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	<title>Chiara Lino</title>
	
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	<description>Giornalista del Post</description>
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		<title>Questa storia di GIRLS, tra razzismo e nudismo</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Apr 2012 10:02:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se non avete costanti rapporti con la serialità televisiva americana, con la sua programmazione e con i commenti all&#8217;offerta in generale, potrebbe esservi sfuggita l&#8217;incredibile polemica scatenata dal primo episodio di Girls. Parole chiave: sessismo, razzismo, nepotismo, nudismo, altre cose &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2012/04/27/questa-storia-di-girls-tra-razzismo-e-nudismo/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se non avete costanti rapporti con la serialità televisiva americana, con la sua programmazione e con i commenti all&#8217;offerta in generale, potrebbe esservi sfuggita l&#8217;incredibile polemica scatenata dal primo episodio di <em>Girls</em>. Parole chiave: sessismo, razzismo, nepotismo, nudismo, altre cose in -ismo, assenza di empatia e <em>i critici sono scemi</em>. Scusate, riassumevo.</p>
<p><em>Girls</em> è la nuova serie &#8220;comica&#8221; (poi spiegherò le virgolette, poi) prodotta e trasmessa da HBO, creata/scritta/diretta/interpretata da una giovanissima autrice e regista che si chiama Lena Dunham e che un paio di anni fa ha vinto un premio al <a href="http://www.ilpost.it/2011/03/11/ad-austin-inizia-il-sxsw/" target="_blank">SXSW</a> col suo<em> Tiny Furniture</em>, e con la produzione esecutiva di un tizio che si chiama Judd Apatow e che, tra capolavori e solenni stronzate, ha fatto cose come <em>Freaks&amp;Geeks</em>, appartenente alla prima categoria.</p>
<p>Succede che, dopo l&#8217;entusiasmo – esclusivamente di critica, non state male se non sapete cosa sia – per <em>Tiny Furniture</em>, HBO va da Lena Dunham e le dice <em>senti, ti diamo uno spazio e dei soldi e tu fai esattamente la cosa che vorresti vedere in tv in questo momento</em>. Lei risponde <em>ok.</em> Perché, siamo seri: chi direbbe di no a un&#8217;offerta del genere?</p>
<p><em>Tiny Furniture</em> è un film quasi autobiografico, quasi documentaristico – è realizzato come un ottimo prodotto di fiction, ma rinuncia a cose trascurabili tipo una trama e dei personaggi che non esistono davvero –, che racconta lo shock da rientro a casa di una ragazza (Lena Dunham) che ha appena finito il college e fa ora i conti con la convivenza forzata con madre e sorella, l&#8217;incertezza per il futuro e le latenti aspettative di un suo ufficiale ingresso nell&#8217;età adulta. Problemi: <em>madre</em> e <em>sorella</em> sono vere <em>madre</em> e <em>sorella</em>, e in particolare <em>madre</em> è la nota fotografa Laurie Simmons; lo spaesamento di Lena (che nel film si chiama Aura) si svolge in un gigantesco, bellissimo loft di New York, che poi sarebbe davvero la casa della sua famiglia.</p>
<p><em>Girls</em> segue le orme concettuali del film: ragazze più o meno fresche di laurea vivono a New York più o meno mantenute dai genitori, finché suddetti genitori non decidono di tirarsi indietro, chiudere il portafogli e invitarle a crescere. Cornice di stage non pagati, avventure sessuali discutibili, tentativi di scrivere un romanzo perché <em>potrei essere la voce della mia generazione, o di UNA generazione</em>, un brutale impatto con la realtà non del tutto digerito e rapporti umani squallidamente credibili. La protagonista è sempre lei, Lena Dunham, che questa volta si chiama Hannah: ha un&#8217;inutile laurea in letteratura inglese, non vive con la famiglia in un loft tutto bianco ma con un&#8217;amica in un appartamento un po&#8217; conciato e viene licenziata da uno stage non retribuito quando prova a chiedere qualche soldo. Tanto il film quanto la serie sono costruiti per comunicare una sensazione di totale inadeguatezza, l&#8217;incapacità di entrare in un ruolo che sembrava a portata di mano. No, non fanno ridere. E sì, la critica li ha amati entrambi.</p>
<p>Nei giorni scorsi l&#8217;internet – e dico l&#8217;internet perché non ho avuto occasione di passeggiare per una strada affollata di New York, insomma, non so bene se se ne parli anche al di fuori dell&#8217;internet – si è scatenato contro <em>Girls</em> con una cattiveria inaudita e l&#8217;inspiegabile ma molto internettiana necessità di trovare il cosiddetto pelo nell&#8217;uovo. Alcune di queste critiche possono essere discusse, la maggior parte andrebbero rispedite al mittente. Vediamole.</p>
<p><strong><em>Nepotismo</em>, aka <em>sì, ok, ce l&#8217;ha fatta ma era già ricca/sua madre era famosa quindi non è giusto</em></strong>. Quando leggete in giro che Lena Dunham è molto giovane, non pensate alla definizione nostrana: non ha ancora compiuto 26 anni, a Milano potrebbe ancora fare l&#8217;abbonamento giovani ai mezzi pubblici, 17 euro al mese. Tutti speriamo sempre che i giovani emergano, mostrino le loro capacità, salvino il mondo, trovino un modo per mostrare e far sentire la loro voce. Quando lo fanno davvero, però, si tende a storcere un po&#8217; il naso: non hanno fatto abbastanza gavetta, hanno saltato delle tappe, tutto questo successo puzza di raccomandazioni, eccetera. Siccome di Lena Dunham non si poteva dire <em>è gnocca ed è andata a letto col produttore</em>, perché gnocca non è e ne fa un punto di forza, si va a scavare nelle sue origini non proprio umili e nel lavoro di sua madre (che, ricordiamolo: fa la fotografa, non è George Lucas). A quanto pare parlare di giovani spiantati quando si ha successo e si ha avuto una vita agiata è immorale. Ok.</p>
<p><strong><em>Emotismo</em>, aka <em>mi piace che tutta questa lista finisca in -ismo</em></strong>. Il pilot si apre con una spiacevole conversazione tra Hannah e i suoi genitori, i quali le comunicano con qualche imbarazzo che non hanno più intenzione di mantenerla. Loro sono ragionevoli, lei è disorientata e si mostra per ciò che è: confusa, viziata, indecisa, impreparata all&#8217;autonomia. Non è una protagonista piacevole ma non credo che esista un problema di identificazione dello spettatore. Semmai il contrario: ci si lamenta dell&#8217;impossibilità di identificarsi con Hannah, io credo che identificarsi con Hannah sia la cosa più semplice e immediata del mondo. Hannah non è piacevole, ammettere di essere (o essere stati) come lei lo è ancora meno.</p>
<p><strong><em>Nudismo</em>, aka <em>perché tutte queste scene di sesso, non le vogliamo</em></strong>. Legittimo, ma. In un&#8217;intervista (non ho voglia di trovare il link, scusate, fidatevi) Lena Dunham scherzava sul fatto che, per un motivo o per un altro, in questa serie si ritrova sempre nuda. Poi approfondiva: <em>c&#8217;è bisogno di più corpi come il mio in tv, corpi sovrappeso, corpi normali</em>. In una scena del secondo episodio il tipo spiacevole con cui si svolgono le spiacevoli scene di sesso le chiede come mai ha tutti quei tatuaggi, lei risponde più o meno <em>ero adolescente, ero ingrassata molto in poco tempo, volevo fare qualcosa che mi restituisse la percezione di controllo sul mio corpo</em>. <a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/12/12/i-canali-via-cavo-1-hbo/" target="_blank">HBO è famosa per la sua quota tette</a>, Lena Dunham non fa sconti al percorso verso il fondo della protagonista: le due cose, fuse insieme, portano a qualche scena molto esplicita e sgradevole, ma non superflua. Ci dà la misura di quanto sia incontrollabile il senso di fallimento e di abbandono di Hannah. È un abbruttimento consapevole e onesto, coerente col quadro che l&#8217;episodio pilota ci presenta.</p>
