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	<title>Debora Serracchiani</title>
	
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	<description>È avvocato, ed è stata eletta al Parlamento europeo per il Partito Democratico</description>
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		<title>Gente di cui Alfano si è dimenticato andando via</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jul 2011 14:32:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel nostro Paese ci sono emergenze che meritano la prima pagina e ci sono emergenze non meno gravi che, con rare quanto lodevoli eccezioni, proprio non riescono a trovare attenzione. È comprensibile che i cumuli di immondizie sulle strade di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2011/07/04/carceri-amnistia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel nostro Paese ci sono emergenze che meritano la prima pagina e ci sono emergenze non meno gravi che, con rare quanto lodevoli eccezioni, proprio non riescono a trovare attenzione. È comprensibile che i cumuli di immondizie sulle strade di Napoli, i barconi che scaricano umanità mediterranea a Lampedusa, gli scontri in Val di Susa, si prestino a essere ripresi, fotografati o raccontati a forti tinte. Si crede che il gusto del lettore-telespettatore si soddisfi più facilmente con storie come queste, piuttosto che con quelle banali, ripetitive e tutto sommato fastidiose che possono raccontare le vite umiliate di decine di migliaia di detenuti accatastati nelle carceri italiane.</p>
<p>Una strage di diritti umani si sta consumando nelle nostre città, al di là delle mura di prigioni che sono a tutti gli effetti mondi separati dal resto della società, e riuscire a sensibilizzare l&#8217;opinione pubblica su questa emergenza sembra un&#8217;impresa colossale. Ci sta provando da mesi Marco Pannella, offrendo il suo corpo smagrito e assetato a testimonianza e denuncia di uno scandalo che ha fruttato all&#8217;Italia la condanna della Corte Europea dei diritti dell&#8217;uomo per &#8220;trattamenti inumani e degradanti&#8221;, con risarcimento danni a carico. Infatti, se il sovraffollamento carcerario è un fenomeno che riguarda più della metà dei Paesi membri dell’Ue, la patria di Cesare Beccaria ha un tasso di sovraffollamento del 153%: siamo secondi solo alla Bulgaria.<br />
Nel gennaio 2009, il ministro della giustizia Angelino Alfano aveva parlato di carceri fuorilegge, e quello stesso ministro che ora è segretario nazionale del Pdl aveva annunciato con grande enfasi l&#8217;avvio di un grande “piano carceri” con la costruzione di 17mila posti in più entro il 2012. Ci siamo quasi e nessuno più ne parla. È evidente che la soluzione non può consistere nel costruire sempre più carceri, che poi, tra l&#8217;altro, dovrebbero essere vigilate da un personale che è sempre più scarso e sottoposto a condizioni di lavoro sempre più estreme.</p>
<p>Marco Pannella, con il suo sciopero della fame e della sete, chiede che si ponga un argine alla deriva dei diritti umani “per impedire il collasso dei tribunali, quindi per evitare che migliaia di persone languiscano in galera in attesa di processo, serve un provvedimento d&#8217;urgenza”. Marco Pannella chiede un&#8217;amnistia.<br />
È uno di quei provvedimenti cui molti di noi oppongono un rifiuto d&#8217;istinto, identificando l&#8217;amnistia con l&#8217;impunità, correndo con il pensiero a quelli che “la passeranno liscia”. È un pensiero solo apparentemente accettabile, che guarda alla giustizia come alla vendetta della società contro chi ha rotto il patto sociale. Non è la nostra idea di giustizia. Inoltre, il primo a dover rispettare le regole dovrebbe essere chi di quelle regole è la fonte: lo Stato. E in Italia lo Stato non rispetta la sua legge perché tratta in modo inumano i detenuti, e nel breve termine nulla lascia credere che la situazione cambierà: le condizioni igieniche e l&#8217;assistenza sanitaria non miglioreranno, il malessere della polizia penitenziaria non diminuirà, le morti dei detenuti (1500 negli ultimi 10 anni) continueranno.</p>
