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	<description>La Scuola Holden è una scuola di Scrittura e Storytelling dove si insegna a produrre oggetti di narrazione per il cinema, il teatro, il fumetto, il web. Tra i fondatori della scuola Alessandro Baricco, attuale preside.</description>
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		<title>Immersi nelle storie</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 08:40:01 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/06/the-walking-dead.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1245" alt="the walking dead" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/06/the-walking-dead.jpg" width="3000" height="2086" /></a></p>
<p>Se qualcuno mi chiedesse: «Che cosa sono le narrazioni transmediali?» è assai probabile che farei un po’ di fatica a rispondere.<br />
Proverei con: «È una narrazione… quindi si tratta di una storia… o meglio, di più storie. Trans è un prefisso… che indica un mutamento da una condizione all’altra. E… Non lo so. Davvero.» La sfangherei soltanto se facessi un esempio. Tipo questo: «The Walking Dead è una narrazione transmediale [NT, d’ora in avanti]!»<br />
«Per quale motivo?» incalzerebbe il mio interlocutore.<br />
«Perché c’è il fumetto, <a href="http://www.thewalkingdead.com/category/comics/">The Walking Dead</a>. E <a href="http://www.youtube.com/watch?v=R1v0uFms68U">la serie tv</a>. E <a href="http://www.thewalkingdead.com/games/a-telltale-game-series/">il videogioco</a>.» «Allora lo sapevi.» «Sì, lo sapevo.» «E perché prima non mi hai risposto?» Perché è più semplice portare l’esempio di una NT che darne una definizione.<br />
O almeno credo.</p>
<p>Le NT sono ovunque, ormai. È sufficiente dare un’occhiata ai blockbuster (cinematografici e non) di questi ultimi anni. Da Harry Potter ad Avatar passando per Spider-Man e Assassin’s Creed. Fino a The Walking Dead, appunto. Tutte NT. In un percorso che attraverso le pagine di libri, i fotogrammi di film, le vignette di fumetti e i pixel di videogiochi confluisce nelle immagini dei nostri serial televisivi preferiti.<br />
Chi come me è nato negli anni ’80, poi, le NT ce le ha avute praticamente attorno fin dalla nascita. A sostegno di questa tesi posso portare come esempio non soltanto <a href="http://starwars.com/">Star Wars</a> – la Trilogia classica di George Lucas, che vide la luce tra il ’77 e l’83 –, ma pure la serie televisiva <a href="http://www.youtube.com/watch?v=0gy50bu8vSg">Love me Licia</a>.<br />
Correva l’anno 1986.<br />
E Love me Licia era un telefilm italiano prodotto dalla Fininvest e realizzato come seguito dell’anime <a href="http://www.youtube.com/watch?v=DmEb_D8Z9K4">Kiss me Licia</a>, tratto a sua volta dal <a href="http://www.google.it/search?q=Ai+shite+knight&amp;oe=utf-8&amp;aq=t&amp;rls=org.mozilla:it:official&amp;client=firefox-a&amp;um=1&amp;ie=UTF-8&amp;hl=it&amp;tbm=isch&amp;source=og&amp;sa=N&amp;tab=wi&amp;ei=fsi4UZSbJOOF4ATck4DYBw&amp;biw=1366&amp;bih=678&amp;sei=3ci4UeOdGqG14ATUwYCQCA">manga</a> omonimo. Un telefilm con attori reali (adesso va di moda l’espressione “live action”) tratto da un cartone animato basato su un fumetto. (Ah: se poi esistessero anche dei videogiochi di Love me Licia, come pure una collezione di giocattoli, questo non l’ho mai saputo. Io Love Me Licia lo guardavo soltanto perché dopo davano le <a href="http://www.youtube.com/watch?v=j6CyKL161tk">Tartarughe Ninja</a> alla riscossa. Giuro.)</p>
<p>Al giorno d’oggi, tuttavia, le NT coltivano ben altra ambizione.<br />
Quella di essere delle storie ideate, strutturate e fatte interagire tra di loro fin dall’inizio su differenti mezzi di comunicazione. In modo da: (1) sviluppare l’universo narrativo di riferimento; (2) offrire spazi espressivi tramite l’interattività garantita dal web 2.0. Soprattutto, valorizzando le caratteristiche di ciascun medium.<br />
Ovvero?<br />
Con un libro, un film, un serial o un fumetto si deciderà di approfondire le psicologie dei personaggi; con un videogioco, oppure l’applicazione di un tablet, si metterà l’accento sugli aspetti più spettacolari della vicenda. Infine, una pagina Facebook, un account Twitter oppure un canale YouTube permetteranno a chiunque lo desideri di diventare un nuovo autore della storia.</p>
<p>Ma a chi si rivolge una NT?<br />