<p><strong><em>Razzismo</em>, aka <em>dove avete messo le minoranze etniche non le trovo da nessuna parte</em></strong>. Touché: il cast di <em>Girls</em>, ora del secondo episodio, sembra completamente composto da bianchi. Non si può inventare una giustificazione per questo: è vero, ed è vero che la multietnicità di New York non è rappresentata, ed è anche vero che il cast di <em>Girls</em> per il momento è composto da circa cinque persone, del resto tutte amiche dell&#8217;autrice che, come si diceva più su, è cresciuta in un ambiente molto agiato e – ipotizzo – molto bianco. Indubbio che non vada bene, ma non so se questo sia sufficiente per accusare di razzismo Lena Dunham.</p>
<p>Ciò che traspare dalla fiction statunitense è una realtà molto etnicamente connotata. Diciamo che ogni personaggio ha diritto a 10 punti-carattere: ogni caratteristica ha un suo valore predeterminato, e <em>il bianco</em> è il grado zero. Occhiali: 6 punti. Biondo: 4 punti. Antipatico: 5 punti. Intellettuale: 7 punti. Allergico: 1 punto. Omosessuale: 10 punti. Nero/ispanico/asiatico: 9 punti. Cosa significa? Che i personaggi di colore portano con sé un pacchetto di connotazione predeterminato così ingombrante da non lasciare spazio a nessun altro tipo di caratterizzazione se non quelle ininfluenti sulla trama. Intendiamoci, sto generalizzando: esistono serie che danno una caratterizzazione realistica al personaggio di colore, o all&#8217;omosessuale, o alla bionda sexy, ma sono poche.</p>
<p>Ciò che mi chiedo è: basta inserire un nero nel cast per evitare l&#8217;accusa di razzismo? Perché prendersela con <em>Girls</em> con questo accanimento, se sono tante le serie che usano un cast quasi completamente bianco? <em>Girls</em> pecca di razzismo o di imbarazzante sbadataggine?</p>
<p>Nel mentre, parte del fandom di <em>Hunger Games</em> sta montando un casino non indifferente perché per due personaggi sono stati scelti attori di colore, e dal libro se li immaginavano bianchi.</p>
<p>Vabbè, polemiche a parte, Girls è bello? Sì, però non aspettatevi di ridere: se vi capiterà di identificarvi con la protagonista, probabilmente a fine visione vorrete infilarvi un coltello in pancia.</p>
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		<title>I canali via cavo: #1 – HBO</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 11:10:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aaron sorkin]]></category>
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		<description><![CDATA[Continua l&#8217;analisi di ciò che possiamo aspettarci, a livello di programmazione e scelte creative, dai vari canali statunitensi da cui alcuni di noi (chi, io? No, vi confondete, è quell&#8217;amica del cugino&#8230;) sono completamente dipendenti. Spoiler: questa è la parte &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/12/12/i-canali-via-cavo-1-hbo/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continua l&#8217;analisi di ciò che possiamo aspettarci, a livello di programmazione e scelte creative, dai vari canali statunitensi da cui alcuni di noi (chi, io? No, vi confondete, è quell&#8217;amica del cugino&#8230;) sono completamente dipendenti. Spoiler: questa è la parte più interessante, quella cicciosa, con le serie più belle.</p>
<p>I canali via cavo sono in larga parte (ma con onorevoli eccezioni) a pagamento, hanno un&#8217;offerta più ridotta e rivolta a un pubblico più selezionato, le serie si svolgono in un arco di stagioni solitamente definito, e ogni stagione conta un numero di episodi che solitamente è la metà di quelli delle reti broadcast. Per dire, se una stagione di una serie della Nbc è composta in media da un numero di episodi tra i 20 e i 24, le stagioni sui canali via cavo avranno tra i 10 e i 12 episodi.</p>
<p>Ogni canale può essere piazzato in uno spazio tridimensionale definito dall&#8217;incrocio degli assi tette, soldi, qualità. L&#8217;asse <strong>tette</strong> dà la misura di quanto ci si può spingere nell&#8217;essere epliciti: di solito riguarda non solo sesso ma anche linguaggio, libertà nel trattare certe tematiche (droga, alcool, politica, perversioni varie, <em>you name it</em>) e violenza. Però di solito il punto è il sesso. <strong>Soldi</strong> è, ovviamente, il tipo di budget che la produzione è disposta a investire nei progetti. <strong>Qualità</strong> è, be&#8217;. La qualità. Soldi e qualità possono variare nel tempo, a essere onesti, mentre il livello di tette va a definire la politica del canale e quindi tende, a meno di azzardati riposizionamenti, a stare fermo o a salire.</p>
<h2>HBO</h2>
<p>La HBO non ha bisogno di grandi introduzioni: l&#8217;altro giorno guardavo una pubblicità della trasmissione su Sky di <em>Game of Thrones</em>, e ho notato che veniva presentata come &#8220;la nuova serie HBO&#8221;. Ok, Sky non sarà Rete4, ma qualcosa vorrà pur dire.</p>
<p>Il fatto è che la HBO offre una programmazione così bella, ricca, di qualità anche quando va completamente in vacca (<em>True Blood,</em> sto guardando te), che viene riconosciuta come marchio di garanzia. La sigla sta per Home Box Office, che significa &#8220;botteghino casalingo&#8221; ma che, emulando un linguaggio un po&#8217; marketing, potremmo tradurre con &#8220;il cinema a casa tua&#8221;. Avevo accennato già qualcosa in <a href="http://www.ilpost.it/2011/05/03/la-nuova-serie-tv-di-aaron-sorkin/" target="_blank">questo</a> articolo sulla nuova serie di Sorkin:</p>
<blockquote><p><em>More as the story develops</em> è stato commissionato a Sorkin dalla HBO, una delle più importanti reti via cavo nota per le produzioni di qualità, sia documentaristiche che di fiction, e per la scelta di tematiche molto diverse tra loro: tra le serie prodotte dalla rete c&#8217;è <em>True Blood</em> (vampiri), <em>Big Love</em> (mormoni poligami), <em>I Sopranos</em> (mafia), <em>Band of Brothers</em>, <em>Generation Kill</em> e <em>The Pacific</em> (guerra), <em>Sex and the City</em> (donne single). Tutte serie che non si pongono troppi problemi nel mostrare scene di sesso o violenza, usare un linguaggio articolato, sia visivo che verbale, e proporre tematiche controverse. Tutte serie che hanno potuto sviluppare la propria trama senza la minaccia incombente della cancellazione al primo inciampo. Insomma, è facile ipotizzare che Sorkin avrà totale libertà nel tratteggiare le sue storie e i suoi personaggi, rivolgendosi a un pubblico selezionato che più facilmente apprezzerà il suo stile.</p>
<p>Riguardo la forma, è importante sottolineare due elementi. Il primo è la lunghezza degli episodi, che sulla HBO durano tra i 50 e i 60 minuti contro i 40-45 delle reti mainstream. Se pensate che non faccia alcuna differenza, pensate al <a href="http://www.ilpost.it/2011/03/23/mad-men-quinta-stagione/">casino</a> che ha piantato Matthew Weiner quando la AMC ha minacciato di accorciare di un paio di minuti gli episodi di Mad Men; oppure al calo qualitativo che hanno subito le serie della Fox quando, nel 2008, la rete ha scelto di ridurre le pause pubblicitarie allungando gli episodi a 50 minuti di durata. Questo non vuol dire che la serie di Sorkin sarà più o meno bella perché composta da episodi più lunghi, ma che la differenza si farà sentire.</p>
<p>Il secondo elemento è la durata delle stagioni, che sulla HBO sono composte da una media di 10-12 episodi, con pause di 8-10 mesi tra una stagione e l&#8217;altra: anche questo peserà sull&#8217;economia dei cicli narrativi, che Sorkin è abituato a &#8220;spalmare&#8221; su più tempo. Sempre parlando di numeri va anche notato che le serie HBO contano, di solito, tra le quattro e le sei stagioni.</p></blockquote>
