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	<title>Carlo Blengino</title>
	
	<link>http://www.ilpost.it/carloblengino</link>
	<description>Avvocato penalista, affronta nelle aule giudiziarie il diritto delle nuove tecnologie, le questioni di copyright e di data protection. È fellow del NEXA Center for Internet &amp; Society del Politecnico di Torino. @CBlengio su Twitter</description>
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		<title>Blog, forum e il far west nei tribunali?</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 09:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[diffamazione]]></category>
		<category><![CDATA[diffamazione internet]]></category>
		<category><![CDATA[Tribunale di Varese]]></category>
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		<description><![CDATA[Condannereste il gestore di un bar per diffamazioni pubblicamente compiute dai suoi avventori all’interno del locale? Vediamo ciò che è accaduto a Varese. Writersdream.org è un vivace sito dedicato alla scrittura e all’editoria e offre servizi di informazione, condivisione e divulgazione &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/05/09/blog-forum-nei-tribunali/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Condannereste il gestore di un bar per diffamazioni pubblicamente compiute dai suoi avventori all’interno del locale? Vediamo ciò che è accaduto a Varese.</p>
<p><a href="http://www.writersdream.org/">Writersdream.org</a> è un vivace sito dedicato alla scrittura e all’editoria e offre servizi di informazione, condivisione e divulgazione a una variegata comunità di scrittori (o aspiranti tali), di poeti o di semplici amanti della letteratura. Lo amministra un’intraprendente ragazza 22enne che a febbraio è stata <a href="http://www.penalistiassociati.it/contents/attached/c3/Writersdream_sentenza.pdf">condannata dal Tribunale di Varese</a> per diffamazione a causa di alcuni commenti postati su uno dei forum presenti sul sito.</p>
<p>Erano scritti oggettivamente diffamatori, che travalicavano il diritto di critica e si ponevano senza dubbio al di fuori dei limiti costituzionalmente garantiti dalla libertà di espressione. Quelle frasi, divulgate sul web o comunicate con qualsiasi mezzo a più persone, costituivano reato e la casa editrice vittima delle ingiurie e dell’eccessiva maldicenza, del tutto legittimamente, ha sporto querela per diffamazione.</p>
<p>Fin qui tutto bene. Su internet non ci sono zone franche, e ciò che è reato nel mondo della carta stampata, in televisione o al bar, è reato anche in rete.</p>
<p>Il problema è che quelle frasi offensive e lesive dell’altrui reputazione non erano state scritte dall’amministratrice del sito condannata, ma da un utente, da un improvvido frequentatore di quei luoghi virtuali, che però non è mai stato identificato. Per la verità, da un utente che non è neppure mai stato cercato.</p>
<p>E qui sta il nodo vero della vicenda. La Procura della Repubblica di Varese, con un capo di imputazione un po’ sofferto, formula una accusa di diffamazione in capo alla giovane amministratrice del sito: non ipotizza un possibile concorso con l’utente che ha postato le frasi, ma descrive l’amministratrice come  responsabile diretta della diffamazione. Per far questo la Procura cita espressamente la normativa sulla stampa  &#8211; la vecchia legge del 1948 &#8211; e, giusto per non farsi mancar nulla, richiama anche la legge Mammì che prevede per le trasmissioni radiofoniche e televisive la responsabilità dei concessionari e dei direttori dei telegiornali.</p>
<p>Il processo parte male. L’utente che ha delinquito manco lo si cerca, sebbene come noto basti fare una verifica sui server per risalire all’indirizzo (IP) da cui sono state postate le frasi incriminate,  e si mette a processo l’amministratore del sito attingendo, un po’ a caso, dalle leggi dettate per la stampa e per la televisione.</p>
<p>Peccato che a un blog o a un forum, e in generale ai servizi online della società dell&#8217;informazione non siano applicabili quelle normative. La Cassazione lo ha più volte ribadito. Alla Procura di Varese pensano diversamente.</p>
<p>Arrivati in Tribunale la condanna arriva per altra contorta via. Il Tribunale, che sa perfettamente che quelle leggi citate dalla Procura non sono applicabili perché un sito non è una riproduzione tipografica né una trasmissione radiotelevisiva, tenta di superare l’ostacolo addentrandosi in una singolare interpretazione del web per provare a dimostrare che i nuovi media digitali ben possono esser parificati, tutti, al concetto di “stampa”. Si legge così in sentenza che</p>
<blockquote><p>l’informatica e la telematica altro non sono che applicazione combinata di mezzi (variazioni di stato) meccanici, fisici, chimici</p></blockquote>
<p>e dunque ad essi ben può aderire la definizione di “stampa e stampato” contenuta nell’art.1 della legge del 1948 che appunto fa riferimento a «<em>riproduzioni&#8230; comunque ottenute con mezzi meccanici </em><em>o fisico-chimici in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione»</em>.</p>
<p>Lo sforzo per cercare di trovare un aggancio normativo per condannare il gestore di un sito per i reati commessi dagli utenti è notevole, e tradisce nel giudicante un retropensiero da tempo diffuso, e in questi giorni ribadito da più parti a seguito della <a href="http://www.ilpost.it/2013/05/03/le-minacce-contro-laura-boldrini/">vicenda che ha coinvolto il Presidente della Camera</a>: non può esserci una totale assenza di responsabilità per i fornitori dei servizi internet.</p>
<p>E così la sentenza prosegue, con una serie di incongruenze, e sebbene il giudicante escluda che sia applicabile al caso la responsabilità per omesso controllo del direttore responsabile delle testate giornalistiche, giunge con una alchimia giuridica a un inaccettabile principio:</p>
<blockquote><p>la disponibilità dell&#8217;amministrazione del sito internet rende l&#8217;imputata responsabile di tutti i contenuti di esso accessibili dalla Rete, sia quelli inseriti da lei stessa, sia quelli inseriti da utenti.</p></blockquote>
<p>Per il Tribunale di Varese la normativa che regola le responsabilità dei fornitori dei servizi della società dell&#8217;informazione non esiste. Non esiste differenza tra un fornitore di contenuti (qual è un giornale online) e un fornitore di servizi che si limita ad offrire spazi per la comunicazione e la condivisione di terzi. Per il giudice non è necessario valutare se il gestore del sito avesse effettiva conoscenza dell’illegalità o se si sia attivato celermente a seguito della necessaria segnalazione della parte offesa. La giovane amministratrice del sito è responsabile per il solo fatto di esser l’amministratrice: come un direttore responsabile, anzi peggio, perché non viola un dovere di controllo, ma assume su di sé, senza scampo, tutto ciò che appare sul suo sito. Non è necessario individuare chi ha diffamato, ingiuriato o minacciato, o quale tipo di servizio offriva in concreto la piattaforma: basta responsabilizzare e condannare il gestore del sito, chi ha offerto l’occasione, il mezzo o il luogo in cui si è consumato il reato. Basta condannare il barista: giustizia è fatta.</p>
<p>C’è un passaggio meraviglioso in sentenza, là dove il giudice concede benevolenza nel quantificare la pena: la giovane amministratrice del sito può esser sanzionata con pena lieve perché è vittima del mito del web libero: le si concede</p>
<blockquote><p>una sua possibile sottovalutazione delle condotte illecite, frutto di una diseducazione di cui essa stessa è vittima, in un contesto sociale di falsamente proclamata liceità di qualsiasi lesione dell&#8217;altrui personalità morale</p></blockquote>
<p>È una frase bellissima che potrebbe però valere anche per il giudicante. L’errore commesso in sentenza è certamente dovuto a una sottovalutazione delle complesse normative che regolano le responsabilità in rete, ed il Tribunale rischia di apparire esso stesso vittima di una diseducazione al mondo del web, in un contesto sociale che proclama falsamente che su internet non c’è regola, che l’anarchia regna sovrana, e tutto è lecito. In questo contesto è comprensibile che si cerchi in qualche modo di far giustizia, di far rispettare le regole del viver civile. Fine encomiabile, risultato pessimo.</p>