<p>Ho deciso di sottoscrivere l&#8217;appello sull&#8217;emergenza della giustizia e carceraria perché, nelle condizioni attuali, l&#8217;amnistia appare l&#8217;unico provvedimento d&#8217;emergenza capace di alleggerire l&#8217;intollerabile pressione del sovraffollamento e delle sue drammatiche conseguenze. Ovviamente avendo chiaro che ci ritroveremo presto di fronte allo stesso problema se non lo affronteremo in modo diverso da come fatto finora. L&#8217;amnistia non servirà cioè a nulla se non si vorranno eliminare gli effetti nefasti di leggi come quelle che mandano in carcere i tossicodipendenti o i clandestini. Non servirà se non si deciderà di imboccare con decisione la strada delle pene alternative. Non servirà se i parlamentari italiani che condividono l&#8217;allarme per questa situazione non vorranno far seguire coerenti atti formali alle loro dichiarazioni.</p>
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		<title>Poi si lamentano dell’Europa</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Apr 2011 16:53:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Il Ministro per le Politiche Europee è delegato ad esercitare le funzioni e le attribuzioni di competenza del Presidente del Consiglio dei Ministri dirette ad assicurare la partecipazione dell&#8217;Italia all&#8217;Unione Europea. Partecipa alle riunioni del Consiglio competitività dell&#8217;Unione Europea, rappresentando &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2011/04/21/poi-si-lamentano-delleuropa/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“Il Ministro per le Politiche Europee è delegato ad esercitare le funzioni e le attribuzioni di competenza del Presidente del Consiglio dei Ministri dirette ad assicurare la partecipazione dell&#8217;Italia all&#8217;Unione Europea. Partecipa alle riunioni del Consiglio competitività dell&#8217;Unione Europea, rappresentando l&#8217;Italia negli argomenti posti relativi al mercato interno”. Si leggono queste parole, chiare e semplici, nel sito del Dipartimento per le Politiche comunitarie. Che è ricco di spiegazioni su tutto quello che fanno, o dovrebbero fare, Ministro e Dipartimento assieme. Ci dicono, ad esempio, che tocca a loro seguire la predisposizione della normativa comunitaria e l&#8217;attuazione degli impegni dall&#8217;Italia nella Ue, e concorrere a definire la posizione italiana, d&#8217;intesa con il ministero degli Affari esteri, in sede Ue. Sembra poco? Significa, assai banalmente, che all’Italia non solo tocca chinare il capo e ‘recepire’ passivamente quello che decidono i cattivi burocrati di Bruxelles, ma che il Governo italiano può essere parte attiva nella costruzione della politica europea. Ovvio, dirà qualcuno, siamo membri, avremo qualche diritto. In effetti ne abbiamo molti di diritti, ma a quanto pare poco ci importa di esercitarli, salvo poi arrivare tardi, ritrovarci a piedi ed esibirci nella tradizionale lamentela italica.</p>
<p><span id="more-32"></span>Un esempio su come si arriva tardi: la relazione annuale, preparata dal Dipartimento Politiche Comunitarie e presentata dal Governo al Parlamento entro il 31 gennaio di ogni anno, serve a fornire un “quadro sintetico ma esauriente della partecipazione del nostro Paese alle principali politiche dell&#8217;Unione Europea”. Visto che sul sito governativo ci si ferma al 2009, qualcuno ha notizia della relazione del 2010?</p>
<p>Tanto poco alla politica italiana importa dell’Europa, che nemmeno nel momento più teso dell’emergenza immigrazione si è sentita trapelare dalle parti di palazzo Chigi l’ipotesi di nominare un ministro per le Politiche comunitarie. Tutti si riempiono la bocca di questa Europa che ci ha abbandonato, che ci vuole invasi da libici e tunisini e che (amano ripetere i leghisti) si interessa solo della lunghezza dei cetrioli o del diametro delle uova. Resta da chiedersi, allora, come mai non susciti il minimo scandalo il fatto che quel ruolo continui a essere scoperto dal 15 novembre 2010, da quando cioè Andrea Ronchi si è dimesso per andare con Fini. Abbiamo fatto giustamente rumore per pretendere che, in piena crisi economica globale, non fosse lasciato vacante il ministero della Sviluppo economico. Non pensiamo sia arrivato il momento di alzare il volume e di farci sentire e richiamare il Governo alle sue responsabilità? Non so se Berlusconi tenga particolarmente a conservarsi un interim delle Politiche comunitarie di cui non sa che farsi, ma forse gli diamo un’idea per il prossimo rimpasto.</p>
