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	<title>Filippo Zuliani</title>
	
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	<description>Fisico e ingegnere, vive in Olanda e lavora al centro di ricerca e sviluppo di Tata Steel Europe, tra produzione industriale e ricerca universitaria. Specializzazioni: materiali, energia e trasporti.</description>
	<lastBuildDate>Thu, 02 May 2013 07:32:01 +0000</lastBuildDate>
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		<title>In difesa della buona politica: la strategia italiana del gas</title>
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		<pubDate>Wed, 01 May 2013 21:43:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Alla fine di marzo l’Autorità per l’energia (AEEG) ha comunicato l’aggiornamento trimestrale dei prezzi delle bollette energetiche, preannunciando che in aprile le tariffe del gas diminuiranno del 4.2 per cento. Entro la fine dell’anno, il costo del gas dovrebbe scendere di un ulteriore &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2013/05/01/in-difesa-della-buona-politica-la-strategia-italiana-del-gas/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine di marzo l’Autorità per l’energia (AEEG) ha comunicato l’aggiornamento trimestrale dei prezzi delle bollette energetiche, preannunciando che in aprile le tariffe del gas <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-03-28/aprile-scatta-calo-bollette-092855.shtml?uuid=AbYDiJiH">diminuiranno del 4.2 per cento</a>. Entro la fine dell’anno, il costo del gas dovrebbe scendere di un ulteriore 7 per cento. In totale, un meno undici per cento sulla bolletta del metano in un anno. Dopo che il Ministero dello Sviluppo Economico lamentava da tempo prezzi più alti del 20 per cento in Italia, i prezzi del gas naturale sul mercato italiano <a href="http://www.mercatoelettrico.org/Newsletter/20130417Newsletter.pdf">si sono dunque allineati</a> con quelli degli hub europei. Un risultato non da poco, certamente frutto della buona politica. Ma andiamo per gradi.</p>
<p><strong>Come si forma il prezzo del metano.</strong> La componente centrale del prezzo del gas è il costo d’importazione stabilito con i fornitori, che per l’Italia sono Russia, Libia e Algeria. In Italia, come nel resto d&#8217;Europa, il metano viene acquistato prevalentemente con i contratti Take or Pay. I contratti Take or Pay sono tipici negli scambi di gas di grandi dimensioni: sono contratti di lunghissima durata (normalmente 20 o 30 anni) e obbligano l’acquirente a pagare comunque una quantità minima di gas anche quando il metano non viene ritirato. Cosa più importante, nei contratti Take or Pay la determinazione del prezzo del metano è agganciata al prezzo del petrolio. Brutalmente, se sale il prezzo del petrolio sale anche il prezzo del gas in Europa. È ovvio che questo meccanismo finisce per favorire i Paesi produttori. In Russia, ad esempio, si stima che il costo di estrazione del gas sia di circa 2 centesimi di euro al metro cubo. Anche considerando i costi di trasporto del gas, i 30-35 centesimi al metro cubo pagati alla frontiera italiana restano comunque lontani. I prezzi dei contratti Take or Pay non sono pubblicamente disponibili ma coperti da segreto commerciale. Nella valutazione pubblica si fa allora affidamento a stime deduttive di esperti del settore. Secondo gli esperti di <a href="http://www.nomismaenergia.it/">Nomisma Energia</a>, il costo del metano in Italia non è superiore al resto d’Europa, dato che i fornitori sono gli stessi. Al costo della materia prima vanno aggiunti i costi di stoccaggio, trasporto e distribuzione, che in Italia sono regolati dall&#8217;AEEG e appaiono come voci fisse nella tariffa finale. A questi vanno aggiunti circa 30 centesimi di tasse (IVA e altre imposte statali e regionali). Conseguentemente, a fronte dei 30-35 centesimi al metro cubo di metano pagati alla frontiera, la tariffa finale per le utenze domestiche italiane si aggira così sugli 85-90 centesimi a metro cubo.</p>
<p><strong>L&#8217;altro mercato.</strong> Da tempo le associazioni dei consumatori si lamentano degli aumenti in bolletta del gas. Le cause sono descritte sopra: indicizzazione dei contratti Take or Pay al prezzo del petrolio e, per quel che concerne l&#8217;Italia, un carico fiscale eccessivo, certamente superiore alla media europea. Tuttavia, stante il meccanismo di composizione del prezzo di cui sopra, le componenti su cui ottenere vantaggi grazie alla concorrenza sono ridotte ai margini al dettaglio e all&#8217;ingrosso, che incidono però solo per pochi centesimi di euro sul totale. Il problema è che il mercato del gas europeo è dominato da contratti di fornitura Take or Pay di lungo periodo, onerosi e poco convenienti, frutto di scelte di strategia energetica passate miopi e improduttive.</p>
<p>Esiste però un altro mercato del gas, svincolato dalle dinamiche del prezzo del petrolio: il mercato spot. Nel mercato spot il prezzo del gas viene composto direttamente dall&#8217;incontro di domanda e offerta. Ad esempio, a causa dell&#8217;immissione di grandi quantità di gas e per la contrazione dei consumi causata dalla crisi, nei mesi scorsi il prezzo del gas naturale in Europa sul mercato spot era calato fino a circa 20 centesimi al metro cubo, molto al di sotto dei 30-35 dei Take or Pay. Tutto facile? Non così in fretta: i 40 centesimi al metro cubo raggiunti di recente dal gas sempre sul mercato spot europeo &#8211; dunque al di sopra dei prezzi Take or Pay &#8211; sono lì a ricordare che le fluttuazioni di mercato sono sempre possibili. Nonostante distorsioni di breve periodo, per quel che concerne il nostro paese rimane comunque consigliabile applicare la logica di mercato al prezzo del gas. Il decreto sulle liberalizzazioni del governo Monti ha stabilito infatti che il prezzo del gas debba essere calcolato tenendo conto anche dei mercati spot e non solo dei contratti Take or Pay, solitamente più onerosi, come accaduto fin qui. Il Governo ha inoltre agito incoraggiando la concorrenza &#8211; un esempio è lo <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2012-05-30/scorporo-enisnam-raggiunto-accordo-185748.shtml?uuid=Ab365vkF">scorporo forzato di Snam da Eni</a> &#8211; scoraggiando posizioni quasi monopolistiche nella proprietà dei gasdotti che finivano per riversarsi sulle bollette dei consumatori.</p>
<p><strong>Rigassificatori.</strong> Affinchè il mercato spot possa funzionare in modo efficiente, ovvero affinché il prezzo del gas sia la risultante dell&#8217;incrocio di domanda e offerta significative, è importante creare le condizioni adatte. Questo va oltre il cambio dei meccanismi di calcolo della tariffa sopra descritti. In sostanza vi è bisogno di aumentare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di gas venduto sul mercato libero. A questo si rendono necessari i rigassificatori, che consentono di allocare in maniera ottimale la capacità di stoccaggio, rendendo così più liquido e competitivo il mercato del gas. In Italia i rigassificatori sono da tempo al centro di polemiche e scontri d&#8217;ogni colore e schieramento politico. La verità è che, al netto di millemila polemiche, in Italia i rigassificatori operativi <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;viewType=2&amp;idarea1=1900&amp;idarea2=0&amp;idarea3=0&amp;idarea4=0&amp;andor=AND&amp;sectionid=4,8&amp;andorcat=AND&amp;partebassaType=0&amp;idareaCalendario1=0&amp;MvediT=1&amp;showMenu=1&amp;showCat=1&amp;showArchiveNewsBotton=0&amp;idmenu=3430&amp;cattitle1=Progetti">sono solo due</a>, a Panigaglia e Porto Levante, mentre quelli in fase di progettazione a Falconara Marittima e Gioia Tauro sono da anni osteggiati dalla furia dei gruppi NIMBY (<em>Not-In-My-Back-Yard</em>, non nel mio giardino) di <a href="http://www.comitati-cittadini.org/2013/01/metanodotto-del-rigassificatore-di-api-nova-energia-e-rischio-terremoto-con-rottura-del-suolo-non-esiste-alcuna-valutazione-di-rischio-ondaverde-e-comitato-villanova-diffidano-ministero-dellambien/">variopinte tipologie</a> e <a href="http://www.ilquotidianocalabria.it/news/cronache/712024/Sul-rigassificatore-di-Gioia-Tauro-.html">affiliazioni politiche</a> che ne rendono dubbia la messa in posa effettiva. È di pochi giorni fa la decisione negativa sul progetto del rigassificatore off-shore di Trieste, bloccato per <a href="http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2013/04/25/news/clini-niente-via-per-il-rigassificatore-offshore-di-trieste-1.6947460">incompatibilità coi piani di sviluppo futuro</a> dell&#8217;area portuale triestina (cosa vi sia in concreto in questi piani non è ancora dato sapere). I rigassificatori sono fondamentali per il libero mercato: senza il gas delle navi metaniere una consistente offerta di metano sul mercato semplicemente non può esistere.</p>
<p><strong>La buona politica.</strong> I decreti sulle liberalizzazioni del Governo Monti hanno profondamente innovato il settore del gas italiano, con il risultato di allineare i prezzi all&#8217;ingrosso in Italia con quelli europei. All&#8217;arrivo del governo Monti, in Italia il gas all&#8217;ingrosso costava circa il 20 per cento in più rispetto alla media europea. Il Ministero dello Sviluppo Economico ha così portato l‘incidenza delle tariffe del mercato spot dal 5 al 20 per cento, facendo così scendere all&#8217;80 per cento l&#8217;incidenza dei contratti a lunga scadenza Take or Pay. Come risultato, nonostante le elevate quotazioni del petrolio (al cui prezzo sono legati i contratti Take or Pay, ma non i prezzi spot) si è potuto registrare un -7 per cento della componente sulla materia prima. Siccome questa incide per il 50 per cento sul costo finale, la riduzione in bolletta è stata fin qui del -3.5 per cento. Nei piani del Ministero dello Sviluppo Economico, nel 2014 l&#8217;incidenza della tariffa spot dovrebbe arrivare al 100 per cento e il calo si stima ancora maggiore. Lo scotto da pagare è una maggiore volatilità dei prezzi della materia prima, similarmente a quanto siamo già abituati col petrolio. L&#8217;opportunità è quella di far arrivare lo shale gas liquefatto dall&#8217;America (o dal Qatar o da chiunque altro ne voglia vendere) ai rigassificatori europei, maturandone un reale vantaggio in bolletta. Per questo i rigassificatori sono fondamentali nella strategia italiana per abbassare il costo dell&#8217;energia e delle bollette.</p>
<p>Il gas naturale è la fonte fossile principale a sostegno della transizione low-carbon europea verso l&#8217;indipendenza energetica, da qui e probabilmente per almeno un&#8217;altra generazione, o almeno quella che l&#8217;Unione Europea ha scelto di privilegiare. Ma la condizione <em>sine qua non</em> è che sia economicamente sostenibile. Nei piani di Bruxelles il gas deve progressivamente sostituire il carbone nella produzione di energia elettrica, impresa <a href="http://www.imille.org/2013/04/al-carbone-scelta-semplice-coraggiosa/">certo non facile</a>. Per fortuna non siamo soli: oltre ai giacimenti scoperti di recente in America, lo shale gas è una realtà anche in parte d&#8217;Europa. L&#8217;Ucraina conta di diventare indipendente dal gas di Putin nei prossimi cinque anni. Il che equivale a riversare sul mercato 20 miliardi di metri cubi di metano all&#8217;anno. In Repubblica Ceca e Polonia hanno il <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Coalbed_methane">coal-bed methane</a> (anche detto &#8220;Grisù&#8221;). Anche in Cina hanno <a href="http://www.upi.com/Business_News/2013/03/12/China-to-exploit-coal-bed-methane-reserves/UPI-28781363082555/">iniziato a estrarlo</a>, e probabilmente ne hanno molto. Anche in Australia lo si estrae da tempo, anche se i recenti sviluppi del settore <a href="http://www.sinopecweekly.com/content/2012-08/12/content_1201688.htm">non sono proprio entusiasmanti</a>. In Sardegna, nel Sulcis, ce l&#8217;abbiamo anche noi.</p>
<p>Va però ricordato che non esistono soluzioni drastiche, bianco o nero, dall&#8217;oggi al domani. L&#8217;importante sono i numeri generali che costruiscono i costi energetici italiani sul medio periodo confrontati alla media europea. L&#8217;idea del Ministero dello Sviluppo del Governo Monti di usare i rigassificatori come un&#8217;assicurazione sulle fluttuazioni del prezzo del gas naturale sul mercato spot è certamente assennata. In breve, l&#8217;aumento del rigassificatori e dei siti di stoccaggio così come l&#8217;aumento della produzione nazionale di gas naturale è un&#8217;assicurazione contro la volatilità dei prezzi del gas. Una rassicurazione da buona politica, insomma. Ciò di cui abbiamo bisogno in momenti di incertezza come questo.</p>
<p>*****<br />
<em>Si ringrazia sentitamente il blogger Defcon70 per segnalazioni, mail scambiate e discussioni.</em></p>
