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	<title>Giorgio Gianotto</title>
	
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	<description>Direttore editoriale di Codice Edizioni</description>
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		<title>Contro iCloud</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Oct 2011 08:36:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo mesi di attesa passati a stendere molteplici piani strategici in vista delle diverse possibilità di utilizzo di iCloud sulla base delle poche info a disposizione, armati del miglior ottimismo della ragione tipico dell’utente Apple &#8211; ma vuoi che non &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giorgiogianotto/2011/10/29/contro-icloud/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo mesi di attesa passati a stendere molteplici piani strategici in vista delle diverse possibilità di utilizzo di iCloud sulla base delle poche info a disposizione, armati del miglior ottimismo della ragione tipico dell’utente Apple &#8211; ma vuoi che non faccia questo? e questo?! ma certo, e poi figuriamoci se… &#8211; ecco arrivare il gran giorno. Un iPhone, un MacBook, un iPad e, finalmente, iCloud. Ci siamo tutti ora: la nuova era, quella della nuvola, può cominciare. Basta artefizi e accrocchi con servizi terzi e scricchiolanti. Tutto Apple, tutto fatto-per-me, per me e i miei bisogni.</p>
<p>Non è andata proprio così. Dopo un update di per sé vagamente infinito &#8211; ma diamo colpa alle patetiche infrastrutture dell’italico suolo e chiudiamola qui &#8211; al nuovo iOS e dopo aver settato un account iCloud sentivo di essermi meritato che, in pieno stile Apple, tutto andasse a posto da se. Sì? No! La posta? Solo se apro l’ennesimo account. I contatti? Le poche ma proprio per questo preziose omonimie hanno prodotto un mostro, il contatto unificato. I calendari? si sono magicamente moltiplicati a fattori irregolari, qualcuno due, altri tre volte, e quelli su Google (ne ho alcuni condivisi con persone che usano&#8230; Google) se ne sono andati come lacrime nella pioggia. Le note? modalità random: se scritte sull’iPhone non appaiono su iCloud, al contrario a volte sì a volte no. I documenti? necessariamente mediati dall’utilizzo di iWork e del suo porting mobile. Un disastro? Sì.</p>
<p>Non ho, come molti, forse tutti, molto tempo. Uso Apple da sempre anche perché da sempre mi ha consentito di non ingombrarlo inutilmente, uno stile che non si ritrova in iCloud. L’investimento fatto in server di cui si è parlato spesso in questi mesi non si è trasformato in utilità: il sistema circolare di Apple questa volta non si chiude e riverbera diverse critiche del passato, dal protezionismo alla chiusura rigida di un sistema proprietario.</p>
<p>Niente da fare, non ce la fanno. Mobile Me, Me, iCloud: chiamatelo come volete. Non va, non funziona, soprattutto non è Apple: sono scarse la funzionalità, l’interfaccia, le possibilità di controllo. E preoccupa che l’elenco delle cadute sia ormai piuttosto nutrito: ad iCloud posiamo accompagnare Face Time (su dai, quanti lo usano fra voi?) e buonanima Ping (Ping… uggesù!). A Cupertino pare non vogliano capire la rete e le sue dinamiche, le sue tassonomie: oppure ragionano su numeri che a noi comuni mortali non sono noti. Davvero ci sono tutti questi utenti di iWork, o disposti a passare ad iWork? Davvero vogliamo l&#8217;ennesimo account? E quelli di lavoro, con domini necessariamente diversi? E comunque: e tutti gli altri? Non ci piacciono, non li vogliamo, ci fanno schifo? Li vogliamo solo alle nostre condizioni?</p>
<p>Questa cosa succede un po’ a tutti quelli che arrivano da laggiù, dagli anni Novanta: per fare un esempio, l’acquisto di Skype da parte di Microsoft non ha certo migliorato la qualità del software, anzi, e la successiva integrazione con Facebook men che meno, tant’è che a forza di vociferare delle chat dell’uno e degli Hangout dell’altro andrà a finire che Google+ e FacciaLibro verranno usati direttamente e non perché integrati. Pare un gap di mentalità, di cultura.</p>