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		<title>I veri rottamatori</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Nov 2010 17:12:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mi sono passati parecchi pensieri per la testa quando ho aperto i giornali e mi sono trovata davanti all’ennesima intervista di un esponente del Pd che rivelava al mondo, e già che c’era anche al suo partito, la formula aurea &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2010/11/30/i-veri-rottamatori/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p>Mi sono passati parecchi pensieri per la testa quando ho aperto i giornali e mi sono trovata davanti all’ennesima intervista di un esponente del Pd che rivelava al mondo, e già che c’era anche al suo partito, la formula aurea delle alleanze e dell’identità. Si tratta solo di rottamare il vecchio Pd e di fondarne uno nuovo di zecca assieme a Vendola: che sarà mai? Gli amici Renzi e Civati sono dei dilettanti, ho pensato.</p>
<p>Nel Paese è sempre più emergenza economica e sociale, comincia a farsi sentire una tensione che non dice niente di buono, c’è addirittura chi teme per la tenuta democratica. Anche solo il buon senso potrebbe suggerire che, in queste condizioni, il Partito Democratico dovrebbe essere e presentarsi come un punto di riferimento compatto e affidabile.<br />
Dubito fortemente che aprire l’ennesimo dibattito interno sulla stampa renda più chiara e credibile la nostra voce nell’elettorato e nella società: che sono quelli cui poi dovremo andare a chiedere il voto (anche nella tornata delle amministrative della prossima primavera). Penso invece che, da chi ha più esperienza, il partito si aspetta più lealtà e più spirito di squadra, non più personalismi.</p>
<p>È invece sorprendente, anzi sconfortante, l’insofferenza di alcuni nostri dirigenti a confrontarsi negli organi di partito, quasi fossero sentiti come una limitazione. In questo momento occorre invece avere proprio il senso del partito.<br />
Ciò significa lavorare lealmente con il segretario Bersani, per transitare noi e l’intero Paese oltre il tracollo del Governo. Poche settimane fa il segretario ha dato la linea, il partito l’ha subito condivisa largamente, e adesso già comincia il gioco a sganciarsi, a distinguere, a tessere trame sottilissime, e, diciamolo, a fare il vuoto intorno a Bersani. Questo è un gioco che conosciamo fin troppo bene e che non ci è mai piaciuto: chi vi partecipa si assume responsabilità pesanti.<br />
Non pensavo che a esprimere un concetto del genere dovessi essere proprio io, che alle primarie ho sostenuto un altro candidato, e non uno dei grandi elettori di Bersani. Che tristezza…</p>
</div>
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		<title>Il primo sindaco nero, in Slovenia</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Oct 2010 13:13:19 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il confine orientale d’Italia è stato a lungo l’avamposto dell’occidente al di là del quale, segnalato dalla bandiera jugoslava con regolamentare stella rossa, si stendeva lo sterminato mondo del socialismo reale. Oggi il confine non esiste più, e al massimo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2010/10/27/il-primo-sindaco-di-colore-in-slovenia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il confine orientale d’Italia è stato a lungo l’avamposto dell’occidente al di là del quale, segnalato dalla bandiera jugoslava con regolamentare stella rossa, si stendeva lo sterminato mondo del socialismo reale. Oggi il confine non esiste più, e al massimo sale agli onori della cronaca quando qualche deficiente pensa di sostituire, sul valico, il tricolore con il sole delle Alpi.<br />
Oltre il confine accadono fatti nuovi e interessanti. Ad esempio, la cittadina slovena di Pirano da qualche giorno detiene un record: è la prima in tutta l’Europa centro-orientale ad aver eletto un sindaco di colore. Di qua dal confine, invece, c’è un capatàz leghista che proclama i marocchini geneticamente predisposti al crimine e vuole classi differenziate per i bambini disabili.</p>
<p>A vent’anni dall’evaporazione della stella rossa confiniamo a oriente con un piccolo Paese giovane e dinamico che ci fa una concorrenza spietata. E non certo perché offre manodopera a buon mercato, né perché in Slovenia la benzina, le sigarette e altri generi di consumo costano meno. Il fatto è che imprenditori e aziende, italiani, sono incentivati a stabilirsi là da una tassazione degli utili di dieci punti più bassa che in Italia, dagli incentivi, dalla burocrazia snella.</p>
