p>
<p>(Ora dico io, sono alla Feltrinelli di Milano, sono le 18.18, la Roma ha perso, mio figlio è distrutto, il Napoli ha vinto e sono contento e al tavolo sul quale mi sono appoggiato per scrivere, vicino a me c&#8217;è una ragazza molto carina che sta leggendo sei libri, dico sei, sull&#8217;autostima e due sull&#8217;oroscopo, ma perché? Potresti conquistare tutta la Feltrinelli e invece&#8230; che faccio glielo dico? no vabbè, mi sto già immaginando che andrà tutto male e litigheremo.)</p>
<p>Ora, c&#8217;è un momento in cui questo disordine naturale, la freccia del tempo, si interrompe, si spezza &#8211; solo un attimo naturalmente &#8211; prima di ricomporsi. A parte quei gradevoli istanti post amore, quando troppo stanchi per alzarci stringiamo gli occhi e mettiamo a fuoco ogni cosa, registriamo con interesse scientifico e analitico la vita che ci passa avanti prima di essere riportati nella bolgia, ma a parte quei gradevoli istanti, per me la freccia del tempo si ingobbisce, liberando il piacere della pausa, quando guardo il grano. Deformazione professionale? Non so, fatto sta che quando guardo un prato verde di grano, magari in procinto di accestire (è un termine tecnico agronomico, ma l&#8217;effetto poetico sussiste lo stesso), io ho un afflato cosmico e rivedo la storia dell&#8217;umanità intera. Me la figuro (questa storia) come un&#8217;inconsapevole corsa contro il tempo nel tentativo di migliorare la pianta che ci ha sfamato per millenni. Immagino questa storia come il passaggio dalla semplicità alla complessità e il tentativo di governare una materia sempre più accesa e febbrile. E immagino che solo una parte di noi ha preso parte (mannaggia le ripetizioni) a questo miglioramento, anzi molti di noi non ne sanno niente.</p>
<p>Il grano è un mostro genetico: è esaploide. Ogni gene ha sei copie, mentre la maggior parte delle creature ne ha due. I suoi 21 cromosomi contengono 16 miliardi di coppie base di DNA, 40 volte quelli del riso, 6 volte quelli del mais e 5 quelli degli umani. Deriva da tre specie ancestrali incrociatesi due volte: il primo ha avuto luogo nel Levante 10.000 anni fa, il secondo, vicino al Mar Caspio circa 2000 anni dopo. Ne è risultata una pianta dai semi molto grandi che non si spargono facilmente su terreni incolti e sono totalmente bisognosi dell’intervento umano per la semina &#8211; non è  commovente tutto questo?</p>
<p>Chi fu il primo a ripiantare i semi e perché? Pare una donna. Insomma, nelle società di cacciatori-raccoglitori le donne hanno (ancora) la responsabilità principale della raccolta delle piante. Come accadde? Per disperazione (i cacciatori raccoglitori, da me tanto amati e nei quali romanticamente mi piacerebbe incarnarmi, se credessi alla reincarnazione si intende) avevano distrutto l&#8217;80% della macrofauna presente sulla terra. Poi ci lamentiamo di oggi. O fu un’ispirazione poetica? Dei chicchi abbandonati  vicino a degli insediamenti umani che si misero a germogliare? E una donna se ne accorse? Fatto sta che la pianta del grano sviluppò tre nuove caratteristiche adatte ai nuovi coltivatori: i semi divennero più grossi; il rachide che tiene insieme i chicchi diventò più robusto così da poter cogliere non il singolo chicco, ma la spiga; le glume a forma di foglia che rivestivano ogni seme si sciolsero così da rendere non necessaria la battitura. In sintesi questo significa che abbiamo cambiato o spostato geni, significa che i nostri progenitori erano degli “ingegneri genetici” niente male. Ciò significa che la pianta divenne dipendente dall&#8217;uomo e che l&#8217;uomo ne divenne schiavo.</p>
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		<title>Donne (spirituali) meridionali 2.0</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Feb 2012 08:03:13 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[invasioni barbariche]]></category>
		<category><![CDATA[matteo bordone]]></category>
		<category><![CDATA[natalia aspesi]]></category>
		<category><![CDATA[shame]]></category>