<p>Passare i propri dati in rete richiede sicurezza, semplicità. E sulla nuvola, oggi, impegnarsi a usare iCloud non è di nessuna utilità a fronte di servizi quali Dropbox, Plaxo o la suite di Google. Apple avrebbe potuto fare la differenza basandosi su quello stile asciutto e funzionale con cui ha trasformato l’informatica da un bailamme alchemico a un bauhaus funzionale. Invece ci troviamo di fronte, dal mio umile punto d’osservazione, a una mancata lungimiranza unita a una debole tecnologia, mentre dopo il mezzo passo falso di Mobile Me sarebbe stato necessario uscire con un prodotto forte, un “mai più senza”, un insostituibile oggetto-attrezzo. Vabbé, sono stati tempi duri, ragazzi, lo sappiamo. Ma metteteci una pezza, va bene?</p>
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		<title>Corsi e ricorsi Apple</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Jun 2011 06:05:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Telefonia, tablet, storage, un’applicazione per ogni cosa e una colonna sonora sul vostro iTunes a tenervi compagnia ovunque siate: quando esordì l’iPhone nessuno &#8211; i funboy più assatanati come gli ottimisti più folli, ma nemmanco gli analisti meno sobri (dicasi &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giorgiogianotto/2011/06/28/corsi-e-ricorsi-apple/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Telefonia, tablet, storage, un’applicazione per ogni cosa e una colonna sonora sul vostro iTunes a tenervi compagnia ovunque siate: quando esordì l’iPhone nessuno &#8211; i funboy più assatanati come gli ottimisti più folli, ma nemmanco gli analisti meno sobri (dicasi in senso letterale) &#8211; avrebbe scommesso sul fatto che Apple avrebbe potuto competere con Nokia (e addirittura superarla in alcuni settori) nel giro di quattro anni. Anzi, a molti il solo immaginare un iTelefono pareva un’impresa ardua, ostica, pressoché impossibile. La telefonia è un mondo difficile, si diceva, lastricato di buone intenzioni ma maculato da cadaveri eccellenti (e alle spalle si aveva un coso chiamato Rokr…). Nessuno aveva fatto un passo in avanti: ragionando sull’evoluzione del mercato della mobilità, studiando &#8211; Apple o non Apple &#8211; cosa il settore mobile sarebbe diventato: mancava il dispositivo abilitante (appunto&#8230;), mancava la visione conseguente (ecco…), sembravano mancare addirittura i bisogni dei consumatori da soddisfare (perdona loro…) ergo mancavano dei numeri su cui ragionare. Nessuno ci aveva pensato. Nessuno tranne, forse, qualcuno in quel di Cupertino.</p>
<p>Sempre più la trama che ci viene disvelata a ogni presentazione di prodotti, hardware o software che siano, si dipana come una strategia studiata a tavolino in ogni sua mossa, e soprattutto in ogni sua rendita. Una recente rilevazione sul traffico web da dispositivi vari ha rilevato che il 97% circa di tutto il traffico mobile generato negli Stati Uniti proviene da iCosi. Tutto – quote di mercato, percentuali di vendita, dati sul traffico – svela una cruda realtà: Apple fa molti più soldi tramite i dispositivi mobili dei suoi concorrenti. In primo luogo, Apple fa i soldi con l’hardware, iPhone, iPad e iCosi tutti (accessori compresi). In secondo luogo, Apple fa soldi con le applicazioni, e anche qui i numeri sono noti. In terzo luogo Apple incassa denari anche sui contenuti editoriali prodotti e venduti da terze parti attraverso iOS, facendo leva sui suoi 250 milioni di utenti attivi con carta di credito a distanza di un click dallo spendere. In quarto luogo ora farà soldi dallo storage (anche se ancora non sappiamo quanto costerà superare la soglia dei 5 giga) e forse dalle possibili evoluzioni che avrà la musica online.</p>