<p>Ormai da tempo non si fanno più paragoni con i tassi di crescita di India, Cina e Brasile, e anche quando ci confrontiamo agli altri “grandi” Paesi europei siamo consapevoli di non poter alzare la voce. Ma fino a che punto le energie e la vitalità dell’Italia possono essere mortificate da un sistema politico e burocratico che ci rende letargici e non attrattivi persino rispetto a un Paese dell’ex Jugoslavia di meno di due milioni di abitanti? Com’è possibile che nel giro di pochi anni lo sconosciuto porto sloveno di Capodistria è riuscito a correre testa a testa con quello di Trieste? O che in Europa gli interessi della Slovenia, ad esempio sulle grandi infrastrutture, abbiano più ascolto di quelli italiani?</p>
<p>Non so se stiamo restando indietro anche sul piano dell’integrazione. Ma l’elezione di quel sindaco a Pirano ci getta in faccia una sfida e pone in primo piano quello che a me sembra uno dei nodi da sciogliere, se vogliamo uscire da una stagnazione che somiglia sempre più al declino. Quel nodo è rappresentato dalla necessità di una svolta culturale del nostro Paese. Non basta più mettere mano alle norme e avviare riforme comunque tardive: l’Italia deve darsi nuovi e chiari obiettivi sui quali misurare le sue forze e la sua coesione, e riprendere a correre. L’alternativa è il verbo del capatàz.</p>
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		<title>L’ingorgo in Cina e la Corea del Nord su Twitter</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Aug 2010 07:45:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Due notizie dall’Estremo Oriente mi distolgono dalla cronaca italica e mi fanno sorgere qualche pensiero che si spinge un po&#8217; più in là di dopodomani. Vengono da due Paesi che ancora si dicono comunisti, la Cina e la Corea del &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2010/08/26/lingorgo-in-cina-e-la-corea-del-nord-su-twitter/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due notizie dall’Estremo Oriente mi distolgono dalla cronaca italica e mi fanno sorgere qualche pensiero che si spinge un po&#8217; più in là di dopodomani.<br />
Vengono da due Paesi che ancora si dicono comunisti, la Cina e la Corea del Nord.<br />
L&#8217;ideologia ufficiale della Corea del Nord si chiama “Juche”, predica l&#8217;autosufficienza nazionale e l&#8217;infallibilità del leader, e in base ai suoi dettami sono proibiti i cellulari e Internet. Però ha permesso la creazione di un <a href="http://twitter.com/uriminzok">account Twitter</a> e <a href="http://www.youtube.com/user/uriminzokkiri">uno su YouTube</a>, “Uriminzokkiri”, che significa “il nostro popolo”; l’account Twitter ha riscosso un buon successo raggiungendo i 6800 iscritti, mentre sono un’ottantina i video caricati. Il regime intende evidentemente utilizzare la tecnologia per farsi un po’ di pubblicità con qualche slogan lanciato al momento giusto, e chissà, magari aumentare il consenso.<br />
La Corea del Nord è una delle dittature più cupe del mondo, e non so esattamente come stiano le cose dal punto di vista tecnico. Ma non posso evitare di farmi tornare in mente il ruolo giocato proprio da Twitter in Iran nei giorni della cosiddetta “rivoluzione verde”: quei &#8216;cinguettii&#8217; con i messaggi d’aiuto e le denunce dalle Università aprirono gli occhi al mondo mentre i pasdaran manganellavano giovani manifestanti e studentesse non abbastanza coperte. La Corea del Nord prova oggi a controllare la modernità e a incanalare la sua avanzata tentando di piegarla alle logiche del potere. Alla lunga, dubito che ce la farà.<br />
Mi conforta in questa idea anche la seconda notizia che mi è capitata sott&#8217;occhio.<br />
Si tratta dell’<a href="http://www.ilpost.it/2010/08/23/traffico-cina/">enorme ingorgo autostradale</a> che in Cina ha coinvolto, per nove giorni, oltre diecimila veicoli e trentamila persone: per un banale restringimento di carreggiata si sono formati oltre 100 km di coda, che pare saranno smaltiti in un mese. Solo pochi anni fa questo sarebbe stato impensabile. Lo sviluppo dirompente della Cina, che ora è la seconda potenza economica del globo, ha conseguenze parametrate sulle dimensioni di quel Paese e dobbiamo considerare quell&#8217;ingorgo come un simbolo degli effetti di una corsa verso la modernità che non si riesce a controllare. Perché qualunque cosa si intenda per modernità, quando le si porge anche solo un dito, bisogna aspettarsi che si prenda almeno tutto il braccio. Se riesce impossibile gestire un ingorgo, c’è da chiedersi come o fino a quando si potrà gestire la voglia di libertà delle persone.<br />