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		<description><![CDATA[Vabbè, dovevo andare io a vedere Shame, per le Invasioni Barbariche dico, e c&#8217;è di più, la produzione mi aveva assicurato che con me sarebbe venuta un’attrice. E chi è? avevo chiesto. Risposta: sorpresa. Comunque, fidati: una bellissima. Poi non &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/02/07/donne-spirituali-meridionali-2-0/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vabbè, dovevo andare io a vedere <em>Shame</em>, <a href="http://www.ilpost.it/2012/02/04/bordone-aspesi-shame/">per le <em>Invasioni Barbariche</em></a> dico, e c&#8217;è di più, la produzione mi aveva assicurato che con me sarebbe venuta un’attrice.  E chi è? avevo chiesto. Risposta: sorpresa. Comunque, fidati: una bellissima. Poi non s&#8217;è fatto niente, all’ultimo momento è cambiato il programma, insomma, niente film, niente attrice (ma chi era? Ho chiesto. E ormai è fatta), e al posto mio è andato Matteo Bordone (senza attrice al seguito…)  – al quale, poi, ho visto, nemmeno è piaciuto <em>Shame</em> (a me invece tanto). Che vuoi fare? Meglio così, dai: sarei dovuto andare a Milano, un freddo, io sono pigro e le attrici, del resto, non sono il mio forte.</p>
<p><strong>(<a href="http://www.ilpost.it/2012/02/04/bordone-aspesi-shame/">Divisi su Shame</a>, Matteo Bordone e Natalia Aspesi discutono del film alle <em>Invasioni Barbariche</em>, in rappresentanza delle due opposte fazioni)</strong></p>
<p>Però gli echi di <em>Shame</em> mi sono rimasti nella mente, le suggestioni, alcune scene, quella splendida versione di <em>New York New York</em> in chiave blues, cose così. E quindi, al film ho continuato a pensarci, ma vagamente, almeno due notti, da mercoledì fino a venerdì mattina, quando sono partito per Palermo: corso di scrittura intensivo, tre giorni chiuso in un laboratorio. Fino a venerdì mattina, dicevo, perché quando devo partire non penso a niente, tanto sto concentrato sull’aereo. L’idea di perdere il volo… o peggio di correre per prendere il volo, mi infastidisce molto: tutte quelle persone che si tirano dietro trolley, borse, imbacuccate, sudate. Io sono di altro genere: web check 24 ore prima, e partenza  da casa 4 ore prima, calma e ordine. Ordine mentale, dico. Ma allora, mi chiedono, a che ti serve il web check in? A niente, solo a calmare la mia ansia, senza ansia rifletto meglio, posso vagare con la mente. Ma non ti prendi niente? Mi chiedono. E no, rispondo, come faccio: quando seguo indicazioni mediche, tipo pillole e cose del genere, sono metodico, mi viene l’ansia, temo di non rispettare la posologia, di scordarmi, che so, che devo prendere un farmaco alle sei del pomeriggio. Quindi… zainetto (niente trolley, per principio) e vai, trenino da Trastevere ore 7:21, arrivo 7:40, il volo imbarca alla 10:45. C’è tempo. Calma e ordine, niente corse, <em>relax, don’t do it</em>.</p>
<p>Mi sono portato un libro: principi di medicina evoluzionista. Fantastico, questo lo faccio leggere – così ho pensato &#8211; al corso di scrittura. L’origine dei nostri comportamenti secondo i principi dell’evoluzione: perché amiamo, perché soffriamo, perché siamo depressi  e perché siamo ansiosi. Ecco, per esempio, che cos’è l’ansia secondo la psicologia adattativa? Molte prove empiriche mostrano che l’ansia può avere valore adattativo, l’ansia ti permette di vigilare su un pericolo. Nella savana siamo guardinghi, sotto stress, in attesa del nostro predatore. Ma qui viene il bello: quando sono cambiate le condizioni ambientali? Che ne è dello stress e dell’ansia? Perché queste risposte sopravvivono? Insomma,  sviluppare ansia per una tigre dai denti a sciabola  è ovvio, ma per un semplice aereo da prendere, dai… fa ridere.</p>
