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	<title>Filippo Facci</title>
	
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	<description>Giornalista e scrittore, lavora a Libero, ha collaborato con il Foglio, il Riformista e Grazia. È autore di "Di Pietro, La storia vera"</description>
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		<title>Un processo minore</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 05:32:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Credo sia impossibile, a proposito del caso Ruby, che una persona normale possa sposare acriticamente la tesi innocentista oppure quella colpevolista senza provare un qualche disagio. Sposare la tesi innocentista significa supporre che Berlusconi non sia andato a letto con &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/05/17/processo-ruby/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Credo sia impossibile, a proposito del caso Ruby, che una persona normale possa sposare acriticamente la tesi innocentista oppure quella colpevolista senza provare un qualche disagio.</p>
<p>Sposare la tesi innocentista significa supporre che Berlusconi non sia andato a letto con Ruby e pensare che ad Arcore ci fosse qualcosa di diverso da una sostanziale prostituzione. Bene: non conosco nessuno che in privato sia disposto a crederci, di destra o di sinistra che sia.</p>
<p>Sposare la tesi colpevolista, invece, significa giustificare l&#8217;interdizione a vita dell&#8217;imputato per un danno alla collettività sinceramente inafferrabile e oltretutto privo di vittime che si dichiarino tali: non Ruby &#8211; la parte lesa più felice di tutti i tempi, coi milioni di euro che è accusata d&#8217;aver intascato &#8211; e non i funzionari di polizia che negano di aver ricevuto alcuna pressione. Bene, anche qui: non conosco nessuno, di destra o di sinistra, che da questo punto di vista non giudichi grottesco e irrilevante l&#8217;intero processo, utile solo in chiave speculativa per sputtanare Berlusconi; nessuno, cioè, disposto a sottoscrivere che la legge sulla prostituzione minorile serva a impedire che una ragazza molto sveglia disponga a piacere delle proprie risorse (fisiche) in un paese in cui la prostituzione non è reato.</p>
<p>Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne? Anche qui concordano tutti, a destra come a sinistra: in tribunale conta una sola verità, quella dimostrabile.</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Ba-cio, ba-cio</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 05:44:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Baldassarre Di Maggio]]></category>
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		<description><![CDATA[Magari l&#8217;avete rivista ne Il divo, la scena del bacio che secondo il pentito Baldassarre Di Maggio ci sarebbe stato tra Giulio Andreotti e Totò Riina: l&#8217;emblema della contiguità tra la politica e la mafia, l&#8217;immagine che tramortì l&#8217;immaginario dell&#8217;opinione &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/05/09/giulio-andreotti-processo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Magari l&#8217;avete rivista ne <em>Il divo</em>, la scena del bacio che secondo il pentito Baldassarre Di Maggio ci sarebbe stato tra Giulio Andreotti e Totò Riina: l&#8217;emblema della contiguità tra la politica e la mafia, l&#8217;immagine che tramortì l&#8217;immaginario dell&#8217;opinione pubblica e alimentò titoli di giornali in tutto il mondo, e poi vignette, battute, i più luciferini luoghi comuni sull&#8217;autentica e corrusca natura di Andreotti.</p>
<p>Ai tempi, tra addetti ai lavori, circolava un tomo pubblicato da Pironti che simboleggiava una stagione non solo editoriale: <em>La vera storia d&#8217;Italia</em>, sottotitolo <em>Giancarlo Caselli e i suoi sostituti ricostruiscono gli ultimi vent&#8217;anni di storia italiana</em>. Ecco: il macroscopico errore della procura, il vero boomerang di tutta l&#8217;inchiesta, insomma il bacio, nel tomo è descritto in tutti i suoi supposti particolari. Si accennava al 20 settembre 1987 come «una delle possibili date dell&#8217;incontro tra Andreotti e Riina», durante la Festa dell&#8217;Amicizia della Dc di Palermo, ma non si escludevano altre date: lo statista a loro dire poteva muoversi «senza lasciare alcuna traccia» con possibilità di «sottrarsi al controllo delle scorte». Dall&#8217;ora di pranzo al tardo pomeriggio, si leggeva, «nessuno è in grado di riferire» i movimenti di Andreotti di quei giorni, tantomeno il fidato caposcorta Roberto Zenobi che seguiva il senatore dal 1977 e che fu definito dagli inquirenti come «supinamente fedele»: questo per via di un atteggiamento ritenuto forse poco collaborativo.</p>
<p>Il pentito Baldassarre di Maggio, invece, fu collaborativo. Era stato uno degli uomini più fidati di Riina. Il 15 gennaio 1993 aveva indicato ai magistrati l&#8217;abitazione segreta del capo di Cosa Nostra e ne aveva favorito la cattura dopo un ventennio di latitanza: insomma era credibile, o lo sembrava.<br />
Notevole che a servire il «bacio» a Caselli, su un piatto giudiziario d&#8217;argento, fu il procuratore Giuseppe Pignatone, suo nemico storico assieme a Piero Grasso. Le dichiarazioni di Balduccio Di Maggio infatti furono rese inizialmente a Pignatone, che pure seguiva un altro filone. «Il verbale di Di Maggio ce lo portarono loro» ha confermato Gioacchino Natoli. Di Maggio, nel verbale, descrisse quando passò a prendere Riina e lo portò alla casa palermitana di Ignazio Salvo per favorire il mitico incontro. Ebbe luogo in soggiorno: c&#8217;era anche Salvo Lima, disse; «Riina saluta con un bacio su entrambe le guance prima Andreotti e poi Lima». Un&#8217;esibizione rituale che nel tomo, e nell&#8217;istruttoria, è descritta per una decina di pagine: quel bacio voleva far capire ad Andreotti, secondo i magistrati, che «egli non può prendere le distanze: deve sempre ricordare che lui e Riina sono la stessa cosa».</p>
<p>Col senno di poi, anche i magistrati &#8211; Gioacchino Natoli, Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato, oltre a Caselli &#8211; hanno riconosciuto che impelagarsi nella faccenda del bacio forse fu un errore. Caselli l&#8217;ha raccontato nel libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804595639/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8804595639&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Andreotti</a></em> di Massimo Franco (Mondadori 2008) e ha detto che l&#8217;episodio si poteva pure «tagliare», nel senso che non era poi così probatoriamente rilevante: c&#8217;era ben altro, a suo dire. Anche Lo Forte ha detto più o meno lo stesso: «L&#8217;elemento più sorprendente, il bacio, non ha giovato alla comprensione della vicenda giudiziaria, ha fatto perdere di vista all&#8217;opinione pubblica gli elementi più importanti».</p>