L&#8217;illusione di poter controllare gli spazi di libertà individuale che la modernità genera come suo portato è tipica di molti regimi, anche del passato, che hanno tentato di addomesticare il progresso. Intrinseco al progresso della tecnologia, nel nostro tempo, è il movimento espansivo della comunicazione, sui cui canali non corrono solo i dati economici ma anche le emozioni, i pensieri, le aspirazioni dei popoli.<br />
Emuli dei talebani, gli integralisti islamici in Somalia forse hanno capito da dove arriva il pericolo, e dunque ordinano lapidazioni pubbliche per chi ascolta musica e guarda la televisione.<br />
Benigno Zaccagnini nel lontano 1963 alla Camera, riferendosi al Muro di Berlino eretto l’anno innanzi, disse: “Noi sappiamo che anche questo muro verrà abbattuto; e non verrà abbattuto dai carri armati, ma dal cammino travolgente delle idee di libertà, di giustizia e di pace che ovunque avanzano nel mondo”. Zaccagnini morì quattro giorni prima della caduta del muro. Non so se noi faremo in tempo a veder cadere i muri in Corea e in Cina.<br />
Sicuramente, il muricciolo di sabbia che il nostro piccolo raìs ha provato a erigere contro la libertà e la democrazia sta già franando miseramente.</p>
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		<title>Un partito daccapo</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Jul 2010 18:53:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando ho letto sui giornali che tornavamo a parlare delle primarie, di chi vuol farle, di chi no, di chi sì ma per finta, confesso che ho provato un senso di sconforto. Mi son detta: non è possibile dover tornare &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2010/07/28/un-partito-daccapo/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando ho letto sui giornali che tornavamo a parlare delle primarie, di chi vuol farle, di chi no, di chi sì ma per finta, confesso che ho provato un senso di sconforto. Mi son detta: non è possibile dover tornare sempre daccapo. Siamo usciti dall’ultima assemblea nazionale convinti che noi eravamo il partito delle primarie e ora pare che non sia più così. Mi ha colpito anche la prima reazione degli abitanti dell’Aquila di fronte alla visita dei nostri parlamentari, guidati da Bersani: ci hanno rimproverato per il ritardo con cui il partito si è mosso. Hanno ragione anche loro. Ora è la volta dell’elezione del vicepresidente del Csm: infinite sono le ragioni che si possono portare a giustificazione della scelta di dare appoggio a Vietti. Ma quando un tuo elettore, un militante, ti sventola sotto il naso il curriculum del senatore Udc, e ti fa leggere che è stato due volte sottosegretario di Berlusconi, che è uno dei padri del legittimo impedimento e della depenalizzazione del falso in bilancio… Non c’è più risposta tecnica che tenga.</p>
<p>Quello che una volta si chiamava il “nostro popolo”, e che è fatto di gente di tutte le provenienze, oggi non ti perdona più nemmeno l’impressione di un cedimento alle sirene dell’inciucio. Ancora continuano, i nostri, a ricordare e a rimproverarci le assenze in Aula quando si è votata la pregiudiziale di costituzionalità dello scudo fiscale. E così non basta nemmeno il lavoro, anche tenace, che i gruppi fanno in Parlamento, perché l’ombra del sospetto è in agguato e il commento è: “sì, ma…”. Insomma, torna fuori un problema di credibilità con cui dobbiamo fare i conti, che non che non è più eludibile, e che alla lunga ci può costare caro. Come meravigliarsi se i nostri elettori e iscritti si girano e guardano a Vendola? Ci sarà un significato in quelle cifre date da Ipr nel suo sondaggio? Dicono che nell&#8217;ipotesi di primarie, Vendola parte in leggero vantaggio (51%) su Bersani (49%), anche se in Bersani c’è più fiducia. Anzi, proprio il fatto che ci sia più fiducia in Bersani deve farci meditare, e deve farci fare uno scatto. Perché abbiamo tutto quello che ci serve, un segretario legittimato, competenze, radicamento, un sacco di militanti che non aspettano altro che il via. Abbiamo persino un avversario politico indebolito e screditato. Che aspettiamo?</p>
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		<title>Brancher per i posteri</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 15:10:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[aldo brancher]]></category>
		<category><![CDATA[antonveneta]]></category>