<p>Una errata allocazione delle responsabilità sulla rete aumenta il senso di anarchia, genera confusione e incertezze per i fornitori di servizi, e non favorisce certo una cultura della responsabilità (e per la verità neppure l&#8217;economia della rete). Anzi, lascia l’utente protetto dalle sue malefatte, tanto risponde il provider. Il <a href="http://lastampa.it/2013/05/05/cultura/opinioni/editoriali/la-nuova-sfida-educare-chi-va-sul-web-lSPPIHDJmwrx60VG3j37dJ/pagina.html">prof. De Martin</a> qualche giorno fa su <em>La Stampa</em> individuava nell&#8217;educazione di chi va sul web la vera sfida per arginare le illegalità in rete. Credo che una maggior consapevolezza e conoscenza dei nuovi servizi della società dell&#8217;informazione debba coinvolgere tanto gli utenti quanto chi del e sul web giudica.</p>
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		<title>Intervista a Internet</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/05/04/intervista-a-internet/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 04 May 2013 17:59:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[copyright]]></category>
		<category><![CDATA[crimini informatici]]></category>
		<category><![CDATA[Laura Boldrini]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza]]></category>

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		<description><![CDATA[Trascrivo letteralmente un&#8217;improbabile e faticosa intervista che nella notte ho immaginato di condurre direttamente con Internet, per capire come la vede lui, internet, questa cosa della sicurezza e dei reati in rete: - Buon giorno, la ringrazio per la sua &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/05/04/intervista-a-internet/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trascrivo letteralmente un&#8217;improbabile e faticosa intervista che nella notte ho immaginato di condurre direttamente con Internet, per capire come la vede lui, internet, questa cosa della sicurezza e dei reati in rete<em>:</em></p>
<p><strong>- Buon giorno, la ringrazio per la sua disponibilità, volevo chiederle come si sente in Italia e come vede la situazione del nostro paese. Lei è al centro di aspre polemiche.</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Italia Italia&#8230;sì! E&#8217; quel posto che ufficialmente è detto Repubblica Italiana, ed è una <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Repubblica_parlamentare">repubblica parlamentare</a> situata nell&#8217;<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Europa_meridionale">Europa meridionale</a>, con una popolazione di 60,9 milioni di abitanti e capitale <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roma">Roma</a>. (le faccio notare i comodi link di approfondimento che ho inserito) </em></p>
<p><strong>- Ma cosa fa, riporta wikipedia?</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Scusi?</em></p>
<p><strong>- No dico, non mi legga wikipedia&#8230;</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>E allora? Guardi che io quel che so lo so da me stesso&#8230;</em></p>
<p><strong>- Sì, scusi, è che mi sembrava banale&#8230;</strong></p>
<p><em><strong>-</strong> Banale ha molti significati, lo trovo spesso nei commenti che postate sui blog; la definizione di banale la può trovare all&#8217;indirizzo&#8230;</em></p>
<p><strong>- Aspetti aspetti, non mi dia informazioni, so che lo sa fare come nessun altro, ma adesso vorrei un suo pensiero, un giudizio sullo stato della rete in Italia e sulle polemiche provocate a seguito dell&#8217;intervista al presidente della Camera.</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>E, no, scusi, sono 20 anni che scrivete che io sono stupido, che sono una rete che si limita a trasportare senza alcuna verifica, senza filtri e senza discriminazione alcuna tutte le vostre cosette. Avete fatto della mia stupidità, che grazie al cielo adesso chiamate “neutralità”, uno dei miei maggiori pregi, e adesso vuole un mio pensiero? Vi vantate che l&#8217;intelligenza siete voi che state nelle mie terminazioni, coi vostri tablet e smartphone, rispondetevi da soli!</em></p>
<p><strong>- Ha ragione. Il punto è che lei viene ciclicamente messo sul banco degli imputati come causa delle peggiori nefandezze, come un generatore di anarchia&#8230;</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Anarchia:dal greco antico: ἀν-ἀρχή: ἀν, assenza + ἀρχός, leader o governatore. E&#8217; l&#8217;organizzazione societaria che&#8230;</em></p>
<p><strong>- No la prego, non mi citi sempre wikipedia!</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Mi faccia finire, se no le metto un hyperlink e non proseguo.<br />
Trovo che anarchico sia un&#8217;ottima definizione per descrivermi: assenza di leader e di capi. Mi sembra positivo, non crede?<br />
</em><br />
<strong>- Dunque Lei è d&#8217;accordo con quanto affermato dalla Presidente Boldrini nell&#8217;intervista a Repubblica.</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Cosa fa, usa lo <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/10/19/straw/">straw man argument</a> con me? ( le ho messo un link al pezzo di Sofri che così Lei guadagna qualche punto con il Direttore, contento? Sa, io la profilo, e conosco i suoi gusti).<br />
</em><br />
<strong>- No è che..</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Vede, sono anni che in ogni parte del globo tentano di controllarmi. All&#8217;inizio non si sono accorti di quanto ero rivoluzionario, ma adesso tra gli intelligentoni che si connettono ci sono quelli che contano, i vostri governanti, ed io assito a scene davvero esilaranti.<br />
</em><br />
<strong>- Tipo?</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Bhè, alcuni giorni fa a leggere i vostri giornali (tutti online ovviamente) sembrava che quel servizio carino, come si chiama, quello che con pochi byte, senza intasare le mie dorsali sparge piccoli pensieri al mondo&#8230;Twitter, ecco, sembrava che Twitter governasse la politica italiana e i vostri capi fossero “ostaggio” dei 140 caratteri dei 4 follower che li seguono. Siete davvero incredibili.<br />
Per non parlare delle analisi che i guru delle rete (mi pare li chiamiate così) postano a proposito dell&#8217;inesistente “popolo della rete” o quelle, formidabili, sulla e-democracy. </em></p>
<p><strong>- Cioè?</strong></p>
<p><strong>- </strong><em>Guardi, lasciamo perdere, non mi costringa a violare la mia neutralità, che a pensare a come mi usa il web quell&#8217;altro là, Grillo, mi vien da far </em><em>traffic shaping a caso, tanto per creare un po&#8217; di caos davvero. </em></p>
<p><strong>- Va bene, lasciamo stare la politica, ma i cyber-crime sono un problema.</strong></p>
<p><strong>-</strong> …</p>
<p><strong>-</strong> <strong>Non ha nulla da dire?</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Non so di che parla&#8230; </em></p>
<p><strong>- Ma sì, le frodi informatiche, il cyberbullismo, le violazioni della privacy, le diffamazioni sul web. La Presidente Boldrini è stata vittima di gravi minacce sulla rete. Da più parti si invocano per Lei maggiori regole. Lei è un problema.</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>La Boldrini è un problema? Strano, per quanto ne so io, e le assicuro che dal mio big data ne so molto più di quanto la Boldrini stessa sappia, non mi pare che la Vostra Presidente sia un problema&#8230;</em></p>
<p><strong>- No la Boldrini. Il problema è lei Internet. Dicono ci vogliano regole su internet, più controllo sui contenuti, più filtri, più sicurezza. Non faccia lo stupido!</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>Ah, beh, sui contenuti guardi che di regole ne state mettendo a bizzeffe. Io vedo pezzi della rete che vengono oscurati per quella roba strana, come la chiamate&#8230; copyright. Ecco quella roba lì sulla rete non funziona, ma voi continuate ad insistere e buttate giù servizi che vi sarebbero molto utili. Pensi che, a quanto mi risulta, vorrebbero addirittura vietare di nominare alcuni siti solo per evitare che la gente possa esser informata su come scambiarsi gratuitamente contenuti. La chiamate agevolazione alla pirateria. Ma da che mondo è mondo le idee e le informazioni sono fatte per esser comunicate e, adesso che ci sono io, voi siete in ansia. Avete paura di voi stessi&#8230;Forse perchè siete quelli intelligenti, non so. </em></p>