<p>Nelle pagine dell&#8217;accusa, però, di dubbi non ne trapelavano. Di perplessità non vi è traccia. Semmai, a rileggerle, affiora qua e là una certa esaltazione, una singolare determinazione, perlomeno una cieca fiducia nei propri mezzi. L&#8217;episodio del bacio, si legge, poteva essere capito solo da chi, come il pool dei magistrati, era in possesso di un «sapere specialistico» rispetto a un&#8217;opinione pubblica «priva di strumenti culturali» adeguati. Perbacco. E chi altri li possedeva, gli strumenti culturali adeguati? Secondo il fondatore di Magistratura democratica Livio Pepino, nel suo libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8876705430/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8876705430&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Andreotti, la mafia, i processi</a></em> (Ega 2005) li possedeva il comico Ciccio Ingrassia: «Da siciliano vi dico che, se Andreotti e Riina si sono incontrati, si sono baciati».</p>
<p>Del resto occorre tenere conto del clima in cui nacque l&#8217;indagine: <em>Andreotti a grande richiesta</em> fu il titolo del <em>Giorno</em> di Paolo Liguori quando il senatore fu ufficialmente indagato. In quel terribile 1993 non sembravano esserci dubbi circa l&#8217;impossibilità di fermare la tempesta giudiziaria che si abbatteva finalmente anche su di lui: era lecito credere che il pool antimafia avesse la vittoria in pugno. Quello, del resto, era «il processo del secolo», e la potenza immaginifica di quel bacio non fece temere che ci si potesse infilare in un labirinto di date e contraddizioni come poi avvenne: da immagine-testimonial, quel bacio sarebbe divenuto un formidabile tallone d&#8217;Achille capace di trascinare il processo in un ingorgo di incertezza. Giancarlo Caselli ha trovato il modo d&#8217;incolpare la lingua biforcuta dei giornalisti: «Sono i media che hanno fatto diventare il bacio l&#8217;elemento essenziale per delegittimare il processo dall&#8217;esterno, sono i media che hanno scelto di concentrare l&#8217;attenzione su quel profilo e solo su quello». Sono i media che. Lo ha confermato anche Gioacchino Natoli nel libro di Massimo Franco: «È passata l&#8217;idea che il senatore abbia vinto, ma questo si deve esclusivamente al potere di suggestione dei media. La stampa e la Tv non hanno fatto il proprio dovere di informare correttamente». Nei fatti e nel tempo, però, quel bacio divenne un&#8217;arma nelle mani della difesa: e non certo per meriti giornalistici.</p>
<p>Per trovare riscontri al racconto del bacio gli inquirenti dispiegarono grandi mezzi. Ben trenta carabinieri che avevano scortato Andreotti furono convocati e trattenuti in uno scantinato e interrogati per ore. Fu un incubo, anche perché la prospettiva era quella di aver coperto un politico mafioso che da anni proteggevano anche dalla mafia. Tanti dubbi cominciarono a sorgere lì. Il principale teste di riferimento di Balduccio Di Maggio, pure, smentì l&#8217;episodio e non solo quello. Tante altre smentite ne sarebbero seguite.</p>
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		<title>Cinque stelle, un bilancino</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Apr 2013 14:00:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[È parziale, è sbrigativo, è mio: ma ecco un rendiconto della rivoluzione a Cinque Stelle un paio di mesi dopo le elezioni. - Appena insediati, hanno eletto un presidente del Senato per sbaglio, aprendo processi interni dilanianti a una decina &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/04/30/movimento-cinque-stelle-bilancio/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È parziale, è sbrigativo, è mio: ma ecco un rendiconto della rivoluzione a Cinque Stelle un paio di mesi dopo le elezioni.</p>
<p>- Appena insediati, hanno eletto un presidente del Senato per sbaglio, aprendo processi interni dilanianti a una decina di inconsapevoli franchi tiratori: una riunione-rissa con urla e lacrime, un auto-denunciato, una scomunica dall&#8217;alto, uno scontro tra capigruppo e incidenti vari.</p>
<p>- Dopo il «casino» e i «passi malfermi» (definizioni loro) hanno esordito due commissari per la comunicazione nominati in fretta e furia da Casaleggio &#8211; e incorsi subito in un paio di gaffe &#8211; ma questo non ha impedito che i parlamentari grillini si facessero nuovamente infinocchiare dai giornalisti in molteplici occasioni: i capigruppo Crimi e Lombardi finivano definitivamente macchiettizzati come è stranoto a tutti, e su questo non incediamo.</p>
<p>- Nel tentativo di ovviare ai citati problemi, hanno inventato le conferenze stampa senza domande.</p>
<p>- Vari parlamentari sono stati ripresi perché giravano per il transatlantico senza giacca e con bicchieri di Coca Cola, una deputata si è vantata di non aver stretto la mano a Rosi Bindi, un altro è stato fotografato ai tavoli del ristorante della Camera in allegra compagnia: in generale i grillini sono incorsi in grandi e piccole cantonate (lapsus, magre, figuracce) di cui è andata persa la contabilità. Un deputato è giunto a dire «Lei non mi può interrompere» al presidente di turno della Camera.</p>
<p>- Rimane agli atti lo psicodramma del capogruppo Lombardi coi suoi 250 euro di scontrini andati persi, stesso personaggio che aveva dato del «nonno» a Napolitano.</p>
<p>- La celebre diretta streaming delle consultazioni Pd-Cinque Stelle, con uscite tipo «sembra di essere a Ballarò» e «siamo noi le parti sociali», ha indubbiamente messo in imbarazzo e restituito un&#8217;immagine di arroganza. La successiva consultazione con Enrico Letta non l&#8217;ho vista, ma non ho sentito nessuno sostenere che non abbia prevalso lui.</p>
<p>- Alla fine delle consultazioni è risultato, almeno secondo qualche sondaggio, che i grillini avevano fatto perdere un sacco di tempo a tutti: complici la testardaggine di Bersani e della stampa, arrovellati nel tentar di comprendere se i «no» di Grillo fossero strategici o significassero «no» e basta.</p>
<p>- Intanto Grillo contestava l&#8217;articolo 67 della Costituzione e la libertà di voto degli eletti, il tutto in implicita contestazione della democrazia «rappresentativa» a cui si predilige quella «diretta». Di passaggio si sosteneva che il Parlamento, anche senza un governo, potesse iniziare comunque a lavorare istituendo le commissioni che &#8211; altra vittoria &#8211; alla fine non sono state istituite, facendo fallire, per ora, l&#8217;idea di un assemblearismo spinto a propulsione elettronica.</p>
<p>- Si tralasciano i dettagli sulla mancanza di trasparenza: dalle nomine sempre decise da Grillo &amp; Casaleggio, al fantasma di «hacker» durante le votazioni interne, alla decisione di non rendere noti i nomi dei finanziatori del Movimento: senza contare gli innumerevoli interventi e commenti rimossi o censurati dal blog di Grillo in tutto questo periodo.</p>
<p>- La proclamata occupazione della Camera è finita piuttosto ingloriosamente, con discussioni persino sull&#8217;accresciuto consumo di energia elettrica. Stesso genere di polemica che ha riguardato la decisione di alcuni parlamentari grillini di viaggiare con treni ad alta velocità.</p>