A lettori, spettatori, gamers (sì, anche quelli che videogiocano solo sul cellulare) e triggers, ovvero i cosiddetti “consumatori attivi” dell’entertainment 3.0. In generale, quindi, a un pubblico formato essenzialmente da adolescenti e giovani adulti. Tuttavia, se l’ambizione di una NT è quella di ampliare il proprio universo attraverso le possibilità espressive garantite dai differenti dispositivi tecnologici – quelli che al giorno d’oggi, bene o male, possediamo tutti quanti – a ciascuno capiterà di fare esperienza di quella certa storia, o di quel certo personaggio, sviluppato sul supporto tecnologico momentaneamente più adatto alla propria età.<br />
Qui è meglio se faccio un esempio.<br />
Conosco spettatori che, pur rientrando nella classificazione delle persone anziane (scusa, papà), mai e poi mai si perderebbero una puntata di The Walking Dead.<br />
Se, però, questi stessi spettatori volessero giocare a <a href="http://www.thewalkingdeadsurvivalinstinct.com">The Walking Dead: Survival Instinct</a>, non saprebbero da che parte cominciare: confonderebbero il joypad della Playstation3 per un massaggiatore portatile e il Nunchuk della Wii per il telecomando del garage. (Ancora una volta, papà: scusa.)<br />
Occorrerà attendere che le generazioni attuali vengano soppiantate da quelle dei cosiddetti nativi digitali (quelli nati avendo a disposizione Internet, cellulari e Mp3).<br />
Nel frattempo il sottoscritto, nient’altro che un immigrato digitale (ovvero: uno che ha adottato certe tecnologie soltanto in un secondo momento), buona parte di quello che oggi sente definire NT l’avrebbe archiviato semplicemente come <a href="http://www.youtube.com/watch?v=oNZove4OTtI">merchandising </a>, negli anni ’80.</p>
<p>Ma non si tratta soltanto di questo.<br />
Si tratta di provare a indagare per quale motivo oggi stiamo assistendo a quest’inarrestabile, incontenibile proliferazione di storie. Lo scrittore e giornalista Frank Rose, autore de <a href="http://www.codiceedizioni.it/libri/immersi-nelle-storie">Immersi nelle storie &#8211; Il mestiere di raccontare nell’era di internet</a>, ci ha provato: inducendo due scrittori italiani, Marco Mancassola (autore dell’ultimissimo Gli amici del deserto) e Giorgio Vasta (Il tempo materiale), a difendere posizioni diametralmente opposte. In questo continuo desiderio di narrare storie, infatti, <a href="http://www.marcomancassola.com/marco_mancassola_a_nord/2013/04/si-cambia-storia-o-forse-no.html">il primo </a>diagnostica “il sintomo di una spinosa inquietudine esistenziale, quando non di vera nevrosi”. Il <a href="http://www.minimaetmoralia.it/wp/recensione-immersi-nelle-storie-frank-rose/">secondo </a>trova a dir poco entusiasmante questa contaminazione tra ciò che è reale e ciò che è finzione: “È meglio spalancarsi all’ibridazione: scoprire che da sempre il legame tra realtà e finzione ha una natura meticcia.”</p>
<p>Da che parte stare, io ancora non l’ho capito.<br />
So soltanto una cosa.<br />
Che quando il mio cellulare si impallerà, perché all’iPhone servirà l’ultima versione di iOS; oppure quando la Xbox smetterà di funzionare, nonostante i reiterati, disperatissimi “spegni e riaccendi”, tornerò col pensiero a quanto <a href="http://www.ibs.it/code/9788845267031/eco-umberto/non-sperate-liberarvi.html">Umberto Eco</a> ha scritto in un suo saggio: ovvero che i libri sono “come il cucchiaio, il martello, la ruota e le forbici. Una volta che li hai inventati, non puoi fare di meglio”.<br />
Andrò verso la mia libreria e comincerò a leggere segni di inchiostro su fogli di carta. Senza più temere schermi improvvisamente neri, crash di sistema o batterie agli sgoccioli.</p>
<p>- Francesco Gallo -</p>
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		<title>Sogni lucidi, Inception e Freud</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Jun 2013 08:53:09 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/06/inception.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1221" alt="CA.0326.INCEPTION." src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/06/inception.jpg" width="2000" height="1333" /></a></p>
<p>Provo sempre un po’ di tristezza per chi mi dice “Io non sogno mai”. Frase peraltro inesatta (visto che tutti ogni notte sogniamo), da tradursi nella più corretta “Non ricordo mai i sogni che faccio”.</p>
<p>Sarà che io invece li ricordo eccome, almeno uno ogni mattina al risveglio, ma spesso di più, flash che mi balenano davanti agli occhi nel corso della giornata, quando una parola scritta sui muri, una canzone trasmessa per radio o l’immagine su un cartellone pubblicitario mi inchiodano lì dove sono facendomi esclamare “Ecco cos’ho sognato stanotte!”.<br />