<p>Si dice che iOS sia la piattaforma più facile su cui sviluppare: sicuramente lo è da monetizzare. E la posizione di assoluto dominio che Apple sta assumendo nel mobile computing – proprio nel momento in cui il mobile computing sta diventando il settore dominante – ingrasserà ulteriormente le già pingui casse di Cupertino, gonfie di circa 70 miliardi di dollari. Tanto che in molti si chiedono: ma cosa farà mai Apple, di tutta questa liquidità?<br />
Proviamoci: avete presente quella cosa che sta nel vostro salotto, quel coso nero, piatto, sottile, quel tablet maggiorato insomma? Bene. Ora ricordate che lo abbiamo già detto una volta: perché mai un produttore di computer dovrebbe cacciarsi nel ginepraio di uno dei mercati più concorrenziali e difficili della storia? Ottimo. Tutto è ricominciato: al solito sono indiscrezioni, senza alcun fondamento, ma si dice che Apple stia per lanciarsi nel mercato delle Tv HD. Un giro d&#8217;affari da cento miliardi di dollari all’anno. Finora.</p>
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		<title>Sesso, droga e ebooks</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Nov 2010 06:58:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fra le pieghe del Kindle Store appare un ebook, The Pedophiles Guide to Love and Pleasure, di certo Phillip Greaves. Una guida per pedofili. Molti utenti ne chiedono la rimozione, offesi dai contenuti del libro. Amazon, dopo aver inizialmente reagito &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giorgiogianotto/2010/11/12/sesso-droga-e-ebooks/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fra le pieghe del Kindle Store appare un ebook, The Pedophiles Guide to Love and Pleasure, di certo Phillip Greaves. Una guida per pedofili. Molti utenti ne chiedono la rimozione, offesi dai contenuti del libro. Amazon, dopo aver inizialmente reagito ricordando a tutti il proprio ruolo di semplice intermediario (Amazon ritiene che sia censura non vendere certi libri semplicemente perché altri credono che il loro messaggio sia discutibile; Amazon non sostiene o promuove atti di odio o criminali, ma il diritto di ogni individuo di poter prendere le proprie decisioni d’acquisto) alla fine <a href="http://www.ilpost.it/2010/11/11/libro-pedofili-amazon/">decide</a> per la rimozione del libro dai propri scaffali digitali.</p>
<p>Parallelamente è nota la “crociata” di Steve Jobs e della sua Apple nei confronti dei contenuti pornografici, che spesso ha portato alla mancata approvazione di diverse applicazioni sullo store dedicato ai suoi apparecchi, e ha costretto alcune riviste a produrre versioni censurate delle proprie pubblicazioni perché fossero pubblicabili su iPad, anche se alcuni  <a href="http://www.businessinsider.com/apples-triple-standard-on-nudity-in-the-app-store-2010-5">sostengono</a> che le griglie della censura di Cupertino siano diciamo… sensibili all’importanza economica dell’interlocutore, allargandosi o restringendosi alla bisogna.</p>
<p>Nel mondo digitale, sesso, droga e rock’n’roll temo continueranno a essere… sesso, droga e rock’n’roll, con buona pace di sostenitori teorici, consumatori abituali e denigratori (e sia chiaro che la pedofilia rimane sopruso e violenza), ma nel mondo digitale le possibilità di pubblicare (o di ritirare dal commercio) sono mutate. Che l’atteggiamento libertario iniziale di Amazon fosse dovuto più ai dollari che alla libertà di stampa, e che i tentennamenti di Apple seguano lo stesso binario è di nuovo un discorso antico, e che le decisioni dei consumatori possano essere influenzate dalle policy dei venditori è anche questa una discussione già vista. Ma, nell’epoca del digitale, del prodotto replicabile infinite volte &#8211; o cancellabile con un solo tasto quando si abbia il controllo sul primo canale distributivo &#8211; i ruoli, come i territori di discussione, sono mutati.</p>