<p>- Le «quirinarie» sono state un altro grandissimo punto interrogativo. Esclusa la candidatura di Dario Fo (stessa età di Napolitano) e pure quella di Gino Strada, le votazioni si sono dovute rifare per colpa di hacker misteriosi di cui nessuno ha spiegato nulla, ma la vincente Milena Gabanelli alla fine ha detto di no. Eccoti allora Stefano Rodotà che, pure, in un&#8217;intervista aveva definito Grillo come «estremamente pericoloso» e «populista del terzo millennio»: è diventato il candidato «proposto dai cittadini italiani» in virtù di 4667 voti telematici su 28 mila totali, resi noti da Casaleggio dopo giorni di polemiche sempre in virtù della scarsa trasparenza. Il risultato della candidatura di Rodotà è stato bruciare Rodotà col Pd, sintesi un po&#8217; grezza ma innegabile.</p>
<p>- Eletto Napolitano, Grillo ha gridato al golpe, ha invitato a una marcia su Roma («dobbiamo essere milioni») e poi a non c&#8217;è neppure andato, mentre una folla tuttavia provocava tafferugli e spintonamenti davanti alla Camera. Il giorno dopo, la marcia su Roma è diventata una conferenza stampa e poi un micro-corteo interrotto al Colosseo. Grillo ha chiarito, a una giornalista cilena, che «golpe» era un modo di dire.</p>
<p>- Un paio di giorni dopo, hanno espulso un senatore perché andava troppo in tv &#8211; decisione ancora non definitiva, pare &#8211; tralasciando l&#8217;eventuale errore di averlo fatto eleggere.</p>
<p>- Elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia: due mesi dopo, il 27 per cento delle politiche diventa il 20 (scarso) preso dal candidato grillini, che nel caso della lista diventa addirittura il 13; alle comunali di Udine il candidato sindaco grillino ha beccato circa il 14.</p>
<p>- Intanto Grillo ha continuato col refrain («è finita», «a casa», «siete morti», «l&#8217;Italia fallirà in autunno») ma è andato a cantarlo anche in Germania.</p>
<p>- Intanto i parlamentari hanno litigato seriamente sul primo stipendio: chi lo vuole tutto, chi no. Padri di famiglia e single si sono accapigliati.</p>
<p>- Il governo di larghe intese alla fine c&#8217;è, ciò che anche Grillo voleva e prevedeva: ma a esser sfibrato, sfilacciato e disorientato è forse il movimento Cinque Stelle. Viceversa, il nuovo governo guidato da Enrico Letta si profila come una soluzione che tutto sommato restituisce un senso di sollievo e denota una composizione di un volto cosiddetto «presentabile» in un periodo in cui la politica italiana, tutta, non lo sembrava praticamente più. E come se Grillo avesse restituito immagine e credibilità alla politica: ma a quella altrui.</p>
<p>- Il Movimento Cinque Stelle, nel non dare la fiducia al nuovo governo, alla Camera l&#8217;ha definito «il governo della trattativa stato-mafia».</p>
<p>- Il giorno dopo, la capogruppo Lombardi dichiara che «quando Letta vuole, siamo pronti a sederci a un tavolo». Ma l&#8217;impressione è che nessuno ne abbia più voglia.</p>
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		<title>Sul mobbing mediatico</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Apr 2013 07:52:08 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[giuseppe cruciani]]></category>
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		<description><![CDATA[Che bello, hanno tutti ragione. Ha ragione Valerio Onida quando dice che lo scherzo telefonico che gli hanno fatto quelli della Zanzara, fingendo di essere Margherita Hack, è contro la legge perché i due hanno reso pubblica una conversazione privata. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/04/07/sul-mobbing-mediatico/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che bello, hanno tutti ragione.<br />
Ha ragione Valerio Onida quando dice che lo scherzo telefonico che gli hanno fatto quelli della <em>Zanzara</em>, fingendo di essere Margherita Hack, è contro la legge perché i due hanno reso pubblica una conversazione privata.<br />
Ha ragione chi osserva che per rendere pubblico uno scherzo, telefonico o meno, di norma serve una liberatoria firmata.<br />
Hanno ragione i due colleghi insetti, Cruciani e Parenzo, secondo i quali la pubblicazione della conversazione privata tuttavia si ossequiava a una rilevanza pubblica, cioè alla notizia che uno dei «saggi» giudicava inutili proprio i saggi.</p>
<p>Però ha ragione anche Michele Serra, che su <em>Repubblica</em> (su <em>Repubblica</em>, sì) ha scritto che l&#8217;uso estorto di immagini e parole ormai viene riconosciuto come accettabile da un&#8217;informazione che sconfina nello spettacolo; Serra ritiene che Onida, per esempio, non dovesse scuse a nessuno perché ha soltanto espresso delle private opinioni e di questo non si può essere colpevoli: e ha ragione.<br />
Aggiungo che in questo andazzo, come dire, <em>à la guerre comme à la guerre</em>: chi non vuole un tapiro &#8211; opinione di chi scrive &#8211; farà bene a ritirarlo in testa a chi voglia imporglielo, mentre personalmente aspetterei sotto casa un collega che mi carpisse un fuori onda, e a certi molestatori da talkshow farei volentieri assaggiare la tomaia delle scarpe. </p>
<p>Quindi, in teoria, ha ragione anche Gad Lerner, che sul suo blog è ripartito da Adamo e Eva e ha attribuito la nascita dell&#8217;<em>infotainment</em> (informazione mista a intrattenimento) non a una fisiologia d&#8217;importazione, bensì a Bruno Vespa, colpevole d&#8217;aver affiancato Valeria Marini a Gianfranco Fini sin dal 1996; diciassette anni dopo, invece, Lerner individua Beppe Grillo come catalizzatore di «cercatori di audience con patina d’anticonformismo creativo come i conduttori della <em>Zanzara</em>», definizione oggettiva quanto carica di snobistico sprezzo; dopodiché, sempre sul blog, Lerner giunge a mischiare Vespa, Grillo, Zanzara e Gabibbo in un unico percorso di «abruttimento dell&#8217;umano e ridicolizzazione dell’impegno». L&#8217;umano impegno, presumibilmente, è quello di Gad Lerner, che l&#8217;audience in effetti non l&#8217;ha mai cercata e neppure casualmente trovata. Nota: tutto questo accade solo perché Valerio Onida è amico suo. </p>
<p>Più che di <em>infotainment</em>, però, Serra e Lerner dovrebbero occuparsi di <em>double standards</em>: il loro, o perlomeno quello del quotidiano che ospita i loro corsivi. Perché stiamo parlando di <em>Repubblica</em>, l&#8217;organo ufficiale della pubblicazione di ogni fotografia, filmato, colloquio, telefonata, fuori onda, qualsiasi cosa che riguardi il nemico politico o perlomeno chi a <em>Repubblica</em> stia fieramente sulle balle. Lecito, illecito, penalmente irrilevante, vero, falso, depositato o meno: <em>Repubblica</em> in questi anni ha pubblicato ogni cosa e ne ha fatto una religione, la stessa contro la quale &#8211; accoratamente &#8211; Michele Serra ora mostra un&#8217;antipatia peraltro condivisibile. </p>