Sarà che sognare rappresenta una possibilità talmente magica e preziosa che mi sembra una grande ingiustizia che a qualcuno ne sia negato il diritto, perché come scrive Karen Blixen “chi di notte, dormendo, sogna, conosce un genere di felicità ignota nel mondo della veglia”.</p>
<p>Ci stavo riflettendo su, quando, vagando per il web, mi sono imbattuta nell’esistenza di <a href="http://sleepwithremee.com/">Remee</a>, una maschera per il sonno lucido che consente di controllare i propri sogni, facendoli andare in una direzione piuttosto che in un’altra. L’idea nasce da due ingegneri americani, <a href="http://www.youtube.com/watch?v=WrBLy7rqp60">Duncan Frazier e Steve Mcguigan</a>, desiderosi di trasformare la loro passione per i <a href="http://www.lucidipedia.com/">sogni lucidi</a> in un’esperienza alla portata di tutti. Lo scopo di Remee è quello di rendere chi dorme consapevole di stare sognando e quindi in grado di mantenere il controllo della coscienza sull’attività onirica.</p>
<p>“Se poteste prendere il controllo dei vostri sogni, voi cosa fareste?” – chiedono gli inventori di Remee, camicia a quadri e occhialoni da nerd, nel loro video promozionale.<br />
È curioso, la maggioranza degli intervistati risponde che vorrebbe volare. Un romantico dichiara che farebbe colazione con Sophia Loren in riva al lago. Molti vorrebbero viaggiare e visitare l’Australia. Una ragazza, più alternativa, farebbe un giro a Hogwarts, la scuola di magia di Harry Potter. Un simpatico ciclista di mezza età confessa ridendo che vorrebbe tornare ai suoi vent’anni. Esplorazioni spaziali, invisibilità, superpoteri… Le possibilità sono infinite, un po’ come al cinema. Pensiamo allo Squid di <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=5yaXPx6xWEQ">Strange days</a></em>, la droga digitale che, se collegata alla corteccia cerebrale, consente di rivivere con tutti i cinque sensi le esperienze registrate dal cervello di qualcun altro. Pensiamo a <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=d1_JBMrrYw8">Avatar</a></em>, dove capsule altamente tecnologiche permettono agli umani di trasferire la propria coscienza in un corpo alieno capace di muoversi sul pianeta Pandora. O a <em><a href="http://www.youtube.com/watch?v=66TuSJo4dZM">Inception</a></em>, in cui, tramite un sofisticato apparecchio contenuto nella sua valigetta, Dominic Cobb è in grado di intrufolarsi nei sogni altrui.</p>
<p>Sono piuttosto scettica sul funzionamento di Remee, ma, anche se la maschera per il sonno lucido si rivelasse efficace, non sono sicura che vorrei utilizzarla. Mi piacciono i sogni perché sembrano così reali mentre li si vive. Trovo che il bello stia proprio nella loro imprevedibilità, nella loro assoluta capacità di illuderci del fatto che ciò che ci sta accadendo sia autentico. Mentre dormo, <em>voglio</em> credere a quello che sogno, senza intrusioni da parte della razionalità. Voglio godermi il giocattolo, senza che qualche adulto saccente arrivi a rovinarmi il divertimento con frasi del tipo “Guarda che è tutto finto”.</p>
<p>Nella sua <em>Interpretazione dei sogni</em> Freud spiega che i sogni che facciamo rappresentano sempre la soddisfazione di un desiderio. Lo fanno a modo loro, certo, procedendo per vie traverse e tortuose: attingono spesso a materiale proveniente dal nostro passato (soprattutto dall’infanzia), hanno un significato manifesto e uno latente, operano per deformazione e spostamento, necessitano, per essere compresi appieno, di un’analisi attenta…</p>
<p>Questa descrizione mi ricorda qualcosa.</p>
<p>Mi colpisce la grande somiglianza tra l’attività onirica e la scrittura. Che cos’è scrivere, in fondo, se non fare una specie di sogno lucido? Essere trasportati da un’altra parte, in un mondo vivido e apparentemente reale, che ha leggi e regole proprie. Lasciarsi trascinare dalla finzione dimenticandosi della realtà, ma ricordarsene ogni tanto, quando all’improvviso suona il telefono o qualcuno bussa alla porta. Avere il controllo della situazione, ma solo fino a un certo punto, fino a quando un personaggio non si ribella al destino che avevamo pensato per lui e decide di reclamare il proprio, prendendo strade sorprendenti, che mai ci saremmo aspettati…</p>
<p>Decisamente no, non mi occorre Remee per fare sogni lucidi. Mi bastano un foglio, una penna o un portatile aperto sulla schermata di Word. E no, non baratterei la perfetta illusione di un sogno con la possibilità di averne il controllo. Perché finché penso che sia vero, finché ne sono convinta, forse, da qualche parte, in un certo senso lo è .</p>
<p>- Silvia Gilardi -</p>