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		<title>Custodi dell’ambiente</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 01:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il simbolismo pauperista ha conquistato gli italiani. Partiamo da qui. Negli ultimi tempi abbiamo potuto osservare Papa Francesco e lo stile neo-francescano e deputati italiani che salgono al Quirinale a piedi. Chiaramente il simbolismo è importante, ma quando cessa di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2013/03/28/custodi-dellambiente/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il simbolismo pauperista ha conquistato gli italiani. Partiamo da qui. Negli ultimi tempi abbiamo potuto osservare Papa Francesco e lo stile neo-francescano e deputati italiani che salgono al Quirinale a piedi. Chiaramente il simbolismo è importante, ma quando cessa di avere un significato reale e diventa un esercizio di marketing a fini elettorali o propagandistici? Non la si prenda come una critica a chi <a href="http://video.corriere.it/presidente-camera-laura-boldrini-piedi-quirinale/b0361658-8f19-11e2-95d7-5288341dcc81">usa i piedi per andare al Quirinale</a> anzichè un&#8217;auto blu, ci mancherebbe. È un discorso molto più generale, sulla crescente esposizione di simboli pauperisti e sul loro utilizzo ad hoc, spesso fuori bersaglio, delle ultime settimane.</p>
<p><strong>Parte uno: energia e povertà</strong>. Pochi giorni fa un articolo di <a href="http://www.theoildrum.com/node/9889">The Oil Drum</a> commentava il miglioramento delle condizioni di vita in India, dove fino a pochi decenni fa una larga parte della popolazione viveva in condizione di povertà disperata. Un po&#8217; come in tutti i paesi del mondo, la transizione indiana è avvenuta grazie alla industrializzazione su larga scala del paese. Fondamentale è stato l&#8217;impiego di grandi quantità di energia e risorse naturali per la crescita continua del settore produttivo industriale. Tutto bello? Non proprio. Purtroppo i limiti fisici di approvvigionamento e accesso all&#8217;energia stanno causando non pochi problemi alla crescita indiana. Semplicemente detto, la rete elettrica indiana è fatiscente e non regge il carico crescente per l&#8217;aumento dei consumi. Il risultato è la generazione continua di black-out che rendono difficile gestire un qualsivoglia business in condizioni ottimali (i periodi di interruzione della corrente arrivano fino a 14 ore). La situazione è così critica che in alcuni luoghi i black-out sono entrati a far parte della quotidianità, con tutto ciò che ne consegue.</p>
<p>L&#8217;India è dunque alla disperata ricerca sul mercato di combustibili fossili per soddisfare il crescente fabbisogno energetico interno. A complicare le cose vi è il fatto che l&#8217;India è da tempo il più grosso acquirente di petrolio iraniano, tanto che le raffinerie indiane sono progettate per ricevere e lavorare il greggio iraniano, oggi oggetto di sanzioni internazionali. L&#8217;altro combustibile da cui l&#8217;India è dipendente è il carbone, di cui il paese possiede grandi riserve ma il cui sfruttamento non riesce a tenere il passo con l&#8217;incremento della domanda. Di conseguenza, l&#8217;India si trova a dover ricorrere sempre più all&#8217;importazione di carbone per usi termici e metallurgici con tutte le dipendenze dall&#8217;estero che questo comporta. Senza perderci nella geopolitica, le cose si riducono a questo: niente energia niente industrializzazione, niente industrializzazione niente miglioramento delle condizioni di vita (sanità migliore, scuole migliori, strade più sicure, pensioni più alte, eccetera). In altri termini, ed è il segreto di Pulcinella, senza disponibilità di energia e risorse naturali il meccanismo della crescita dell&#8217;economia produttivista moderna s&#8217;inceppa.</p>
<p><strong>Parte due: Papa Francesco e il pauperismo francescano</strong>.</p>
<blockquote><p>Vorrei chiedere, per favore a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo.</p></blockquote>
<p>Questo è <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/19/papa-francesco-messa-di-inaugurazione-lappello-custodire-creato/">uno dei primi discorsi</a> di Papa Francesco dopo la sua elezione. Sostenitore dello stile neo-francescano, semplice e umile, il nuovo Papa ha saputo già guadagnarsi un larghissimo favore in credenti e fedeli, assieme a una buona quantità di lodi sperticate. Il neo-pauperismo papale è stato raccolto da un mondo in grave crisi economica con gran fervore e bisogno ma con scarso spirito critico e, almeno fin qui, con altrettanto scarsi elementi fattuali. L&#8217;incitazione a farsi &#8220;custodi dell’ambiente&#8221; di Papa Francesco fa infatti molto <em>politically correct</em> ma poco altro. Primo perché distingue chi ha &#8220;ruoli di responsabilità&#8221; da tutti gli altri, uomini e donne di buona volontà, quasi accettando passivamente una distinzione del mondo tra &#8220;noi&#8221; e &#8220;loro&#8221;, tra chi ha in mano le leve del potere e chi non le ha. La conseguenza implicita è una certa indulgenza all&#8217;auto-assoluzione per quegli uomini e donne di buona volontà che non occupano posizioni di responsabilità. Insomma, niente potere liberi tutti. Come se per vendere l&#8217;auto e andare a piedi servisse il permesso del direttore generale. Secondo perché è ovvio che ognuno ha a cuore l’ambiente attorno a sé, governanti inclusi, a meno di non abbandonarsi alla logica del siamo tutti peccatori, logica per la quale l&#8217;opportunità fa l&#8217;uomo ladro e che individua i maggiori peccatori in coloro che occupano ruoli di responsabilità (i ricchi, in pratica). Davvero a Dio importa quanti soldi ognuno ha sul conto bancario? Terzo, l&#8217;incitazione ad assumere uno stile di vita pauperistico nell&#8217;accezione comune si traduce in una esortazione papale ad accontentarsi di poco, a non esagerare, a essere dunque “custodi della natura” consumando di meno. Come se per una mucca d’allevamento o un pollo da batteria facesse una qualche differenza se m&#8217;accontento di acquistare un hamburger al supermercato invece che comperarne due. E come se l&#8217;aereo per volare in Brasile e partecipare alla <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/24/papa-francesco-primo-viaggio-internazionale-sara-a-rio-de-janeiro/">Giornata Mondiale della Gioventù</a> non fosse alimentato della stessa benzina o cherosene degli aerei per andare in ferie a Formentera.</p>
<p>Nel proclamarsi davvero seguace della dottrina di San Francesco, il Papa non potrebbe esimersi dallo schierarsi *apertamente* contro l’assioma fondamentale dell’economia moderna produttivista, e cioè che le risorse naturali sono lì per essere prese dall&#8217;uomo e trasformate in benessere umano. Assioma tutto umano, non privo di risvolti etici, che nella moderna società produttivista oggi tutti danno per scontato. Petrolio e inquinamento a parte, davvero si pensa che le mucche da cui vengono prodotti gli hamburger siano felici di passare la loro vita in un recinto di due metri quadrati aspettando la macellazione? Ovviamente una dichiarazione del genere equivarrebbe a mettersi contro l’intero sistema economico mondiale. Vallo a dire a un venezuelano, un argentino o un brasiliano &#8211; i cui capi di stato erano <a href="http://tg24.sky.it/tg24/mondo/photogallery/2013/03/18/papa_francesco_intronizzazione_capi_di_stato.html">presenti all&#8217;elezione di Papa Francesco</a> &#8211; che trivellare petrolio non è esente da implicazioni etiche e che il mondo non ruota attorno al bisogno umano, cosa che San Francesco predicava ma che la Chiesa Cattolica ben si guarda da fare da almeno dieci secoli. Semplicemente detto, la dottrina di San Francesco stabiliva che l&#8217;uomo non è al centro del creato come normalmente si interpreta dalla Bibbia, e che all&#8217;ambiente va portato il medesimo rispetto che portiamo a noi stessi. Per San Francesco, la scelta della povertà non rappresentava tanto un atto di rinuncia, quanto uno spogliarsi delle cose materiali prive di significato vero. Se questo vuol dire rinunciare a iPod, Facebook o volare in Brasile, beh, davvero scambiare commenti in tempo reale sulla fetta di torta che avete mangiato ieri mattina aggiunge un significato imprescindibile alla vostra vita? Così avrebbe risposto San Francesco.</p>
<p><strong>Parte tre: decrescita pauperista.</strong> Inevitabilmente qualcuno ha tentato di etichettare il nuovo Papa come <a href="http://www.dinamopress.it/news/la-potenza-della-poverta">grillino o decrescista</a>. Gira in metrò, non ha la croce d&#8217;oro, ha il pulmino, la chiesetta, paga il conto dell&#8217;hotel, eccetera. Questi tentativi derivano dal recente successo elettorale del Movimento 5 Stelle che ha portato all&#8217;attenzione dei media i temi economici e ambientali della decrescita. La recente partecipazione <a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-49ebc171-f8bd-42ab-a5eb-39c39a898a4b.html#p=">a Ballarò di Maurizio Pallante</a>, fondatore del Movimento della Decrescita Felice, ne è la dimostrazione plastica. Sulla decrescita questo blog <a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/02/24/sulla-decrescita/">ha già dato</a>. Certo è che, nonostante il successo elettorale del Movimento 5 Stelle, le ricette economiche della decrescita risultano ancora incomprensibili ai più &#8211; i <a href="http://www.ilpost.it/davidedeluca/2013/03/06/cibo-energia-e-caschi-da-pilota/">balbettii e le imprecisioni di Pallante a Ballarò</a> non hanno certo aiutato &#8211; con l&#8217;inevitabile risultato di tradurre la decrescita in una sorta di medioevalismo immiserito e utopico. Trainati dal successo di Grillo, un po&#8217; tutti i partiti hanno rilanciato la <em>green economy</em> a colpi di sostenibilità. Peccato che la declinazione di sostenibilità usata dalla politica poco o nulla abbia a che vedere con l&#8217;ambiente e si riferisca invece alla sostenibilità per le finanze pubbliche.</p>
<p>Il punto che Pallante non riesce a chiarire è che la decrescita semplicemente non può essere perseguita nel sistema economico produttivista moderno, figlio dell&#8217;antropocentrismo social-economico-religioso per cui l&#8217;uomo è autorizzato in qualità di re del creato a possedere e disporre liberamente di terre, animali, vegetali e minerali, come meglio preferisce. Come detto, questa è una scelta di carattere etico, certamente quella adottata ma non l&#8217;unica, per la quale vendere una vacca al mercato è assolutamente normale ma vendere uno schiavo allo stesso mercato è moralmente inaccettabile. Semplicemente, la società (e l&#8217;economia) moderna accetta questa separazione perché a noi va bene così: la mucca non protesta (ma le mucche protestano?), viene macellata e trasformata in hamburger con le cui tasse dalle attività correlate si costruiscono le scuole. Tutti contenti, mucche a parte.</p>
<p><strong>Conclusione.</strong> Ecco, forse a questo punto lo avrete capito, farsi custodi della natura inteso come opporsi alla costruzione di centrali a carbone non sposta poi molto del rapporto antropocentrico moderno tra uomo e natura, almeno non finchè fedeli e non fedeli continueranno ad alimentare loro malgrado il sistema economico produttivista basato sullo sfruttamento intensivo e sistematico dell&#8217;ecosistema terrestre. Anche abbracciassimo tutti il pauperismo papale e consumassimo meno, l&#8217;aumento del numero di persone porterebbe comunque il sistema a incocciare i limiti fisici. Per ergersi davvero a &#8220;custodi della natura&#8221; in ossequio al ruolo che compete loro, Papa Francesco e il Vaticano non potrebbero che schierarsi apertamente contro la possibilità da parte dell&#8217;uomo di possedere le risorse naturali. Questo equivarrebbe niente meno che a un nuovo viaggio verso la terra promessa sulle orme di Mosè, che trentacinque secoli fa rifiutò l&#8217;iniquità dell&#8217;etica umana del tempo che considerava normale la schiavitù del suo popolo e attraversò il deserto. Senza la ridefinizione del concetto di risorsa naturale nell&#8217;economia moderna, parlare di ambiente, sostenibilità e superamento dell&#8217;economia tradizionale è niente più che un pio desiderio, con buona pace di Pallante, decrescisti e custodi dell&#8217;ambiente.</p>
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		<title>Arcivernici fotovoltaiche</title>
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		<pubDate>Thu, 07 Feb 2013 01:15:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili si decise di sussidiare l&#8217;installazione di pannelli solari. Per far presto furono concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2013/02/07/arcivernici-fotovoltaiche/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>Qualche anno fa, per favorire gli investimenti in energie rinnovabili si decise di sussidiare l&#8217;installazione di pannelli solari. Per far presto furono concessi incentivi che oggi, a pannelli installati, si traducono in una rendita di circa 11 miliardi di euro l&#8217;anno. [..] Oggi l&#8217;energia solare si può catturare semplicemente usando una pittura sul tetto, con costi e impatto ambientale molto minori. Ma i nostri pannelli rimarranno lì per vent&#8217;anni e nessuno si è chiesto quanto costerà e che effetti ambientali produrrà la loro eliminazione.</p></blockquote>
<p>Così esordisce <a href="http://www.corriere.it/editoriali/13_febbraio_03/troppe-illusioni-su-innovazione-alberto-alesina-francesco-giavazzi_0b6216f4-6dd1-11e2-ad59-736471fe2e30.shtml">l&#8217;editoriale di F. Giavazzi e A. Alesina su Il Corriere della Sera</a> che, pochi giorni fa, ha scatenato reazioni più o meno contenute in molti ambientalisti e operatori del settore fotovoltaico. Nell&#8217;editoriale del Corriere, gli incentivi al fotovoltaico vengono citati come il modo sbagliato di fare innovazione. Sul banco degli imputati, in piena campagna elettorale, il PD e Monti, rei di promuovere una &#8220;politica industriale dirigista&#8221; a colpi di investimenti pubblici a scapito del libero mercato. La tesi dei due economisti è che è pura illusione attendersi che lo Stato e la politica siano in grado di individuare i settori e le imprese che avranno successo &#8211; &#8220;vi immaginate quattro funzionari dell&#8217;Iri in un garage che si inventano Apple?&#8221; &#8211; e il pesante fardello degli incentivi statali concessi al fotovoltaico, la cui industria italiana è oggi boccheggiante, ne sarebbe la dimostrazione plastica.</p>