<p><strong>- Lasci perdere il copyright che lì, con me, sfonda una porta aperta, ma parliamo delle minacce, dell&#8217;incitazione alla violenza, all&#8217;odio razziale, delle violazioni alla riservatezza&#8230;</strong></p>
<p><em><strong>-</strong> Scusi, ma tutte le cose che ha citato -lo leggo sul web (vuole che le metta i link?)- sono previste come reato. Basta perseguire chi delinque, dov&#8217;è il problema? Guardi che chi mi usa per delinquere lascia molte più tracce di chi usa i vecchi metodi. Nei miei router, nei server e nei terminali ci sono molte più impronte del reo che in qualsiasi altra scena del crimine. Qual è il problema?<br />
</em><br />
<strong>- Ha ragione. Mi chiedo anch&#8217;io, qual è il problema?</strong></p>
<p><strong>-</strong> ….</p>
<p><strong>-</strong> ….</p>
<p><strong>-</strong> <em>Su, non faccia così. Forse un problema c&#8217;è.<br />
Voi siete inquieti perchè temete un mondo dominato dalla tecnologia, fuori dal vostro controllo.<br />
&#8220;Ma la cosa più inquietante è che voi non siete capaci di raggiungere, attraverso un pensiero meditante, un confronto adeguato con ciò che sta realmente emergendo nella nostra epoca&#8221;. </em></p>
<p><strong>- Urca che frasona. E poi si dice che la rete è stupida&#8230;</strong></p>
<p><strong>-</strong> <em>L&#8217;ha detto Heidegger nel 1959. L&#8217;ho visto su un blog fico…le metto il link?</em></p>
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		<title>Onida e il test di Katz</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 10:12:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[La Zanzara]]></category>
		<category><![CDATA[privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Valerio Onida]]></category>

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		<description><![CDATA[Nei nostri Tribunali non si usa quello che nel diritto statunitense è noto come il “test di Katz”. Nel 1967 la Corte Suprema degli Stati Uniti emise una storica sentenza nel caso Katz vs United States declinando in maniera innovativa &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/04/05/onida_e_il_testdikatz/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nei nostri Tribunali non si usa quello che nel diritto statunitense è noto come il “test di Katz”.<br />
Nel 1967 la Corte Suprema degli Stati Uniti emise una storica sentenza nel caso <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Katz_v._United_States">Katz vs United States</a></em> declinando in maniera innovativa il diritto alla riservatezza in relazione alle interferenze immateriali che la tecnologia iniziava allora a consentire.<br />
La Suprema Corte stabilì il principio della “<em>ragionevole aspettativa di privacy</em>” affermando che una conversazione, per quanto fatta da una cabina telefonica e dunque in un luogo pubblico, merita comunque tutela ai sensi del quarto emendamento.</p>
<blockquote><p><span style="font-style: normal;">Chi parla nella cornetta del telefono ha sicuramente il diritto di pensare che le sue parole non saranno trasmesse al mondo. Così la Suprema Corte statunitense.</span></p></blockquote>
<p>Ancora oggi, oltre oceano, per valutare se vi è una violazione della privacy &#8211; in generale, e non solo in tema di comunicazioni, pensiamo alle videoriprese &#8211; è necessario verificare la ragionevole aspettativa di riservatezza del soggetto leso: si fa il test di Katz appunto.</p>
<p>Qua da noi metterebbe male. Tipo: «Signor Giudice, deve fare il test di Katz per assolvere il mio cliente». Non va bene, più che altro per una questione fonetica.</p>
<p>La vicenda che ha coinvolto il Saggio Prof. Onida è ovviamente diversa e non è necessario scomodare il test di Katz, che potrebbe esser pertinente nel caso solo appunto per l’assonanza, declinata al plurale.</p>
<p>Confesso che spesso sento il noto programma condotto da Cruciani, con un misto di fastidio, sofferenza, ammirazione (per il solo Cruciani) e talvolta di divertimento.<br />
Mi stupisce sempre che vi sia gente che telefona ad una radio, in diretta, per farsi ingiuriare e diffamare dai due conduttori, ma si sa, l’onore e la reputazione sono beni disponibili, e oggi siam disposti a cederli con grande facilità su Facebook o su qualche media pur di dar segno della nostra esistenza al mondo.</p>
<p>Nella vicenda Onida però i due hanno passato il segno. Non è la prima volta, e non è proprio una robetta da poco.</p>
<p>A parte il reato di sostituzione di persona, per il nostro Codice Privacy: «<em>l&#8217;utente informa l&#8217;altro utente quando, nel corso della conversazione, sono utilizzati dispositivi che consentono l&#8217;ascolto della conversazione stessa da parte di altri soggetti»</em>. La norma detta un principio di buon senso, ma non è sanzionata.</p>
<p>La sanzione, severa, arriva dopo, se la conversazione viene diffusa.</p>
<blockquote><p>«<em>Non è illecito registrare una conversazione </em>[da parte di chi partecipa alla stessa, chè per i terzi è reato] <em>perchè chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione, ma è violata la privacy se si diffonde la conversazione per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui».</em></p></blockquote>
<p>Così la Corte di Cassazione. E il reato, il trattamento illecito di dati personali, va fino a due anni di galera.</p>
<p>Resta da chiedersi se i due conduttori, nel diffondere una conversazione che l’interlocutore credeva esser privata esercitassero un qualche diritto. Qui potrebbe annidarsi una stentata difesa. Ardua, alla Ghedini.</p>
<p>Il diritto di cronaca non consente ovviamente di generare artificialmente (o peggio illegittimamente) il fatto poi suscettibile di lecita diffusione. Non è che provoco la stupidaggine per poi poterne parlare “in cronaca”. Anche l’<em>animus jocandi</em> potrebbe esser un tentativo di difesa, potrebbe elidere il dolo. E però «<em>non è lecito divertirsi o far divertire altri con nocumento dell&#8217;onore e della reputazione altrui»</em> dicono ancora i nostri giudici; figuriamoci un nocumento alla riservatezza.</p>
<p>Insomma, i saggi saranno anche “inutili”, cosa che avevamo capito già tutti, ma la vicenda evidenzia come certa “informazione” più che inutile, sia dannosa, prima di tutto a se stessa. Forse ci si può ancora divertire senza commettere reati. Spero.</p>
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		<item>
		<title>Un banale legittimo impedimento</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/03/17/un-banale-impedimento/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 16 Mar 2013 23:27:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Berlusconi]]></category>
		<category><![CDATA[legittimo impedimento]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.ilpost.it/carloblengino/?p=595</guid>
		<description><![CDATA[Berlusconi non è il primo né sarà l&#8217;ultimo imputato che decide di difendersi &#8220;dal&#8221; processo piuttosto che difendersi &#8220;nel&#8221; processo. Non è tattica rara nelle aule penali ed il sistema ha buoni anticorpi. Quasi sempre. Ricordo un pò di anni &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/03/17/un-banale-impedimento/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Berlusconi non è il primo né sarà l&#8217;ultimo imputato che decide di difendersi &#8220;dal&#8221; processo piuttosto che difendersi &#8220;nel&#8221; processo. Non è tattica rara nelle aule penali ed il sistema ha  buoni anticorpi. Quasi sempre.<br />
Ricordo un pò di anni fa un truffatore professionale, tipo affascinante, già avanti negli anni, con un curriculum giudiziario ragguardevole, che era alla sua terza bancarotta fraudolenta.<br />
Io assistevo il coimputato, soggetto di più modesta caratura criminale.<br />
Era fissata l’ultima udienza di un faticoso dibattimento, durato come da prassi anni, ed era previsto, prima della sentenza, l’esame dell’imputato. Il nostro voleva finalmente – il “finalmente” è un classico &#8211; spiegare al Tribunale le evidenti ragioni della sua (improbabile) innocenza.<br />
Quella mattina il Collega che lo difendeva si presentò con un certificato medico geniale: il cliente era affetto da afasia.<br />
L’afasia non è diagnosticabile con un semplice esame obiettivo. Occorrono accertamenti strumentali complessi e incerti, o la somministrazione di test che richiedono però la piena e “sincera” collaborazione del paziente. Era inutile mandare una visita di verifica.<br />