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		<description><![CDATA[La strana vicenda del ministro del nulla Aldo Brancher è uno dei fatti di maggior spessore tragicomico dell&#8217;attuale governo: di Brancher sono arrivate prima le dimissioni che le deleghe. Nato come ministro per l&#8217;attuazione del federalismo, dopo le reprimende di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2010/07/07/brancher-per-i-posteri/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La strana vicenda del ministro del nulla Aldo Brancher è uno dei fatti di maggior spessore tragicomico dell&#8217;attuale governo: di Brancher sono arrivate prima le dimissioni che le deleghe. Nato come ministro per l&#8217;attuazione del federalismo, dopo le reprimende di Bossi a Pontida era stato ridenominato ministro per la sussidiarietà e il decentramento. Nome misterioso che in concreto dice poco, specie se già in presenza di un ministero per gli Affari Regionali.<br />
Sono ora curiosa di vedere se Berlusconi indicherà un altro nome per ricoprire questo incarico tanto delicato e utile per il bene del Paese: sarebbe doveroso, sentite le minacce di espulsione dal Pdl verso chi avrebbe votato la sfiducia, ma mi permetto di dubitarne.<br />
Sarà così evidente che la nomina di Brancher era dovuta nient&#8217;altro che alla necessità di un salvagente per sottrarlo al processo sulla scalata ad Antonveneta. Un&#8217;operazione piuttosto sfacciata, o perlomeno maldestra: decisamente troppo anche rispetto a quanto ci ha abituato Berlusconi.<br />
Giocare così con i poteri dello Stato è mancare di rispetto ai cittadini, proprio mentre ci si permette di chiedere loro dei sacrifici non da poco per mettere a posto i conti pubblici. Sprecarli per istituire un ministero ad personam è solo l&#8217;ultimo dei segni di poca lucidità del governo.</p>
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		<title>Qualcosa di terribilmente nuovo</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Jun 2010 08:17:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[lega]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovamento partito democratico]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è chi scuote il capo con sopportazione e c&#8217;è chi s&#8217;indigna sanguigno, col repertorio svariando da “ma dove siamo arrivati&#8230;” a “non si può andare avanti così!”. In realtà nessuno si stupisce più davvero di quelle che si insiste a &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2010/06/03/qualcosa-di-terribilmente-nuovo/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è chi scuote il capo con sopportazione e c&#8217;è chi s&#8217;indigna sanguigno, col repertorio svariando da “ma dove siamo arrivati&#8230;” a “non si può andare avanti così!”. In realtà nessuno si stupisce più davvero di quelle che si insiste a chiamare le “sparate” della Lega: sono entrate nella quotidianità e, giorno dopo giorno, hanno conquistato con l&#8217;abitudine lo spazio da cui si genera la legittimazione. Oggi è il mio collega Salvini che va all&#8217;attacco del 2 giugno, ieri era Calderoli che bruciava la pira delle leggi (e che a me ha fatto venire in mente Farenheit 451), prima ancora Castelli chiedeva la croce sul tricolore. Dopo la campagna contro i menù etnici è in arrivo il lancio delle botteghe &#8216;verdi&#8217; a chilometro zero che alzano il cartello “non vendiamo banane e ananas”.<br />
Non sono solo dichiarazioni e gesti d’impatto momentaneo o superficiale, e non credo si tratti nemmeno solo di tattica politica. Ho invece la sensazione che ci troviamo di fronte ad un fenomeno in cui la comunicazione risulta ad altissimo impatto perché il messaggio politico viene potenziato dall’attivazione di un forte coefficiente simbolico.<br />
Voglio dire che almeno una parte dell’efficacia del messaggio della Lega risiede nella sua capacità di riattivare significati che costituiscono una parte non secondaria dell’immaginario collettivo. Ovvio, si dirà, il rituale simbolico leghista che richiama alla mente gli elementi primari, la terra e la comunità locale, le radici sicure a cui tutti abbiamo bisogno di restare aggrappati, attecchisce bene in tempi di incertezza, precariato e timore sociale.<br />
Ma è una considerazione che mi serve per fare un passo ulteriore. Perché il vero punto, l’interrogativo che mi pongo, è un altro: qual è il serbatoio simbolico cui può e dovrebbe attingere un partito riformista italiano del ventunesimo secolo? Ossia, ci poniamo il problema di istituire una sintonia anche emotiva con il Paese, con la comunità cui ci rivolgiamo?<br />