<p>Ora, l&#8217;immagine dei funzionari Iri chiusi in un garage a inventare qualcosa è certamente spassosa, ma l&#8217;editoriale del Corriere è traboccante di inesattezze e categorizzazioni <i>tranchant</i> al limite dell&#8217;ingenuo. Stupisce sia firmato dai due noti economisti di Harvard e della Bocconi, pur in campagna elettorale. Ma andiamo con ordine.</p>
<p><span id="more-947"></span><b>Primo. Numeri e vernici fotovoltaiche </b> Contrariamente a quanto sostenuto sul <em>Corriere</em>, gli incentivi al fotovoltaico non ammontano a 11 miliardi di euro l&#8217;anno, ma a circa 6,5 miliardi, il 60 per cento circa. Una differenza non certo da poco. Sullo smaltimento dei pannelli a fine vita poi, sia il quarto che il quinto Conto Energia contengono disposizioni precise in materia. Inoltre il fotovoltaico al silicio non è certo una tecnologia vecchia: semmai è stato eccessivamente e dissennatamente incentivata da un sistema mal calibrato e eccessivamente generoso (ci torniamo sotto). Passando alle vernici fotovoltaiche citate dai due economisti del Corriere, al momento la loro efficienza è ancora scarsa. Numeri alla mano, l&#8217;efficienza delle vernici oggi disponibili si attesta sull&#8217;1% circa, 20 volte meno del fotovoltaico al silicio. Sulle vernici si hanno soprattutto forti riserve sulla durata &#8211; e dunque sui costi effettivi dell&#8217;energia prodotta &#8211; dato che i pannelli al silicio cristallino hanno dimostrato una durata di 20-30 anni mentre poco o nulla si sa sulle vernici. Certo, le promesse di miglioramenti tecnologici delle vernici fotovoltaiche sono dietro l&#8217;angolo&#8230; <a href="http://www.ecoblog.it/post/6662/in-commercio-photon-inside-la-vernice-fotovoltaica-nata-in-casa-cnr">dal 2008, cinque anni fa</a>. Insomma, niente soluzioni miracolose. Fintanto che i miglioramenti nella tecnologia delle vernici non si materializzeranno, tocca tenerci il sistema degli incentivi pubblici.</p>
<p><b>Secondo. Gli incentivi per il progresso delle tecnologie.</b> Al netto delle sterili diatribe da economisti tra mercatisti e dirigisti, è generalmente noto che una tecnologia, per progredire e divenire commerciale, ha bisogno di scalare i numeri della <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Learning_curve">curva di esperienza</a>. Almeno fino alla maturità commerciale, ma a volte fino alla sostituzione da parte di un’alternativa che la renda obsoleta, una certa tecnologia ha un tasso di riduzione dei costi correlato esponenzialmente con le quantità prodotte. Altrimenti detto, nel caso del solare fotovoltaico, ad ogni raddoppio della potenza installata il costo per unità di potenza si riduce di una certa percentuale fissa. Ad esempio: se per 1.000 MW installati i pannelli solari costassero 5.000 euro/kW e a 2.000 MW installati il costo fosse sceso a 3.500 euro/kW (70%), a 4.000 MW installati il prezzo si ridurrà ad un altro 70%, cioè 2.450 euro/kW. E dopo 8.000 MW saremo a 1.715 euro/kW, e così via. Così dovrebbe essere per le tecnologie dell’energia, plausibilmente. </p>
<p>Per scalare questi numeri, qualche volta vi sono investitori privati disposti a rischiare da soli, molto più spesso v&#8217;è invece bisogno di una qualche agevolazione, e allora entra in gioco l’incentivo, che è in sostanza un investimento pubblico, non privo di risvolti politici. Nei primi anni &#8217;70, ad esempio, si pensò che le turbine a gas potessero scendere dagli aerei e diventare un sistema di generazione elettrica migliore di carbone e olio combustibile. Il governo statunitense concesse allora larghi margini di emissione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/NOx">NOx</a> (3-400ppm) alle prime centrali elettriche con tecnologia a turbogas, permettendo di produrre i primi modelli commerciali e gettando le basi per la successiva innovazione della tecnologia. Oggi il turbogas è una tecnologia matura e relativamente pulita, con emissioni di 10ppm di NOx ottenibili piuttosto agevolmente. Non è un caso che dal turbogas oggi si esigano appunto simili limiti di emissioni (a volte anche meno), molto minori di quelli iniziali. Semplicemente, senza intervento pubblico, la tecnologia del turbogas sarebbe morta sul nascere, privata di una reale opportunità di maturazione.</p>
<p><b>Terzo. Gli incentivi al fotovoltaico.</b> Per il solare fotovoltaico gli incentivi avrebbero idealmente dovuto attivare lo stesso meccanismo di innovazione tecnologica di cui sopra. Checchè ne dicano gli economisti del Corriere, infatti, un aiuto insufficiente nella prima fase della curva di esperienza taglia sul nascere la capacità di penetrazione sul mercato. Con gli incentivi al fotovoltaico, purtroppo, si è finito per esagerare in senso opposto. È ben noto che la tecnologia del solare fotovoltaico in Italia ha beneficiato di incentivi fin troppo generosi, concessi al fine di scalare la curva di esperienza il più velocemente possibile, probabilmente per liberarsi dalla dipendenza energetica dall&#8217;estero, certamente il vero problema europeo di questi tempi. Per aumentare la produzione a dismisura e abbatterne i prezzi, gli incentivi hanno <a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2013/01/24/rinnovabili-roba-da-ricchi/">assicurato alle rinnovabili la competitività per legge</a>, premiando l&#8217;energia prodotta invece dell&#8217;innovazione tecnologica, annullando ogni volano all&#8217;innovazione della tecnologia del solare fotovoltaico al silicio (prima generazione) verso quella a film sottili (seconda generazione) e quantum dots (terza generazione). Un sistema di incentivi migliore, legato alla <a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/06/08/germania-mai-piu-nucleare/">efficienza di conversione e non all&#8217;energia prodotta</a>, avrebbe certamente stimolato un maggiore progresso prestazionale per unità di fotovoltaico installato.</p>
<p><b>Quarto. Innovazione.</b> L&#8217;ingenuità forse più grande nell&#8217;editoriale di Giavazzi e Alesina si trova nel forzoso distinguo dei due economisti tra copiare e innovare. L&#8217;editoriale del Corriere conclude infatti che nel dopoguerra, dal &#8217;45 alla metà degli anni &#8217;70, per innovare &#8220;non era necessario inventare cose nuove, bastava importare tecnologia dagli Stati Uniti e riprodurla, possibilmente facendo meglio di chi l&#8217;aveva inventata&#8221; portando l&#8217;esempio di Toyota e dell&#8217;elettronica giapponese. Esempi che oggi non funzionerebbero più, dato che &#8220;per crescere servono creatività e flessibilità, non una politica industriale che affida le scelte allo Stato&#8221;. Questo è ingenuo perché ricalca il classico luogo comune da uomo della strada per il quale i giapponesi sanno solo copiare. I giapponesi in realtà decidevano per un investimento strategico (ad esempio costruire moto) e venivano in Europa a vedere cosa facevano italiani e inglesi. All&#8217;inizio copiavano poi, imparato il gioco, uscivano sul mercato con prodotti loro, migliori e inconfondibili. Vero che a volte l&#8217;ignoranza rende il pensiero più libero, ma su prodotti fortemente tecnologici prima di innovare si comincia imparando da chi già sa, onde evitare di reinventare la ruota ogni volta. </p>
<p>Insomma, se l&#8217;intervento dei due economisti su fotovoltaico e innovazione su certi punti può far sorridere, certamente gioverebbe evitare deduzioni azzardate o perorare soluzioni miracolose sulla base di una incerta conoscenza della tecnologia e delle scienze naturali.</p>
<p>********<br />
<i>Si ringrazia tanto (ma proprio tanto) il coautore del presente articolo <a href="http://questionedienergia.wordpress.com/">Sesto Rasi &#8211; Questione di Energia</a>. Si ringrazia inoltre Corrado Truffi per segnalazioni, suggerimenti e correzioni.</i></p>
<p><i>Qui notizie sull’<a href="http://www.afnews.info/wordpress/2010/06/pier-lambicchi-e-larcivernice/">arcivernice del Professor Lambicchi</a>.</i></p>
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		<title>Rinnovabili, roba da ricchi?</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 00:53:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;energia solare contribuisce per l&#8217;uno per cento circa del consumo di energia mondiale. Negli ultimi anni l&#8217;industria fotovoltaica è cresciuta enormemente. Alla base di questa crescita v&#8217;è un fenomeno conosciuto tra i sostenitori dell&#8217;energia solare come legge di Swanson, in &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2013/01/24/rinnovabili-roba-da-ricchi/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;energia solare contribuisce per l&#8217;uno per cento circa del consumo di energia mondiale. Negli ultimi anni l&#8217;industria fotovoltaica è cresciuta enormemente. Alla base di questa crescita v&#8217;è un fenomeno conosciuto tra i sostenitori dell&#8217;energia solare come legge di Swanson, in riferimento alla più famosa <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Legge_di_Moore">legge di Moore</a> che regola il costo dei transistor. La legge di Moore è nient&#8217;altro che una osservazione empirica sulla dimensione dei transistor (e il loro costo) che si dimezza più o meno ogni 18 mesi. Analogamente, la legge di Swanson &#8211; dal nome di Richard Swanson, il fondatore di SunPower, uno dei più grandi produttori americani di celle solari &#8211; fa notare come il costo delle celle fotovoltaiche impiegate nei pannelli solari scende del 20% ad ogni raddoppio della capacità produttiva. Non è un caso se i moduli degli impianti fotovoltaici oggi costano meno di un dollaro per watt di potenza. Tutto bene, allora? Non proprio.</p>
<p><span id="more-886"></span>E&#8217; di pochi giorni fa il <a href="http://about.bnef.com/2013/01/14/new-investment-in-clean-energy-fell-11-in-2012-2/">resoconto annuale degli investimenti mondiali in rinnovabili</a> del Bloomberg New Energy Finance (BNEF). In breve, il resoconto del BNEF evidenzia la dipendenza delle rinnovabili dal quadro regolatore. Altrimenti detto, il successo delle rinnovabili è una combinazione di certezza del dispacciamento e generosità degli incentivi, cui le rinnovabili mostrano di non potersi o sapersi ancora staccare nonostante la crescita della produzione industriale e il calo dei prezzi.</p>
<p>Nel quadro regolatore italiano, ad esempio, alle fonti rinnovabili non programmabili è sempre garantita la priorità di immissione dell&#8217;energia in rete. Si parla infatti di &#8220;dispacciamento prioritario&#8221; per gli impianti in alta tensione, ossia quelli allacciati su Terna, mentre per tutti gli altri l&#8217;energia viene immessa in rete così come viene prodotta, sia in caso di scambio sul posto che di ritiro dedicato, senza che il gestore dei servizi energetici debba preoccuparsi di nulla. L&#8217;assunto è che, data la modesta potenza, la variabilità delle fonti rinnovabili non programmabili possa essere mascherata e assimilata alle normali fluttuazioni degli assorbimenti della rete elettrica. La vicenda degli <a href="http://www.enel.it/eWCM/salastampa/comunicati/1648105-1_PDF-1.pdf">stoccaggi elettrochimici alle cabine primarie</a> ci insegna però che tale assunto non è sempre verificato.</p>
<p>La certezza del dispacciamento si traduce nell&#8217;obbligo per il gestore dei servizi elettrici di acquistare sempre e comunque tutta l’elettricità prodotta dalle rinnovabili, a prescindere dall&#8217;effettivo fabbisogno del sistema o dalla possibilità di acquistare quella stessa energia altrove, a prezzo inferiore (per esempio di notte, importando energia nucleare francese sottocosto). Altrimenti detto, il quadro regolatorio offre ai produttori da fonti rinnovabili intermittenti la garanzia di vendita dell&#8217;energia generata senza alcuna concorrenza e senza doversi confrontare con l&#8217;effettiva domanda di mercato, che è oggi il punto critico delle centrali a ciclo combinato a gas in Italia, strangolate tra <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2012/04/10/i-problemi-col-nuovo-conto-energia/">l&#8217;eccesso di offerta e la scarsità di domanda</a> di energia elettrica. </p>
<p>Il grafico sotto è tratto dai dati forniti nel resoconto BNEF e mostra l&#8217;evoluzione degli investimenti mondiali nel settore delle fonti rinnovabili dal 2004 ad oggi.<br />
<img src="http://www.ilpost.it/filippozuliani/files/2013/01/bnef.png" width="550" align="center" /><br />
Ad una partenza in crescita più che robusta fino al 2007, contraddistinta da tassi di crescita annui attorno al 50 per cento &#8211; che è un altro modo di dire che gli investimenti raddoppiavano ogni due anni &#8211; è seguito un violento shock nel 2008, un rimbalzo del 2010 e una nuova brusca frenata negli ultimi due anni, culminata col -11% negli investimenti del 2012. </p>