<p>Ma è un dibattito già fatto, a pensarci: precisamente nell&#8217;estate 2009, quando il gruppo <em>Repubblica</em> pubblicò le registrazioni privatissime (anche queste «carpite con l&#8217;inganno») che Patrizia D&#8217;Addario aveva fatto nella camera da letto di Berlusconi; si parlava di dolori rettali, preservativi e altri affari di Stato. E ci hanno fatto scioperi e manifestazioni &#8211; sul tema, non sui dolori &#8211; e hanno gridato al golpe nell&#8217;ipotesi di una legge che regolasse meglio la privacy: la quale, pure, risulterebbe già regolata. <em>Repubblica</em> del resto ha diffuso ampiamente anche la presunta intercettazione (presunta perché non è neppure mai stata depositata agli atti) in cui Angela Merkel fu definita «culona» e altri dettagli irrinunciabili.      </p>
<p>Ecco perché &#8211; mancava &#8211; forse ha «storicamente» ragione anche Marco Pannella, che il giorno dopo lo scherzetto a Onida ha semidistrutto lo studio della <em>Zanzara</em> buttando all&#8217;aria tutto &#8211; microfoni, computer, Parenzo e altri oggetti &#8211; perché è pazzo, va bene, ma anche perché vede lungo. Non puoi pretendere di invitare in trasmissione Giacinto Pannella detto Marco (classe 1930) e poi imbrigliarlo come vuoi tu, dicendogli pure che «non ce ne frega un cazzo» dei suoi appelli; Pannella faceva appelli quando Cruciani e Parenzo erano due embrioni, e da lui devi sempre aspettarti l&#8217;inaspettabile perché è sempre in anticipo di dieci anni: anche &#8216;stavolta, probabilmente, ha già disegnato e combattuto un fantasma prossimo venturo, il mobbing mediatico.<br />
Ma naturalmente certo, hanno ragione anche loro, Cruciani e Parenzo: chiedono che gli ospiti non sfascino tutto e che non li mandino al pronto soccorso, cortesemente: dove peraltro &#8211; reparto neuro &#8211; da tempo è giusto che vadano.</p>
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		<title>Il niente in streaming</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 09:57:17 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Non era neanche arroganza: quella dei capogruppo grillini, ieri, era un&#8217;ignoranza che non gli faceva neppure comprendere la figuraccia che stavano facendo e infliggendo. Le due capre di Casaleggio, ieri mattina, ci annoiavano in streaming e ci confermavano che tutte le decisioni erano già prese altrove, dopodiché sfilava l&#8217;arroganza che appunto è ignoranza: «Noi non incontriamo le parti sociali, noi siamo le parti sociali» ha detto lei, Roberta Lombardi, la peggiore. Forse la frase più boriosa pronunciata in televisione da anni a questa parte. Loro non sono due qualsiasi, non sono due catapultati in Parlamento via <em>Porcellum</em> &#8211; come tutti gli altri &#8211; che Grillo ha selezionato via web in dieci minuti e che conoscono il Paese come tutti noi. Loro sono «il» Paese, sono «le» parti sociali, tutte, anzi, sono gli ormai impronunciabili «cittadini» che hanno occupato il palazzo d&#8217;inverno col vestito buono. </p>
<p>Sociali, in realtà, sono gli assistenti che occorrerebbe chiamare, così da spiegare alle due capre la differenza tra la politica e la sua sciagurata rappresentazione mediatica, la differenza tra una postura estetizzante e un&#8217;altra che, una volta in Parlamento, ha conseguenze vere nella vita reale, quella del Paese, quella della gente che attende risposte, mica solo lo spread e le Borse, altro che Ballarò e dintorni, altro che quella piazza catodica che a quanto pare ha costituito il laboratorio del populismo grillino. Ieri abbiamo confermato questo: che a Ballarò si ballava sul Titanic, che da Santoro si affilavano le armi, che da Vespa si occupava una terza camera senza accorgersi che sparivano le prime due. Ma, a ben pensarci, già lo sapevamo.</p>
<p>C&#8217;era da prendere il valium, ieri, nell&#8217;ascoltare la ragazzina che distribuiva patenti di credibilità dall&#8217;alto del suo non-essere, che delegittimava le persone in quanto partiti: è quanto di più ideologico possa essere espresso in questo secolo. Stava a dire che voi &#8211; partiti &#8211; non siete persone, non c&#8217;entra se siate capaci o incapaci, oneste o disoneste, voi siete un marchio a fuoco, siete una razza da estirpare e delegittimare benché democraticamente eletta. Il tutto lasciando scivolare il diktat di Casaleggio, peraltro grezzamente: ritrovare una centralità del Parlamento abolendo i governi, reinventarsi un assemblearismo spinto di chiave ottocentesca ma a propulsione elettronica, pretendere le commissioni parlamentari ma non un dicastero: Bersani e Letta, ieri, parlavano con questa gente. È da un mese che lo fanno, che ci provano, che non capiscono: un po&#8217; capre anche loro, invero.</p>
<p>Il guru spirituale Grillo, intanto, spiegava che Bersani e Berlusconi (ecc.) sono dei «puttanieri» e questo dopo che l&#8217;assessore Franco Battiato aveva parlato di «troie in Parlamento». È arrivata la società civile. La capogruppo alla Camera Roberta Lombardi, intanto, veniva contestata dai deputati grillini che hanno addirittura chiesto le sue dimissioni. Il capogruppo al senato Vito Crimi, intanto, in serata diceva qualcosa che neppure si capiva, ma che veniva ripreso, estrapolato, riportato, sezionato, smentito, spiegato, integrato da migliaia di giornalisti di un Paese disperato. E oggi si ricomincia.</p>
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		<title>Grasso, il magro e il cattivo</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 15:25:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il «duello» Travaglio-Grasso, nel caso, sarebbe solo l&#8217;eco lontana di scontro vecchio e soprattutto risolto. L&#8217;ha già vinto Grasso, anni fa, ma non contro Travaglio che è solo un tardivo portavoce: contro le vedove caselliane che a partire dal 1999 &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/03/26/pietro-grasso-marco-travaglio/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il «duello» Travaglio-Grasso, nel caso, sarebbe solo l&#8217;eco lontana di scontro vecchio e soprattutto risolto. L&#8217;ha già vinto Grasso, anni fa, ma non contro Travaglio che è solo un tardivo portavoce: contro le vedove caselliane che a partire dal 1999 sono state sconfessate nella politica e nei tribunali. </p>
<p>Si parla di un&#8217;area a cui Ottaviano Del Turco, da presidente dell&#8217;Antimafia, nel 2003, attribuì la velleità di «rileggere tutte le vicende del dopoguerra come un unico disegno criminale dentro a cui stanno bombe, terrorismo, brigate rosse, mafia, gladiatori, la Cia, e naturalmente, da ultimo, Berlusconi che si aggira con valigette piene di bombe al tritolo».<br />
Pietro Grasso, invece, in un&#8217;intervista sempre del 2003, parlò di «persone identificabili in una determinata area culturale e politica che si è sempre distinta per l&#8217;aggressività e il cinismo con cui attacca chi non condivide una certa visione della giustizia e dei problemi connessi. Neppure Giovanni Falcone si salvò da questi schizzi di fango». </p>