Il processo fu rinviato, <em>ob torto collo</em>, per due volte, guadagnando un mesetto di tempo. Poi il “legittimo impedimento” si risolse con un clamoroso colpo di scena della Procura.<br />
Il Pubblico Ministero, uno tenace e spesso insofferente alle regole garantiste del processo, si presentò in aula raggiante con un registratore e chiese di poter far ascoltare un&#8217;intercettazione telefonica disposta alcuni giorni prima in tutt’altra indagine, da altro pubblico ministero. Tutti intuimmo ciò che stava per accadere, ed il lieve pallore del collega che difendeva l’afasico fu credo di conforto al Tribunale per respingere le sue sacrosante e fiere argomentazioni in diritto per opporsi all’acquisizione della registrazione.<br />
Quella intercettazione non era a termini di codice utilizzabile nel nostro procedimento, ma la curiosità, unita alla speranza di porre fine al processo, fece si che nell’aula risuonasse, lievemente roca ma decisa, la voce dell’afasico, colto casualmente mentre spiegava ad un sodale di pari rango, indagato per usura, proprio la sua geniale trovata per ritardare la condanna. Manco a dirlo, quella volta la sentenza fu per il truffatore particolarmente severa.</p>
<p>Le tattiche dilatorie sono ben note nelle aule penali. “Ogni rinvio è una vittoria” insegnava ai praticanti un vecchio avvocato. Ma non è così semplice. Non basta l&#8217;incomodo, il disagio o l&#8217;indisposizione fisica (che quella mentale c&#8217;è quasi sempre in chi compare alla sbarra): l&#8217;impedimento deve essere assoluto e rigorosamente provato.<br />
Non è facile.<br />
Il frequentatore medio delle aule di giustizia penali non ha usualmente due parlamentari come difensori, non ha impegni istituzionali di governo della nazione, e non dispone di un intero parlamento pronto ad attestare che il supposto reato è stato commesso per salvare la nipote di un capo di Stato estero, sollevando un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato avanti alla Corte Costituzionale; né gli imputati normalmente dispongono di un&#8217;assemblea legislativa in grado di votare una legge incostituzionale che consenta di auto-attestarsi impedimenti per sei mesi (ricordiamo tutti la legge sul legittimo impedimento prima dichiarata incostituzionale e poi abrogata con referendum?) o una legge che si inventi il “legittimo sospetto” sul giudice, tanto per sollevar questioni dilatorie, finalizzando poi il tutto là dove serve, con una provvidenziale riduzione dei termini di prescrizione. </p>
<p>Normalmente  l&#8217;imputato italiano medio ricorre al medico.<br />
E&#8217; il metodo più gettonato.<br />
Un certificato non si nega a nessuno. Che poi magari uno qualche acciacco ce lo ha davvero, basta un po&#8217; enfatizzarlo. Mica si mente.<br />
Ma soprattutto, sulla salute non si scherza: la Cassazione ed i giudici son prudenti.<br />
Se c&#8217;è un qualche dubbio sul carattere “assoluto” dell&#8217;indisposizione attestata, oppure si ha il sospetto (magari infondato, per carità, i giudici son spesso malpensanti) che forse la richiesta è pretestuosa e strumentale, al più viene disposta la visita di controllo. Che sarà mai.<br />
Accade spesso. Nessun avvocato si scandalizza: dipende dal libero apprezzamento del giudicante.  </p>
<p>In questo senso, le ultime istanze per legittimo impedimento di Berlusconi parrebbero più normali e consuete, potrei dire più “democratiche”: il classico e sempre valido certificato medico.<br />
Abbiamo fatto un passo avanti verso una normalizzazione dei rapporti, se non tra politica e magistratura, almeno tra imputato e giudici.</p>
<p>Certo restano frange di difensori non togati, ma ovviamente Onorevoli, che non sanno distinguere un ricovero ospedaliero da un soggiorno (parrebbe confortevole) a proprie spese in una struttura di cura e che vedono complotti e disegni sovversivi in una banale visita di controllo che gli avvocati d&#8217;aula, loro malgrado, ben conoscono. A parte questo, confido che col tempo, in un modo o nell&#8217;altro, i rapporti si normalizzeranno. Sono ottimista. </p>
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		<title>L’effetto bandwagon e la par condicio</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 15:00:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ragione per cui da 15 giorni nulla dobbiamo sapere dei sondaggi elettorali di cui beneficiano invece banche, politici e grandi gruppi imprenditoriali e finanziari (così che possano speculare e organizzarsi) starebbe nel rischio del cosìdetto “bandwagon effect”: l&#8217;effetto carrozzone. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/02/23/leffetto-bandwagon/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La ragione per cui da 15 giorni nulla dobbiamo sapere dei sondaggi elettorali di cui beneficiano invece banche, politici e grandi gruppi imprenditoriali e finanziari (così che possano speculare e organizzarsi) starebbe nel rischio del cosìdetto “bandwagon effect”: l&#8217;effetto carrozzone. Il debole gregge degli elettori potrebbe esser indotto a votare per il vincente se sa in anticipo chi sarà tale, indipendentemente dalle proprie convinzioni, falsando i risultati della competizione. </p>
<p>L&#8217; origine dell&#8217;espressione “effetto bandwagon”, letteralmente  “carro della banda” racconta una storia per certi versi a noi familiare.<br />
Siamo in America, nella metà dell&#8217;ottocento, ed il protagonista si chiama  Dan Rice, al secolo Daniel McLaren, “l&#8217;uomo più famoso di cui non avete mai sentito parlare”: questo il titolo della sua biografia scritta nel 2000 da David Carlyon. E&#8217; quel signore che compare nel mitico manifesto I want You dello Zio Sam.<div id="attachment_557" class="wp-caption alignright" style="width: 270px"><a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/files/2013/02/Zio-Sam-I-WANT-YOU.jpg"><img src="http://www.ilpost.it/carloblengino/files/2013/02/Zio-Sam-I-WANT-YOU-260x300.jpg" alt="" width="260" height="300" class="size-medium wp-image-557" /></a><p class="wp-caption-text">Dan Rice nei panni di Zio Sam</p></div></p>
<p>Fu un personaggio geniale, un grande comico e uomo di spettacolo che dopo esser divenuto famoso in tutto lo Stato con i suoi spettacoli circensi (iniziò come clown), scese (o salì) in politica, e si candidò al Senato, al Congresso e financo alla Presidenza degli Stati Uniti.<br />
Fece in tutte le occasioni un&#8217;efficace ed innovativa campagna elettorale girando per il paese con il suo carro circense, il bandwagon appunto, ed ottenne nelle piazze un tale successo che i vari candidati del suo partito, i repubblicani, chiesero di poter salire anche loro sul suo carrozzone. L&#8217;espressione “salir sul carro vincente” nasce la lì.<br />
Dan Rice perse sempre, in tutte le campagne che con successo fece. Oggi i sondaggi per il più attuale comico dicon altro, ma non si posson diffondere.</p>
<p>In realtà l&#8217;effetto bandwagon non è affatto provato.<br />
La divulgazione dei sondaggi, come di qualsiasi informazione, ovviamente può modificare i risultati di una competizione elettorale, ma non è detto che le pecorelle elettrici reagiscano uniformemente alle rilevazioni ed alle proiezioni statistiche.</p>
<p>Se l&#8217;effetto carrozzone parrebbe agevolare la parte data vincente, l&#8217;effetto “underdog” (letteralmente: perdente) può mobilitare gli indecisi verso il presunto sconfitto, così come l&#8217;effetto “ghigliottina” può spostare il voto sulla seconda scelta, là dove sia noto che il piccolo partito che aggrada non raggiungerà la soglia di eleggibilità. Ed ancora l&#8217;effetto bandwagon può esser neutralizzato nei risultati dall&#8217;effetto “lethargy”: non c&#8217;è bisogno del mio voto tanto vince (o tanto perde). </p>
<p>La verità è che l&#8217;inusitato periodo di blackout dai sondaggi elettorali previsto in Italia, 15 giorni, che ci accomuna a pochissimi paesi nel mondo &#8211; Angola, Mozambico, Paraguay, Honduras,in parte il Marocco ed in Europa la Bielorussia– è una delle intollerabili scemenze della legge sulla par-condicio che con la scusa di protegger il popolo bue avvantaggia chi i sondaggi può commissionarli. Poiché non è vietato farli, ma solo divulgarli.</p>
<p>Per capire come siam finiti lì e da dove nasce le nostra inusuale legge sulla par condicio bisogna tornare all&#8217;anno 2000: un tempo in cui l&#8217;informazione viaggiava solo sugli stretti binari delle frequenze radiotelevisive e sulla tradizionale carta stampata. Roba da secolo scorso, appunto.</p>