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		<title>Donne e Montagna: combattere il “patriarchismo” in vetta</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Jun 2013 08:44:07 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/06/donne-e-sci.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1187" alt="" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/06/donne-e-sci.jpg" width="640" height="680" /></a></p>
<p>Che cosa ha portato Gaëlle Cavalié, 21 anni, di Saint-Gervais, a voler rimanere in parete nonostante il maltempo, nonostante i suoi due amici avessero deciso di scendere, nell’alba gelida della Nord dell’Aiguille Verte, massiccio del Monte Bianco, versante francese? Con quale forza, stremata dal vento, dalla neve e dalla poca visibilità, si sia decisa a rifugiarsi in un crepaccio a quattromila metri di altitudine per 96 ore? Si era riparata lì e si era coperta con un telo termico, sotto la vetta dell&#8217;Aiguille Verte. Quando è stata ritrovata dai soccorritori del “Peloton-gendarmerie-haute-montagne&#8221; era cosciente, ma fortemente provata da un&#8217;ipotermia che aveva fatto scendere la temperatura del suo corpo a 33 gradi. <a href="http://www.lastampa.it/2013/05/18/italia/cronache/prigioniera-sul-bianco-angoscia-per-una-enne-DcYiqiWobxND9XtHzdN4vN/pagina.html">L’ha salvata</a> la sua capacità di approccio alle situazioni di ansia e la sua grande tecnica in fatto di montagna.</p>
<p>Davanti alla finestra, leggendo questa notizia, vedo il Combin e il Fallère ergersi fra le nubi di una piovosa primavera e penso a Gaëlle, a tutte le donne che decidono di sfidare la montagna, da sole. Penso a mio nonno che mi ripeteva in continuazione che in montagna non si può andare da soli, che lì la parola “compagno” ha più valore del tuo stesso passo, che devi fidarti della cordata, ognuno di loro ha la tua vita stretta fra le mani. Ma si tratta anche di “vittoria” vs “sconfitta”, si tratta di descrivere i limiti, oltrepassarli, stare in limine, aspettare che passi il maltempo, scendere, disfando i passi della salita. Una donna in montagna non deve misurarsi solo con l’altitudine, la sua è una lotta più ampia, è una lotta al &#8220;patriarchismo&#8221; delle vette, contro l’ironica sentenza del 1911 di Paul Preus, filosofo fra gli arrampicatori liberi: «La donna è la rovina dell&#8217;alpinismo».</p>
<p>Scopro la storia di Hettie Dyhrenfurth, che nel 1934 arrivò sulla vetta del Sia Kangri in Karakorum, di Claude Kogan che scalò le Ande peruviane, e di Wanda Rutkiewicz, prima donna a scalare l’Everest. Ma le sorprese in materia non finiscono, esistono reti che coordinano le donne che intendono intraprendere le scalate, una ad esempio è il <a href="http://www.donnedimontagna.it/home.php">Coordinamento Donne di Montagna</a>, con progetti e documentazione. C’è inoltre una dichiarazione, la Dichiarazione dell&#8217;<a href="http://www.michelazucca.net/donne/donne-e-montagne">Assemblea mondiale di donne della montagna</a> di Thimpu, Bhutan, stipulata durante l’anno internazionale della montagna &#8220;Celebrating Mountain Women&#8221; a Thimpu in Bhutan, nel 2002. Il primo punto della dichiarazione dice:</p>
<p>1) Senza donne è impossibile conseguire lo sviluppo sostenibile nelle zone montane. Le donne possiedono conoscenze cruciali riguardanti l’utilizzo delle risorse, i sistemi sanitari tradizionali e i costumi sociali, culturali e spirituali. Le loro attività produttive contribuiscono all’economia; promuovono lo sviluppo di famiglia e comunità; creano soluzioni innovative per fare fronte ai cambiamenti in condizioni fisiche e politiche difficili. In tante zone montane costituiscono ben oltre il 50 percento della popolazione.</p>
<p>Penso alla forza fisica e mentale impiegata per salire a certe altitudini e spostandomi geograficamente nella ricerca, scopro la storia di Raha Moharrak. La 25enne saudita è la più giovane donna araba ad aver raggiunto la cima dell&#8217;Everest (8848 m), la più alta montagna del pianeta, nonché l&#8217;unica saudita ad aver scalato una delle cime più alte e pericolose del mondo. Raha, studentessa universitaria a Dubai ma originaria di Gedda, ha raggiunto la vetta in compagnia di quattro alpinisti, tra cui il primo palestinese e il primo qatariota a scalare l&#8217;impervio ottomila.<br />