<p>L&#8217;area culturale e politica, a Palermo e nei vari avamposti, è perlopiù quella di <em>Magistratura democratica</em> e della varia «antimafia piagnens». Di essa Marco Travaglio è divenuto notoriamente il doberman &#8211; non da solo &#8211; e perciò e ha sempre avversato colleghi più moderati come lo stesso Grasso o Giuseppe Pignatone, ora procuratore capo a Roma e altro nemico storico di Ingroia. Ora c&#8217;è un noto epilogo politico, diciamo: la scelta del Pd di respingere al mittente ogni avance politica di Antonio Ingroia, preferendogli Grasso, non è stata indolore; tantomeno lo è stata la decisione del Pd di difendere Giorgio Napolitano quando il contrasto procedurale tra la procura di Palermo e il Quirinale si fece dirompente. L&#8217;esito, per ora, è che Pietro Grasso (detto Piero) è stato eletto ed è già presidente del Senato, col rischio che diventasse addirittura premier; Ingroia, invece, non è neppure stato eletto, la sua <em>Rivoluzione civile</em> ha fatto un bagno, e lui rischia di trasferirsi ad Aosta a indagare sui clan della Fontina.  Il veleno di Travaglio contro Grasso, dunque, è roba vecchia ma ridipinta di fresco rancore. È il fiele degli sconfitti, ma nondimeno &#8211; sprechiamo l&#8217;espressione &#8211; una resa dei conti culturale.</p>
<p>Pietro Grasso è di Licata. A 14 anni giocò nella Bagicalupo allenata dal 17enne Marcello Dell&#8217;Utri e questo è il tratto più malizioso che lo riguarda. Era già magistrato a 24 anni (un «plasmoniano», si diceva all&#8217;epoca) e si ritrovò subito a rischiare la pelle nel giudicare il maxiprocesso a Cosa Nostra: 400 boss in un dibattimento istruito dal pool di Falcone e Borsellino. Lui scrisse le motivazioni (8000 pagine) aiutato da uno stormo di giovani uditori tra i quali c&#8217;era Antonio Ingroia. Fu consulente della commissione Antimafia e vicecapo agli Affari penali ancora con Falcone. Poi, dopo anni alla Procura nazionale antimafia con Pierluigi Vigna &#8211; periodo in cui progettarono di ucciderlo &#8211; nel 1999 fu nominato Procuratore capo a Palermo e andò a rappresentare una netta discontinuità con Giancarlo Caselli e i vari Ingroia di complemento. Secondo Travaglio, ciò coincise con una «normalizzazione» della procura. </p>
<p>Il che è vero. Grasso, che era della corrente di <em>Movimento per la giustizia</em> (quella di Falcone) fece fuori i caselliani uno alla volta. Tra questi, fermandosi ai cognomi: Lo Forte, Scarpinato, Principato, Teresi, Imbergamo, Musso, Paci, Serra, Ingroia eccetera. Si parla di pm che gestirono processi anche fumosissimi (come il mitico «sistemi criminali», dedito a «massoneria, politica e imprenditoria deviate», affidato da Caselli a Scarpinato nel 1993, roba da far sembrare la «trattativa» un capolavoro di linearità) la maggior parte dei quali sarebbero tutti finiti in nulla. Grasso, in un&#8217;intervista dell&#8217;agosto 2000, parlò esplicitamente di processi caselliani «capaci di ottenere condanne solo sulla stampa». Altri, più di parte come il forzista Enzò Fragalà, citarono la «gestione strumentale dei pentiti, spese pazze e inutili, le enormi risorse pubbliche messe in campo al fine di costruire e portare avanti teoremi politico-giudiziari finiti come sappiamo, senza peraltro che i geometri abbiamo dovuto scontare alcunché per gli errori commessi». Ho citato un forzista ma è stata una visione condivisa anche a sinistra. </p>
<p>Grasso, come suo vice, ripescò Giuseppe Pignatone, che a suo tempo aveva lasciato la procura all&#8217;arrivo di Caselli; un moderato anche lui (corrente Unicost) che tra i cronisti era popolare come poteva esserlo uno che aveva mandato ad arrestare i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, con l&#8217;accusa di peculato. Due pentiti come Brusca e Cancemi lo chiamarono in causa tre volte, ma altrettante la sua posizione fu archiviata. Tuttavia per Travaglio (e Ingroia) ancor oggi è come nominare il demonio: e al tentativo di «mascariarlo», il vice-Ingroia ha dedicato pagine intere. Una grave colpa di Pignatone fu certamente quella di diventare vice di Grasso al posto dei vari caselliani Alfredo Morvillo, Anna Palma o Sergio Lari. </p>
<p>Normalizzazione: nel senso che normale, prima, non era niente. Grasso lavorò con avocazioni, redistribuzioni, monitoraggi, non volle la responsabilità degli insuccessi di Caselli (Andreotti, Musotto, Canale, Di Caprio, Mori, Rostagno, Carnevale, Mannino, stragi, ecc.) e prese di mira certe toghe superstar: ma piano, sinuosamente, alla democristiana. Fece un fondo così ai magistrati che si lagnavano perché la scorta gli era stata ridotta, ad altri tolse la seconda auto o i piantoni fuori casa (roba che in Sicilia fa status) e alcuni li fece addirittura lavorare, fottendosene di gerarchie non scritte come quelle che volevano Lo Forte e Scarpinato come grandi pensatori. Torna in mente una proposta di Ingroia e Scarpinato da loro messa nero su bianco su <em>Micromega</em> del 2003: «Sospendere autoritativamente la democrazia aritmetica al fine di salvare la democrazia sostanziale… Nella nuova Costituzione europea bisogna porre il problema degli interventi politici e istituzionali, compreso, come estrema ratio, il commissariamento europeo nei confronti degli Stati membri». Ora saranno contenti, data l&#8217;aria che tira.</p>
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		<title>Marco Bonaiuti Travaglio</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 12:22:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Questione quasi interessante. Lunedì Marco Travaglio si è scagliato contro il popolo del web e, sul suo blog del Fatto Quotidiano, l&#8217;ha messa addirittura così: «È ora di riconoscere che molte volte anche il mitico “popolo del web” è una &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/03/20/marco-bonaiuti-travaglio/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questione quasi interessante.<br />
Lunedì Marco Travaglio si è scagliato contro il popolo del web e, sul suo blog del <em>Fatto Quotidiano</em>, l&#8217;ha messa addirittura così: «È ora di riconoscere che molte volte anche il mitico “popolo del web” è una bella merda». </p>
<p>E ancora: </p>
<blockquote><p>«Più leggo certi commenti più mi viene voglia di chiuderli e di dare ragione a chi paragona i social network alle pareti dei cessi pubblici&#8230;. C’è chi viene qui (sul blog, ndr) solo per insultare&#8230; chi viene qui e nemmeno legge quello che scrivo&#8230; pretendono che io dia sempre ragione a loro&#8230; Altri pretendono addirittura di dirmi quello che devo scrivere, e se non lo faccio subito sono un venduto, un servo eccetera&#8230; Altri ancora confondono il parlare di Tizio (bene, o male, o parlarne e basta) con lo sposare Tizio o l’esserne addirittura servi o pagati (ieri ho pubblicizzato un libro distribuito dal <em>Fatto</em> con i ritratti degli eletti del Movimento Cinque Stelle, è bastato ad alcuni decerebrati per scambiare un lavoro giornalistico, senz’averne letta una riga, per un manifesto propagandistico&#8230;».