<p>Se alle serie già elencate nel brano citato non compare la vostra preferita di sempre, lasciatemi completare la lista con <em>Six Feet Under</em>, per nominare un titolo a caso, o <em>The Wire</em>, o <em>Boardwalk Empire</em>, o <em>Treme</em>. O con la notizia che, a gennaio, sul canale partirà una nuova serie (<em>Luck</em>) con protagonista Dustin Hoffman. O che è in produzione un adattamento televisivo di <em>American Gods</em> di Neil Gaiman, scritto da Neil Gaiman <em>himself</em>. Nel nostro schema tette-soldi-qualità, la HBO tocca vette mai viste, non si tira indietro davanti a niente: il canale è andato oltre l&#8217;originario obiettivo di portare il cinema nelle case, decidendo di realizzarlo in formato seriale e televisivo.</p>
<p>Vi sta antipatica la HBO? Pensate che i capoccia del canale, noti per fiutare le serie più promettenti, anni fa hanno rifiutato la proposta di un piccolo progetto su un&#8217;agenzia pubblicitaria degli anni Sessanta, sulle persone che ci lavoravano, su un periodo storico tra i più incisivi nella definizione del nostro contemporaneo, creata da un signore che aveva realizzato una delle serie più di successo del canale, i <em>Sopranos</em>. Si chiama <em>Mad Men</em>, non so se l&#8217;avete sentito nominare. Alla fine l&#8217;ha prodotto un altro canale, di cui parleremo più avanti.</p>
<p>Amate la HBO? Tanto per riconfermare che non ne sbagliano una (ok, quella su <em>Mad Men</em> è stata una brutta caduta di stile&#8230; E l&#8217;ultima stagione di <em>True Blood</em>&#8230; E, be&#8217;, ok, <em>Big Love</em> ha avuto dei momenti proprio bassi), sappiate che il canale offre uno splendido ciclo estivo di documentari.</p>
<p><em><strong>Una serie da guardare:</strong></em> «tutte» è una risposta valida? Dovendo scegliere, mettetevi in pari con <em>Game of Thrones</em>: è stata La Serie del 2011, è bellissima e soprattutto ad aprile inizia la seconda stagione e ne parleranno tutti.</p>
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		<title>I fantastici cinque (ABC, NBC, FOX, CW, CBS)</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2011 16:56:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Parlando di serie tv con i profani mi capita spesso di raccogliere sguardi straniti quando, a una constatazione su un certo show, rispondo «beh, certo, è una serie trasmessa da [inserire qui nome del canale]!». Da noi le serie americane &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/12/01/i-fantastici-cinque/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Parlando di serie tv con i profani mi capita spesso di raccogliere sguardi straniti quando, a una constatazione su un certo show, rispondo «beh, certo, è una serie trasmessa da [inserire qui nome del canale]!». Da noi le serie americane arrivano in due modi: o quando le reti italiane decidono di acquistarle, doppiarle e trasmetterle, o quando riteniamo di dovercele procurare in modi alternativi. In entrambi i casi diamo ben poco peso al network che le ha originariamente prodotte e trasmesse, sembra una questione che ci riguarda poco. Eppure basta prestare un po&#8217; di attenzione per trovare dei tratti comuni nelle scelte creative fatte da un network e, di conseguenza, per farci un&#8217;idea più precisa di ciò che stiamo guardando.</p>
<p>Ogni network, infatti, costruisce la propria programmazione per un determinato pubblico a cui, in modo più o meno riuscito, vuole rivolgersi. È naturale, succede ovunque e gli Stati Uniti, con la loro offerta d&#8217;intrattenimento sterminata, non fanno eccezione.</p>
<p>I due gruppi principali sono le reti <em>broadcast</em> e le reti <em>cable</em>: generalizzando, le prime sono aperte a chiunque possegga un apparecchio televisivo, le seconde forniscono un&#8217;offerta a pagamento, che sia tramite abbonamento, on demand o tramite una combinazione dei due elementi. Quindi le prime basano la loro esistenza sui ricavi pubblicitari, tendono a offrire una programmazione più generalista e accessibile anche alle fasce meno istruite, mentre le seconde contano molto sulla vendita di abbonamenti, quindi sullo spettatore attivo e non passivo, quindi su un&#8217;offerta di qualità o molto mirata.</p>
<p>Cominciamo con le reti broadcast, che ci offrono la maggioranza di ciò che – ahem – guardiamo anche qui. Una microscopica annotazione: parlo di fiction televisiva seriale, non di programmi di approfondimento, notiziari, sport. Parlo di programmazione <em>primetime</em>, la nostra prima serata, non di <em>daytime</em>, la programmazione mattutina e pomeridiana.</p>
<h2>NBC</h2>
<p>La <em>National Broadcasting Company</em> è quella del logo col pavone, per intenderci. Esiste da un sacco di tempo e al momento se la passa un po&#8217; male, schiacciata dagli altri colossi e incapace di produrre una scelta creativa che funzioni, dal punto di vista dei drama, da troppo tempo. I tentativi di eccellenza ci sono stati e restano tra gli esempi più virtuosi di serialità televisiva su una rete broadacast, pur essendo stati uccisi dagli ascolti: Friday Night Lights, acquistata all&#8217;ultimo momento e portata a termine da Direct TV, o Kings, lasciato morire dopo una manciata di episodi, sono tra questi. L&#8217;offerta attuale è molto fragile, purtroppo, e la cancellazione di alcuni, atroci nuovi show ha messo ulteriormente in difficoltà la rete.</p>
<p>Ciò che nessuno può togliere alla Nbc sembra essere il polso sulle comedy. È stata la casa di Frasier e di Friends, dalla cui conclusione non si è mai ripresa, e ospita ora alcune delle migliori sit com in circolazione: Community, Parks &amp; Recreation, The Office. Ascolti piuttosto bassi, qualità decisamente al di sopra della media.</p>
<p><strong>Una serie da vedere</strong>: <em>Parks &amp; Recreation</em>, se siete in Italia, perché è splendida (ma saltate la prima stagione a piè pari e senza rimpianti); <em>Community</em>, se siete negli Stati Uniti, perché è a rischio cancellazione e ha bisogno di voi.</p>
<h2>CBS</h2>
<p>Se la CBS avesse un motto (probabilmente ce l&#8217;ha, ma non ho voglia di informarmi) dovrebbe essere «Squadra che vince non si cambia». È il network delle serie che durano all&#8217;infinito, dei grandi classici: CSI e figli, How I Met Your Mother, Two and a Half Men, NCIS, The Big Bang Theory. È una macchina mangia soldi: quando produce uno show ci sono ottime garanzie che si rivelerà sempliciotto, poco originale, ripetitivo ma che, soprattutto, farà numeri incredibili e andrà in onda per anni. Le serie e i reality della CBS sono corazzate, non guardano in faccia nessuno e sanno come ingraziarsi il pubblico, raccogliendone fette sempre più ampie man mano che le serie semplificano i loro concept e cominciano a puzzare di naftalina. Le serie CBS partono col botto, conquistano una larghissima fetta di pubblico e poi cercano di abbassarsi al livello di quelli che ancora non hanno stregato: funziona.</p>
<p><strong>Una serie da vedere</strong>: <em>The Good Wife</em>, un legal appassionante e delicatissimo nell&#8217;illustrare le dinamiche tra i personaggi. Nulla di meno scontato.</p>
<h2>ABC</h2>
<p>Vi ricordate il 2004? No? Allora ve lo ricordo io: è stato l&#8217;anno di <em>Lost</em>, di <em>Grey&#8217;s Anatomy</em>, di <em>Desperate Housewives</em>. Molti l&#8217;hanno dimenticato, ma queste ultime due sono state ottime serie drammatiche, al loro esordio. Ebbene, se voi potete averlo rimosso la ABC se lo ricorda fin troppo bene, perché è da allora che cerca di riprodurre lo stesso successo. Rete orientata al pubblico femminile adulto, tende a produrre serie con forti premesse che sfociano, inevitabilmente o quasi, in intensissime e complesse trame sentimentali.</p>
<p><strong>Una serie da vedere</strong>: <em>Suburgatory</em>, una comedy leggera e sfiziosa.</p>
<h2>The CW</h2>