<p>Le ragione del calo sono presto spiegate e dipendono in massima parte dal taglio degli incentivi nei paesi ospiti dei mercati importanti. La frenata maggiore è avvenuta negli USA, dove gli investimenti sono scesi da 65 a 44 miliardi di dollari (-32%) per effetto del taglio degli incentivi. In termini relativi, i mercati più colpiti sono Spagna e Italia (-68% e -51%) come conseguenza dei tagli agli incentivi per i programmi di <i>austerity</i>, l&#8217;instabilità politica/economica e le incertezze normative. Il Quinto Conto Energia recentemente emanato dal governo Monti, ad esempio, non solo ha <a href="http://www.imille.org/2012/07/luce-sui-conti-del-sole/">ridotto i fondi per le rinnovabili</a> ma ha anche introdotto ostacoli burocratici per la realizzazione di impianti più grandi di quelli residenziali. Va però notato come in Europa il declino negli investimenti in rinnovabili sia pesante e generalizzato: Germania -27%, Francia -35%, Regno Unito -17%, solo per citare i mercati più importanti. Al contrario, salgono gli investimenti in Cina (+20%, in gran parte verso il solare) e in Giappone (+75%) dove, in seguito al disastro di Fukushima, il governo ha avuto gioco facile nell&#8217;approvazione di nuovi e generosi incentivi per le rinnovabili. Nonostante Cina e Giappone, l&#8217;intero settore delle rinnovabili soffre di un calo generalizzato. In ordine di importanza: solare -9%, eolico -13%, biomasse e rifiuti -27%, biocarburanti -38% e geotermia -39%. Solo il mini-idroelettrico registra una crescita del 17%, su un totale di investimenti tuttavia limitato.</p>
<p>Seppur in calo dell&#8217;11%, il 2012 resta comunque il secondo anno di sempre per quel che riguarda i nuovi investimenti in rinnovabili (269 miliardi di dollari, non pochi). E&#8217; dunque evidente come il processo di penetrazione delle rinnovabili nel mercato dell&#8217;energia sia ormai partito, ma si tratta di un settore che vive ancora di sostegno, non solo monetario, ma anche di protezione sul e dal mercato. Nonostante la legge di Swanson, il solare fotovoltaico non è ancora competitivo. Senza incentivi e privato del dispacciamento prioritario, resterebbe confinato in zone limitate, luoghi difficilmente raggiungibili dalla rete elettrica convenzionale quali rifugi di montagna o atolli marini. Certo, gli incentivi sono erogati con la previsione che il fotovoltaico possa diventare competitivo nel futuro prossimo. E&#8217; tuttavia evidente come, nel tentativo di aumentare la produzione industriale di pannelli solari quanto più velocemente possibile, i benefici concessi alle rinnovabili siano stati allargati in modo scriteriato. Il risultato è stato un aumento vertiginoso della potenza installata a scapito del miglioramento della tecnologia, dato che la competitività non viene guadagnata sul campo ma assicurata per legge. Non è un caso che la tecnologia a silicio cristallino sia ancora largamente largamente dominante, nonostante <a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/06/08/germania-mai-piu-nucleare/">ben difficilmente raggiungerà la competitività sul mercato</a>. </p>
<p>In molti ricorderanno Solyndra, azienda americana produttrice di pannelli solari e vanto delle politiche ambientali del governo Obama. Nonostante avesse ricevuto sussidi per 527 milioni di dollari, l’azienda dichiarò bancarotta nel settembre del 2011, lasciando uno <a href="http://www.nytimes.com/gwire/2011/09/06/06greenwire-solyndra-bankruptcy-reveals-dark-clouds-in-sol-45598.html?pagewanted=all">strascico di polemiche</a>. Il peccato originale di Obama nella gestione di Solyndra fu quello di alimentare una realtà costosa e scarsamente produttiva tramite un’imponente spesa pubblica, credendo di poter ovviare a colpi di sussidi al problema di una tecnologia che impedisce tuttora al fotovoltaico di essere competitivo. Altrimenti detto, se gli incentivi sono troppo ampi lo stimolo alla competitività svanisce e si buttano i soldi presi dalle tasche dei contribuenti nell&#8217;installazione di manciatone di tecnologie non competitive, ingrassando società dotate di capacità tecnica e finanziaria &#8211; <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2012/09/03/rinnovabili-democratiche/">certo non le famiglie italiane</a> &#8211; e crescendo la produzione industriale unicamente sulla base degli incentivi erogati. Insomma, in funzione degli incentivi saprò dunque quanto credito ho a disposizione e quanta finanza mi serve. Per gli investitori oggi le rinnovabili sono finanza pura. Roba da ricchi, diciamo.</p>
<p>*****<br />
<i>Si ringrazia (tardivamente e con mille scuse) il blog <a href="http://questionedienergia.wordpress.com/2013/01/16/investimenti-sulle-rinnovabili-finanza-pura/">Questionedienergia&#8221;</a> per spunti, discussioni e dati, vero animatore di questo articolo.</i></p>
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		<title>Fusione nucleare</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Dec 2012 23:30:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Fusione nucleare. La fonte energetica definitiva, il Sacro Graal dell&#8217;energia, l&#8217;ultima frontiera dell&#8217;umanità. Parlare di fusione evoca immagini bucoliche di pace universale, abbondanza, prati verdi e arcobaleni colorati. Il mito della fonte di energia pulita e illimitata è vecchio come &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/12/05/fusione-nucleare/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fusione nucleare. La fonte energetica definitiva, il Sacro Graal dell&#8217;energia, l&#8217;ultima frontiera dell&#8217;umanità. Parlare di fusione evoca immagini bucoliche di pace universale, abbondanza, prati verdi e arcobaleni colorati.</p>
<p>Il mito della fonte di energia pulita e illimitata è vecchio come la civiltà umana. Più in specifico, di fusione nucleare si parla da decenni. Da oltre 60 anni infatti la fusione nucleare è vista come l&#8217;erede naturale della fissione e, come tale, oggetto di ricerche. La fusione è stato raggiunta (<em>sub break-even</em>) in laboratorio e nella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Bomba_a_idrogeno">bomba a idrogeno</a>. Ciononostante, l&#8217;applicazione commerciale di un reattore a fusione nucleare è da decenni &#8220;appena dietro l&#8217;angolo&#8221;, almeno secondo gli addetti ai lavori e alcuni esperti. Intendiamoci, che decenni di studi e eserciti di dottorandi non siano stati sufficienti a comprendere e controllare il processo di fusione non implica necessariamente che non ci riusciremo mai. Dopo decenni di promesse, però, forse è necessario fermarsi e fare un po&#8217; di chiarezza.<br />
<span id="more-845"></span></p>
<p style="text-align: center"><strong>I numeri della fusione</strong></p>
<p>In cosa la fusione si distingue dalla più famosa e già commercializzata fissione delle centrali nucleari convenzionali? Brutalmente, nella fissione nucleare si usano elementi pesanti come l&#8217;uranio di cui si spaccano i nuclei (fissione, appunto) per formare nuclei più piccoli. La somma delle masse dei nuclei risultanti dalla fissione dell&#8217;uranio è inferiore alla massa iniziale. La massa mancante, infatti, viene rilasciata sotto forma di energia (cinetica). In pratica, nella fissione nucleare viene liberata una parte dell&#8217;energia di legame dei nucleoni, le particelle costituenti il nucleo dell&#8217;atomo (uranio, nel caso della fissione). E nella fusione? Ci arriviamo. Per stimare i guadagni di energia dei processi nucleari, fissione o fusione che siano, ci si riferisce all&#8217;<strong>energia di legame per nucleone</strong> propria di ogni elemento. Il grafico sotto mostra i valori energetici, con indicati alcuni degli elementi più importanti o comuni per i processi nucleari.</p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/?attachment_id=4432" rel="attachment wp-att-4432"><img class="aligncenter" src="http://energiaemotori.files.wordpress.com/2012/12/binding_energy_curve_-_common_isotopes1.png" alt="" width="520" /></a></p>
<p>Orbene, quali sono le condizioni energeticamente più favorevoli per i processi nucleari? In pratica, maggiore l&#8217;energia di legame per nucleone, più stabile risulta il nucleo atomico. Il ferro (Fe) ha una delle più alte energie di legame per nucleone, sopravanzato solo da un isotopo del Nickel. Altrimenti detto, il ferro è l&#8217;elemento più pesante che è possibile produrre mediante fusione nucleare di nuclei più leggeri e il più leggero degli elementi che è possibile ottenere per fissione di nuclei pesanti. Non è un caso che circa un terzo dell&#8217;intera massa planetaria sia composta da una lega di ferro e nickel.</p>
<p>Sul lato sinistro della curva, a sinistra del ferro (Fe), la <strong>fusione</strong> di elementi leggeri come l&#8217;idrogeno (H) o il litio (Li) porta ad un guadagno netto di energia, mentre a destra del ferro è necessario rompere (<strong>fissione</strong>) elementi pesanti come l&#8217;uranio per risalire la curva fino al valore di picco del ferro. In altre parole, la fusione produce energia netta per gli atomi più piccoli del ferro, mentre la fissione ha bisogno di elementi più pesanti del ferro per generare energia netta.</p>
<p>È ovvio dal grafico come il guadagno di energia della fusione (regione a sinistra del ferro) sia molto maggiore di quello della fissione (regione a destra del ferro). L&#8217;elio (He<sup>4</sup>) si trova in cima a un picco locale ed è una particella importante e particolare nei decadimenti radioattivi, tanto da meritarsi il nome speciale di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Particella_%CE%B1">particella alfa</a>.</p>
<p>L&#8217;energia di legame per nucleone si misura in Mega-electron-Volt (MeV) corrispondenti ad una frazione assai piccola (10<sup>-20</sup>) di chilowattora (kWh). Dato che una utenza media casalinga consuma 3.500 kWh all&#8217;anno, qualcuno potrebbe dedurne che le energie in gioco siano insignificanti e che la fusione è una perdita di tempo. Niente di più errato. Il punto è che le energie descritte fin qui si riferiscono all&#8217;energia per atomo. Maneggiando il combustibile in grammi, ne esce che da un grammo di deuterio (ho detto un grammo) si otterrebbero circa 100.000 kWh di energia, equivalenti al consumo anno di circa 50 famiglie. Per confronto, da un grammo di uranio, con la fissione nucleare si ricava meno di un decimo della stessa energia, mentre l&#8217;energia chimica delle fonti fossili è un milione di volte più bassa. Altrimenti detto, l&#8217;energia nucleare è ben più potente di qualsiasi fonte fossile possiate immaginare e la fusione è la più generosa delle soluzioni nucleari conosciute.</p>
<p style="text-align: center"><strong>Combustibile</strong></p>
<p><img src="http://energiaemotori.files.wordpress.com/2012/12/deuteriotrizio.png" alt="deuteriotrizio" height="400" align="left" />I due cicli di fusione per i quali siamo in grado di produrre il combustibile fanno utilizzo di deuterio (D o H<sup>2</sup>) e/o trizio (T o H<sup>3</sup>). Il deuterio constituisce lo 0.01% dell&#8217;idrogeno presente in natura ed è quindi abbondante in qualsiasi cosa contenente idrogeno (come l&#8217;acqua, ad esempio). Il trizio, invece, è praticamente inesistente in natura perché è un elemento instabile e decade spontaneamente. Manco a farlo apposta, allo stato attuale delle tecnologia, i limiti fisici delle reazioni di fusione D-D sono <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fusione_nucleare#Reazioni_di_fusione">semplicemente inarrivabili</a>, per cui non c&#8217;è nessuna speranza di usare le reazioni D-D per produrre energia. Tocca quindi usare le <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/File:Deuterium-tritium_fusion_-_comma.svg">reazioni D-T</a>. In altri termini tutti gli sforzi attuali per ottenere una reazione di fusione si concentrano su una tecnica per la quale <strong>non ci sono risorse naturali disponibili</strong>.</p>
<p>Da dove si può ricavare il trizio? In breve, dal litio. Non è un mistero per nessuno che il litio sia un elemento <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2011/01/18/come-investire-in-litio-e-vivere-felici/">relativamente scarso</a> sul pianeta ma molto pregiato, soprattutto per le batterie delle auto elettriche e l&#8217;accumulo dell&#8217;energia in generale. Orbene, quanto litio servirebbe per fornire energia al pianeta con la fusione nucleare? Ogni reazione D-T comporta il rilascio netto di circa 20 MeV di energia termica. In altri termini, sono necessari 10<sup>32</sup> atomi di litio per produrre trizio a sufficienza per soddisfare la domanda energetica mondiale annua. Tradotto in tonnellate, stiamo parlando di circa il 5% della produzione mondiale di litio annua. Le riserve di litio attualmente conosciute basterebbero dunque per 9.000 anni di trizio. Molto più del petrolio.</p>
<p>Ora il deuterio. Quando ne serve? considerando i soliti 20 MeV ottenuti da una singola fusione D-T e un consumo energetico medio annuale di 10<sup>11</sup> Joule l&#8217;anno per persona &#8211; la media degli Stati Uniti, non del Burkina Faso &#8211; ne risultano 10<sup>23</sup> atomi di deuterio per persona all&#8217;anno per alimentare la fusione D-T necessaria all&#8217;energia voluta. Come detto, il deuterio costituisce lo 0.01% dell&#8217;idrogeno presente in natura. In altri termini, abbiamo bisogno di 10<sup>27</sup> atomi di idrogeno all&#8217;anno per persona per vivere di fusione nucleare. Numeri alla mano, stiamo parlando di circa 60 litri d&#8217;acqua, una doccia, all&#8217;anno. Altrimenti detto, usando la fusione nucleare in ciclo D-T come fonte energetica, avremmo abbastanza deuterio per alimentare il pianeta per miliardi di anni.</p>