</p></blockquote>
<p>Cioè: Travaglio pensa che il popolo che finge di scoprire (solo adesso) non sia lo stesso popolo che ha sempre sorretto lui, i suoi monologhi, i suoi cartafacci giudiziari, i suoi mitici Di Pietro-Ingroia-Grillo. Travaglio forse pensa che alle varie manifestazioni e ai Vaffa-day e nondimeno nell&#8217;urna &#8211; a votare Cinque Stelle e dintorni &#8211; sia andato un «popolo del web» affatto diverso da quello che ora perseguita lui e che da molti anni rompe le palle a noi.  Una reprimenda  tardiva, quella di Travaglio: ma che in fondo fa piacere. Benché sembri, invero, una scissione da se stesso.     </p>
<p>Dettaglio: ha smentito tutto il giorno dopo. La reazione del web, dopo la sua reprimenda, dev&#8217;esser stata così violenta – questo io penso &#8211; che Marco Bonaiuti Travaglio, martedì, è tornato di corsa sul suo blog e ha spiegato che la sua era tutta e solamente una «provocazione», peraltro «scritta apposta con la tecnica del pugno nello stomaco»:</p>
<blockquote><p>«Cari amici, sono felice che la mia provocazione di ieri (scritta apposta con la tecnica del pugno nello stomaco) abbia suscitato tanto interesse. Non perché io venga “pagato a commento”, come ha scritto qualche intelligentone (va bene così?): magari! Ma perché il livello medio del dibattito che si è innescato è parecchie spanne più alto di quello che purtroppo caratterizza la gran parte dei commenti degli ultimi mesi»
</p></blockquote>
<p>Una provocazione. La «tecnica del pugno nello stomaco», oltretutto, io non la conoscevo: io la chiamavo precipitosa smentita.<br />
Dopodiché, sempre sul blog, Marco Bonaiuti Travaglio è passato ad ammiccare a una moltitudine indistinta in cui tutti i suoi lettori potessero riconoscersi: l&#8217;ha chiamata «la parte raziocinante dei frequentatori del blog», gente che dovrebbe aiutarlo a «isolare la banda dei senza cervello». Ma Travaglio nell&#8217;isolarli è già bravissimo da solo.</p>
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		<title>Come ha fatto a vincere senza la tv?</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Mar 2013 10:05:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Gianroberto Casaleggio]]></category>
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		<description><![CDATA[«Allora provate ancora con Favia»; «Ma che c&#8217;entra? Ora sta con Ingroia»; «Tanto poi parla di Grillo»; «Favia è già ospite da coso»; «Ah. Allora chiamate quello del Fatto»; «È già ospite da tizio»; «E l&#8217;altro del Fatto?»; «Non può, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/03/05/come-ha-fatto-a-vincere-senza-la-tv/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Allora provate ancora con Favia»; «Ma che c&#8217;entra? Ora sta con Ingroia»; «Tanto poi parla di Grillo»; «Favia è già ospite da coso»; «Ah. Allora chiamate quello del <em>Fatto</em>»; «È già ospite da tizio»; «E l&#8217;altro del <em>Fatto</em>?»; «Non può, ha il dentista»; «E l&#8217;altro ancora del <em>Fatto</em>?»; «Ma no, dai, è scemo»; «Capirai»; «L&#8217;ho sentito io, a una diretta»; «Non è possibile. Allora il professore pazzo di Genova, come si chiama?»; «Va già da Sempronio»; «Così però non si può lavorare».</p>
<p>«Com&#8217;è finita col Casaleggio beccato per strada?»; «Negativo, era l&#8217;ex bassista dei New Trolls»; «E quel neo-deputato, il carrozziere di Anagni?»; «Ha detto che viene solo mascherato, che non dice il nome, che comunica solo via Twitter e che parla solo a titolo personale, ma non di politica»; «Cristo»; «Non può, va da Vespa»; «Fa&#8217; lo spiritoso, tu. Il cantautore disadattato col cappello a cilindro?»; «Perfetto»; «Ma no, si è scoperto che non è neanche grillino e che lavora al Circo Medrano»; «Fa niente, trovatelo»; «È da martedì che ci proviamo, ma non ha il telefono»; «Via Twitter?»; «Non ce l&#8217;ha»; «Facebook?»; «Non ce l&#8217;ha»; «Aspettatelo sotto casa»; «Non ce l&#8217;ha»; «Così però non si può lavorare. Abbiamo un&#8217;ora per trovare un cacchio di ospite».</p>
<p>«Studenti niente? Blogger? Quello là incazzato?»; «Non viene, dice che la stampa è morta, la tv è morta, siamo tutti morti»; «Ripeschiamo qualcuno, quello là, il sociologo»; «È morto»; «Ah, già».</p>
<p>«Stefano, chiama il tuo gommista»; «Eh?»; «Hai detto che ha votato Grillo, invitalo»; «Il mio gommista?»; «Sì»; «Ma che vuol dire? Non sa niente»; «Perché, gli altri che sanno?»; «Ma a nome di che?»; «Perché, gli altri? Uno vale uno, no?»; «Ma lui vale anche meno»; «Chiamalo, digli due cazzate, e il cittadino, il paese reale, la nuova politica. Tanto è solo un&#8217;ora: due break pubblicitari, quaranta minuti di video ininterrotto di Grillo &#8211; lo facciamo da sette anni &#8211; e poi dieci di dibattito: e la puntata c&#8217;è»: «A proposito, titolo?»; «Boh, solite cose, arrangiatevi, “Chi ha paura di Beppe Grillo&#8221;», anzi no, ecco: “Come ha fatto a vincere senza la tv?”».</p>
<p style="text-align: right;">(Pubblicato su <em>Libero</em>)</p>
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		<title>Grillo è il niente</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 12:01:23 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[beppe grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Dario Fo]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni 2013]]></category>
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		<category><![CDATA[Piero Ricca]]></category>