<p>I nomi che circolano sono più che altro brand, Apple e Amazon, non sono quelli degli autori, degli editori. E Apple e Amazon non sono editori, vendono per conto di altri, che sono loro gli editori e gli autori: la responsabilità della pubblicazione vede ora un vecchio soggetto, l’intermediario, da sempre esistente anche nel vecchio mondo fatto di furgoncini e di carta, proporsi con capacità decisionali nuove, mezzi enormi, possibilità quasi divine, e un proprio brand da difendere dedicato alla vendita di prodotti altri, ben diversi da quelli strettamente editoriali, e con denti acuminati. Le vecchie discussioni andranno cambiate: qualsiasi apparecchio utilizzeremo &#8211; laptop, notebook, ereader, smartphone, tablet &#8211; non saremo più soli. Ma forse avremo, grazie agli strumenti sociali e alle possibilità di coinvolgere altri, anche noi nuovi poteri, la cui grammatica è tutta da costruire.</p>
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		<title>Pìngami Stockhausen</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Sep 2010 00:02:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Modello Zune: un’idea  per nulla originale, un’esecuzione così così, un lancio non all’altezza. Il tutto a fronte di una concorrenza che definire agguerrita sarebbe un po’ come affermare che i Mac mini sono economici. ”Non siamo perfetti&#8221;, disse Steve Jobs &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giorgiogianotto/2010/09/29/pingami-stockhausen/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Modello <a href="http://www.zune.net/en-us/products/zunehd/default.htm">Zune</a>: un’idea  per nulla originale, un’esecuzione così così, un lancio non all’altezza. Il tutto a fronte di una concorrenza che definire agguerrita sarebbe un po’ come affermare che i Mac mini sono economici. ”Non siamo perfetti&#8221;, <a href="http://digitaldaily.allthingsd.com/20100716/apple-iphone-4-press-conference/">disse</a> Steve Jobs al tempo dell’antennagate, e Ping, il presunto social network musicale di Apple, pare &#8211; purtroppo &#8211; confermarlo. Un social network privo di persone, con qualche ufficio stampa a spacciarsi per “artista” e millemila modi per finire sull’iTunes Store, dove la parola d’ordine è: acquista! Detto in poche parole: fondamentalmente su/con Ping non potete fare nulla se non trasformarvi immediatamente da utenti in consumatori, e fondamentalmente l’unico fine del sistema pare essere proprio quello di portarvi sull’Apple Store.</p>
<p>Legittimo, per carità, ma almeno lo si poteva fare meglio: l’interfaccia è bruttina, e lo stesso rinchiudere Ping all’interno dell’ormai onnivoro iTunes (a parte l’ovvia utilità di portare in un click allo store) è una bischerata: la sua imprescindibilità per la gestione di app, musica, film e serial (per i più fortunati) era già irritante, ma utilizzarlo per la gestione di un social network è al limite del ridicolo.<br />
Il recente aggiornamento alla versione 10.0.1 ha introdotto alcune migliorie, ben <a href="http://techcrunch.com/2010/09/25/ping-itunes/">segnalate</a>, sin con troppo entusiasmo, da TechCrunch, ma il difetto di base di Ping rimane, e sta nel trattare la musica come un semplice prodotto e non come un momento importante della vita di tutti e di tutti i giorni. Se voglio sapere che musica stanno ascoltando i miei amici o a che concerto andranno, o conoscere meglio un artista la risposta è su Facebook. O su Twitter. O Last.fm. E proprio la mancanza di collegamenti con altri social network, e nello specifico il mancato accordo con Facebook, penalizzano fortemente il neonato Ping, che con iWeb e iChat pare predestinato a entrare in una piccola ma significativa galleria di fallimenti di Apple, fatta &#8211; non a caso &#8211; di un mancato dialogo con le nuove modalità di fruizione dei contenuti sulla Rete.</p>