<p>La rete per i giovani scemi, che sembra seguire un unico comandamento nella scelta delle sue serie: purché siano adolescenti e/o abbiano i poteri. Nata dalla fusione tra WB (<em>purché abitino in una cittadina di provincia</em>) e UPN (la rete, non chiedetemi perché, rivolta alle donne di colore, anche nota come <em>la rete che salvò Buffy</em>), la CW ha fatto della programmazione di pessima qualità un suo tratto distintivo. Pensate a una brutta serie per adolescenti attualmente in onda, al 90% viene trasmessa dalla CW. Qualche esempio? <em>90210</em>, <em>Gossip Girl</em>,<em> The Vampire Diaries</em>, <em>The Secret Circle</em>, <em>One Tree Hill</em>.</p>
<p>La CW ha altri due insoliti, ma ingombranti, tratti caratteristici: una colonna sonora molto invadente e i continui accoppiamenti tra gli attori sotto contratto con la rete. È quasi scientifico: quando una musica rende quasi impossibile ascoltare i dialoghi, è probabile che si tratti di una serie CW. Quando due facce note solo a vostro cugino adolescente si sposano, al 99% saranno attori di una (o più) serie CW.</p>
<p><strong>Una serie da vedere</strong>: Suonerà assurdo ai più, ma <em>The Vampire Diaries</em> è diventato niente male.</p>
<h2>FOX</h2>
<p>Se avete mai guardato <em>The Big Bang Theory</em>, probabilmente riconoscerete questo dialogo. Premessa: Sheldon è arrabbiato con Leonard e lo sta costringendo a scegliere la persona più malvagia in terzetti di persone molto malvage.</p>
<blockquote><p>Leonard: Okay, I know what will cheer you up, let’s play one of your driving games!<br />
Sheldon: Alright. This game is called Traitors. I will name three historical figures, you put them in order of the heinousness their betrayal. Benedict Arnold. Judas. Dr. Leonard Hofstadter.<br />
Leonard: Do you really think I belong with Benedict Arnold and Judas?<br />
Sheldon: You’re right. Judas had the decency to hang himself after what he did.<br />
Leonard: C’mon, Sheldon. Can’t you at least try to understand how much this means to me?<br />
Sheldon: Round two: Leonard Hofstadter, Darth Vader, Rupert Murdoch.<br />
Leonard: Rupert Murdoch?<br />
Sheldon: He owns FOX and they cancelled Firefly. Hint: he and Darth Vader are tied for number two.</p>
<p><em>Leonard: Okay, so cosa ti tirerà su di morale, facciamo uno dei tuoi giochetti da viaggio in macchina!</em><br />
<em>Sheldon: D&#8217;accordo. Questo gioco si chiama Traditori. Citerò tre figure storiche e tu devi metterle in ordine secondo l&#8217;efferatezza del loro tradimento. Benedict Arnold. Giuda. Dr. Leonard Hofstadter.</em><br />
<em>Leonard: Credi davvero che io possa essere paragonato a Benedict Arnold e Giuda?</em><br />
<em>Sheldon: Hai ragione, Giuda ha avuto la decenza di impiccarsi dopo ciò che ha fatto. </em><br />
<em>Leonard: Avanti, Sheldon. Non puoi almeno provare a capire quanto questo è importante per me? </em><br />
<em>Sheldon: Secondo turno: Leonard Hofstadter, Darth Vader, Rupert Murdoch.</em><br />
<em>Leonard: Rupert Murdoch?</em><br />
<em>Sheldon: Possiede la Fox, e la Fox ha cancellato Firefly. Un indizio: lui e Darth Vader sono al secondo posto a parimerito.</em></p></blockquote>
<p>La Fox lascia dietro di sé una scia di cadaveri, serie uccise senza pietà al primo cenno di ascolti sotto la media. Ma è anche una rete coraggiosa, che non ha paura di sperimentare concept rischiosi, di spingere un po&#8217; oltre la barriera del già visto. Certo, poi cancella tutto quello che non funziona e lo scioglie nell&#8217;acido, come un serial killer ben addestrato. Ma non possiamo dimenticare che <em>Fringe</em> è ancora in onda e che <em>Dollhouse</em>, data per spacciata dal primo episodio, ha avuto ben due stagioni.</p>
<p><strong>Una serie da vedere</strong>: <em>Firefly</em>, come dice Sheldon (e come dico io). E <em>Fringe</em>, che ha le sue cadute di stile ma resta un drama sci-fi notevole.</p>
<p>Nella prossima puntata si parla di sesso, droga e canali via cavo.</p>
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		<title>L’appiattimento della risata</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 10:20:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando si tratta di risate meglio andare sul classico, sul moderato, sul rassicurante. È ciò che comunicano i risultati degli Emmy, gli Oscar della tv assegnati domenica sera, per quanto riguarda tutte le categorie Comedy: premiato Modern Family su tutti, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/09/20/lappiattimento-della-risata/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://www.next-tv.it/wp-content/uploads/2011/01/Modern-Family.jpg" alt="" width="360" height="480" />Quando si tratta di risate meglio andare sul classico, sul moderato, sul rassicurante. È ciò che comunicano <a href="http://www.ilpost.it/2011/09/19/tutti-i-vincitori-degli-emmy/" target="_blank">i risultati degli Emmy</a>, gli Oscar della tv assegnati domenica sera, per quanto riguarda tutte le categorie Comedy: premiato Modern Family su tutti, che si porta a casa miglior serie comica, migliori attori non protagonisti, miglior sceneggiatura e migliore regia.</p>
<p>Modern Family è un <em>mockumentary</em>, cioè un prodotto di fiction girato come se fosse un documentario, piuttosto all&#8217;acqua di rose: l&#8217;unico momento in cui è evidente che i personaggi sono filmati da una troupe è durante gli intermezzi con le finte interviste, che fanno da commento diretto a ciò che succede, da racconto o talvolta da semplice approfondimento di alcuni lati caratteriali. Insomma: uno spiegone esplicito e dichiarato a intervalli regolari.</p>
<p>Di uso brillante del genere <em>mockumentary</em> ci sono tantissimi esempi, da The Office a Parks and Recreation. Modern Family è un buon prodotto, ma non va oltre questo: lo spunto originale si è esaurito dopo i primi episodi, l&#8217;idea dei tre nuclei familiari tutti diversi eppure tutti uniti in una famiglia allargata non racconta nulla di nuovo. Sarà pure la famiglia moderna, ma non fa davvero nulla di coraggioso da un punto di vista narrativo, o anche solo nell&#8217;uso della comicità. A meno che non vengano viste come coraggiose le vicende familiari di un gruppo di persone benestanti costrette dai loro legami a una più o meno stretta convivenza.</p>
<p>Insomma: poche invenzioni tanto registiche quanto narrative, un cast tra il molto buono e l&#8217;eccellente (ma dovendone premiare due non avrei scelto Julie Bowen e Ty Burrell), e di sicuro non la migliore serie comica in circolazione.</p>
<p>D&#8217;altra parte a vincere l&#8217;Emmy come migliore attrice protagonista in una serie comica è stata Melissa McCarthy, brava attrice ma pur sempre incastrata nel ruolo femminile in una sit-com, Mike &amp; Molly, su due ciccioni innamorati, tra risate registrate e gag meritevoli dei peggiori anni &#8217;80. Il premio da attore protagonista è invece andato a Jim Parsons, lo Sheldon del sopravvalutatissimo The Big Bang Theory, serie che si nasconde dietro la &#8220;cultura nerd&#8221; ma che è oggettivamente datata.</p>
<p>Resta da chiedersi perché di fronte a prodotti come i già citati The Office e Parks &amp; Recreation, ma anche Community, Louie, It&#8217;s Always Sunny in Philadelphia, Eastbound and Down, tanto il pubblico quanto gli stessi addetti ai lavori (sono loro che assegnano gli Emmy) ricadano sulle solite scelte preconfezionate, semplici, prevedibili.</p>
<p>Questo a fronte di un&#8217;edizione degli Emmy che, per quanto riguarda le categorie Drama, è stata fenomenale: Friday Night Lights, Boardwalk Empire, Downton Abbey, The Good Wife, Game of Thrones sono tra le serie migliori che abbiamo visto quest&#8217;anno.</p>
<p>Se avete letto questo post per trovare una risposta al perché la gente ami ridere sempre delle stesse cose, purtroppo non la troverete. Ma considerato quanto è importante la satira, l&#8217;ironia, la comicità per far fronte a tante situazioni della vita privata e pubblica, diventa subito una perdita veder liquidato il genere con tanto pressapochismo.</p>