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		<description><![CDATA[E ora, poveretti? Ci sono 162 poveretti che contavano niente e contano zero, ora. Non hanno ufficialmente idee loro, non hanno luoghi di discussione, non hanno elettori o collegi a cui riferirsi, non hanno neppure una sede fisica: decide tutto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2013/02/28/grillo-e-il-niente/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E ora, poveretti? Ci sono 162 poveretti che contavano niente e contano zero, ora. Non hanno ufficialmente idee loro, non hanno luoghi di discussione, non hanno elettori o collegi a cui riferirsi, non hanno neppure una sede fisica: decide tutto un comico che esce dal cancello e parla coi giornalisti &#8211; se va bene &#8211; e si mette a smadonnare prima di far apprendere chi è morto e chi è vivo, che cosa fare, con chi allearsi, che cosa pensare. Non c&#8217;è un referente, non c&#8217;è una gerarchia, una sezione, un organismo, un ufficio, non c&#8217;è niente: e praticamente non c&#8217;è neanche Grillo, quello che non l&#8217;hanno eletto ma parlerà con Napolitano, non c&#8217;è perché non vi risponde al telefono e spesso i neo parlamentari non l&#8217;hanno neanche mai conosciuto. Sono 162 parlamentari magari di buon aspetto e buona volontà, ma non hanno una voce, non sanno come veicolarla, sanno solo che due sessantenni gli decurteranno lo stipendio e gli diranno se potranno andare in televisione (dove i più non dicono mai niente di serio, perché poveretti, non lo sanno) e forse gli diranno anche che cosa mangiare, come vestirsi, a che ora fare le abluzioni. Però ecco, possono andare sul blog dove decine di migliaia di indirizzi anonimi ed elettronici (ma democratici) anche in queste ore sparano ognuno una cosa diversa: «Alleiamoci», «sì», «no», «boh», «il Tav», «l&#8217;eolico», «Dario Fo», «Crocetta», «il signoraggio bancario».</p>
<p>Se l&#8217;obiettivo di Grillo era il casino, l&#8217;obiettivo è pienamente raggiunto. L&#8217;ingovernabilità è sostanziale. Trovare dei presidenti per Camera e Senato sarà da pazzi, mentre trovare un neo Presidente della Repubblica sarà addirittura un&#8217;impresa: Grillo, a meno che rinsavisca, accetterebbe candidature tipo da Dario Fo in giù, una come Emma Bonino è giudicata troppo compromessa. L&#8217;ex comico non pare personaggio da «atti di responsabilità» (non ne ha convenienza) anche perché non è abituato a interloquire con nessuno. Collaborare con altri partiti per cambiare la legge elettorale? Agli occhi del suo elettorato sarebbe una contaminazione. Tornare a votare? È quanto è accaduto in Grecia, laddove il voto di protesta tuttavia non è riuscito a bissare il risultato delle prime elezioni. Non è detto, cioè, che Grillo da nuove elezioni abbia da guadagnare.</p>
<p>Il voto a Grillo era di protesta e di protesta rimane, o se si preferisce «antipolitico». Loro dicono di no, ma sono patetici. Una prima e spannometrica analisi dei flussi fa già intuire che i Cinque Stelle hanno preso voti soprattutto a sinistra &#8211; contro ogni pronostico &#8211; ed è semplicemente impensabile che merito ne sia il «programma» del Movimento, dai più giudicato abborracciato e inesistente. Nonostante Grillo sia in pista ormai da sette anni (il primo a scrivere che avrebbe fatto un vero e proprio partito fui casualmente io nel luglio 2007) i suoi temi elettorali mandati ripetutamente in onda dai talkshow &#8211; azzeramento della casta, destrutturazione istituzionale e burocratica, no tasse, no banche, no Europa &#8211; restano dei temi anti-sistema e appaiono protési non tanto al «fare» ma al suo «arrendetevi» e al suo Parlamento da «aprire come una scatoletta di tonno».</p>
<p>Il sostegno di Pd e Pdl al governo Monti ha lasciato il segno. Se la manifestazione di San Giovanni ha evidenziato qualcosa, inoltre, è quanto vi pullulassero le bandiere dell&#8217;antimilitarismo, dei No tav, dei radicalismi da centri sociali, insomma un patrimonio che fu della sinistra (estrema, ma sinistra) e che pare essere confluito assai più nei Cinque Stelle che nella mancata Rivoluzione di Ingroia.</p>
<p>Gli astenuti sono comunque aumentati e in buona parte sono voti specificamente persi (o non guadagnati) proprio da Grillo, che li ha sempre avuti come obiettivo: sin dalle politiche scorse (2008) Grillo invitò pubblicamente all&#8217;astensione quando invece ci fu una delle affluenze più alte degli ultimi anni. Ora il ciclo ha ricominciato a invertirsi: in un ciclo elettorale e mezzo il Paese ha perso l&#8217;8 per cento dei votanti (3 milioni di voti sulla massa complessiva) e la soglia si è abbassata notevolmente per tutti i partiti al di là delle percentuali. Ecco perché il vero dato impressionante di alcune regioni &#8211; a proposito di protesta e disaffezione al voto &#8211; è quello di regioni come la Sicilia in cui al successo di Grillo va sommata un’astensione da paura.</p>
<p>Ora c&#8217;è da sperare che la classe giornalistica la smetta di pubblicizzare il «segretario» come non è mai accaduto per nessuno in tutta la storia d&#8217;Italia. In tal senso, lo «stratega di comunicazione» non è mai stato Grillo bensì i giornalisti che ne hanno mandato in onda i comizi per ore e ore. Senza questa rendita di posizione, peraltro spacciata per autonomia internettiana, il voto dato a Cinque Stelle &#8211; soprattutto quello confluito da altri partiti &#8211; sarebbe stato sensibilmente inferiore, questo penso. Hanno fatto tutti i giornalisti, peraltro insultati di continuo o respinti coi Carabinieri. Ci sono milioni di persone, neo grilline, che il blog di Grillo probabilmente non l&#8217;hanno neppure mai visitato. Hanno guardato la tv.</p>