La Lega, proprio in questi giorni, non si fa scrupolo di modificare un simbolo per eccellenza come la bandiera della provincia di Bergamo, facendola più simile a sé nel colore, espellendo il nome latino per far posto a quello dialettale.<br />
Nel nostro campo, simboli identitari di fortissimo impatto come lo scudo, la falce e il martello, sono stati sostituiti prima da gentili e rassicuranti simboli vegetali, poi da un asettico marchio-logo. L’osservazione non equivale a un giudizio, e chiaramente indietro non si torna. Ma se qualcosa abbiamo perso, dobbiamo trovare altro: qualcosa di terribilmente nuovo.</p>
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		<title>Liberare il Nord dallo Stato</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 14:04:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[nord]]></category>
		<category><![CDATA[pierluigi bersani]]></category>
		<category><![CDATA[romano prodi]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono convinta che le riforme, istituzionali ed elettorali, siano necessarie, e che ci sia un largo consenso in Italia sul superamento del porcellum. Ma ho la sensazione fondata che queste riforme siano quanto di meno interessi i cittadini, a parte forse ciò che tocca la riduzione dei costi e dei privilegi della politica. Dobbiamo fare molta attenzione a non essere identificati come coloro che partecipano a un deprecabile ‘teatrino della politica’, in cui tutti gli attori sono uguali e ugualmente lontani dalle cose che riguardano la gente.</p>
<p><span id="more-7"></span>Di fronte alle emergenze del Paese, il Pd non può continuare la sua fase ‘introspettiva’. Dopo <a href="http://www.romanoprodi.it/articoli/italia/chi-offende-lunita-ditalia-affossa-il-federalismo_1478.html">l’intervento di Romano Prodi</a>, che ha proposto al Pd una riforma nel senso di un federalismo spinto, alcuni esponenti politici hanno riconosciuto in questa formula uno strumento con cui si sarebbe potuto dare una risposta alla difficoltà ormai costituzionale del Pd di incidere nel nord.</p>
<p>Io mi vado sempre più convincendo che stiamo rimanendo drammaticamente indietro rispetto a questo problema cruciale, tanto da ritenere che sia divenuta una priorità anche rispetto alla discussione sulla forma-partito. A maggior ragione, credo che la risposta alla questione del nord non viene rimettendo in discussione gli assetti del partito. Credo che l’approccio debba essere politico, un approccio cioè che metta al primo posto le scelte e le proposte del Pd per il nord.</p>
<p>Riconosco volentieri al segretario Bersani di aver avviato un’elaborazione che intende dare concretezza all’azione del partito, ma proprio per questo, allora, le problematiche del nord devono acquisire la dignità di punto programmatico saliente del Pd.</p>
<p>In mancanza di ciò, sarà estremamente difficile affrontare anche i problemi del sud, perché la parte più avanzata del Paese deve riuscire a rimanere competitiva con i sistemi globali più dinamici e qualificati. Altrimenti il rischio di un declassamento dell’intero Paese è reale.</p>
<p>Il profondo disagio del nord è stato colto dalla Lega, la quale è stata l’unica a fornire delle risposte, poco importa se adeguate o meno. Si è accreditata come il più credibile interlocutore dei ceti produttivi del nord, lavoratori dipendenti inclusi. Noi non riusciamo a far esplodere la contraddizione di una Lega al tempo stesso padana e romana, perché la nostra proposta è troppo povera per andare al di là della denuncia.</p>
<p>Di fronte a tutto ciò cosa dovrebbe fare il Pd?</p>
<p>Occuparsi della modernizzazione del Paese, dell’alleggerimento dalla burocrazia, in sintesi offrire un sollievo dal peso soffocante dello Stato: questo è quanto si chiede al nord. Io aggiungo che dovremmo perseguire il superamento di certo deteriore corporativismo, conducendo una battaglia culturale di prospettiva e d’avanguardia, che riaffermi il valore di un senso comune che si sta perdendo e sulla cui perdita la Lega specula. Penso allo sgretolamento dei valori del rispetto fiscale, civico e della legalità diffusa.</p>