<p>p.s.: quest&#8217;estate, su Serialmente, un gruppo di volenterosi organizzato una <a href="http://www.serialmente.com/categorie/rubriche/i-consigli-di-serialmente/" target="_blank">guida</a> alle comedy attualmente in onda, per far fronte all&#8217;indifferenza verso questo genere dimostrata da molti lettori. Perché poi sembra sempre che siano gli altri, a non capire: la verità è che molti di noi, per strani motivi, preferiscono il dramma alla risata.</p>
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		<title>Ho visto Super 8</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Sep 2011 11:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[j.j. abrams]]></category>
		<category><![CDATA[super 8]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;ultimo film di J.J. Abrams ha una particolarità che ho apprezzato molto: è esattamente ciò che ti aspetti. Da quando sono usciti i primi dettagli della trama e poi il trailer, che sommava magistralmente il concetto di &#8220;bambini&#8221; al concetto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/09/09/ho-visto-super-8/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/files/2011/09/super_8_movie_still1.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-146" title="super_8_movie_still1" src="http://www.ilpost.it/chiaralino/files/2011/09/super_8_movie_still1.jpg" alt="" width="610" height="253" /></a></p>
<p>L&#8217;ultimo film di J.J. Abrams ha una particolarità che ho apprezzato molto: è esattamente ciò che ti aspetti. Da quando sono usciti i primi dettagli della trama e poi il trailer, che sommava magistralmente il concetto di &#8220;bambini&#8221; al concetto di &#8220;estate&#8221; al concetto di &#8220;alieni&#8221; al concetto di &#8220;Spielberg&#8221; al concetto di, va sottolineato fin da ora, &#8220;esplosioni&#8221;, era come se il film fosse già stato proiettato durante una mia personalissima rassegna mentale.</p>
<p>Poiché, giusto che si parla di concetti, io al concetto di &#8220;aspettativa&#8221; non mi relaziono molto bene, ho cercato di spingere nel punto più nascosto del mio inconscio tutte le congetture che la mia testa articolava in totale autonomia rispetto alla mia volontà. A posteriori una vocina dentro di me suggerisce malignamente che avrei potuto lasciar correre le aspettative e risparmiare il prezzo del biglietto, ma la zittisco con stizza per i seguenti motivi:</p>
<p>1. Un biglietto del cinema è raramente uno spreco di soldi, a meno che non vogliate andare a vedere Conan in 3D: non fatelo, <em>un&#8217;amica mia</em> mi ha detto che è orrendo in quel modo divertentissimo e inizia con un parto cesareo su un campo di battaglia tra barbari e che però, insomma, uscite dalla sala che vorreste cavarvi gli occhi con un cucchiaino. Quell&#8217;<em>amica mia</em> suggerisce di vedervelo a casa, che tanto è uguale, con tanti popcorn tanti amici tanto alcol.</p>
<p>2. Il film è esattamente come te lo aspetti, ha tutto: la mamma morta, l&#8217;infanzia in una cittadina di provincia, il rapporto difficile con i genitori, uscire di casa di nascosto in piena notte, esplosioni, un alieno che non si vede benissimo e appare solo in scene molto buie per risparmiare sul CGI, altre esplosioni, i bambini che non muoiono mai, il commesso fattone, gli zombie, una fotografia un po&#8217; vintage così lo capisci di sicuro che è ambientato nel &#8217;79, una storia di amicizia e di amore e di coraggio e di onestà. Poi finisce bene, ed esci dal cinema soddisfatto.</p>
<p>3. Durante i titoli di coda viene proiettato integralmente il film di zombie che i ragazzini protagonisti girano per un concorso: è bellissimo, e non me l&#8217;aspettavo affatto.</p>
<p>4. L&#8217;ho visto all&#8217;Apollo (Milano) ieri sera, in originale. Un po&#8217; di cose in proposito, per quei lettori che condividono il mio fastidio verso il doppiaggio: non capita spesso, in Italia, di poter vedere al cinema un film che andrebbe visto al cinema con la fortuna di trovarci sopra i dialoghi originali. Rispetto a <em>Super 8</em> non saprei proprio cosa consigliarvi. È, innegabilmente, un film che necessita della proiezione cinematografica: non come un <em>Avatar</em>, per dire, la storia ve la godete comunque, ma al cinema è proprio più bello. Al tempo stesso il fatto che i protagonisti siano tutti bambini mi spinge ad avere un pregiudizio violentissimo, più del solito, verso un doppiaggio che non ho neanche considerato: con gli adulti ancora ce la caviamo, ma le voci italiane dei bambini sono sempre orride. Sono stata fortunata, spero riusciate a esserlo anche voi. Se non lo siete e avete una bella tv, guardatelo dal divano.</p>
<p>5. I ragazzini di cui sopra sono eccezionali, tutti. E con gli adulti si gioca benissimo a &#8220;dove l&#8217;ho già visto&#8221;. Vi sottopongo, in particolare: Jackson Lamb, il poliziotto padre di Joe; i genitori di Charles Kaznyk, entrambi; il commesso fattone che sviluppa le pellicole (questa è proprio una chicca). Per indovinarli tutti dovete aver seguito un po&#8217; di serie tv. Non vale usare IMDb.</p>
<p>6. Il film non è esente da difetti. J.J. si è dimenticato di scrivere per bene i personaggi degli adulti, che hanno un ruolo un po&#8217; ibrido nella faccenda e, a pensarci bene, sono del tutto superflui: ci sono, fanno cose, intervengono ma non fanno davvero nulla di essenziale alla trama. Al centro c&#8217;è uno spiegone che non vi spoilero ma che se vi avessero sovrapposto la scritta &#8220;spiegone&#8221; l&#8217;effetto sarebbe stato uguale.</p>
<p>7. Difficilmente ho visto un esempio migliore di gestione dei tempi scenici rispetto all&#8217;esplosione iniziale del treno: è eccessivamente lunga, ma in un modo perfetto, che gioca sui momenti in cui noi spettatori ci rilassiamo pensando che sia finita, fa una pausa microscopica che ci consente di respirare, e poi riprende dal nulla con una prosecuzione di questo scenario apocalittico. Bello, bello.</p>
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		<title>Lo spettacolo della realtà</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Sep 2011 09:12:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[reality]]></category>
		<category><![CDATA[si stava meglio quando si stava peggio]]></category>

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		<description><![CDATA[Intanto una precisazione: negli Stati Uniti reality è semplicemente il contrario di fiction, un macrogenere che raccoglie sotto la sua ala il Grande Fratello come il ciclo estivo di documentari della HBO. Insomma, la parola in sé non ha un &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/09/01/lo-spettacolo-della-realta/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/files/2011/09/reality.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-138" src="http://www.ilpost.it/chiaralino/files/2011/09/reality.jpg" alt="" width="610" height="406" /></a></p>
<p>Intanto una precisazione: negli Stati Uniti <em>reality</em> è semplicemente il contrario di <em>fiction</em>, un macrogenere che raccoglie sotto la sua ala il Grande Fratello come il ciclo estivo di documentari della HBO. Insomma, la parola in sé non ha un collegamento univoco e immediato con quella che noi amiamo definire &#8220;tv spazzatura&#8221;. L&#8217;unica discriminante è che si tratti di uno show non sceneggiato: che a parlare siano animali, casalinghe, indigeni dell&#8217;Amazzonia o <a href="http://www.ilpost.it/2011/06/06/chi-sono-i-tamarri-del-new-jersey-a-firenze/" target="_blank">del New Jersey</a>, l&#8217;importante è che nessuno gli abbia scritto le battute.</p>