<p>Tuttavia, il problema è che predatori o aereo,  le risposte a vari fattori di stress sono spesso stereotipate. Ciò indica che le reazioni si sono evolute ciascuna per rispondere a un certo numero di condizioni. Dunque, in sintesi, il nostro cervello moderno è in parte ancora al Paleolitico: se io cacciatore scappo da un predatore attivo gli stessi meccanismi fisiologici che un coniglio attiva per sfuggire alla volpe &#8211; e gli stessi meccanismi si ritrovano in Usain Bolt fermo ai blocchi di partenza (troppa ansia ai mondiali di atletica). Più aumenta la consapevolezza e la conoscenza di un pericolo, che sia grande (il predatore) o piccolo (perdo il l’aereo) più l’ansia si attiva. È il principio del rivelatore di fumo: un falso allarme è meno dannoso di una mancata reazione all’incendio, per questo la selezione può avere favorito la sensibilità del meccanismo di reazione. Il mondo moderno è pieno di falsi allarmi e quindi il rivelatore di fumo si attiva troppe volte, e per ogni piccolo segnale. Lo stress richiede un alto costo energetico (sudorazione, tachicardia, rilascio di catecolamine) e tra l’altro gli stati (fisiologici) di stress cronico e quelli di ansia cronica sono simili, e questo spiega perché alcune risposte da adattative sono diventate maladattative, e ciò spiega perché una volta alla stazione di Trastevere la mia ansia è aumentata. Ritardi. Certo la neve in arrivo, poi dice che non devo essere ansioso, qui siamo in una savana, combatti contro Trenitalia, altro che tigre dai denti a sciabola. Aspetto davanti al monitor, i ritardi aumentano. Esco fuori in cerca di un taxi. Niente. Faccio un rapido calcolo: rischio di perdere l’aereo. Sudorazione, tachicardia, affanno, tra l’altro il libro pesa pure nello zainetto. Arriva un taxi, lo guida una ragazza, molto carina. Vado.</p>
<p>Oggi a Roma, mi dice lei, succede di tutto. A me non importa, dico, sotto stress, devo solo prendere l’aereo, poi può pure crollare la città. A che ora ha il volo? Adesso, dico, imbarco alle 10:45. Ma sono le 7:40, mi dice. Ce la facciamo. Speriamo, è tutta bloccata la bretella. Poi la strada si libera e io mi rilasso. Devo avere assunto un’espressione soddisfatta, o da morto felice, perché la tassista mi guardava (e mi sorrideva) di tanto in tanto dallo specchietto retrovisore.</p>
<p>Penso a <em>Shame</em>: i seduttori hanno una grande qualità, quella di saltare il fosso, evitare tutto il pattume verbale e andare al punto. Una parola, un colpo solo. Il seduttore non capisce, intuisce. A capire siamo buoni tutti, a forza di parlare alla fine ci capiamo, ma l’intuizione, quella, è un’altra cosa. C’è una ferita in fondo al cuore: è bellissima. <em>Labbra blu</em> di Federico Fiumani. Una parola e apro o chiudo la ferita, ed è fatto. Quanta è bello quanto accade? Bellissimo! Non devi passare un esame, parlare, fare le battute, ammiccare, troppe responsabilità, per l’una e l’altro, troppi giochi di potere, invece nel Paleolitico… almeno la questione era più chiara: i nostri geni devono trovare il modo di riprodursi. 35 euro.</p>
<p>Alle 8:30, con leggero ritardo, secondo i miei standard, sono al gate 10. Mancano meno di due ore. Seduto, solo, guardo fuori, la pioggia sta cominciando a cadere. Fa pure freddo. Leggo. A pagina 247, “il legame di coppia ha ovvie ragioni nell’assicurare risorse ai figli e la poligamia è meno frequente dove il maschio non ha risorse adeguate per supportare tutte le compagne e i figli (e però oggi come oggi, direbbe la Marzano… le risorse ci sono). Tuttavia i dati etnografici sono diversi e confusi, molte culture permettono la poligamia, mentre la monogamia è un comportamento umano comune, ma anche i rapporti al di fuori dalla coppia non sono, d’altra parte infrequenti”. Vedi, penso, se fossi andato con l’attrice al cinema a vedere <em>Shame</em>, potevo fare una bella citazione etnografica.</p>