<p style="text-align: center"><strong>Confinamento</strong></p>
<p>Il maggior ostacolo fisico all&#8217;ottenimento della fusione nucleare è la barriera coulombiana elettrostatica. I protoni sono carichi positivamente e, lo sapete tutti, cariche uguali si respingono. Per attivare la fusione nucleare bisogna portare i protoni a distanza molto ravvicinata (10-15 metri) e dunque vincere la repulsione elettrostatica. Questo richiede che le particelle vengano sparate una contro l&#8217;altra ad enormi energie cinetiche o, altrimenti detto, con temperature enormi. Per l&#8217;esattezza, la fusione D-T richiede una temperatura di 45 milioni di gradi, ben al di sopra della temperatura di fusione di qualsiasi materiale. Senza un contenimento, il plasma si disperderebbe in un attimo. Nessun materiale resiste sopra i 6.000 gradi senza liquefarsi e parlare di 45 milioni di gradi non è nemmeno divertente.</p>
<p>Lo schema principale perseguito oggi per la fusione nucleare è quello del confinamento magnetico di un <em>vessel</em> di contenimento del plasma, che prende il nome di <strong>tokamak</strong>. In pratica, la traiettoria delle particelle cariche contenute nel plasma viene deviata tramite un campo magnetico fino a chiuderla su se stessa, in modo da <a href="http://www.fusionfuture.org/why-fusion-energy/what-is-a-tokamak/">confinare il plasma</a> in uno spazio toroidale. Senza il contenimento magnetico, il ​​plasma perderebbe le particelle ad alta velocità, spegnendosi rapidamente.</p>
<p>Scendendo più sulla terra, va notato come la fusione D-T coinvolga anche neutroni ad alta energia che, essendo particelle prive di carica, non possono essere confinate da un campo magnetico come invece accade con il plasma. I neutroni ad alta energia sono pericolosi, causano danni strutturali al <em>vessel</em> di contenimento e tendono a legarsi ai nuclei pesanti presenti in processi spesso radioattivi. Insomma, anche nella fusione i problemi tecnici e i rischi non mancano, anche se sono generalmente meno gravi della fissione.</p>
<p style="text-align: center"><strong>Prospettive</strong></p>
<p>Attualmente il più importante esperimento di fusione nucleare è senza dubbio quello del progetto ITER. ITER sta per reattore sperimentale termonucleare internazionale ed è un tokamak in costruzione in Francia, con il sostegno scientifico e finanziario della comunità internazionale. Il costo totale dovrebbe aggirarsi sui 20 miliardi (!). L&#8217;obbiettivo di ITER è raggiungere un <em>burst</em> di 480 secondi di 500 MW di potenza &#8211; equivalente a circa 70 MWh di energia prodotta &#8211; per l&#8217;anno 2026. Per darvi un metro di paragone, l&#8217;Italia consuma circa 300 TWh all&#8217;anno di energia elettrica, 40 milioni di volte di più. Al momento non esiste un piano per catturare il calore generato dal tokamak di ITER e produrre energia elettrica. Siamo ancora allo stadio sperimentale.</p>
<p>In memoria storica, le tempistiche dell&#8217;energia nucleare si sono sempre dilatate assai rispetto alle previsioni iniziali. Il recente divorzio tra ENEL e EDF per la <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-12-04/nucleare-divorzio-enel-progetto-183449.shtml?uuid=AbSMk98G">realizzazione di un reattore a fissione EPR</a> (European Pressurized Reactor) a Flamanville, in Normandia, e degli altri cinque impianti da realizzare in Francia, a causa di ritardi (quattro anni) e incrementi nei costi (5 miliardi) ne è la dimostrazione plastica, l&#8217;ultima di una lunga serie. Anche se l&#8217;esperimento ITER avesse il successo sperato, staremmo comunque parlando del 2026 per concludere la fase sperimentale e dunque di altri decenni prima di vederne una applicazione commerciale di massa. Altrimenti detto, la fusione nucleare è un piano a lunghissimo termine. Qualcosa di paragonabile alle colonie marziane, se volete, e di cui è virtualmente impossibile fare previsione di successo o insuccesso. Semplicemente, non abbiamo mai fatto nulla del genere, con tutte le incertezze che questo comporta.</p>
<p>Questo ovviamente non significa che ITER sia un progetto senza speranza, ci mancherebbe. Significa invece che le dichiarazioni degli addetti ai lavori che la tecnologia a fusione è &#8220;appena dietro l&#8217;angolo&#8221; va intesa in un orizzonte pluri-decennale, forsanche secolare. Tutto considerato, allo stato attuale della tecnologia, sembra molto più semplice ottenere energia dal sole tramite pannelli fotovoltaici o solare termico. Allora perchè le rinnovabili, al contrario della fusione nucleare, non evocano le stesse immagini di pace e abbondanza universale? Le ragioni sono certamente tante, una su tutte è certamente l&#8217;idea del controllo totale della potenza. Insomma, brutalmente detto, un pannello solare si limita a raccogliere l&#8217;energia del sole, quando c&#8217;è, come già facevamo nel medioevo attraverso l&#8217;agricoltura. Al contrario, con la fusione nucleare e il tokamak stiamo di fatto creando qualcosa di simile, ma diverso, al sole. Energia pulita, illimitata, inesauribile, sempre a nostra disposizione per qualsiasi cosa si desideri, che è un&#8217;altra cosa. Forse vi riusciremo, forse no. Certo è che la fusione nucleare è un problema di una complessità ben superiore al normale. Se oggi è necessario un anno di studio intenso per padroneggiare la tecnologia delle centrali a carbone e cinque anni per la fissione nucleare, quanti anni di studio saranno necessari per operare la tecnologia di un tokamak a fusione nucleare?</p>
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		<title>Addio al nucleare?</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Sep 2012 04:25:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[ABBANDONO DEL NUCLEARE]]></category>
		<category><![CDATA[energia nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>

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		<description><![CDATA[La notizia è recente e di quelle importanti: per le pressioni dell&#8217;opinione pubblica, dopo la Germania, anche il Giappone annuncia il suo addio al nucleare, almeno per il 2040, tra circa 25 anni. È vero, il 2040 è ancora lontano &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/09/19/addio-al-nucleare/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La notizia è recente e di quelle importanti: per le pressioni dell&#8217;opinione pubblica, dopo la Germania, anche il Giappone <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-09-14/giappone-addio-nucleare-decisione-150900.shtml?uuid=AbgdIcdG">annuncia il suo addio al nucleare</a>, almeno per il 2040, tra circa 25 anni.</p>
<p><span id="more-760"></span>È vero, il 2040 è ancora lontano e il prossimo governo giapponese potrebbe ribaltare la decisione. E in futuro un altro governo potrebbe invertire l&#8217;inversione. Ma non è questo il punto. Il punto è il segnale inviato da Tokio che il nucleare non può più contare sulla stabilità degli investimenti economici futuri.</p>
<p>Certo, da tempo la Germania ha annunciato il suo addio all&#8217;energia nucleare e il piano tedesco va avanti, pur con <a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/04/27/come-procede-l%e2%80%99abbandono-del-nucleare-in-germania/">difficoltà tecniche e economiche</a>. Tuttavia, il peso specifico del Giappone per l&#8217;energia nucleare è ben più alto di quello della Germania. Numeri alla mano, prima dell&#8217;incidente di Fukushima, nel 2010 in Giappone vi erano 54 centrali nucleari attive e connesse alla rete elettrica, producenti circa il 30 per cento del totale dell&#8217;energia elettrica. In Germania nel 2010 v&#8217;erano solo 17 reattori, per il 23 per cento del totale dell&#8217;energia elettrica tedesca. Fatto ben più importante, però, è che a differenza della Germania il Giappone nutre (nutriva) piani ambiziosi di espansione del nucleare, sia per la produzione nazionale &#8211; l&#8217;obbiettivo era raggiungere il 50 per cento del totale di energia elettrica &#8211; che per l&#8217;industria ad essa associata. A differenza della Germania, infatti, il Giappone possiede (possiedeva) un&#8217;industria nucleare nazionale fortemente proiettata verso l&#8217;esportazione. In altri termini, se la Germania è sempre stato un paese generalmente diffidente verso il nucleare, pur senza raggiungere gli estremi italiani, il Giappone ne è invece da sempre a favore, forse il sostenitore più importante.</p>
<p>La decisione del Giappone di abbandonare il nucleare è certamente importante per i giapponesi, ma potrebbe rivelarsi uno dei grandi punti di svolta nella storia dell&#8217;energia. Per un&#8217;industria ad alta intensità di capitale e fortemente dipendente da investimenti di lungo periodo come quella nucleare, questo può essere un colpo mortale. Qualora i piani di Tokio per l&#8217;addio al nucleare dovessero proseguire, infatti, proprio l&#8217;importanza del nucleare in Giappone è garanzia di ripercussioni negative per l&#8217;intero settore nucleare mondiale. Per alcuni la decisione di Tokio è una buona notizia. L&#8217;eliminazione del nucleare, seppur graduale, non potrà che rafforzare la domanda di gas e petrolio (e carbone) per lungo tempo, fintanto che le rinnovabili non acquisiranno quote di mercato più rilevanti. Non v&#8217;è dubbio che a Mosca Gazprom e il Presidente Putin abbiano <strike>celebrato</strike> festeggiato la decisione giapponese.</p>
<p>Ma vi è un messaggio più ampio che val la pena considerare qui. L&#8217;annuncio dell&#8217;addio al nucleare in Giappone per la contrarietà e le proteste dell&#8217;opinione pubblica rende evidente come, nei paesi democratici, l&#8217;energia nucleare non può più contare sulla stabilità degli investimenti a lungo termine di cui abbisogna per sopravvivere e prosperare. Del tutto similarmente a Germania e Giappone, la stessa inversione potrebbe avvenire negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Francia o in qualsiasi altro paese democratico oggi a favore del nucleare. Questa incertezza politica, e corrispettivamente normativa, non può che impattare negativamente sulla fiducia di investitori, industria e responsabili delle politiche monetaria e/o energetica nell&#8217;energia dell&#8217;atomo. Il messaggio inviato da Tokio allora, forte e chiaro, è che l&#8217;energia termonucleare convenzionale non è più da considerarsi l&#8217;energia del futuro. Corrispettivamente, il settore nucleare diviene un settore in declino.</p>
<p>Il fatto è che l&#8217;energia nucleare non può prescindere da pianificazioni a lungo termine. La recente proposta di Cameron per un <a href="http://www.bloomberg.com/news/2010-12-15/cameron-energy-strategy-may-roll-back-thatcher-s-policies-to-cut-emissions.html">nuovo rinascimento nucleare inglese</a>, rivela come il nucleare con requisiti di sicurezza da terzo millennio &#8211; quello da <a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2011/05/20/quanto-costa-lenergia-davvero/">6 miliardi di euro a Gigawatt</a>, per intenderci &#8211; non sta in piedi sui mercati elettrici più competitivi se lo Stato non si fa garante per la parte finanziaria, sui fondi di garanzia per la banche e per la continuità di esercizio. In altri termini, <a href="http://www.imille.org/2010/01/il-nucleare-e-stato/">il nucleare è Stato</a>. In questo contesto, l&#8217;abbandono del nucleare di Germania e Giappone, oltre al no dell&#8217;Italia nel recente referendum, è la dimostrazione plastica che dare un futuro all&#8217;energia nucleare impone al legislatore di bypassare, se necessario, la volontà dell&#8217;opinione pubblica nella pianificazione energetica e economica per decenni a venire. Ma che futuro è mai questo?</p>
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		<title>Acciaio</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Aug 2012 06:39:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Pur con i recenti sviluppi, sull&#8217;ILVA non v&#8217;è molto da aggiungere rispetto a quanto già detto pochi giorni fa. Tuttavia, dai fatti dell&#8217;acciaieria di Taranto si può prendere spunto per una riflessione di più ampio respiro sulla produzione dell&#8217;acciaio in &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/08/17/acciaio/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pur con i recenti sviluppi, sull&#8217;ILVA non v&#8217;è molto da aggiungere rispetto a quanto già detto <a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/08/03/ilva-tra-produzione-e-ambiente/">pochi giorni fa</a>. Tuttavia, dai fatti dell&#8217;acciaieria di Taranto si può prendere spunto per una riflessione di più ampio respiro sulla produzione dell&#8217;acciaio in Europa e la posizione dell&#8217;Italia.</p>
<p><span id="more-729"></span>L&#8217;industria dell&#8217;acciaio è stata un attore fondamentale nei progressi infrastrutturale ed economico degli anni post-guerra e del boom italiano degli anni &#8217;60. Allora il settore era pubblico, comandato dall&#8217;IRI. Negli ultimi decenni, complici due grandi crisi negli anni &#8217;70 prima e &#8217;80 poi, il settore della siderurgia è stato completamente privatizzato. I gruppi industriali rilevanti in Italia sono Riva (che possiede ILVA), Marcegaglia, Lucchini e Arvedi.</p>