<p>Poi: inutile ribadire che i reality (nell&#8217;accezione italiana del termine, questa volta) fatti <em>lì</em> sono meglio di quelli fatti <em>qui</em>. Ma serve a poco trastullarci (non pensavo che avrei mai scritto &#8220;trastullarci&#8221; in vita mia) con l&#8217;idea che qui le cose non le sappiamo fare, che non c&#8217;è più rispetto, signora mia, eccetera. Nel 2001, un anno dopo il suo debutto negli USA, Italia1 ha comprato il format di Survivor (reality che <em>lì</em> è tra i più belli e seguiti di sempre): la prima edizione ha fatto ascolti bassissimi, l&#8217;esperienza si è chiusa lì e due anni dopo si è trasformata nell&#8217;Isola dei Famosi, su RaiDue, grandissimo successo di pubblico. Quindi, ecco, a conti fatti e con le dovute puntualizzazioni che non è né tempo né luogo, mi azzarderei a dire che sì, meno budget e meno <em>know-how</em> e quello che vi pare, ma forse è proprio il pubblico a essere diverso.</p>
<p>Una volta chiarito il concetto di &#8220;bravi americani&#8221;, arriviamo al concetto di &#8220;cattivi americani&#8221;. O meglio: non è tutto oro quello che luccica. O meglio: sì, bravi, ma non immuni alle porcate. O meglio: mi vendo mia nonna per un punto di share in più.</p>
<p>Un <em>marito</em> nel reality per eccellenza sulle <em>mogli</em>, cioè<em> The Real Housewives of-aggiungete località a caso</em>, <a href="http://www.tmz.com/2011/08/16/real-housewives-russell-armstrong-dead-dies-suicide-dies-hang-taylor-armstrong/#.Tlzpo3MmtPg" target="_blank">si è suicidato</a> un paio di settimane fa. Non poteva reggere lo stress, si dice, dello stile di vita richiesto dal programma. Sua moglie aveva appena chiesto il divorzio, lui era pieno di debiti e si millantava l&#8217;imminente pubblicazione di un libro che avrebbe svelato al pubblico le sue <em>torbide preferenze sessuali</em>.</p>
<p>La reazione dei produttori è stata semplice e immediata: pieno supporto alla famiglia, vicini in questa situazione di dolore bla bla comunicato stampa bla, e adesso rimbocchiamoci le mani e giriamo un episodio speciale sulle reazioni del cast al suicidio del loro &#8220;collega&#8221; e vicino di casa. La stampa si indigna: sappiamo già che sarà un successo.</p>
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		<title>Game of Thrones (senza spoiler)</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2011 08:18:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[a song of ice and fire]]></category>
		<category><![CDATA[game of thrones]]></category>
		<category><![CDATA[george r. r. martin]]></category>
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		<category><![CDATA[le cronache del ghiaccio e del fuoco]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho chiacchierato più volte, con quel piacere di elencare banalità tipico delle chiacchiere tra amici, del futuro di un cinema che sembra costretto a creare, per sopravvivere, la Spettacolarità Visiva, spesso a discapito della storia. Le chiacchiere vanno sempre a &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/06/27/game-of-thrones-senza-spoiler/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho chiacchierato più volte, con quel piacere di elencare banalità tipico delle chiacchiere tra amici, del futuro di un cinema che sembra costretto a creare, per sopravvivere, la Spettacolarità Visiva, spesso a discapito della storia. Le chiacchiere vanno sempre a finire dicendosi che toccherà alla tv raccontare le belle storie, finché il cinema non riuscirà (e ci riuscirà, ci sta già riuscendo) a coniugare i due aspetti.</p>
<p>Ci sono poi storie che solo la tv, per una banalissima questione di formato (più spazio, più tempo, più episodi), può raccontare. Game of Thrones è una di queste.</p>
<p>Tratta da <em>Le cronache del ghiaccio e del fuoco</em>, saga fantasy ancora incompleta di un anziano signore americano che risponde al nome di George R. R. Martin, non offre in sé nulla che faccia gridare all&#8217;innovazione: l&#8217;ottima sceneggiatura, la regia (quasi) sempre magistrale, i costumi curati nel dettaglio, la notevole recitazione anche da parte di attori esordienti sono elementi che stupiscono nella loro costante compresenza, ma non sono in sé innovativi e non dovrebbero essere considerati tali.</p>
<p>La prima cosa da notare, e inserire immediatamente in un discorso più generale, è <strong>la morte dei generi</strong>. Tutti quelli (mi ci includo) che hanno storto il naso di fronte a Game of Thrones e la sua innominabile etichetta <em>fantasy</em>, già dal primo episodio si sono ricreduti, hanno dimenticato orchetti, elfi e hobbit e si sono semplicemente lasciati coinvolgere dalla storia. Che è una storia fighissima per chi ama le lunghe saghe con tanti personaggi: parla, come già racconta il titolo, dell&#8217;avvicendamento sull&#8217;Iron Throne (in italiano Trono di spade) delle famiglie più potenti dei Sette regni, tra battaglie, intrighi, rapimenti, decapitazioni, sesso, nani, bastardi e ballerine.</p>
<p>La componente fantastica è del tutto relegata a poche creature che trascendono la normalità e a un mondo che non corrisponde alla nostra geografia, ma ricalca molti dei costumi medievali. Il resto è politica, potere e uomini molto grossi con spade molto grosse.</p>
<p>Pensateci: <strong>nessuno ha guardato Lost perché era una serie di fantascienza</strong>. Gli autori sono stati molto furbi in questo, evitando di ammettere, durante i primi anni, che la soluzione dei misteri non sarebbe stata rigidamente scientifica. Forse non proprio ortodosso per una questione di onestà verso lo spettatore, ma ineccepibile mossa commerciale: nessuno vuole vedere il proprio prodotto incasellato in un genere e considerato solo dagli affezionati a quel genere, e aggiungerei giustamente. Dal punto di vista artistico e creativo vuoi che a definire il tuo prodotto sia la storia, la dinamica tra i personaggi, lo stile di racconto. Dal punto di vista commerciale è, come dicevo, pericolosissimo rischiare di attirare l&#8217;esclusiva attenzione, sempre terreno minato di critiche e finezze di genere, degli appassionati.</p>
<p>Forse un esempio più efficace da affiancare a Game of Thrones è <strong>Battlestar Galactica</strong>. Ci sono le astronavi e i robot e colonie su tanti pianeti diversi, ma il punto non è la fantascienza: poche altre serie sono riuscite così bene a inquadrare una condizione umana e a raccontare una grande storia.</p>
<p>Questo il punto: raccontare storie che siano grandi, che riempiano lo spazio dell&#8217;immaginazione e stimolino riflessioni più articolate.</p>
<p>Ah, ieri sera è ricominciato True Blood: a proposito di raccontare molto bene una storia molto scadente, con tanti effetti speciali*.</p>
<p>* no, non mi riferisco alle esplosioni, ma agli elementi coreografici di contorno che distraggono dalla sostanza.</p>
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		<title>Il favoloso mondo di Pisapie</title>
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		<pubDate>Tue, 31 May 2011 11:32:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[elezioni amministrative]]></category>
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		<category><![CDATA[pisapia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ciao, ho 24 anni e non avevo mai vinto le elezioni. A chi obietta che, beh, Prodi nel 2006 ha vinto, chiedo se ha davvero il coraggio di definire quella una vittoria. A chi dice che in fondo io neanche &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/05/31/il-favoloso-mondo-di-pisapie/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ciao, ho 24 anni e non avevo mai vinto le elezioni. A chi obietta che, beh, Prodi nel 2006 ha vinto, chiedo se ha davvero il coraggio di definire quella una vittoria. A chi dice che in fondo io neanche voto a Milano, vorrei saper spiegare perché non riesco a sentire meno mia questa vittoria.</p>