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		<title>Come funziona il porno (e io)</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 16:45:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mannaggia, forse l’ho presa un po’ alla lontana, ammetto, però per quel tipo di film era essenziale, la premessa dico. E poi quella mattina avevo voglia di parlare, ero pure contento. Accompagnavo Brando, Marianna e Lisa a scuola, e Lisa &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2012/01/23/porno/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Mannaggia, forse l’ho presa un po’ alla lontana, ammetto, però per quel tipo di film era essenziale, la premessa dico. E poi quella mattina avevo voglia di parlare, ero pure contento. Accompagnavo Brando, Marianna e Lisa a scuola, e Lisa mi fa: metti Radio due, c’è l’oroscopo. L’oroscopo? Ho avuto un moto di ribellione verso gli astri, però, va bene: ecco Radio due. Prima delle otto arriva Marco Pesatori – che piace a tutte le donne, ragazzine comprese, tutte a parlare di quanto è poetico, e poi dice che in Italia non c’è ricerca. Comunque, faceva l’oroscopo e dava un voto ai segni. Lisa era Pesci, io Acquario. Ma al Capricorno eravamo davanti alla scuola e Lisa si è lamentata: uffa, adesso non so quanto ho preso? Vedi un po’, ho pensato, questo Pesatori che si inventa, i voti, che idea balorda.</p>
<p>Nell’attimo in cui i ragazzi hanno chiuso la porta, Pesatori ha parlato dell’Acquario e mi ha dato otto, e ha aggiunto che l’amore andava a meraviglia e che tutto mi sorrideva, il coraggio era dalla mia parte. Cazzo: otto! non l’ho mai preso, neppure al liceo &#8211; ai compiti di italiano, max sette. I pesci hanno beccato cinque, ho abbassato il finestrino: Lisa, Lisa…quanto? ha chiesto lei. Cinque! Cinque? Ha detto lei e si è tutta imbronciata. Io: otto. Il mio umore è migliorato.</p>
<p>Comunque, il regista stava là, di fronte, e mi guardava, come per dire: e allora? e io gli ho detto, guarda il fatto è questo: l’idea mi è venuta mentre leggevo un pezzo di Michela Marzano, su <em>Repubblica</em>. E chi è? Come chi è, Michela Marzano! La filosofa della Sorbona! Scrive su <em>Repubblica</em>. Mai coperta, mi risponde. Va bene, dico, è una opinionista importante, molto seguita, un po’ come Pesatori, quello che fa gli oroscopi… vabbè&#8230; anche se una volta la Marzano cominciò un articolo dicendo: oggi come oggi. Lo feci anche io in terzo liceo scientifico, la professoressa mi mise quattro. Oggi come oggi è bandito in questa classe, mi disse. Aveva ragione. Il voto massimo che ho preso ai temi è sette, secondo me la prof mi ha sempre punito per quell’oggi come oggi. Saranno cambiati i tempi, non so, boh? questo articolo, dicevo (stavo un po’ nervoso, a ripensarci, la verità è questa), parlava dell’Altro. Un tema alto, il prossimo e l’esigenza di accogliere il diverso, cose serie, e cosa succede? Mentre leggo, sto al bar, al tavolino, una bella giornata, il caffè e <em>Repubblica</em>, ti senti dalla parte giusta del mondo e, insomma (cominciavo a sudare) mentre leggo dell’Altro, che succede? arriva alle mie spalle un senegalese che mi porge cd falsi. Amico compagno, bello, biondo, sai come fanno loro, no?</p>
<p>Incredibile, leggevo dell’Altro e l’Altro è apparso. Mi sono venute in mente, in quell’attimo, almeno dieci sensazioni: per esempio, questo che cazzo vuole da me adesso? Non ho bisogno di niente, ma anche: però, porca puttana, che mi costa farci due chiacchiere, un po’ di calore umano, chissà dove abita, ma adesso lo compro un cd, 5 euro, e contemporaneamente: sono falsi della camorra, la camorra ha ricavi altissimi da questa roba e i senegalesi sono delle vittime, la legge Bossi Fini, come è cambiato Fini, come è peggiorato Bossi, e altre cose ancora.</p>
<p>Ti rendi conto? Nemmeno a dire che sono uno sprovveduto, quando abitavo a Caserta, pure questo mi è venuto in mente, ho fondato Africa/Italia, un’associazione per i diritti dei (primi) senegalesi che arrivavano, &#8217;87, &#8217;88, capito? Mente gli altri casertani passeggiavano a via Mazzini, tutti borghesi, io fondavo la prima associazione italiana, mista, senegalesi italiani.  Li conosco i senegalesi, venivano a casa, mangiavamo insieme, facevamo le vacanze insieme, e però quel giorno 50 sensazioni hanno attraversato la mia mente. Capito? Da una parte c’era la teoria della Marzano, pulita, bella,  educativa, dall’altra l’esperienza della mia mente, sporca, contraddittoria, non ideale, insomma.<br />