La spedizione aveva l&#8217;obiettivo di raccogliere un milione di dollari per progetti scolastici in Nepal. Nel suo blog, la ragazza ha raccontato la sua esperienza, rivelando la sua lotta per avere il via libera della famiglia, «una sfida &#8211; spiega &#8211; difficile come scalare l&#8217;Everest». L&#8217;Arabia Saudita è uno dei Paesi più conservatori del pianeta: le donne non hanno diritto di voto e, caso unico al mondo, non possono neppure guidare. È stata una doppia sfida per Raha, contro l’impervietà della montagna e contro la chiusura della famiglia. Questa ragazza ha vinto tutto.</p>
<p>Spesso il tema della montagna al femminile si accorda con la letteratura, vengono infatti alla mente il libro di Reinhold Messner “On top. Donne in montagna” o l’opera di Erri De Luca scritta con Nives Meroi, (Bonate Sotto- 17 settembre 1961). Nives ha scalato undici delle quattordici vette sopra gli 8000 m.s.l.m. (la scalata dello Shisha Pangma nel 1999 le è stata contestata e poi certificata nel 2007 da parte di Eberhard Jurgalski), tutte raggiunte senza l&#8217;uso di ossigeno supplementare e senza l&#8217;uso di sherpa. <a href="http://www.nivesmeroi.it">Sul suo blog</a> è possibile leggere pensieri, racconti e lettere inviate a Nives e al marito Romano, al quale Nives è legata da un amore forte e da una passione comune.<br />
È interessante indagare come le donne e la montagna si uniscano nella volontà di sfidare i limiti e di imporsi in un mondo da poco aperto al genere femminile.</p>
<p>- Stephania Giacobone -</p>
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		<title>Cannes, a rapporto!</title>
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		<pubDate>Wed, 29 May 2013 10:31:07 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Tutti i vincitori, raccontati e valutati dal critico cinematografico Bruno Fornara “La vie d’Adèle”, di Abdellatif Kechiche Palma d&#8217;oro In classe si legge “La vie de Marianne” di Marivaux. In una frase si dice di un personaggio che se ne &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2013/05/29/cannes-a-rapporto/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Tutti i vincitori, raccontati e valutati dal critico cinematografico Bruno Fornara</p>
<p><strong>“La vie d’Adèle”, di Abdellatif Kechiche</strong><br />
<em>Palma d&#8217;oro</em></p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/adele2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1167" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/adele2.jpg" alt="" width="500" height="682" /></a></p>
<p>In classe si legge “La vie de Marianne” di Marivaux. In una frase si dice di un personaggio che se ne va con un cuore cui manca qualcosa e lui non sa cosa sia che manca. Il film di Kekiche cerca, per quattro ore, cosa manchi al cuore delle due protagoniste, Adèle e Emma, maestra d’asilo la prima, pittrice la seconda. Che si innamorano, si amano, si prendono, si regalano i loro corpi con passione e verità, si spingono in là nel piacere fin dove il cinema non è mai arrivato, provano desiderio nella carne con fierezza potenza e pienezza. Emma quando incontra Adèle ha i capelli blu, è di un’altro pianeta, Adèle si perde in lei e Emma la ricambia in ebbrezza. Kechiche riesce, in una lunga scena di amore fisico, a mostrare quanto la passione possa essere bella ed esaltante. Senza nessuna ombra. È nel perdersi nell’altra, nel corpo dell’altra, che il desiderio si avvera. Adèle e Emma scoprono questa felicità. Poi, dopo l’estasi, tornano sulla terra. È stato Oscar Wilde a dire che la questione irrisolvibile del rapporto sessuale è l’eterna impenetrabilità delle anime. Anche il film di Kechiche deve prenderne atto. Adéle e Emma arrivano a conoscere il dispiacere che sta là dove il corpo non c’è più, dove si entra nelle profondità della psiche e, a una festa, si può incontrare qualcuno che si pensa possa prestarsi a una esplorazione anche dell’interiorità, che si chiami anima psiche mente o sé. Alla fine Emma non ha più i capelli blu, li ha semplicemente biondi, il volto mostra qualche segno del passare del tempo. Adèle resta sempre uguale nella sua innocenza, così come l’ha fissata Emma nei suoi quadri. Emma ha un’altra amica. Adéle si allontana. Film attraente e attratto dal desiderio, dai corpi, dal godimento. Film dentro il tempo che risucchia l’amore. Dentro un guardare insistente, come a voler trattenere i momenti che se ne vanno. Voto 3½ su 5.</p>
<p><strong>“Nebraska”, di Alexander Payne</strong><br />
<em>Miglior attore</em></p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/nebraska-cannes.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1171" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/nebraska-cannes.jpg" alt="" width="700" height="492" /></a></p>