<p>In quell&#8217;anno, non avendo la sinistra affrontato il problema del  conflitto di interessi che nel settore televisivo e dei media determinava una situazione patologica e paradossale,  il Governo D’Alema si trova a dover fronteggiare in vista delle elezioni la potenza di fuoco mediatico dell&#8217;avversario, temibile teleimbonitore di cui a distanza di 13 anni ancora tocchiamo con mano le capacità affabulatorie e la forza mediatica.</p>
<p>Il parlamento partorisce così una legge assurda che non si limita, come in tutte le democrazie evolute, a prescrivere misure per garantire la parità di accesso delle diverse forze politiche ai media tradizionali, ma si avventura nell&#8217;arduo compito di “governare” l&#8217;informazione, per impedire che la politica possa esser oggetto di libera comunicazione. Questo sul presupposto, in parte corretto, che l&#8217;informazione, almeno quella televisiva, in Italia libera non fosse.<br />
Invece di curar le cause (il macroscopico conflitto di interessi), si tentò di governarne un effetto. </p>
<p>Ovviamente la cosa non ha mai funzionato ma, con l&#8217;avvento del web, quella legge ci ha regalato in questa campagna elettorale uno scenario surreale con il principale protagonista che, girando per le piazze con il suo bandwagon e rifiutando ogni contatto proprio con i media regolamentati è riuscito a monopolizzare l&#8217;informazione, relegando i concorrenti all&#8217;indegno teatrino delle interviste cronometrate. A contorno l&#8217;AGCOM che alle 10 di sera twitta improbabili quanto inutili ordini di riequilibrio.</p>
<p>Per fortuna adesso è finita, speriamo per sempre.</p>
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		<title>Corsari francesi all’attacco del Pubblico Dominio</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2013 14:48:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[BnF]]></category>
		<category><![CDATA[copyright]]></category>
		<category><![CDATA[Philippe Aigrain]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblico Dominio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 15 gennaio il Ministro della Cultura e della Comunicazione francese ha annunciato la sottoscrizione di due accordi per la digitalizzazione di una parte di opere letterarie e musicali detenute dalla Bibliothèque nationale de France (BnF). La società ProQuest si &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2013/01/21/corsari_pubblicodominio/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 15 gennaio il Ministro della Cultura e della Comunicazione francese  ha <a href="http://www.culturecommunication.gouv.fr/Espace-Presse/Communiques/Investissements-d-Avenir-Deux-partenariats-d-envergure-conclus-pour-la-numerisation-et-la-diffusion-des-collections-de-la-Bibliotheque-nationale-de-France-BnF">annunciato</a> la sottoscrizione di due accordi per la digitalizzazione di una parte di opere letterarie e musicali detenute dalla Bibliothèque nationale de France (BnF).<br />
La società ProQuest si occuperà di digitalizzare circa 70.000 libri stampati tra il 1470 ed 1700, mentre Believe Digital e Memnon Archiving Services riverseranno in byte circa 200.000 supporti fonografici a 78 e 33 giri.<br />
Detta così è una buona notizia e non è una novità. Molte sono le iniziative per la digitalizzazione dei patrimoni delle nostre biblioteche e discoteche. Il problema è  normalmente quello della fruibilità delle opere digitalizzate che, divenute potenzialmente accessibili su internet, sono in realtà bloccate  per l&#8217;intricato sistema dei moltiplicati diritti d&#8217;autore e connessi, e per il rischio della temuta pirateria.<br />
La notizia francese però è particolare.<br />
Tutte le opere oggetto dell&#8217;accordo sono infatti opere ritornate o rimaste nel pubblico dominio. Non c&#8217;è copyright: chiunque possiede i diritti di utilizzo e di sfruttamento.<br />
Abbiamo tutti, teoricamente, il diritto di copiarle, di stamparle, di diffonderle e condividerle, di modificarle, trasformarle e di venderle (le opere ovviamente, non i supporti che sono della BnF).<br />
Una volta tanto quel patrimonio può esser appieno condiviso senza vincoli. Qui la pirateria non fa paura.  </p>
<p>Solo che, dove non ci sono i pirati, ci sono i corsari, almeno in Francia.</p>
<p>Gli accordi annunciati prevedono infatti a favore delle società private coinvolte un diritto esclusivo di sfruttamento economico sulle opere digitalizzate per 10 anni.</p>
<p>ProQuest, ad eccezione di 3.500 titoli su 70.000,  non dovrà mettere le opere digitalizzate a disposizione del pubblico su Gallica, la biblioteca digitale pubblica, ma potrà commercializzare l&#8217;accesso a quel patrimonio di pubblico dominio per 10 anni. Solo dopo 10 anni le opere torneranno accessibili a tutti.<br />
Anche l&#8217;accordo di digitalizzazione dei vinili parrebbe prevedere un diritto di distribuzione esclusiva in capo a Believe Digital, che potrà posizionare le opere musicali sulle principali piattaforme (tra cui immaginiamo ITune e  Amazon). Il tutto a pagamento, posto che, si legge nel comunicato del Ministero della Cultura, “<em>i proventi derivanti dagli accordi di collaborazione saranno reinvestiti per nuove digitalizzazioni</em>”.</p>
<p>Proprio come i <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Corsaro">corsari</a><br />
Belive Digital e ProQuest infatti con gli accordi ottengono dallo Stato francese una sorta di “<em>lettera di corsa</em>” e sono autorizzati ad impossessarsi di ciò che loro non è, escludendo i legittimi titolari dei diritti, ovvero la collettività.<br />
Come i corsari, che al pari dei pirati depredavano, ma in nome del Re.</p>
<p>Ci eravamo ormai abituati, se non rassegnati, alla sindrome di Mickey Mouse, ovvero alla progressiva estensione da parte dei legislatori dei diritti d&#8217;autore all&#8217;approssimarsi delle scadenze delle privative su particolari e redditizie opere. In america nel 1998 il copyright fu portato da 75 a 95 anni dopo una provvidenziale visita di Topolino a Capitol Hill: il topo si stava avviando verso il pubblico dominio (era nato 70 anni prima, nel 1928) e fu emanato quello che è stato definito il Mickey Mouse Protection Act. Nel 2011 in Europa da 50 si è passati a 70 anni, e non è difficile capire quali opere musicali pubblicate negli anni &#8217;60 potessero impensierire i produttori musicali.</p>
<p>Con la vicenda francese si assiste ad una estensione al contrario, e con accordi discutibili (e dalla dubbia validità giuridica) si crea di fatto una privativa a ritroso, sul passato remoto. </p>
<p>Ovviamente le reazioni in rete non si sono fatte attendere.<br />
<a href="http://fr.wikipedia.org/wiki/Philippe_Aigrain">Philippe Aigrain</a>, uno che di queste cose ne sa, spiega sul suo <a href="http://paigrain.debatpublic.net/?p=6333">blog</a> la genesi del disastro e le ragioni dello scandalo e le associazioni  COMMUNIA, Open Knowledge Foundation France, <a href="https://www.laquadrature.net/fr/non-a-la-privatisation-du-domaine-public-par-la-bibliotheque-nationale-de-france">La Quadrature du Net</a>, Framasoft e Regards Citoyens stanno preparando un documento comune per sollevare il caso a livello parlamentare.<br />
Un interessante post sul blog<a href="http://www.ralentirtravaux.com/le_blog/"> Ralentir travaux</a> racconta con concretezza i danni per insegnanti e studenti. </p>
<p>Vien da rammentare al Ministro della Cultura Francese e al Direttore della Bibliothèque nationale de France la frase di Victor Hugo che introduce il <a href="http://www.publicdomainmanifesto.org/italian">Manifesto del Pubblico Dominio </a> prodotto nell&#8217;ambito del progetto europeo COMMUNIA.</p>
<blockquote><p><em>Il libro, in quanto libro, appartiene all&#8217;autore, ma in quanto pensiero appartiene &#8211; senza voler esagerare &#8211; al genere umano. Tutti gli intelletti ne hanno diritto. Se uno dei due diritti, quello dello scrittore e quello dello spirito umano, dovesse essere sacrificato, sarebbe certo quello dello scrittore, dal momento che la nostra unica preoccupazione è l&#8217;interesse pubblico e tutti, lo dichiaro, vengono prima di noi&#8221;. (Victor Hugo, Discorso d&#8217;apertura al Congresso letterario internazionale del 1878)</em></p></blockquote>
<p>E se vale per gli autori, valga per gli editori digitali.</p>