<p>Che si tratti di parole, di blog o di social network, il rapporto di Apple con la <a href="http://www.sergiomaistrello.it/libri/lpadr/">faccia abitata</a> della Rete pare difficile. In tutto ciò: il fatto di aver ardito queste quattro critiche e lo scoprire di essere “seguito” (ma perché?) su Ping da tal <a href="http://mixshowblast.podomatic.com/)">DJ King Assassin Mixshowblast</a> saranno legati?</p>
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		<title>Il Covent Garden di Grugliasco</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Sep 2010 15:12:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sabato ha aperto il terzo apple store italiano, presso lo shopville (uno dei tanti modi pseudo-eleganti-tamarri di dire centro commerciale) Le Gru di Torino. Che poi in realtà è a Grugliasco, ma lo stesso si può dire anche per gli &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/giorgiogianotto/2010/09/20/il-covent-garden-di-grugliasco/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato ha aperto il terzo apple store italiano, presso lo shopville (uno dei tanti modi pseudo-eleganti-tamarri di dire centro commerciale) Le Gru di Torino. Che poi in realtà è a Grugliasco, ma lo stesso si può dire anche per gli altri due Apple Store italiani: a Milano non siamo a Milano ma al centro commerciale Carosello, di Milano Carugate, e Roma non siamo a Roma ma &#8211; spanna più, spanna meno &#8211; fra il Rubicone e il Lete, al Centro commerciale RomaEst, zona Lunghezza, mentre si vocifera dell’imminente apertura il 25 di settembre di un quarto store store all’Oriocenter di Orio al Serio, nei pressi di Bergamo.<br />
Insomma: mentre nel resto d’Europa Apple apre sedi al Covent Garden a Londra o al Louvre o l’Operà a Parigi, qui assistiamo a una triste processione in città satelliti, in seno &#8211; o tra le fauci &#8211; di centri commerciali, lontani dal centro cittadino, difficili da raggiungere, incasinati e non proprio accoglienti. C’è da dire che un Apple Store nel centro di Roma o Milano o Torino, avrebbe probabilmente sottolineato la bruttura della moderna architettura italiane circostante o lo stato spesso deplorevole delle vestigia del tempo che fu. Ma anche che i centri commerciali italiani non sono come i mall americani, dove non a caso è stato definito un genere musicale seppur orrido, come la <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Muzak">muzak</a> perché &#8211; appunto &#8211; lì la muzak si può ascoltare: c’è silenzio. Qui da noi, la caciaresca indole mediterranea e lo sferragliare dei carrelli, uniti solitamente all’ascolto di radio unza unza patapum, non concedono molto all’abbandono all’eleganza delle linee architettoniche degli Apple Store.<br />
Lasciando perdere analisi para-commerciali (costerà di più o di meno al metro quadro? sarà più facile ottenere il permesso di aprire in via Montenapoleone o a Carigate? Stiamo palando di Apple, non di una ferramenta di provincia!), perché proprio il Bel Paese si ritrovi ad avere gli Apple store a fianco degli espositori del Bel Paese l’altro (quello che si magna) è un comunque bel rovello. Considerando quel che comanda a Cupertino &#8211; un po’ più in a destra dell’innovazione, un po’ più a sinistra del design &#8211; ovvero il vil denaro, immaginiamo che le ragioni siano legate a fatturati presunti, attesi, prefigurati o forse già sperimentati nella per altro degnissima Carugate. E per altro, a Grugliasco, il successo di pubblico è stato impressionante.<br />
La solita italica lagna? Siamo ormai degli incarogniti lamentosi? Può darsi. Siamo brutti sporchi e e cattivi? Forse no. Ci vedono così e invece non lo siamo? Forse nemmeno. Ma fatto sta che se volete andare a comprare un iPhone o un iMac o un iPod o un iPad (prima o poi lo faranno un tasto apposta per scrivere tutti questi i-Qualcosa?) o un qualsiasi accidente più o meno made in Cupertino in un Apple Store, vi toccherà farlo fra un Calzedonia e un McDonald’s. E vi sarà ancora andata bene.</p>
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