<p>Un viaggio da Billings, Montana, a Lincoln, Nebraska, passando per Hawthorne, e ritorno. Cioè a dire un attraversamento di una pianura e un’altra e un’altra fino a ogni orizzonte. Un paesaggio sempre uguale, con paesi allungati su un’unica main street e l’ultima per cui passiamo si chiama, biblicamente, Locust Street. Un film in un bianco e nero dove il nero si sfarina in un quasi uniforme grigio pallido e latteo. Storie di vecchi. Il vecchio Bruce Dern pensa di aver vinto un milione di dollari e vuole andare a Lincoln a ritirare i soldi. Sua moglie: magnifico personaggio con una linguaccia che taglia il ferro. E tutti i parenti e amici o nemici: perché appena gira la voce che Woody ha vinto tutti quei soldi gli amici aumentano e anche i nemici. Woody è fissato, ha sempre bevuto troppo, capisce non capisce finge di non capire. È il figlio a portarlo in macchina a Lincoln. E tra padre e figlio, anzi figli perché ce n’è anche un altro, comincia un altro viaggio, verso una conoscenza e una riconoscenza che prima non c’erano. Dialoghi perfetti. Tante risate. La convinzione che non tutto sia ormai finito, che qualcosa resti pur sempre da fare. Premio per il viaggio: un pickup e un compressore. Film tenero, malinconico, umoristico, autunnale, amorevole. Nota: i due fratelli ciccioni sono gli stessi che facevano i fratelli gemelli che aggiustavano il tagliaerba nel troppo bel film di Lynch “Una storia vera”*****. Voto 4 su 5.</p>
<p><strong>“Le passé”, di Asghar Farhadi</strong><br />
<em>Miglior attrice</em></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1149" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/le-passé.jpg" alt="" width="654" height="404" /></p>
<p>Asghar Farhadi insiste. Dopo “About Elly”***½ e “Una separazione”****, compone un altro film che è un esercizio di acrobazia narrativa e di implosione del racconto. Come nei precedenti film, anche questo si apre su una situazione più o meno normale e di relativa irrilevanza, poi di gradino in gradino, di salto in salto, di scivolata in scivolata, di sorpresa in sorpresa, si finisce per trovarsi in un labirinto di fatti e misfatti, piccoli e grandi, da cui non si sa come uscire. Certo, hanno un po’ ragione quelli che dicono che Farhadi deve starci attento ad applicare sempre questa ricetta dell’accumulazione narrativa senza un solo attimo di tregua. Finora, cioè fino a questo film, noi lo seguiamo. Ma mettiamo le mani avanti: dovesse applicare di nuovo nei prossimi lavori la stessa formula, avremmo qualche rilievo da fargli. Qui la situazione di partenza, all’apparenza piuttosto normale, è quella di un uomo che arriva a Parigi dall’Iran per divorziare dalla moglie iraniana che da qualche anno vive in Francia. Arriva sotto l’acqua e sale in macchina con la ormai ex moglie che è venuta a prenderlo all’aeroporto. I tergicristalli vanno e vengono anche sul titolo del film, isolato e piccolo sul nero dello sfondo, vanno e vengono e cercano di cancellare il titolo, “Le passé”. Ma la scritta resiste e il passato infatti terrà duro fino alla “Fine”. Il passato verrà scoperchiato via via ma non solo non lo si potrà più rimuovere: schiaccerà sempre più oppressivamente ognuno e tutti. È un passato che i protagonisti non conoscevano se non in piccola parte: e dentro di esso sprofonderanno. Dicevamo della situazione di partenza: c’è l’ex marito, c’è la ex moglie, c’è una figlia grande (che pensiamo possa essere la loro figlia), c’è un’altra figlia bambina (di chi?), c’è un piccolino che è figlio dell’uomo, un francese, che adesso la donna vuole sposare. Man mano entrano in scena altri comprimari, comunque importanti, ognuno con qualcosa da dire, qualcosa capace di ribaltare quello che i personaggi e noi pensiamo di sapere del passato. Farhadi sembra preoccuparsi poco di farsi vedere come regista: sta addosso a ognuno dei suoi uomini donne bambini, non li molla, non c’è una scena liberatoria in esterni, non c&#8217;è un po&#8217; di respiro, due case, una lavanderia e alla fine una camera d’ospedale da dove usciamo perché il film finisce lì, ma senza sapere cosa potrebbe succedere ancora. E in ogni scena, dalla prima all’ultima, c’è una rivelazione. Film ossessivo labirintico prigioniero di se stesso. Asfissiante e attraente. Voto 4 su 5.</p>
<p><strong>“A Touch of Sin”, di Jia Zhang-ke</strong><br />
<em>Miglior sceneggiatura</em></p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-1153" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/touch-of-sin.jpg" alt="" width="800" height="533" /></p>