<p>A chi replica che, diamine, in 24 anni qualche altra vittoria il centrosinistra l&#8217;avrà pur messa a segno, ricordo che quando si parla di politica non si può considerare l&#8217;intera vita di una persona come un periodo rilevante: ci vuole tempo per capire cosa ti sta succedendo attorno. E poi racconto questo:</p>
<p>Era il 1994 e io avevo sette anni, ero in macchina con i miei genitori. Avevo la vaga percezione di cose come le elezioni, i nomi dei candidati, la segretezza del voto. Quest&#8217;ultimo punto mi doveva essere stato spiegato con particolare enfasi, insieme al fatto che le convinzioni politiche potessero unire o spezzare amicizie, perché ero piuttosto intimidita quando, finalmente, ho posto la domanda che mi frullava in testa da un po&#8217;: «Giulia mi ha detto che i suoi genitori voteranno Occhetto. Voterete anche voi Occhetto?»</p>
<p>Mio padre, con un umorismo concesso solo ai padri, ha risposto: «No, voteremo Passerotto.» Hanno riso entrambi (io no, perché sia messo a verbale che ero già in grado di riconoscere una brutta battuta). Erano tranquilli.</p>
<p>Poi, ecco, è andata come è andata e io ho imparato anche il nome di Berlusconi, che da allora è l&#8217;unica cosa fissa, lì, come un incubo ricorrente, a dominare politica e società. E non vuol dire che ha comandato sempre, ma che è stato sempre presente: provate un po&#8217; a immedesimarvi, se avete qualche anno più di me, provate a pensare che ora vanno a votare ragazzi e ragazze che nel 1994 erano nati da qualche mese.</p>
<p>Insomma, tutto questo per dire che stamattina ho scritto un&#8217;email allo staff di Pisapia, cose sceme di congratulazioni e suggerimenti. Perché giornate come quelle di ieri fanno venire voglia di partecipare, ed era una sensazione che così, in positivo, non avevo mai conosciuto.</p>
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		<title>Beh, sì, poi va meglio</title>
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		<pubDate>Tue, 10 May 2011 14:33:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[gay]]></category>
		<category><![CDATA[it gets better]]></category>
		<category><![CDATA[omosessualità]]></category>
		<category><![CDATA[trevor project]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo so, lo so: i video del Trevor Project, in cui persone omosessuali del mondo dello spettacolo dissuadono i ragazzini gay dal suicidarsi, non sono una novità. Però ho visto poco fa quello girato dai dipendenti della Pixar e, al &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2011/05/10/beh-si-poi-va-meglio/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://26.media.tumblr.com/tumblr_lks611rMt21qjnw0co1_500.jpg" alt="" width="210" height="240" />Lo so, lo so: i video del <a href="http://www.thetrevorproject.org/">Trevor Project</a>, in cui persone omosessuali del mondo dello spettacolo dissuadono i ragazzini gay dal suicidarsi, non sono una novità. <span id="more-108"></span>Però ho visto poco fa quello girato dai dipendenti della Pixar e, al quarto minuto su otto, ho cominciato a piangere. Poi ho cominciato a chiedermi perché, alla luce di una serie di inconfutabili fatti, vedere una persona omosessuale di mezza età condividere la sua esperienza mi commuova così profondamente.</p>
<p>Il <strong>fatto numero uno</strong> è che non sono una che piange spesso, quando a 12 anni andai al cinema a vedere Titanic fui duramente insultata dalla mia migliore amica di allora, indignata all&#8217;idea di aver passato del tempo con una persona tanto arida da non farsi toccare dalla morte per congelamento di Leonardo di Caprio.</p>
<p>Il <strong>fatto numero due</strong> è che non sono una che distoglie lo sguardo: guardo le foto di cadaveri quando i giornali pubblicano le foto dei cadaveri, guardo i servizi sulla guerra, leggo di cose terribili che succedono nel mondo, forme di tortura psicologica e fisica. Pare brutto dirlo, ma so che verrò capita dalla maggior parte di chi legge: ci si fa il callo. Ci si abitua. Dopo un po&#8217;, per quanto possano colpire, le Grandi Cose Brutte fanno meno male.</p>
<p>Il<strong> fatto numero tre</strong> è che certi racconti li ho sentiti di prima mano, ho anche avuto il privilegio (perché di privilegio si tratta, la possibilità di avvicinarsi tanto a un&#8217;altra persona) di star vicina a due amici mentre cercavano di accettare e comprendere la propria identità sessuale.</p>
<p>Allora perché mi hanno colpita tanto i racconti, tagliuzzati e cinematograficamente montati, di un gruppo di estranei? Perché proprio questo argomento, che non mi riguarda neanche direttamente come categoria umana?<br />
Perché è la forma di pura discriminazione più vicina che ho, che abbiamo, sia da un punto di vista geografico che emotivo.</p>
<p>In un mondo in cui <a href="http://www.ilpost.it/ivanscalfarotto/2011/05/09/ancora-sul-matrimonio-gay-e-beppe-severgnini/">si sente ancora</a> dire che il matrimonio tra omosessuali non va concesso perché contro la legge più elementare della natura, quella della riproduzione per la conservazione della specie, come se il matrimonio fosse una legge di natura e non un&#8217;istituzione umana e come se la nostra specie, che a breve conterà <a href="http://www.ilpost.it/2011/05/06/quanti-siamo-nel-mondo/">sette miliardi di individui</a>, avesse ancora bisogno di essere conservata; in una società in cui i gay non sono arrivati a rubarci il lavoro e imporre la loro cultura, una società che ha riconosciuto per mezzo della scienza e non del pregiudizio che l&#8217;omosessualità non è una malattia e non è una scelta deliberata; insomma, è chiaro il quadro? Non ho tanta voglia di mettere altri punti-e-virgola.</p>
<p>In questo mondo qui in cui ci troviamo a vivere, più per accidente che per altro, ci è capitato un numero considerevole di volte di trovarci accanto a un omosessuale, senza saperlo. Nel banco accanto a scuola, sul posto di lavoro, in università, per la strada. Il commesso che era in cassa da H&amp;M. Nella maggior parte dei casi non ce ne siamo neanche accorti, perché grazie al cielo l&#8217;orientamento sessuale non va esibito con un apposito cartellino. Sono persone che talvolta, quando decidono di uscire la sera e andare a un concerto o a ballare o a bere qualcosa col loro partner, trovano un gruppetto di stronzi ad aspettarli fuori dal locale con le catene. Lo so perché lo leggevo sul giornale, e poi quelli sul giornale erano due che conoscevo.</p>
<p>Nel tentativo di inserire in un mondo adolescente idilliaco e colorato e filo-liberale ma soprattutto filo-commerciale, il cui mantra &#8220;ognuno deve essere sé stesso&#8221; si trasforma in palate di dollaroni di download su iTunes, la serie tv Glee è riuscita a creare il personaggio omosessuale che meno rappresenta gli adolescenti omosessuali del mondo occidentale. Scontato, palese, viziato e spesso arrogante nell&#8217;affermare un sé stesso macchiettistico e stereotipato, non so come Kurt possa insegnare qualcosa, comunicare coraggio, a ragazzini terrorizzati da loro stessi che vogliono solo trovare nuovi modi per confondersi nella massa.</p>
<p>E noi, che terrorizziamo i ragazzini nel momento più delicato della loro adolescenza, che facciamo loro credere, dall&#8217;alto delle nostre valutazioni sul senso e sulle intenzioni della natura e di Dio, che c&#8217;è un modo di essere giusto e un modo di essere un po&#8217; meno giusto, che alcuni di loro avranno dei diritti civili e altri un po&#8217; meno, che li introduciamo, insomma, ad un sistema profondamente sbagliato quando ancora non sanno da che parte sono girati, che diritto abbiamo di fare grandi discorsi sul coraggio con cui dovrebbero o non dovrebbero affrontare il loro modo di essere?</p>
<p>Nell&#8217;attesa che il mondo cambi e che l&#8217;adolescenza di un ragazzino omosessuale non sia diversa da quella del suo compagno di banco eterosessuale, che l&#8217;accettazione di sé stessi non passi attraverso la certezza che gli altri, non tutti, potrebbero non accettarti, forse la cosa più sensata che si può dire è davvero «Ok, va così, è un periodo orribile. Ma arriverà il giorno in cui aprirai la porta di casa e troverai il tuo compagno ad abbracciarti. Arriverà, e ne sarà valsa la pena.»<br />