<p>L&#8217;unica speranza è che a fronte di alcuni corsari ci siano tanti pirati: per condividere, legittimamente, su ogni sito, e su ogni rete, quelle opere surrettiziamente sottratte al pubblico dominio.</p>
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		<title>Google/Vividown: un pensiero personale</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2012 19:12:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[internet]]></category>
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		<description><![CDATA[È stato un bel processo. Di quelli che dietro al caso di cui discuti ed oltre il dramma sempre vero della persona che innocente si vede condannare in nome di un intero popolo, si scorgono principi forti e questioni importanti. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2012/12/21/googlevividown-un-pensiero-personale/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È stato un bel processo. Di quelli che dietro al caso di cui discuti ed oltre il dramma sempre vero della persona che innocente si vede condannare in nome di un intero popolo, si scorgono principi forti e questioni importanti. Perchè il caso <a href="http://www.ilpost.it/2012/12/21/assoluzione-appello-google-vividown/">Google/Vividown</a> nascondeva molti e differenti mondi nelle pieghe delle complesse normative che toccano la rete.<br />
È trascorso più di un quarto di secolo da quando la comunità di computer ethics dibatteva se la rivoluzione informatica avrebbe comportato soltanto “nuove versioni di problemi e dilemmi morali standard” (Johnson 1985), oppure avrebbe richiesto categorie inedite e un punto di vista più consono alle prospettive aperte dalla “logica malleabilità” dei computer (Moor 1985).<br />
Poi è arrivato il Web e quella rete di computer, cavi e router si è popolata di gente e ci siam trovati connessi ovunque, in perenne comunicazione con il mondo intero. Ed è cambiato tutto.<br />
E ciò che non è ancora cambiato, cambierà.<br />
E può esser difficile capire e immaginare quali ricadute ha e avrà il fatto che ognuno di noi, con un click, possa diffondere a miliardi di persone un pensiero, un’idea, un’immagine o un video; comunque un pezzo della nostra vita e della nostra infosfera. Bella o brutta che sia.<br />
E’ cambiata e cambierà la percezione che abbiamo di noi, la percezione del mondo e del nostro tempo.<br />
Ed il diritto arranca, cerca di scomporre e ricondurre i fatti alle regole di sempre, senza trovare però risposte adeguate nel groviglio di leggi che senza frontiere ormai si mischiano tra Stati e continenti.<br />
E allora devi salire di livello. Non puoi piegare realtà nuove a regole vecchie. Devi andare ai fondamentali, alla base. Ai principi condivisi del vivere sociale. Ai diritti fondamentali.<br />
E se ti trovi a difendere una società americana che nel dna ha il primo emendamento della loro costituzione (la libertà di parola e stampa), devi calcolare che il tuo processo è in Europa, dove al primo posto della Carta dei diritti fondamentali c’è invece la dignità della persona.<br />
Ed il processo diventa un processo di questo tempo, un processo che nasce e si risolve nella rivoluzione dell’informazione che stiamo vivendo.<br />
E devi spiegare in aula che quella regola, che prevede l’irresponsabilità dell’intermediario della comunicazione non è un baco di sistema, un vuoto normativo nella “prateria senza regole di internet” -come scrisse il Giudice che condannò in primo grado- ma il corretto equilibrio di diritti fondamentali che sulla rete hanno nuove declinazioni: per difendere un futuro potenzialmente straordinario.<br />
Google aveva ragione. La condanna dei suoi dipendenti era sbagliata, fuori dal tempo e dalle nuove forme di diritti consolidati.<br />
La Corte lo ha capito.<br />
E&#8217; stato un bel processo. Mi illudo di aver difeso un pezzetto di futuro.</p>
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		<title>Sallusti e la rivoluzione dell’informazione</title>
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		<pubDate>Mon, 03 Dec 2012 21:16:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Sallusti]]></category>
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		<category><![CDATA[diffamazione]]></category>
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		<category><![CDATA[Luciano Floridi]]></category>

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		<description><![CDATA[La battaglia di Sallusti continua a suscitar in me forti perplessità. Ho capito che con grande determinazione a questo punto vuole finire in galera, ma questo per la verità mi era già chiaro prima. Il Direttore aveva mille modi per &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2012/12/03/sallusti-e-informazion/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La battaglia di Sallusti continua a suscitar in me forti perplessità.<br />
Ho capito che con grande determinazione a questo punto vuole finire in galera, ma questo per la verità mi era già chiaro prima.</p>
<p>Il Direttore aveva mille modi per evitare non solo la detenzione in fase esecutiva, ma fin anche la condanna, giunta dopo tre gradi di giudizio, a 5 anni dai fatti. E invece con grande coerenza ha tirato dritto, negando ogni possibilità di riparazione, ogni diritto di rettifica e ogni volontario risarcimento alla parte offesa. E sì che la vicenda era proprio una brutta vicenda, che non ha nulla a che vedere con l&#8217;omesso controllo o gli inciampi del difficile mestiere di giornalista. La condanna attesta una precisa volontà dell&#8217;allora direttore di Libero di pubblicare le diffamanti falsità del radiato Farina, firmate con codardo pseudonimo, con una precisa scelta redazionale volta ad esaltare anche graficamente l&#8217;ignobile scritto anonimo. Scritto che, giusto per rammentarlo, per perseguire il legittimo fine di ribadire la barbarie dell&#8217;aborto, inventava però una storia completamente falsa, già acclarata come tale, distruggendo in un sol colpo la dignità di una minorenne, della sua famiglia, di un magistrato e quella dei medici che avevano solo fatto il loro dovere. Così almeno ricostruisce il fatto la <a href="http://bit.ly/Uk0rAF">sentenza di Cassazione</a>. Che a sentir lui è sbagliata, ma comunque è sempre una sentenza di Cassazione che conferma un giudizio d&#8217;appello che confermava nel merito la condanna del Tribunale. E non è una condanna per omesso controllo.</p>
<p>Anche dopo la Cassazione, Sallusti ha rifiutato ogni misura alternativa alla detenzione. Poteva spendersi in qualche lavoro socialmente utile, ma era per lui inaccettabile. Anzi, a fronte della benevolenza, inusuale ma comunque apprezzabile, della Procura di Milano e del Magistrato di Sorveglianza che lo hanno messo, suo malgrado, ai domiciliari, è pure subito evaso, così che adesso dovranno anche processarlo per quel reato lì, per direttissima.</p>
<p>Il problema vero è che nonostante gli sforzi encomiabili (si fa per dire) per finire in galera, l&#8217;auto-martirio di Sallusti non sta funzionando. Anzi dimostra esattamente il contrario di ciò che vorrebbe simboleggiare. La battaglia per la libertà di stampa e per la difesa dei Direttori Responsabili minacciati dalle temibili sanzioni penali previste dallo Stato trova in Sallusti il peggior alfiere: per le sue qualità soggettive, per la brutta vicenda che l&#8217;ha originata, e perché, se in galera non finisce nonostante gli sforzi compiuti, e spero vivamente che ciò non accada, Sallusti rischia di simboleggiare il martire che non riesce a salir sul rogo. Confesso che trovo la situazione quasi imbarazzante.<br />
E l’imbarazzo è acuito dal fatto che personalmente sono assolutamente convinto che la legge sulla stampa e sulla diffamazione, creata in era pre-digitale, debba esser totalmente ripensata.</p>
<p>Viviamo in società che sono definite “dell’informazione” e subiamo la rivoluzione prodotta da internet e dal web senza coglierne le dirompenti e profonde conseguenze. <a href="http://www.codiceedizioni.it/?s=floridi">Luciano Floridi</a>, sottile filosofo dell’infosfera, <a href="http://www.codiceedizioni.it/libri/la-rivoluzione-dellinformazione/">in un recente scritto</a>, definisce la rivoluzione dell’informazione come la quarta rivoluzione dopo quelle copernicana, darwiniana e freudiana: tutte hanno cambiato la nostra concezione del mondo e dunque la percezione che abbiamo di noi stessi. Per Floridi noi siamo “organismi informazionali”. La nostra identità è determinata dai nostri dati, che sono l’informazione che trasmettiamo e condividiamo e che nelle nostre vite, inevitabilmente connesse in rete, sono parte fondante del nostro essere e di quella “dignità umana” sancita come inviolabile dall’art. 1 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea.</p>