<p>Come tutti, il settore dell&#8217;acciaio è stato investito duramente dalla crisi globale del 2008. Nel 2009 la produzione di acciaio ha subito un brusco calo del 30%. Oggi è in recupero, ma non ancora ai livelli pre-crisi. La crisi ha anche causato un aumento della specializzazione nella produzione degli acciai: meno prodotti lunghi comuni per l’edilizia e più acciai speciali legati alla meccanica, in particolare per automobili e applicazioni industriali. In Italia, ma un po&#8217; ovunque, la crisi nel mondo dell&#8217;acciaio è stata gestita con un ampio utilizzo di ammortizzatori sociali, evitando così perdite dirette sostanziali di occupazione o asset industriali.</p>
<p>Il mercato italiano produce oggi circa 25 milioni di tonnellate (Mton) di acciaio, di cui circa 10 dalla sola ILVA. Nel complesso, il 60% della produzione è riservato a tre settori: automotive, costruzioni e infrastrutture. In Europa, l&#8217;Italia è seconda solo alla Germania per produzione di acciaio, come si vede dal grafico sotto che prendo a prestito dal blog <a href="http://fardiconto.wordpress.com/2012/08/13/acciaio/">Fardiconto</a>:</p>
<p><img class="aligncenter" src="http://fardiconto.files.wordpress.com/2012/08/produzione_acciaio_europa.jpg" alt="" width="550" height="282" /><br />
Dopo la crisi, nel periodo 2010-2011 la produzione aveva fatto registrare un aumento del 10%, ancora lontana dai livelli pre-crisi ma comunque in crescita. Tuttavia, complici le incertezze sulla stabilità dell&#8217;Eurozona per le convulsioni dei debiti sovrani, è molto probabile che il mercato dell&#8217;acciaio europeo subirà una nuova flessione nel 2012.</p>
<p>Il problema dell&#8217;Italia, o meglio si dovrebbe correttamente scrivere il problema comune a quasi tutti i produttori di acciaio europei, è l&#8217;alto costo delle materie prime, per il cui approvvigionamento l&#8217;Europa dipende quasi completamente dall’estero. Questo, unito alla volatilità delle quotazioni delle materie prime sul mercato, incide negativamente sui costi produttivi e dunque sulla competitività delle aziende sul mercato. Prima che qualcuno sollevi il punto: no, la rarefazione delle risorse naturali non c&#8217;entra niente. Il problema è squisitamente commerciale. Nel mercato delle materie prime per la siderugia, infatti, vige di fatto vige un oligopolio di tre società minerarie: Bhp Billiton, Vale e Rio Tinto (due australiane e una brasiliana) che gestiscono circa l’80% delle esportazioni globali. Il mercato delle materie prime per la siderurgia è da qualche anno diventato terra di scontro tra grossi gruppi semi-monopolisitici, il cui potere contrattuale si misura in termini di pure dimensioni; brutalmente, il più grande comanda. Ora, considerato ad esempio che la produzione di acciaio in Europa nel 2010 è stata di 170 Mton mentre la Cina ne ha prodotte 630, è subito chiaro chi resta col cerino in mano. Da tempo l&#8217;industria dell&#8217;acciaio italiana e europea ha <a href="http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2010/04/ue-industria-ferro.shtml?uuid=Aa5TNVCE">esternato questo problema</a>, raccogliendo tuttavia scarsa attenzione anche dai sostenitori del libero mercato. Più in dettaglio nella specificità italiana, vi è inoltre il problema della bolletta energetica, che ha costi generalmente superiori alla concorrenza. Si vedano i costi italiani del kWh elettrico per utenze industriali <a href="http://www.energy.eu/">confrontati col resto d&#8217;Europa</a>. In questo, una completa privatizzazione dei settori del gas e elettrico è <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2012/08/13/privatizzare-privatizzare-privatizzare/">decisamente auspicabile</a>.</p>
<p>Ora, il mercato dell&#8217;acciaio in Europa è sotto crescente pressione per le importazioni extra-Europee, <a href="http://www.steelorbis.com/steel-news/latest-news/eurofer-steel-imports-to-eu-in-2011-to-grow-faster-than-total-market-595863.htm">raddoppiate negli ultimi due anni</a> a svantaggio della produzione locale. Contrariamente alla vulgata comune, non si tratta della solita concorrenza cinese sui prodotti a basso valore aggiunto. Gran parte delle importazioni riguarda infatti prodotti di notevole qualità come laminati a freddo o rivestiti per automobile, e non solo prodotti di bassa qualità. Tuttavia, nonostante costi della manodopera inferiori, la quota di import di acciaio cinese in Europa è generalmente limitata dai costi di trasporto. La pressione di cui sopra deriva invece dalla concorrenza di paesi ai confini dell&#8217;Unione Europa come Turchia, Russia e Ucraina. Questi sono infatti in posizione logistica ottimale per l&#8217;importazione ma non risentono dei vincoli ambientali in vigore nel mercato europeo. L&#8217;industria dell&#8217;acciaio europea da tempo lamenta questa disparità, senza reazione dai legislatori. Considerata ad esempio la natura estesa del problema del Riscaldamento Globale, una riduzione delle emissioni nel settore dell&#8217;acciaio in Europa per perdita della produzione viene compensata &#8211; o subisce financo una maggiorazione netta &#8211; da un aumento di produzione e di emissioni extra-europee. Insomma, il risultato netto è quello di delocalizzare, e dunque perdere, la produzione d&#8217;acciaio in Europa e tutto l&#8217;indotto associato a vantaggio di Turchia, Russia e Ucraina, senza alcun guadagno per il Riscaldamento Globale o i limiti delle emissioni in generale. Intendiamoci, non si sostiene qui l’adozione di misure protezionistiche sulle importazioni di acciaio. Quella sarebbe davvero l&#8217;ultima risorsa. Sarebbe invece più adeguato che l’Unione europea stabilisse vincoli ambientali, da applicarsi gradualmente, sui prodotti siderurgici dei Paesi extra-UE, imponendo un costo aggiuntivo sul modello della Carbon Tax o degli ETS. Altrimenti, hai voglia a parlare di efficienza energetica e investimenti. Le recenti convulsioni di due colossi come <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/14/thyseenkrupp-in-crisi-chiude-stabilimento-di-berco-500-operai-a-casa/325479/">ThyssenKrupp</a> e <a href="http://www.lanazione.it/livorno/cronaca/2012/07/27/750070-crisi-sciopero-acciaierie-lucchini-operai-corteo-sindaco-anselmi.shtml">Lucchini</a> sono la dimostrazione plastica che il problema è reale e concreto. Continuando così, senza interventi da Bruxelles, finirà che in Europa ci giocheremo l&#8217;industria dell&#8217;acciaio, sacrificata sull&#8217;altare di un esibizionismo ipocrita dei <i>policy-maker</i> per la diminuzioni delle emissioni in Europa non importa a che prezzo, e il resto del mondo non ci riguarda.</p>
<p>*******<br />
<i>Disclaimer: l&#8217;articolo è scritto sulla base dei dati pubblicamente disponibili. L&#8217;opinione dell&#8217;autore espressa è puramente personale e non costituisce né implica alcuna approvazione o favoreggiamento dalle aziende menzionate o del settore dell&#8217;acciaio.</i> </p>
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		<title>ILVA, tra produzione e ambiente</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Aug 2012 01:16:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[acciaio]]></category>
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		<category><![CDATA[diossine]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Le recenti convulsioni di ILVA e l&#8217;emergenza ambientale a Taranto hanno riportato all&#8217;attenzione generale il confronto tra produzione e ambiente. ILVA è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove avvengono tutti i passaggi della lavorazione dell&#8217;acciaio a partire dal minerale &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/08/03/ilva-tra-produzione-e-ambiente/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le recenti convulsioni di ILVA e l&#8217;emergenza ambientale a Taranto hanno riportato all&#8217;attenzione generale il confronto tra produzione e ambiente. ILVA è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove avvengono tutti i passaggi della lavorazione dell&#8217;acciaio a partire dal minerale di ferro. Cinque altoforni alti 40 metri che producono 10 milioni di tonnellate di acciaio l&#8217;anno, il 30% circa dell&#8217;intero fabbisogno italiano, il 6% di quello europeo. <span id="more-622"></span>Su ILVA e Taranto sono stati scritti fiumi di parole, più o meno assennate. ILVA è (parzialmente) sotto sequestro <a href="http://www.ilpost.it/2012/07/27/sei-impianti-dellilva-sotto-sequestro/">per ordine della magistratura</a>, come avete potuto leggere su Il Post <a href="http://www.ilpost.it/tag/ilva/">in questi giorni</a>. L&#8217;ordinanza del gip ha disposto il sequestro dell’area a caldo dello stabilimento, dove trovano posto parchi minerali, cokerie, area agglomerazione, altiforni e gestione materiali ferrosi. Senza mezzi termini, se il sequestro dell&#8217;area a caldo andasse in porto così come chiesto dal gip di fatto significherebbe la chiusura dell’intera fabbrica.</p>
<p><!--more-->Ora, prima che partano gli strali dei pistoleri dallo sdegno facile, la vicenda dell&#8217;ILVA è complessa e dolorosa: da molti anni gli abitanti di Taranto sospettavano (eufemismo) dei problemi causati direttamente o indirettamente dallo stabilimento siderurgico, e le due perizie chimica e medico-epidemiologica disposte dal gip hanno liberato frustrazioni a lungo represse. Il sequestro dell’ILVA ripropone l&#8217;annosa dicotomia tra produzione e tutela dell’ambiente. Uno scambio avvenuto su Linea Notte del TG3 durante una diretta sugli scioperi dei giorni scorsi offre una sintesi precisa in merito: “volete che l’azienda chiuda, come chiede la magistratura, o volete che continui ad operare?”, gli operai dell&#8217;ILVA hanno risposto: “non siamo noi che dobbiamo indicare la soluzione, noi rivendichiamo il nostro diritto a lavorare in sicurezza, in un ambiente sano per noi e per le nostre famiglie”.</p>
<p>Ecco, la soluzione. Qual&#8217;è la soluzione? Quella decrescista si può leggere su <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/30/tutela-dell’ambiente-e-posti-di-lavoro/">Il Fatto Quotidiano</a>:</p>
<blockquote><p>Se chiudere una fabbrica che produce morte deve essere normale, meno facile da digerire è <strong>chiudere una fabbrica che produce oggetti che non servono a nulla</strong>. Qui la vedo più dura. Eppure una riconversione della società in senso ecologico non può non passare anche da qui, dalla strada della rinuncia ai beni superflui, della ricerca della sobrietà e dell’equilibrio – ammesso che esso sia possibile (ed è tutto da vedere) – tra uomo e natura.<br />
Parlare di sviluppo è stupido, parlare di sviluppo sostenibile è stupido e contraddittorio. <strong>In futuro occorrerà regredire, ritrarsi, rinunciare.</strong> Anche ai posti di lavoro pur che siano.</p></blockquote>
<p>Insomma, tra lavoro e ambiente non v&#8217;è dubbio o terza via: ambiente, e si chiuda tutto. Posizioni rigide, dure, che nella oramai stracca retorica decrescista si limitano alla critica dell&#8217;esistente senza saper o poter produrre alternative valide oltre le banalità volontaristiche. L&#8217;ILVA infatti produrrebbe morte e/o &#8220;oggetti che non servono a nulla&#8221;, cioè acciaio. Probabilmente, nella furia iconoclasta decrescista, l&#8217;acciaio viene associato alle automobili, pilastro costitutivo dell&#8217;impero del petrolio. Peccato che meno del 20% della produzione mondiale di acciaio venga infatti dedicato al mercato dell&#8217;automobile. Chi pensa che l&#8217;acciaio non serva a nulla si sbaglia. L&#8217;acciaio serve a tante cose, tra cui case, ponti, acquedotti, <em>pipeline</em> e infrastrutture per la rete elettrica. Oltre ai <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2011/04/26/le-prime-vittime-della-sindrome-nimby/">piloni delle verdi torri eoliche</a>.</p>
<p>Consci della crisi dell&#8217;economia italiana e del problema posto dalla <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2012/07/05/demotorizzazione-ditalia/">perdita strutturale di industria pesante in Italia</a> per la delocalizzazione all’estero di molte attività produttive <em>energy-intensive</em>, in altri ambiti si è <a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/07/27/taranto-diossina-e-disoccupazione-uccidono/308299/">più cauti</a>:</p>
<blockquote><p>I posti di lavoro dell’ILVA possono essere salvati avviando subito le bonifiche. <strong>Gli operai devono diventare i tecnici delle bonifiche</strong>. È necessario poi che Taranto venga dichiarata No-Tax Area per almeno 5 anni, misura necessaria per attrarre investimenti italiani e esteri per <strong>investimenti su nuove aziende</strong> basate sull’innovazione, la Green Economy e un modello economico non inquinante.</p></blockquote>
<p>Produzione e innovazione restano, ma quale sia questo modello economico non inquinante non è chiaro. L&#8217;acciaio no, gli (ex-)operai dell&#8217;ILVA bonificheranno, poi avremo aziende nuove, verdi e innovative. Il ferro per i ponti e le torri eoliche lo tratti qualcun altro lontano da qui, non-nel-mio-giardino. Siamo in piena <a href="http://www.ilpost.it/2011/04/22/le-prime-vittime-della-sindrome-nimby/">sindrome NIMBY</a>. Anche ammettendo che un&#8217;acciaieria sotto casa proprio no per l&#8217;eccessivo inquinamento, davvero un disastro ambientale in Turchia sarebbe meno peggiore di un disastro ambientale in Puglia? Vogliamo rimettere in pratica le stesse ipocrisie del nucleare francese, svizzero o sloveno?</p>