<p>Che magnifico film! La Cina di oggi. Quella che era, quella che è diventata e quella che prevedibilmente sarà. Inizio folgorante. Bastano tre minuti per capire che: 1) qui il regista sa il fatto suo (questo lo sapevamo, Jia ha vinto il Leone d’oro con “Still Life”, ha diretto “Platform” e tanti altri bei film&#8230;); 2) che il regista si sta orientando a fare cose cinematografiche che non aveva mai fatto (scene d’azione, sparatorie, accoltellamenti: e questa è una sorpresa); 3) che il racconto, anzi i racconti saranno la colonna portante di “A Touch of Sin”. Titolo rivelatore: nella Cina di Jia è arrivato il peccato, il male fatto e subito, ne basta un tocco, una briciolina per abbattere idoli, ricconi, politici, funzionari e comunisti consumistico-capitalisti che non è un ossimoro, sono veri. Quattro storie, variamente intrecciate, storie di migrazioni. Dahai, minatore che tutti prendono per mezzo matto, combatte la corruzione dei dirigenti del suo villaggio. San’er si sposta di città in città, lui e la sua pistola, uccide per mandare i soldi a casa e perché gli piace. Xiao Yu lavora nelle saune, ha un amante sposato e scopre un’abilità a lei stessa sconosciuta, sa usare il coltello. Infine il giovane Xiao Hui è costretto a cambiare un lavoro dopo l’altro ed è il solo che non fa male agli altri. Tema comune alle storie che attraversiamo e con le quali percorriamo la Cina contemporanea è lo sviluppo brutale di un immenso paese, sviluppo che significa semplicemente ricchezza e violenza. Sentite e immaginatevi come inizia il film. Prima inquadratura: un uomo seduto ai bordi di una strada di montagna fa saltare riprende in mano fa saltare riprende in mano un pomodoro. Inquadratura larga: un grosso camion si è ribaltato, le cassette e i pomodori sono sparsi sulla strada. Un uomo guida la sua moto, escono fuori tre ragazzotti ognuno con un’ascia in mano, gli intimano di fermarsi, quello si ferma, vogliono i suoi soldi, quello della moto si mette la mano sotto il giubbotto come per prendere il portafoglio, estrae una pistola, ne fa secchi due, il terzo corre via, l’uomo si mette la pistola fra i denti!, lo insegue e lo liquida. Il motociclista riprende con calma il percorso e arriva dove si è ribaltato il camion dei pomodori. Sentiamo subito, fin da questa magistrale apertura, che Jia sta cambiando il suo cinema: resterà fedele alle sue inquadrature pensierose ma adesso ne pensa anche di efficacemente vivaci. In più dissemina invenzioni di tutti i tipi: serpenti di tutti i colori, un fucile caricato a pallettoni fatto su in una coperta con l’immagine di una tigre, la statua di Mao e un quadro della Madonna nella stessa scena!, ragazze in divisa militare scollata e hot pants messe in bella vista per ricchi acquirenti, una Maserati inondata di sangue. Dice Jia che per lui “A Touch of Sin” è un wuxia pian, un film di arti marziali, sulla Cina contemporanea. Tema portante dei film di questo genere è la lotta dell’individuo contro l’oppressione. “A Touch of Sin” mi sembra allora che possa essere considerato l’erede di un capolavoro di King Hu, “A Touch of Zen”*****. Solo che stavolta non c’è lo zen ma il sin. L’individuo, gli oppressori li fa fuori senza pensare a nessun dopo. Voto 5 e lode.</p>
<p><strong>“Heli”, di Amat Escalante</strong><br />
<em>Miglior regia</em></p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/trailer-heli.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1173" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/trailer-heli.jpg" alt="" width="700" height="394" /></a></p>
<p>Una storia di povertà, sfruttamento, droga, polizia, militari, finti militari, narcos, ragazzotti violenti in un Messico desertico e vuoto. Tono oggettivo, storia violenta, personaggi tutti sullo stesso piano, scene esplicite e orribili di sevizie (ma il pubblico in sala si fa sentire solo quando è un cagnolino a soffrire; per gli esseri umani, no, anche quando succede una cosa che al cinema non mi era ancora capitato di vedere, come forma di tortura). Il film ha un andamento regolare, come se tutti i fatti fossero necessari, prevedibili, normalmente ammessi in un Messico in cui lo stato fa finta di esserci quando brucia tonnellate di cocaina e marijuana (ma un po’ è meglio tenerla da parte) e poi si affida una polizia che non si sa a cosa serva. Ho idea che molti film del festival  partano dalla constatazione che le cose stanno così e staranno così anche nel domani vicino e in quello lontano. Film che registrano uno stato – disgraziato – del mondo. Voto 3½ su 5.</p>