<p>Trattare l’informazione oggi è esercizio quotidiano alla portata di tutti: sul web ognuno di noi diventa, talvolta inconsapevolmente, fondamentale hub informativo. Difendere la libertà di espressione e di informazione, e per essa la libertà di stampa, e conciliarla con i diritti legati all’identità ed alla reputazione dei singoli richiede in questo tempo inquieto valutazioni un po’ più complesse del problema posto da Sallusti. La responsabilità dei Direttori è solo una micro-parte dell&#8217;attuale intricato sistema informativo. È necessaria, in ciò concordo con il Direttore Sallusti, una profonda revisione, che però non può apparire e diventare una banale richiesta di immunità a diffamare per alcuni protagonisti dei media tradizionali.</p>
<p>In Parlamento la tempesta provocata sul caso ci ha fornito, con il Ddl SalvaSallusti, una fotografia impietosa dell’insipienza del nostri legislatori, incapaci di un pensiero meditante su ciò che accade intorno a loro. I senatori son parsi cerusici agitati e incompetenti, che metton le mani sui delicatissimi equilibri del diritto nell&#8217;urgenza di diagnosi mediatiche sbagliate, alimentate da fuoco fatuo del furor di popolo o del più duraturo furor di casta.</p>
<p>Per quanto mi riguarda, la figura del Direttore Responsabile potrebbe pure esser abolita, e la sanzione del carcere deve certamente trovare diversa e più attenta modulazione, ma non possiamo pensare che se oggi tratti sul web dati personali veri senza consenso dell’interessato per offrire pubblicità personalizzata fai un anno e mezzo di galera come prevede il nostro codice a protezione dei dati, mentre se sui giornali tratti dati falsi per diffamare, tale fatto potrebbe al più costare 5000 euro di multa al direttore responsabile.</p>
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		<title>Il Nobel all’Europa dei diritti</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Oct 2012 09:09:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
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		<category><![CDATA[diritti fondamentali]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<description><![CDATA[Se il Nobel all&#8217;Unione Europea suscita perplessità, è perchè ormai identifichiamo l’Europa con l’Euro e con i nostri problemi. Se si parla d’Europa sui giornali, è sempre e solo per le politiche economiche, finanziarie o monetarie. La cosa è comprensibile &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2012/10/14/il-nobel-alleuropa-dei-diritti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se il Nobel all&#8217;Unione Europea suscita perplessità, è perchè ormai identifichiamo l’Europa con l’Euro e con i nostri problemi. Se si parla d’Europa sui giornali, è sempre e solo per le politiche economiche, finanziarie o monetarie. La cosa è comprensibile in questi tempi complessi (dovrei dir di crisi, ma il termine ormai mi irrita) e non si può disconoscere nell&#8217;attuale Europa residui di quella visione meramente economicistica che deriva dalla vecchia Comunità Economica Europea, che sino a poco tempo fa costituiva il primo pilastro dell&#8217;Unione.<br />
E&#8217; però riduttivo e sbagliato come molti commentatori hanno fatto, leggere il Nobel ricevuto come un semplice auspicio, paragonandolo a quello dato ad Obama, o limitarsi a ironizzare sulle indubbie carenze delle politiche finanziarie e monetarie di Bruxelles, con le disastrose conseguenze che conosciamo.</p>
<p>La scelta degli accademici scandinavi poggia a mio giudizio su basi solidissime. Non mi riferisco tanto alla visione storica dell&#8217;Europa pacificata, pur rilevante, quanto al riconoscimento e all&#8217;effettiva tutela dei diritti umani fondamentali: aspetto citato più volte nella motivazione del premio. </p>
<p>L&#8217;Europa è oggi nel mondo la regione con il più alto livello di civiltà giuridica. Nel primo dopoguerra il vecchio continente ha posto l&#8217;asticella dei diritti umani molto in alto, tanto che ancora oggi non vi è regione sovranazionale sull&#8217;intero pianeta che possa vantare il sistema di tutela dei diritti fondamentali simile a quello creato dal Consiglio d&#8217;Europa con la Convenzione Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo e  l&#8217;istituzione della Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo (CEDU). Sistema oggi rafforzato dall&#8217;Unione Europea nel trattato di Lisbona.</p>
<p>Vi è molta confusione sui mass media tra le varie istituzioni europee, ed è forse utile rammentare  che il Consiglio d&#8217;Europa è organizzazione diversa e distinta dall&#8217;Unione. Del Consiglio fanno parte oltre ai membri dell&#8217;Unione, tutti gli Stati del continente (compresi Turchia Balcani e Russia). Solo nei prossimi anni l&#8217;Unione Europea come soggetto autonomo entrerà a far parte del Consiglio. </p>
<p>Tuttavia l&#8217;Unione Europea di oggi poggia le proprie basi in tema di diritti fondamentali sulla straordinaria esperienza della CEDU.<br />
La Carta di Nizza approvata nel 2000, che è la Carta dei Diritti Fondamentali dell&#8217;Unione, fa espresso riferimento alla Convenzione Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo approvata nel 1950 ed all&#8217;interpretazione data in questi 50 anni dalla CEDU, e ne attualizza e rafforza i principi.<br />
I provvedimenti dei nostri legislatori nazionali e dei nostri giudici debbono oggi rispettare e sottostare al diritto dell&#8217;Unione ed i cittadini europei hanno diritti fondamentali che possono esser fatti valere concretamente: davanti a tribunali terzi– alla Corte Europea dei Diritti dell&#8217;Uomo o alla Corte di Giustizia dell&#8217;Unione- anche contro il proprio Stato, a dispetto dei propri governanti o dello stesso potere giudiziario.</p>
<p>E si badi che l&#8217;Italia, o meglio noi cittadini abbiamo beneficiato e beneficiamo costantemente del complesso sistema giuridico che l&#8217;Europa ha creato in questi ultimi 60 anni. Più di ogni altro stato dell&#8217;Unione: siamo infatti i primi tra gli stati membri per numero di ricorsi alla CEDU.<br />
Non è un buon segno, ma almeno a buona ragione possiamo dire, come fece il Mugnaio di Sans Souci davanti all&#8217;Imperatore che voleva confiscare il suo mulino, “ci son dei giudici anche a Berlino”. Oggi sono a Strasburgo o in Lussemburgo.</p>
<p>Se non ci fosse stata l&#8217;Europa, le deliranti politiche sull&#8217;immigrazione che propugnava la Lega non avrebbero avuto ostacoli culturali nelle forze politiche che ci hanno governato negli ultimi 20 anni, e sarebbero oggi peggiori di quanto non siano.<br />
Se si parla oggi di diritti delle coppie di fatto o di protezione dei dati personali, è grazie all&#8217;Europa ed ai nuovi diritti che la Carta di Nizza ci permette di pretendere. E&#8217; stata la CEDU a rilevare formalmente l&#8217;assurdità della legge sulla procreazione medicalmente assistita. Di esempi se ne potrebbero far mille. </p>
<p>Se oggi la libertà di espressione è riconosciuta non solo come diritto di esprimere le proprie opinioni (così la nostra vecchia Costituzione), ma anche come libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza ingerenze e senza limiti di frontiera, è perchè così recita la Carta dei Diritti Fondamentali dell&#8217;Unione.<br />
Se oggi internet, che è riconosciuto come fondamentale strumento di democrazia, è oggetto di grande attenzione e si può discutere di neutralità della rete e di diritto di accesso come nuovo diritto fondamentale, lo si deve soprattutto all&#8217;Europa: non certo ai nostri legislatori, disconnessi dal paese e dal nostro tempo.<br />
Tutto questo, dal mio punto di vista, rende concreto, attuale e condivisibile il riconoscimento conferito all&#8217;Unione Europea. </p>
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		<title>Sallusti e la tempesta perfetta</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Sep 2012 08:13:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>carloblengino</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Sallusti]]></category>