<p>È possibile mettere in sicurezza un impianto delle dimensioni di ILVA? Il problema dei limiti delle emissioni (polveri, diossine e furani) non è dei più semplici, ma provo a riassumere il più possibile. Per quel che riguarda le diossine, i criteri per la definizione dei limiti sono contenuti nel Protocollo di Aarhus, approvato dal Consiglio UE nel 2004 e recepito da 16 paesi dell&#8217;Unione ma non dall&#8217;Italia (sic!). L’Italia si è infatti uniformata alla normativa europea per quel che riguarda le emissioni delle diossine per gli impianti d’incenerimento, ma non per il resto degli impianti come ILVA, avvalendosi della possibilità di adeguarsi a tali limiti entro il 2012, otto anni dopo (ri-sic!). Il Ministro dell’Ambiente all’epoca era Stefania Prestigiacomo. Nella legislazione nazionale, il valore limite per le emissioni di diossine di origine industriale è e rimane altissimo, certamente privo di senso, ma a titolo di legge le emissioni di ILVA fin qui erano &#8220;nella norma&#8221;.</p>
<p>Ora, la normativa per i limiti previsti nel nostro paese fa riferimento alla concentrazione totale delle diossine e non alla <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Tossicit%C3%A0_equivalente">tossicità equivalente</a> come nel resto d’Europa. Nel 2008, Vendola e il consiglio regionale della Puglia vararono una legge che imponeva a ILVA di limitare le emissioni di diossina, misurate secondo il criterio della tossicità equivalente, provocando un lungo braccio di ferro tra Regione Puglia, ILVA e Governo nazionale. La soglia iniziale fu fissata a 2.5 nanogrammi per metro cubo (ng/m3) da portare a 0.4 (standard europeo) nel 2010. Le misurazioni ARPA effettuate nel 2007 fornivano valori medi di diossine di 3.9 ng/m3 e di 4.5 ng/m3 nel 2008, otto-dieci volte oltre il limite. Tra il 2008 e il 2010, ILVA ha investito molto nell&#8217;ammodernamento degli impianti produttivi e nella riduzione delle emissioni di diossine. Le due modifiche principali a fini ambientali sono state l&#8217;installazione di un sistema di iniezione di polvere di carbone attivo e di un impianto a urea. Entrati in funzione tra il 2010 e il 2011, i due impianti hanno ridotto drasticamente le emissioni (-90%). Secondo misurazioni ARPA, nel 2011 saremmo scesi a 0.4 ng/m3. Volendo credere alle misurazioni, e non v’è motivo di non farlo, questo vorrebbe dire che la quantità di diossine emessa da ILVA oggi è in linea con le norme europee.</p>
<p>Per quel che riguarda le polveri, bisogna specificare che nella <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Acciaio#Produzione_dell.27acciaio">produzione industriale dell&#8217;acciaio</a>, il settore forse più inquinante dell’impianto è la <em>cokeria</em>, dove si fonde il carbone per ottenere il <em>coke</em> necessario alla produzione della ghisa e si generano emissioni di benzopirene. Come osserva ILVA stessa nella sua relazione annuale su <a href="http://www.ilvataranto.com/items/239/allegati/Rapporto_Ambiente_Sicurezza_2011.pdf">Ambiente e Sicurezza</a>, gli interventi effettuati finora sulla <em>cokeria</em> non hanno dato i risultati sperati per quel che concerne le emissioni di benzopirene. I livelli rilevati da ARPA nel 2010 hanno fatto registrare valori quasi doppi rispetto agli obiettivi previsti per gli impianti soggetti a Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA). ILVA ha comunque tempo fino alla fine del 2012 per rientrare nella norma. Intendiamoci, questo non implica necessariamente la chiusura per l&#8217;intero impianto. ILVA potrebbe infatti chiudere solo la <em>cokeria</em> e, in attesa di migliorie strutturali, comprare il <em>coke</em> sul mercato e continuare la produzione con un impatto ambientale più contenuto. Certo, rimane comunque il problema delle diossine e delle polveri emesse in passato, ora sparse sul territorio, che è necessario bonificare. Questo, alla fine, è il significato delle parole del Ministro dell&#8217;Ambiente Clini che, <a href="http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/08/01/news/ilva-40123044/">riferendo in Parlamento</a>, criticatissimo dagli ambientalisti ha parlato di &#8220;criticità dovute al passato, impatto su salute ma leggi rispettate&#8221;, chiedendo comunque nuove verifiche perchè &#8220;si tratta di capire se gli impianti attuali costituiscono tuttora elemento di rischio&#8221;.</p>
<p>Insomma, la vicenda dell&#8217;ILVA fa capire che crescita non vuol dire necessariamente inquinare o cementificare e decrescere non significa stare fermi. Sostenibilità &#8211; termine purtroppo usato, abusato e logorato dalla politica, spesso fino a farlo diventare inutile &#8211; significa invece scambiare obiettivi di quantità con quelli di qualità, ma sempre con conti economici che stiano in piedi e non soddisfino solamente le tasche degli azionisti o <strike>le paranoie</strike> l&#8217;immobilismo di conservatori benestanti. Certo, nel problema dell&#8217;ILVA ci sono comunque responsabilità storiche. Ma se è vero che ILVA agiva nel rispetto delle regole &#8211; regole brutte, certamente, fatte da governi altrettanto brutti &#8211; dall&#8217;altra è anche vero che negli ultimi anni il gruppo Riva ha investito molto per l&#8217;ammodernamento degli impianti produttivi dell&#8217;acciaio a Taranto. Inoltre, non si possono far pagare le responsabilità storiche ai lavoratori, chiudendo la fabbrica, o allo Stato, perdendo una risorsa nazionale strategica per l&#8217;acciaio. Insomma, le emissioni di ILVA ora sarebbero generalmente a posto, fatta eccezione per polveri come il benzopirene che devono essere ricondotte sotto il limite. Rimangono però da bonificare i territori invasi da diossine e polveri precedentemente emesse, e a questo servono i 330 milioni stanziati dal Ministro Clini. Oggi il Governo molto probabilmente adotterà un provvedimento d&#8217;urgenza per velocizzare le procedure di attuazione degli interventi per la bonifica dell&#8217;impianto di Taranto. Se poi si volesse proprio cercare un responsabile, non si ha che da guardare a chi in passato ha votato, supportato e applaudito Governi poco accorti e ancor meno attenti alla salvaguardia dell&#8217;ambiente.</p>
<p>*******<br />
<i>Disclaimer: l&#8217;articolo è scritto sulla base dei dati pubblicamente disponibili. L&#8217;opinione dell&#8217;autore espressa è puramente personale e non costituisce né implica alcuna approvazione o favoreggiamento dalle aziende menzionate o del settore dell&#8217;acciaio.</i> </p>
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		<title>Auto ad aria compressa?</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jul 2012 00:06:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[AirPod]]></category>
		<category><![CDATA[auto ad aria compressa]]></category>
		<category><![CDATA[auto elettrica]]></category>
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		<category><![CDATA[stoccaggio dell'energia]]></category>

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		<description><![CDATA[Sarebbe tutto pronto per il lancio, almeno secondo i responsabili del progetto. Nella seconda metà del prossimo anno, la Motor Development International (MDI) metterà in vendita l&#8217;attesa AirPod, l&#8217;auto alimentata ad aria compressa. Il sogno di molti nell&#8217;era del picco &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/07/23/auto-ad-aria-compressa-senza-segreti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sarebbe tutto pronto per il lancio, almeno secondo i <a href="http://www.repubblica.it/motori/attualita/2012/06/08/news/arriva_l_auto_ad_aria-36653710/">responsabili del progetto</a>. Nella seconda metà del prossimo anno, la Motor Development International (MDI) metterà in vendita l&#8217;attesa AirPod, l&#8217;auto alimentata ad aria compressa. Il sogno di molti nell&#8217;era del picco del petrolio, tranne che dei petrolieri. <span id="more-540"></span>L&#8217;articolo originale di Repubblica ha generato moltissimi commenti online, cui MDI ha sentito di dover rispondere integralmente, con tanto di documento allegato che trovate <a href="http://download.repubblica.it/pdf/2012/motori/Commentirisposte.pdf">sempre su Repubblica (online)</a>.</p>
<p>Bufala o rivoluzione del mercato automobilistico alle porte? Vediamo.</p>
<p>Già da alcuni anni circolano in rete appelli sull&#8217;auto ad aria compressa, tecnologia che dovrebbe rivoluzionare il mercato dell&#8217;auto grazie al sistema di propulsione ultraecologico. Purtroppo, da altrettanti anni l&#8217;auto ad aria compressa scompare dalle scene, più o meno misteriosamente, con gli immancabili complottismi sui petrolieri nei confronti di una tecnologia che ci libererebbe dalla dipendenza dal petrolio.</p>
<p>La faccio corta e comincio dalla fine: l&#8217;auto ad aria compressa esiste e funziona, il problema è che le sue prestazioni sono fuori mercato per la maggior parte degli usi pratici. Mi spiego. Al netto di tutte le parole sulla tecnologia del motore ad aria compressa e delle migliorie in materia ottenute, il documento di MDI glissa sulla densità di energia stoccabile a bordo, sotto forma di aria compressa, che è il reale punto del contendere di tutti i veicoli a carburanti alternativi a benzina/diesel. Dati del costruttore, lo studio indica infatti che l&#8217;energia stoccabile come aria compressa a bordo dei veicolo raggiunge i 64 Wh/Kg. Mi si permetta qualche dubbio su questo numero: secondo chi scrive il valore si dovrebbe attestare sui 50 Wh/kg, ma questa differenza non è importante.</p>
<p>Non è importante perchè, numeri alla mano, le moderne batterie agli ioni di litio attualmente in commercio raggiungono una densità di energia di 150-180 Wh/kg, tre volte superiore all&#8217;aria compressa. Inoltre l&#8217;efficienza del motore elettrico raggiunge il 90%, leggermente superiore a quello ad aria compressa. In altri termini, a parità di prestazioni del motore, di peso dell&#8217;auto e di energia stoccata a bordo, l&#8217;auto ad aria compressa percorre molti meno chilometri di una auto elettrica come Nissan Leaf o Mitsubishi MiEV. Insomma, se l&#8217;auto elettrica soffre del problema della <i>range anxiety</i>, a parità di peso e energia, l&#8217;auto ad aria ne soffrirebbe al cubo.</p>
<p>Non stupisce dunque che, al netto della limitazione della potenza del motore, l&#8217;approccio di MDI per prolungare l&#8217;autonomia della AirPod si sia concentrata sull&#8217;abbattimento del peso del veicolo. Lo stesso approccio è già praticato, con le dovute proporzioni, da BMW per la sua <i>serie-i</i> elettrica, dove si fa largo uso di alluminio e fibra di carbonio per le parti strutturali dell&#8217;abitacolo, onde diminuire il peso del veicolo e i consumi. Ne avevano parlato <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2011/10/04/chi-uccide-lauto-elettrica/">tempo fa su questo blog</a>, nel celebre post sulle limitazioni dei veicoli elettrici. Rispetto agli 850kg di un&#8217;auto elettrica come la Mitsubishi MiEV, grazie all&#8217;uso di materiali acconcii, la AirPod riesce a pesare solamente 250kg, secondo MDI senza problemi di sicurezza e al costo di soli 7.000euro chiavi in mano (bum!). </p>
<p>Nella AirPod, carrozzeria e telaio sono costruiti con materiali compositi. La AirPod è composta da una base di 45 kg più tre pezzi di carrozzeria incollati fra di loro. Il materiale composito utilizzato nella AirPod per ridurre il peso senza perdere in prestazioni e tenendo il prezzo al di sotto della stratosfera è un sandwich di fibra di vetro &#8211; in luogo della più costosa fibra di carbonio usata nella auto di Formula 1 &#8211; e di schiuma in poliuretano, costruito con la tecnica del <a href="http://www.rtmcomposites.com/whatrtm.html">Resin Transfer Molding</a> (RTM). Ora, se da una parte la RTM è una tecnica già in uso da 20 anni, il problema di questo approccio è che le prestazioni strutturali della fibra di vetro rispetto alla più blasonata fibra di carbonio sono proporzionale alla differenza di prezzo. In pratica: economiche, assai.</p>
<p>La questione sicurezza di un&#8217;auto costruita con compositi in fibra di vetro/schiume è ben sintetizzata in questo scambio di vedute tra un lettore e MDI.</p>
<blockquote><p><i>Mi fido [..] della mia GOLF perchè ha superato il crash test, ha strutture a deformazione programmata in caso di urto, ha barre di sicurezza; il tutto pesa 1400 kg. Non mi fiderei di una vetturetta di cartapesta che pesa 250 kg.</i><br />
Ha bisogno di strutture a deformazione programmata, di barre di sicurezza, appunto perché essendo pesante (1400 kg) ha più energia da dissipare di una macchina più leggera.</p></blockquote>
<p>Ora, a parere di chi scrive la risposta di MDI è fuorviante, perchè gli incidenti (e i crash test) si fanno tanto contro un&#8217;altra Golf quanto contro ostacoli fissi. Quando i governi di tutto il mondo bandiranno dalle strade qualsiasi auto che pesi più di 250 kg sarà possibile optare per una AirOne o una AirPod in tutta sicurezza. Intanto, avendo in mente le conseguenze di uno scontro, non si può biasimare chi preferisce vivere. Oltretutto, l&#8217;AirPod pesa solamente 250kg perchè è più simile ad una cabina telefonica che non ad un auto vera e propria. Basta guardare la <a href="http://www.repubblica.it/motori/motori/2012/06/07/foto/mdi_products-36651124/3/">galleria fotografica su Repubblica</a> per rendersene conto. Se si considerano le prestazioni di un&#8217;auto ad aria compressa di dimensione paragonabile alle auto elettriche, la AirFamily, i consumi non sono molto diversi da una auto elettrica come la Smart EV, come riportato nel documento di MDI (sotto).</p>