Ma che ti prendi? ha chiesto Claudio, il regista, <a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2010/05/03/la-cocaina-uccide-ma-non-te-gli-altri/">cocaina</a>? Ma che sei scemo, ho risposto, mai, sono contro per ragioni politiche, che facciamo arricchiamo le mafie? e poi ci lamentiamo del loro potere? Che corrompono i politici, che comprano i locali, e i soldi chi glieli dà? I consumatori di cocaina, sarei per la liberalizzazione, ma mo&#8217; non è questo il momento per parlare di questo. Ma vedi pure questo è un problema narrativo moderno, quali sono le conseguenze delle nostre azioni….</p>
<p>Secondo me, ha detto, Claudio, la prendi. Ti dico di no, prendo caffè a iosa, ma non sono quel tipo di maledetto, capito. Veramente no. Ma scusa, mi ha detto Claudio, ho letto un commento su di te, diceva che eri il maledetto di una certa letteratura chic non allineata. Sì sì, ho risposto, ma era una sito ecologista. Ho parlato male del chilometro zero. Una volta maledetto era Bukowsky, Baudelaire, adesso io perché parlo del chilometro zero&#8230; Siamo caduti in basso, ha detto Claudio.</p>
<p>Ma ti dico questo…. e infatti, mi ha chiesto Claudio: perché me lo dici? che c’entra con me?  Ti dico questo perché è un problema narrativo moderno. Come rappresentare queste 50 sensazioni che si accavallano? Noi ormai siamo così, allucinati e nevrotici, 24 mila pensieri al secondo fluiscono inarrestabili… Lindo Ferretti, fa Claudio. Cazzo, dice, i Csi! Eh sì, ribatto io e poi continuo: se io fossi un poeta, troverei un modo per creare un’ellissi con cui saltare il pattume verbale e raffinare tutto questo bailamme in una quartina. Sai che bello, la poesia è sacra, ma perché non so scrivere poesie? Ne ho scritta solo una a mia mamma, il 22 gennaio del &#8217;76, era un giovedì, non ci credi? Non è un vezzo, sono nevrotico, mi ricordo le date e i giorni, e comunque a mia mamma piacque, ma sai, non conta.</p>
<p>Conosco decine e decine di poesie a memoria, il mio intimo accordo/tra i critici disaccordi. Il problema sessuale riempie tutta la mia vita/sarà un bene o sarà un male/me lo chiedo ad ogni uscita. Capito? Se fossi Sandro Penna, mica starei qui a ragionare sulla Marzano. Se fossi Pasternak: amare gli altri è una pesante croce/ma tu sei bella senza ghirigori/ (…) è facile svegliarsi e vedere chiaro/spazzare dal cuore il pattume verbale/e vivere, senza intasarsi in anticipo/tutto questo è una piccola scaltrezza. Eh! Che ne parliamo a fare? Se fossi un poeta o almeno un musicista, i musicisti, per esempio, non sono razzisti, amano le contaminazioni, capito? Ma sono uno scrittore con il blocco e l’<a href="http://www.ilpost.it/antoniopascale/2011/09/22/nella-notte/">insonnia</a>, che pensa come raccontare tutto quello che passa per la mente, ma da scrittore appunto, mica con il diario.</p>
<p>Tu ti prendi qualcosa! Sicuro. Guarda, Claudio, devo morire qui, no! va bene, allora? Allora, le 50 sensazioni  non possono più essere condensate in un personaggio che svolge l’azione nei tre atti, è un casino, ci vuole un personaggio seriale, oggi come oggi, i grandi romanzi sono i serial tv, solo i critici italiani non se ne sono accorti, e sai perché: perché non li conoscono, oggi come oggi, appunto.</p>
<p>E allora? Mi chiede ancora. Allora, tendiamo a fare una divisione, per non trattare le 50 sensazioni, per non affrontare l’argomento cardine, cioè come la mente pensa a se stessa, dividiamo il mondo in noi e gli altri. Guarda caso noi siamo i buoni (teorici) e gli altri i cattivi (pratici). La sindrome di questi anni. Il fatto è che tra noi e il mondo che non ci piace, quelli che definiamo come altri, ci sono vari e complessi gradi di responsabilità, non è che siamo responsabili di tutto, ma quello che detestiamo non è fuori da noi, nasce da altre e più organiche e più continuative dinamiche. Esaminare queste dinamiche, nel proprio piccolo, i micropoteri, insomma, è un’operazione civile. Ci vuole un personaggio che si muove piano, lentamente. Ahhhh, Claudio, ha gridato, oh! Che c’entra questo con il porno. Io faccio film porno. Capito? due o tre, o quattro che scopano. Una cosa semplice, elementare. Che posso fare per te?</p>
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