		<category><![CDATA[giornali]]></category>
		<category><![CDATA[Monica Senor]]></category>

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		<description><![CDATA[Conosco il caso Sallusti perchè uno dei miei soci di studio difende il magistrato diffamato. Non ho pretese di obiettività. Le considerazioni che mi sento di fare si basano esclusivamente su ciò che siamo costretti a leggere da venerdì su &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/carloblengino/2012/09/23/sallusti-la-tempesta-perfetta/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conosco il <a href="http://www.ilpost.it/2012/09/21/perche-sallusti-rischia-il-carcere/">caso Sallusti</a> perchè uno dei miei soci di studio difende il magistrato diffamato. Non ho pretese di obiettività. Le considerazioni che mi sento di fare si basano esclusivamente su ciò che siamo costretti a leggere da venerdì su tutti, tutti, i giornali.</p>
<p>La tempesta scatenata da Il Giornale è la tempesta perfetta.</p>
<p>I protagonisti sono perfetti.<br />
L&#8217;imputato: un noto giornalista, anzi il Direttore di un importante giornale, amato o odiato, da sempre impavido combattente, che nelle sue esternazioni pone i confini della libertà di stampa molto avanti, spesso a cavallo dell&#8217;altrui reputazione. Ma si sa, la libertà d&#8217;espressione ha confini mobili e incerti.<br />
Come giornalista, è comunque vestale del sacro diritto all&#8217;informazione.<br />
La parte offesa: un giudice che ritiene lesa la propria reputazione per due articoli &#8220;forti&#8221;, basati su notizie che erano già state ufficialmente smentite dalle agenzie di stampa. Ha subito danno e si rivolge ai suoi simili per aver giustizia. Quella giustizia amministrata da magistrati che per alcuni giornali sono una casta di intoccabili (per giunta politicizzati), e per altri i salvatori della patria, garanti della legalità.</p>
<p>L&#8217;antefatto è pure perfetto.<br />
Una minorenne, l&#8217;aborto, il diritto alla vita; visioni laiche e visioni confessionali, su temi che agitano le nostre instabili coscienze.</p>
<p>Anche l&#8217;epilogo è perfetto.<br />
Si sente lo stridore delle catene. Il Direttore, e con lui la libertà d&#8217;espressione finiranno in galera mercoledì, se la Cassazione non ripara l&#8217;inciviltà.</p>
<p>E così si alza la tempesta, e l&#8217;Italia diviene la Corea del Nord, simile alla fallita Unione Sovietica come scrive Feltri.<br />
Si assiste alla straordinaria convergenza de IlFattoQuotidiano con Il Giornale.</p>
<p>Sebbene io condivida ogni allarme per ciò che può minacciare la libertà d&#8217;espressione e di informazione e ritenga necessaria una profonda riflessione sul reato di diffamazione a mezzo stampa nell&#8217;epoca di internet e dell&#8217;ipercomunicazione, in questa tempesta qualcosa non torna.<br />
Sallusti a detta di Feltri è stato condannato &#8220;a sua insaputa&#8221;.<br />
Questa ci mancava. Avevamo le case, le vacanze, gli affitti e le ristrutturazioni &#8220;a mia insaputa&#8221;, ma il processo no. Esiste il processo &#8220;in contumacia&#8221;, ma è cosa diversa dal processo &#8220;a mia insaputa&#8221;<br />
In questa vicenda infatti si è arrivati al terzo grado di giudizio. Sallusti con i suoi difensori (distratti o meno che fossero) ha proposto appello dopo la condanna di primo grado e poi, a seguito dell&#8217;appello, ha nominato un nuovo difensore e fatto ricorso per Cassazione. Com&#8217;è che lui non ne sapeva nulla?<br />
Io credo possibile che Sallusti non sapesse nulla della sua condanna.<br />
Ce lo siamo detti mille volte in studio, con Monica Senor, che difende il magistrato diffamato: com&#8217;è che Libero non risarcisce il danno chiedendo di rimetter la querela come accade usualmente nelle diffamazioni a mezzo stampa? È raro che si arrivi alla condanna penale per un articolo diffamatorio. Possibile che Sallusti se ne freghi con una condanna così? Ma lo saprà?<br />
Il fatto che il Direttore responsabile di un quotidiano non sappia del processo e neppure della sua condanna, in due gradi di giudizio, e si limiti a nominare gli avvocati (ed ognuno sceglie chi ritiene), non è fatto da poco. E&#8217; il segno di un&#8217;irresponsabilità che contraddice il ruolo.<br />
La frase &#8220;a mia insaputa&#8221;, è stata negli ultimi tempi l&#8217;arrogante difesa, spesso comica, di chi invece doveva sapere. Il caso di Sallusti non è poi molto diverso, e prima di stracciarsi le vesti per la libertà di stampa, qualche riflessione bisognerebbe farla .</p>
<p>Il sospetto è che, almeno in alcune realtà editoriali, i danni da diffamazione siano gestiti come un costo &#8220;ordinario&#8221; e fisiologico della macchina mediatica. A dispetto di ogni responsabilità personale o di ruolo, ai Direttori non filtra neppure la notizia della loro condanna. Tanto usualmente tutto si risolve in un calcolo banale di costi/benefici. L&#8217;editore paga e se querela vi era stata, viene ritirata.</p>
<p>Il rischio è che, senza responsabilità personali (che non necessariamente debbono esser penali, su questo si discuta pure) le possibili diffamazioni dipendano da un mero calcolo di conto: dalle vendite o dalle convenienze dell&#8217;editore, per qualsivoglia fine.<br />
La macchina del fango che appassionava alcuni mesi fa molti giornalisti oggi indignati, è figlia di questa impostazione.</p>
<p>Non è questo il modello da difendere per proteggere la libertà di stampa.</p>
<p>La condanna inusuale di Sallusti ha poco a che vedere con la libertà di espressione o con la libertà di stampa e molto a che vedere con l&#8217;irresponsabilità, un po&#8217; arrogante, che si cela dietro la frase “a mia insaputa”.</p>
<p>Sallusti è il Direttore Responsabile di un giornale che pubblica un articolo violento, basato su fatti già smentiti dalle agenzie di stampa: nessuno, neppure in questa tempesta perfetta dubita della diffamazione. Il pezzo è pubblicato con uno pseudonimo, Dreyfus. In zona cesarini si scopre che l&#8217;autore è, forse, un giornalista radiato, Farina, a cui il direttore aveva concesso nonostante la radiazione le pagine del suo giornale. Per aver “collaborato” in quel periodo con Farina nonostante la cancellazione dello stesso, Sallusti è stato nel 2011 sospeso per due mesi dall&#8217;Ordine.</p>
<p>Adesso, nella tempesta creata ad hoc, leggiamo che di questa sentenza incivile son responsabili tutti: i politici che attentano alla libertà di stampa non depenalizzando il reato di diffamazione (ma solo quello a mezzo stampa, si badi), gli avvocati che non sanno fare il loro mestiere, la magistratura che si auto-protegge. Leggiamo che si finisce in galera per responsabilità oggettiva (ed è una bestialità giuridica), per un articolo di cui non si è autori (ma i direttori responsabili sono&#8230;responsabili).<br />
Infine leggiamo che il processo è stato “a sua insaputa”.</p>
<p>Dunque dobbiamo concludere che, se solo Sallusti avesse saputo: i) avrebbe evitato che un giornalista radiato scrivesse sul giornale di cui era il direttore responsabile; ii) avrebbe evitato che il radiato scrivesse articoli diffamatori; iii) nel caso poi che avesse saputo che, a sua insaputa, ciò era avvenuto nel giornale di cui egli era responsabile, avrebbe certamente detto chi era l&#8217;autore, oppure -non potendolo dire poiché l&#8217;autore era radiato- iv) avrebbe come d&#8217;uso pagato il danno ed ottenuto la remissione della querela, prima o durante il processo. Se solo avesse saputo che c&#8217;era il processo. Ma era solo il Direttore Responsabile della Testata. Non lo sapeva.</p>
<p>La diffamazione lede un patrimonio personale che oggi è, se possibile, più prezioso di quanto non fosse prima del web. In questo tempo di ipercomunicazione, tutti abbiamo grande cura della nostra immagine: siamo sui socielnetwork e pretendiamo giustamente un alto livello di protezione per i nostri dati. Questo perchè i nostri dati sono le nostre informazioni, che sono la nostra immagine che è la nostra reputazione.</p>
<p>La libertà di espressione e la libertà di stampa si difendono meglio, soprattutto sui giornali, se non si difendono anche le violazioni dei diritti altrui. E dei propri doveri, anche di quello di sapere.<br />
Dopo di che si discuta pure dell&#8217;adeguatezza di questa o di quella sanzione e del pan-penalismo che pervade la nostra scalcagnata legislazione.</p>
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