O forse, boh, gli si potrebbe anche dire: «Nessuno ha il diritto di farti subire le vessazioni di un&#8217;adolescenza difficile come se fosse un rito di passaggio, in vista di un futuro migliore.» Ma magari non risolverebbe niente.</p>
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		<title>Aerofollie</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Dec 2010 10:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aeroporto]]></category>
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		<category><![CDATA[viaggi aereo natale]]></category>

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		<description><![CDATA[Chi tiene famiglia sull&#8217;isola (e con &#8220;Isola&#8221; non mi riferisco a nulla che sia raggiungibile con una mezz&#8217;ora di traghetto) di solito è abituato a prendere l&#8217;aereo un tot di volte all&#8217;anno, soprattutto in corrispondenza delle feste comandate. Non mi &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/chiaralino/2010/12/23/aerofollie/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" src="http://2.bp.blogspot.com/_4w5sqP13AsU/RvChKochmbI/AAAAAAAAA_c/OTTpz6m8xOY/s320/plane+crazy+real.jpg" alt="" width="222" height="173" />Chi tiene famiglia sull&#8217;isola (e con &#8220;Isola&#8221; non mi riferisco a nulla che sia raggiungibile con una mezz&#8217;ora di traghetto) di solito è abituato a prendere l&#8217;aereo un tot di volte all&#8217;anno, soprattutto in corrispondenza delle feste comandate. Non mi metterò a fare la solita scena: prendere l&#8217;aereo non mi pesa affatto, sebbene in linea di massima io preferisca il treno come mezzo di trasporto, ma per la mia modesta esperienza è il contesto viaggereccio in cui le possibilità di incontrare I Matti godono del più alto fattore di moltiplicazione.<span id="more-93"></span></p>
<p>Mi dilungo ancora un po&#8217;, ché le premesse mi piacciono assai e non vorrei mai essere fraintesa. Parlo di contesto viaggereccio festivo, quei fortuiti casi in cui sei costretto a prendere l&#8217;aereo il 23 dicembre o due giorni prima di Pasqua o il 13 di agosto e la fila al check in farebbe apparire invitante, al confronto, un bunker pieno di scimmie urlatrici.</p>
<p>Una breve panoramica sulle esperienze passate:</p>
<p><strong>Quella volta che un bambino mi ha vomitato addosso</strong>: qualche mese di vita, chiaramente nutrito con le tempistiche sbagliate, in preda a una violentissima crisi di pianto, riscontrata la sfibrata apatia di sua madre, ha deciso di rivolgersi a me. Per vomitarmi addosso i suoi ultimi tre pasti. Pur commossa dall&#8217;evidente dimostrazione di fiducia, non sono riuscita a godermi il resto del viaggio.</p>
<p><strong>Quella volta che la tipa seduta accanto a me si è tolta calze, scarpe e ha cominciato a tagliarsi le unghie dei piedi</strong>: il problema derivato da questi improvvisi attacchi di <em>CHE CAZZO STA SUCCEDENDO</em> è che non riesci a smettere di fissare la persona in questione. Vorresti distogliere lo sguardo, ma la parte di te che non vuole crederci, che <em>no non sta succedendo davvero</em>, ti impedisce di farlo.</p>
<p><strong>Quella volta che un tizio si è messo a raccontarmi la sua vita e circa a metà ho capito che mi stava raccontando la trama di Titanic</strong>: <em>&#8220;no perché io ero un artista di strada, se ora sono qui è solo perché mi sono vinto a poker i soldi del biglietto&#8230;&#8221;</em> eccetera, finché non è diventato inquietante perché, insomma, il Titanic è affondato. Con tutte le conseguenze che ben ricordiamo.</p>
<p><strong>Quella volta che ho rubato un bambino per saltare la fila al check-in</strong>: questa è una storia divertente, perché La Matta sono io (e ci ho fatto anche bella figura). Partenza estiva, aeroporto nel peggiore dei casini incasinati; mi avvicino ai monitor per controllare il numero del check-in e noto una signora con quattro bambini al seguito e ottantacinque valigie, chiaramente nel panico. Mi chiede aiuto perché è la prima volta in vita sua che prende un aereo da sola, e sta viaggiando con tutti i figli. Avendo io solo una valigia, mi offro di aiutarla a portare qualcosa (viaggiavamo entrambe con la stessa compagnia, check-in unico): non pensavo che mi avrebbe mollato in braccio la figlia di pochi mesi. Pochi minuti dopo, mentre fissavamo col terror panico la lunghissima fila verso i banchi di accettazione, aprono un&#8217;altra postazione solo per famiglie con bambini. Oh, io avevo un bambino con me. Certo, poi ho fatto il check-in per un&#8217;altra destinazione, ma nessuno sembra averci fatto caso.</p>
<p><strong>Quella volta che la hostess Gigliola (non dimenticherò mai il suo nome, mai) ha aggredito verbalmente un anziano signore che non sapeva dove mettere la valigia, terrorizzando tutti i passeggeri (me compresa)</strong>: Roma-Cagliari, la mia amica Giulia (che viaggiava con me) di certo se lo ricorda. In un colpo solo è stata cancellata ogni mia memoria di hostess cortesi e sorridenti: Gigliola riuscirebbe a intimorire Cthulhu.</p>
<p><strong>Quella volta che una vecchia al suo primo volo ha passato tutto il viaggio (un&#8217;ora e venti, Cagliari-Milano) a stritolarmi la mano, senza mai dirmi o chiedermi niente, sussultando ad ogni turbolenza e scoppiando a piangere all&#8217;atterraggio</strong>: il lato positivo è che mi ha offerto del cioccolato, alla fine.</p>
<p>Si tratta, però, di esperienze distribuite in anni e anni di viaggi solitari. Scrivo, in questo momento, dal posto 14C di un volo Alitalia Milano Linate-Cagliari. Il posto assegnatomi doveva essere il 14B, a dirla tutta, ma l&#8217;ho ceduto senza troppi rimpianti per far sedere vicini un ragazzo e una ragazza che si sono appena conosciuti, entrambi ex alcolisti, presissimi a confrontare reciproche esperienze. Lui l&#8217;ha appena invitata a prendere un caffè dopo Natale. Inoltre:</p>
<p>- In coda al check-in, una coda lunga circa quanto tutto l&#8217;aeroporto, ho scambiato due chiacchiere con una ragazza che, impegnata come me da tre quarti d&#8217;ora a fare la fila della speranza, ha realizzato di non essere nell&#8217;area giusta. Non aveva neanche controllato sui monitor.</p>
<p>- La fila ai controlli sicurezza l&#8217;ho fatta, invece, subito davanti a una signora spagnola che ha passato tutto il tempo a fare commenti nella sua lingua sui presenti. Qualcuno dovrebbe avvertirla che italiano e spagnolo non differiscono poi tanto. Ho visto gente offendersi, di me si chiedeva se mi fossi pettinata prima di uscire di casa: no, signora, non l&#8217;ho fatto.</p>
<p>- Sull&#8217;autobus di collegamento con l&#8217;aereo ero seduta accanto a una coppietta: lui si metteva a cantare una canzone ad ogni frase che sentiva, interrompendosi solo per aggiornare la ragazza (<em>Eli? EEEELII mi stai sentendo?) </em>sui suoi giri di amicizie su facebook; lei era quasi più esasperata di me, al punto da scegliere di svegliare sua madre per dirle di venirla a prendere in aeroporto pur di non farsi dare un passaggio dagli amici di lui.</p>
<p>Per fortuna non mi è capitato vicino, questa volta, la tipologia di passeggero che odio di più: quello che deve assolutamente spiegare al suo compagno di viaggio cosa sta per succedere: <em>&#8220;ecco ora fanno la dimostrazione di sicurezza&#8230; spegni il cellulare, tanto te lo dicono loro tra un attimo&#8230; ora stiamo prendendo velocità per il decollo&#8230; ora sentirai un tonfo ma non ti preoccupare, è solo il carrello che rientra&#8230; vedi? vedi? VEDI? proprio come dicevo io</em>&#8220;.</p>
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