<blockquote><p>Qui sotto qualche esmpi di valori di <b>energia necessaria in ciclo urbano</b> per vari automezzi:<br />
• MDI AirPod : 0.62 kWh ‐ MDI AirOne: 0.87 kWh ‐ <b>MDI AirFamily: 1.41 kWh</b><br />
• Mini E: 1.97 kWh ‐ Mitsubishi iMiev: 1.67 kWh ‐ <b>Smart EV: 1.4 kWh</b></p></blockquote>
<p>Inoltre e concludo, se davvero MDI è capace di abbattere il peso delle auto tanto da rendere energeticamente competitiva la propulsione ad l&#8217;aria compressa &#8211; anche con solo un terzo dell&#8217;energia stoccabile rispetto all&#8217;elettrica &#8211; grazie a geometrie strutturali avanzate e fibra di vetro, perchè non impiegare la stessa soluzione direttamente sulle auto elettriche o, meglio ancora, su quelle a benzina? Faremmo 100 km al litro e al caro-petrolio non ci penseremmo più.</p>
<p>La verità è che, come detto sopra, le limitazioni tecniche rendono la tecnologia dell&#8217;aria compressa per l&#8217;autotrasporto utilizzatibile al più per tri/quadricicli a motore ultraleggeri, per chi può, vuole o deve spostarsi in città o ambienti urbani guidando una cabina telefonica. Un esempio in tal senso sono i famosi <a href="https://www.google.nl/search?q=tuk+tuk+india&amp;hl=nl&amp;prmd=imvns&amp;tbm=isch&amp;tbo=u&amp;source=univ&amp;sa=X&amp;ei=anUJUL_ADMPwmAXB4tiXCg&amp;ved=0CFYQsAQ&amp;biw=1280&amp;bih=909">tuc-tuc indiani</a>, per cui questa applicazione probabilmente funzionerebbe bene. Se mai l&#8217;esaurimento del petrolio ci costringerà tutti sui tuc-tuc, secondo il sottoscritto resterà comunque preferibile alimentarli con batterie e motore elettrico, che almeno garantiscono qualche cavallo aggiuntivo nel motore aggiuntivo, qualche chilometro di automonia in più o integrità strutturale per evitare di passare a miglior vita.</p>
<p>******<br />
<em>Si ringrazia sentitamente Paolo C., Defcon70, Leguleio e tutti i bloggers intervenuti <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2012/07/20/auto-ad-aria-senza-segreti/">su Energia&amp;Motori</a> con segnalazioni, correzioni e aggiunte al testo.</em></p>
<p><i>Disclaimer: l&#8217;articolo è scritto sulla base dei dati pubblicamente disponibili. L&#8217;opinione dell&#8217;autore espressa è puramente personale e non costituisce né implica alcuna approvazione o favoreggiamento dalle aziende menzionate o del settore dell&#8217;acciaio.</i> </p>
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		<title>Terremoti e trivellazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jun 2012 10:54:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Filippo Zuliani</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Corrado Passera]]></category>
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		<description><![CDATA[Se siete attenti osservatori del mondo dell&#8217;energia, saprete certamente che l&#8217;Italia, principalmente grazie al Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, da poche settimane si è dotata di una strategia energetica nazionale. Di questa lacuna per il nostro paese s&#8217;era già &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/filippozuliani/2012/06/08/terremoti-e-trivellazioni-2/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se siete attenti osservatori del mondo dell&#8217;energia, saprete certamente che l&#8217;Italia, principalmente grazie al Ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera, da poche settimane si è dotata di una strategia energetica nazionale. <span id="more-442"></span>Di questa lacuna per il nostro paese s&#8217;era già parlato sul mio blog personale, quando era <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2010/11/29/a-proposito-della-mancanza-di-un-piano-energetico-nazionale/">ancora giovane</a>.</p>
<p>La strategia del Ministro Passera, tuttavia, ha ricevuto <a href="http://www.imille.org/2012/05/la-strategia-energetica-nazionale-del-governo-monti/">un secco no dal mondo ambientalista</a>. Al netto delle accuse &#8211; <a href="http://energiaemotori.wordpress.com/2012/04/10/i-problemi-col-nuovo-conto-energia/">alquanto sbilenche</a> &#8211; di frenare la crescita della rinnovabili in Italia rivedendone gli incentivi al ribasso, e al netto delle polemiche sullo sviluppo dell&#8217;Italia come Hub del Gas sud europeo, la furia ambientalista si è scatenata alla decisione del Ministro di voler rilanciare le trivellazioni per la produzione nazionale di idrocarburi.</p>
<p>Ora, chi non viene da Marte sicuramente sa che un terremoto ha appena colpito la pianura Padana. Che la pianura Padana non fosse a rischio terremoti è stato scritto un po&#8217; dappertutto, anche per spiegare la scarsa prevenzione in zona in materia. La cosa però più sconfortante è stato il dispiegamento di bugie e propaganda senza scrupoli di parte del mondo ambientalista. La stessa cosa, con le dovute proporzioni, accadde col nucleare, quando l’incidente di Fukushima diede origine ad un triste attecchimento della propaganda della paura in vista del referendum, secondo la motivazione che il fine giustifica i mezzi, tutti.</p>
<p>Tornando al terremoto in Emilia e agli idrocarburi, basta una ricerca su Google ed è un pullulare di trivelle che causano sismi a seguito dell&#8217;estrazione del gas con la tecnica del fracking (fratturazione idraulica in italiano). La prova consisterebbe nel fatto che le zone colpite dal terremoto sono zone ad alta densità di trivellazioni per estrarre il gas &#8211; quel poco che abbiamo in Italia &#8211; o per prospezioni geologiche di futuri pozzi. Trivelle e idrocarburi, ohibò, gli stessi della strategia energetica nazionale del Ministro Passera. Da qui il passo a complottismi, catastrofismi e disinformazione più o meno mirata è breve. </p>
<p><b>Primo.</b> Il fracking. Il fracking è un sistema relativamente recente per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fratturazione_idraulica">estrarre gas da rocce porose sedimentarie</a>. In pratica, si iniettano sottoterra acqua e sostanze chimiche ad alta pressione per spaccare le rocce ed estrarre il gas che contengono. L&#8217;acqua usata ritorna inquinata e viene iniettata in pozzi cementati, profondi generalmente 3km e più, per sigillare i liquidi tossici. Il fracking è una tecnica invasiva, le cui operazioni potrebbero indurre sismi.</p>
<p><b>Secondo.</b> Il fracking come causa del terremoto in Emilia. Questa è facile: il fracking non può aver causato il terremoto in Emilia perchè il fracking non è mai stato praticato in Emilia. In Italia il fracking è stato utilizzato solo per test di produttività nel bacino di Ribolla sul fiume Bruna, in Toscana, dalla società <a href="http://www.ir-plc.com/business/business.html#gp">Independent Resources</a>. Certo, è vero che, al netto dei possibili sismi indotti, il fracking può &#8211; ho detto può &#8211; causare problemi quali l&#8217;inquinamento delle falde idriche per perdite nei pozzi cementati o per emissioni nocive, ed è anche vero che alcuni paesi hanno cautelativamente proibito la tecnica del fracking sul suolo nazionale. L&#8217;Italia deve ancora pronunciarsi in materia, ma l&#8217;insospettabile tempismo con cui alcuni ambientalisti più o meno organizzati chiedono al governo la messa al bando del fracking dal suolo nazionale cavalcando l&#8217;emotività del recente terremoto (che col fracking non ha nulla a che vedere) lascia davvero molto amaro in bocca.</p>
<p><b>Terzo.</b> Il fracking come causa dei terremoti. Qui blog e quotidiani non lesinano <a href="http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_30/complotto-terremoto-ipotesi-marco-letizia_30317a00-aa28-11e1-8196-b3ccb09a7f99.shtml">catastrofismi e complottismi</a>. Scrivere &#8220;micro-terremoti&#8221;, ad esempio, significa spaventare e basta, perchè non esistono &#8220;micro-terremoti&#8221; ma solo terremoti, alcuni percepiti dall&#8217;uomo e altri no. Una onda sismica, brutalmente, è anche una martellata per terra. Anche brandire numeri quali &#8220;terremoti di grado 3.5&#8243; senza spiegarne il significato è poco utile. Numeri alla mano, un terremoto di grado 3.5 è un sisma percepibile in campagna, in assenza di vibrazioni cittadine, con un orecchio a terra. Un sisma inizia ad essere pericoloso dal grado 5, dato che le normali strutture in muratura resistono a scosse di grado 4. Inoltre, le iniezioni ad alte pressioni nel sottosuolo &#8211; quelle usate nel fracking per intenderci &#8211; sono praticate in geotecnica da tempo, per stabilizzare pendii e strutture di supporto alla costruzione. La generazione di instabilità in una faglia è un processo molto complesso, nemmeno completamente compreso dalla scienza, causato da molti e variegati fattori (stabilità, resistenza, calore, permeabiltà, tensione, frizione, eccetera). Sulla connessione tra terremoti e fracking, soprattutto sulla portata dei sismi indotti, la comunità scientifica è ancora molto divisa. Che è un altro modo per dire che sull&#8217;argomento c&#8217;è il disaccordo quasi totale. Lasciar intendere l&#8217;equazione fracking=terremoti e l&#8217;idea che un terremoto di grado 6 come quello che ha colpito l&#8217;Emilia possa essere generato da un processo di fracking è, in assenza di evidenze sperimentali certe, tutt&#8217;altro che scientificamente obiettivo. </p>
<p><b>Quarto.</b> La strategia energetica nazionale e il terremoto in Emilia. La produzione di idrocarburi, con annesse trivellazioni, dovrebbe avvenire in Molise/Basilicata, Canale di Sicilia e forse anche in Alto Adriatico (anche se lì abbiamo già estratto parecchio sin dagli anni &#8217;60). A chi si preoccupa di terremoti o catastrofi naturali e delle sicurezza degli impianti estrattivi, va ricordato che gli Stati Uniti, nel Texas e nel Midwest, trivellano da decenni avendo a che fare con uragani.</p>
<p><b>Quinto.</b> Lo stoccaggio del gas in Emilia e i terremoti. Qui si raggiunge la disinformazione più totale. Si passa infatti con ammirevole agilità dall&#8217;equazione fracking=terremoti a stoccaggio=terremoti&amp;rischi, con la motivazione che sempre di gas e iniezioni ad alte pressioni si tratta (sic!), per giunta in enormi depositi sotterranei a rischio di esplosioni e fughe (ri-sic!). Gira molto in rete questo articolo su <a href="http://dorsogna.blogspot.it/2011/06/quelli-di-rivara-hanno-gia-fatto.html">presunte trivellazioni segrete</a> in Italia prima del terremoto, tavolta citato a sostegno di accuse fantasiose quali aver causato il terremoto scavando di nascosto, utilizzando la tecnica del fracking abusivamente. La leva emotiva esercitata tra terremoto e (stoccaggio del) gas è evidente. Un articolo molto equilibrato si trova <a href="http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/12_giugno_08/terremoto-emilia-stoccaggio-gas-fracking_ed5c1ac4-b0a7-11e1-b62b-59c957015e36.shtml">oggi su Il Corriere</a> dalla brava Elena Comelli.</p>
<p>Ora, il sottoscritto non è un geologo di professione, ma nella zona di Ferrara ci sono 2 enormi siti di stoccaggio della Stogit, operativi da 30 anni. Basta verificare in cronaca quello che è successo dopo le due forti scosse in Emilia: niente. E perché mai dovrebbe accadere qualcosa? Dovrebbe accadere un disastro perché 20 anni prima abbiamo fatto un buco di 20cm di diametro? E perché allora non ci preoccupiamo del metano fossile di un giacimento naturale che potrebbe liberarsi in atmosfera a seguito di un terremoto? Non lo facciamo perchè, prima di estrarre il metano presente o dopo aver ripompato metano russo o algerino, i depositi di stoccaggio non sono delle cavità vuote ma delle <a href="http://unmig.sviluppoeconomico.gov.it/unmig/stoccaggio/info/cosa.asp">porosità nelle rocce profonde</a>. Per lo stoccaggio del gas non si frattura nulla. Il gas viene pompato nelle microporosità della roccia di giacimenti precedentemente sfruttati che, a occhio nudo, appaiono infatti come un normale pezzo di pietra solida. Insomma, è vero che il fracking intenso può &#8211; ho scritto può &#8211; provocare terremoti localizzati, di intensità probabilmente bassa, ma questo non c&#8217;entra nulla con quanto successo in Emilia e con gli stoccaggi di gas. A margine, Indipendent Resources, la ditta che ha operato il test di produttività del fracking a Ribolla avrebbe nascosto il fracking in Toscana talmente bene che un resoconto è disponibile sul sito internet dell&#8217;azienda stessa. Che poi Indipendent Resources controlli all&#8217;85% ERS &#8211; la ditta che avrebbe dovuto occuparsi dello stoccaggio di gas in Emilia &#8211; non è chiaro perchè dovrebbe essere fonte di sospetto, trattandosi di aziende che agiscono ambedue nel settore Oil&amp;Gas.</p>
<p>I depositi per lo stoccaggio del gas, al pari dei rigassificatori, sono e saranno sempre più una risorsa fondamentale per il sistema energetico italiano, specie nel mercato europeo del gas che va delineandosi, svincolato dai contratti <i>take or pay</i> a lungo termine. Lo sviluppo dell’Italia come Hub del Gas sud europeo, come nelle intenzioni del Ministro Passera, ci eviterebbe preoccupazioni quando Putin starnutisce o gli Ucraini fanno i furbi oppure un Dittatore viene tolto dal suo trono, oltre a dotarci di una infrastruttura per il gas moderna e più competitiva.</p>
<p>***********<br />
<i>Si ringrazia qui sentitamente Defcon70 per segnalazioni, discussioni e mail scambiate.</i></p>
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