<p>Qui noi dobbiamo chiedere che lo sviluppo non sia impastoiato dall’invadenza della politica, o meglio dei partiti, troppo implicati nella gestione di ambiti che dovrebbero invece essere loro sottratti, anche perché le logiche che sovrintendono alle nomine prescindono sempre più dalle competenze. E’ una declinazione della questione morale che il Pd dovrebbe acquisire formalmente tra le sue priorità.</p>
<p>Sappiamo bene che il nord non è un sistema unico e chiuso, ma che è fatto di un’articolazione di sottosistemi diversi. Se vogliamo apprestare uno strumento politico capace di intercettare le sue questioni, occorrono strutture stabili di confronto e coordinamento tra realtà locali e regionali del Pd del nord. Per chiarire, dunque, non un Pd del nord, ma forme strette di rapporto su questioni precise e concrete portate avanti dal Pd delle regioni del nord. Questioni che devono essere fatte proprie dal livello centrale del partito.</p>
<p>Se non vorremo rapidamente occuparci di questa emergenza, è sicuro che ci verrà presentato il conto, più salato di quello delle ultime regionali. E sarà un conto che pagherà tutto il Paese, a cominciare dal sud. Non vorrei infatti diventasse realtà la vignetta del ‘comunista’ Economist, che in questi giorni ci raffigura un’Italia tagliata in due, corrispondente in modo inquietante al mai ripudiato progetto secessionista della Lega.</p>
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		<title>Il vero “terzo polo” è la Lega</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 15:50:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[gianfranco fini]]></category>
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		<description><![CDATA[Rispondendo ad Angela Frenda, che mi intervistava per il Corriere della Sera, ho confessato che mi sono incavolata quando ho visto Fini, alla direzione del Pdl, dire cose che somigliano a quelle che diciamo noi. A dirla tutta, avrei dovuto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/deboraserracchiani/2010/04/27/il-vero-terzo-polo-e-la-lega/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rispondendo ad Angela Frenda, che mi intervistava per il Corriere della Sera, ho confessato che mi sono incavolata quando ho visto Fini, alla direzione del Pdl, dire cose che somigliano a quelle che diciamo noi.</p>
<p><span id="more-4"></span>A dirla tutta, avrei dovuto aggiungere che un istante prima avevo provato una specie di piacere estetico davanti allo spettacolo di quel dito alzato di Fini, sventolato sotto a un Berlusconi che fumava ira. Ma tant’è, l’incavolatura alla fine aveva vinto. Ho avuto l’invincibile impressione che il Partito democratico (e io con lui, ovviamente) stesse a guardare mentre nel centrodestra volavano gli stracci. Una sensazione di essere poco rilevanti in tutto lo scenario, di mordere poco.</p>
<p>E’ lì che mi si è fatta strada l’idea di un rischio, quello che ormai maggioranza e opposizione potessero abitare nello stesso partito, il Pdl. Il paradosso mi serviva anche per descrivere un’altra eventualità, probabilmente più concreta perché carezzata più o meno apertamente di qua e di là dalla barricata: il congedo dal bipolarismo. Circola nelle stanze della politica italiana una voglia inconfessata (ma anche no) di liberarsi dalle pastoie degli schieramenti, di fare il balzo definitivo fuori da quella scocciatura di marca anglosassone che si chiama aspirazione maggioritaria. Tanto il sistema maggioritario nei collegi ce l’ha già tolto dai piedi Berlusconi, e quando lo tiriamo fuori lo facciamo trattandolo come un cimelio d’altre epoche. Di tutte le riforme che si potrebbero fare, rimane impronunciabile quella di tornare a un sistema elettorale appena un po’ più decente di questo, che è un feudalesimo delle nomine. Sorge il dubbio che non valga la pena sforzarci di vincere da soli e lavorare per diventare maggioranza, se si può ottenere lo stesso risultato con l’uso accorto di forbici e bilancino.</p>
<p>C’è chi lo ha detto a chiare lettere, e lo teorizza da tempo: “Il terzo polo è l’unica speranza che ha l’Italia, altrimenti la partita si gioca interamente nel campo di centrodestra, che interpreta i due ruoli di maggioranza e opposizione”. Non nascondo che un brivido d’inquietudine mi ha percorsa quando mi sono accorta che io e Rutelli, lo stesso giorno, abbiamo detto le stesse parole, sia pur arrivandoci da due punti opposti e per sostenere il concetto contrario. Ma mi sono subito rinfrancata pensando al terzo polo: quello c’è già e si chiama Lega.</p>
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