<p>Ora però è difficilissimo che Grillo non si dia una regolata e una forma. I suoi eletti sono dilettanti allo sbaraglio in perenne subbuglio da assemblea studentesca, protagonisti di un movimento che non è neppure un movimento: è un magma, una colata che ha terrore di solidificarsi. Non è un partito carismatico: i partiti, o movimenti, hanno idee, strutture, gerarchie minime, un&#8217;organizzazione del consenso. Qui abbiamo un capo di Stato maggiore (col suo improbabile e riccioluto consigliere) e sotto, infinitamente sotto, una truppa proletaria con la quale lui non parla neanche, e che, in assenza di cultura politica, formicola eccitata come scolari che hanno occupato la scuola. Anche Berlusconi creò un partito in tre mesi: ma sul proscenio c&#8217;erano, perlomeno, personaggi più che navigati per buona selezione o per abile riciclo: per un po&#8217; bastò. Nel caso di Grillo invece non c&#8217;è ancora un vero disegno, un&#8217;idea precisa, una vera «intelligence» dietro ogni mossa o frase pronunciata: è tutto un po&#8217; così, estemporaneo. L&#8217;antipolitica, di questi tempi, può rendere da morire: ma ora Grillo è in Parlamento e certi giochini sono finiti. Berlusconi, appena giunto a Palazzo Chigi, disse che non trovava il volante. Grillo, per aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, deve perlomeno inventarsi un apriscatole.</p>
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		<title>Professione parente</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Feb 2013 10:09:51 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sembra sopita ogni polemica tra Antonio Ingroia, ex allievo di Paolo Borsellino, e Salvatore Borsellino, fratello minore di Paolo Borsellino e di professione «attivista» in virtù del suo «Movimento delle agende rosse» dedicato alla ricerca della verità sulla morte di Paolo Borsellino. Dopo aver rifiutato il posto di capolista al Senato, Salvatore Borsellino aveva suggerito a Ingroia di mettere in lista anche il giovane Benny Calasanzio Borsellino, ex candidato Idv alle regionali del Veneto, collaboratore del <em>Fatto Quotidiano</em> e dell&#8217;eurodeputata Idv Sonia Alfano, figlia di Giuseppe Alfano, giornalista ucciso dalla mafia nel 1993. Benny Calasanzio Borsellino è anche coautore di un libro-intervista a Salvatore Borsellino in cui quest&#8217;ultimo parla del fratello Paolo Borsellino, ed è nipote, sempre Benny, di un altro Paolo Borsellino trucidato dalla mafia: non il magistrato, ma un omonimo pure lui ucciso in Sicilia negli anni Novanta, come ricostruito dal fratello di Paolo Borsellino (il secondo) che si chiama Pasquale Borsellino. Resta che Ingroia, alla fine, ha proposto di mettere Benny Calasanzio Borsellino in fondo alla lista sicché Salvatore Borsellino per protesta si è ritirato da capolista al Senato, sostituito da Sandra Amurri, ex candidata Idv, collaboratrice del <em>Fatto Quotidiano</em>, testimone del processo sulla «trattativa» istruito da Antonio Ingroia, autrice del libro «L&#8217;albero Falcone» nonché consulente della Fondazione «Giovanni Falcone e Francesca Morvillo», quest&#8217;ultima moglie di Falcone e magistrato ucciso dalla mafia assieme a lui, nonché sorella di Alfredo Morvillo, magistrato legato a Gian Carlo Caselli e al <em>Fatto Quotidiano</em>, procuratore antimafia a Termini Imerese e al centro di una polemica, quattro anni fa, quando a Marsala al suo posto fu nominato procuratore capo Alberto Di Pisa, a suo tempo accusato di essere il «corvo» che scrisse lettere anonime contro Giovanni Falcone. Alla Camera, invece, il capolista in tutte le circoscrizioni siciliane sarà lo stesso Ingroia, ex allievo di Paolo Borsellino, mentre al secondo posto nel collegio occidentale ci sarà Giovanna Marano che alle regionali era stata sostituita da Claudio Fava, figlio di Giuseppe Fava, giornalista ucciso dalla mafia nel 1984; al secondo posto nel collegio orientale ci sarà invece Franco La Torre, figlio di Pio La Torre, politico ucciso dalla mafia nel 1982. In lista anche il magistrato Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, magistrato ucciso dalla mafia nel 1983.</p>
<p>Salvatore Borsellino, successivamente, a seguito di una polemica sull&#8217;abitudine di Ingroia di citare spesso Falcone e Borsellino, si era limitato a dire che il nome di suo fratello, Paolo Borsellino, doveva restare fuori dalla campagna elettorale. Più dura con Ingroia, rispetto a Salvatore Borsellino, era stata Maria Falcone, sorella di Giovanni Falcone ed ex candidata al Parlamento europeo per il Pd: la donna, già presidente della citata Fondazione Falcone, aveva esplicitamente accusato Ingroia, da ex allievo di Paolo Borsellino, di sfruttare il nome di Giovanni Falcone per cercare consensi, suscitando la rabbia di Ingroia che aveva replicato che anche lei aveva sfruttato il nome di Giovanni Falcone, ma era stata trombata alle Europee. Per quanto riguarda il nome di Paolo Borsellino, invece, è stato fatto notare che Ingroia per lungo tempo tempo ha indagato sulla morte del suo ex maestro Paolo Borsellino (Ingroia è stato suo allievo) a margine dell&#8217;inchiesta sulla «trattativa», che si basava anche sulle testimonianze di Agnese Borsellino, moglie di Paolo Borsellino e madre di Manfredi Borsellino, quest&#8217;ultimo apprezzato testimone della gesta di suo padre e attaccante della nazionale magistrati, anche se è commissario di Polizia a Cefalù. Distante da ogni polemica si era opportunamente tenuta Rita Borsellino, sorella di Paolo Borsellino e parlamentare europeo del Pd, mentre la delicatezza dell&#8217;argomento aveva suggerito silenzio persino a Sonia Alfano, solitamente loquace europarlamentare dell&#8217;Idv e citata figlia di Giuseppe Alfano, ucciso dalla mafia prima che Sonia Alfano ottenesse l&#8217;assunzione diretta alla Regione Sicilia in virtù della normativa in favore dei familiari delle vittime di mafia; accadeva, va precisato, prima che Sonia Alfano s&#8217;incatenasse davanti alla Prefettura di Palermo per chiedere l&#8217;equiparazione tra le normative per i familiari delle vittime della mafia e le normative per i familiari delle vittime del terrorismo (2007) e accadeva, va pure precisato, prima che la medesima Sonia Alfano fondasse la «Associazione Nazionale Familiari Vittime di mafia» (2009) nello stesso anno in cui partecipava all&#8217;organizzazione delle manifestazioni delle Agende Rosse assieme a Salvatore Borsellino, fratello di Paolo Borsellino.</p>
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