<p><strong>“Inside Llewyn Davis”, di Joel e Ethan Coen</strong><br />
<em>Gran Premio della Giuria</em></p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/inside-llewyn-davis.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1155" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/05/inside-llewyn-davis.jpg" alt="" width="1200" height="800" /></a></p>
<p>Noi, coeniani fin dal loro big bang, sappiamo che i Coen si sono aperti e continuano ad aprirsi la strada di film in film, alcuni fondamentali tipo “Il grande Lebowsky”, “Fargo”, “A Serious Man”, altri minori che noi adoriamo come i primi, tipo “Crocevia della morte”, “Mister Hula Hoop”, “L’uomo che non c’era”, “Non è un paese per vecchi”, “Burn after Reading”, infine altri molto meno interessanti – per non dire proprio sbagliati, tipo “Ladykillers” – di cui noi adepti non siamo in grado di afferrare le ragioni che hanno spinto i fratelli a girarli (ma loro potrebbero avercele, delle buone ragioni). Questo “Inside Llewyn Davis” lo posizioniamo nella nostra scala un gradino o due sotto i film grandissimi e uno scalino sopra quelli ‘minori’ e belli. Insomma, è un gran bel film ’minore’. Protagonista un cantante folk nella New York all’inizio degli anni Sessanta, figura ispirata a Dave Van Ronk, un folk singer di allora che influenzò parecchio altri cantanti molto più conosciuti di lui e che non ebbe nessun successo commerciale. Dev’essere per questo che i Coen l’hanno scelto come looser per antonomasia. Llewyn non ha casa, gira per il Village, dorme due notti sul divano di un amico e due notti sul divano di un altro, canta con la chitarra, non ha mai un soldo, viene insultato dalla ragazza che ha messo incinta, il suo vecchio agente si commuove ma gli offre soltanto un mantello per coprirsi. Se ne va a Chicago in macchina con un formidabile John Goodman, gliene succedono di tutti i colori, un tizio lo picchia all’inizio e alla fine del film (nelle stesse identiche inquadrature). Gli succede soprattutto che il gatto rossotigrato della coppia di ebrei che l’ha ospitato scappi dalla finestra e lui debba corrergli dietro, il gatto scompare nei vicoli, altri gatti rossotigrati riappaiono nel film e alla fine il gatto giusto torna a casa. La differenza tra Llewyn e il gatto sta proprio qui: nel fatto che il secondo torna tranquillo a casetta, Llewyn invece la casa non l’avrà mai. Malinconia e umorismo. Grandi prestazioni d’attori: dal protagonista Oscar Isaac a Justin Timberlake, a Carey Mulligan, a Goodmanm fino al gatto che sa andarsene in giro per il mondo e tornare a casa e che perciò si chiama Ulisse. Buon film più che minore, quindi. Perché non un grande film? Perché i Coen non ci mettono, non vogliono metterci quel gusto del ‘filosofeggiar raccontando’ che ha reso superlativi i loro risultati più alti. Ultima cosa: mentre Llewyn viene pestato alla fine fuori dal locale, dentro c’è uno che ha tutta l’aria di quel Robert Allen Zimmerman, aka Bob Dylan, che cambierà la strada della canzone. Voto 4 su 5.</p>
<p><em><em>Bruno Fornara fa il critico cinematografico. È stato presidente della Federazione Italiana Cineforum. Scrive su “Cineforum”, “Rockerilla” e “La Rivista del Cinematografo”. Ha pubblicato </em>“Charles Laughton, La morte corre sul fiume” e “Geografia del cinema, Viaggi nella messinscena”. È membro della giuria del premio per giovani critici “Adelio Ferrero” di Alessandria e del Premio internazionale di critica “Maurizio Grande” di Reggio Calabria. Ha fatto parte del gruppo organizzatore di Bergamo Film Meeting e della commissione selezionatrice della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, nel 2000, nel 2001 e nuovamente dall’anno scorso. È condirettore di Ring! Festival della critica cinematografica, e dell’Alba International Film Festival. Tiene molti corsi di cinema in giro per l’Italia e insegna alla Scuola Holden di Torino dall’inizio della sua storia.</em></p>
<p><em>Questa è la sua pagina Facebook, costantemente aggiornata con le anteprime dai Festival e con le ultime uscite in sala: </em><a href="https://www.facebook.com/pages/Bruno-Fornara/85215515624">https://www.facebook.com/pages/Bruno-Fornara/85215515624</a></p>
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		<title>Quando il cibo unisce: buio e burro d’arachidi</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2013 09:18:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Circa un anno e mezzo fa, la foodblogger Jennifer Perillo scrive sul suo blog “In Jennie’s Kitchen”  che suo marito è morto: si tratta di un attacco di cuore improvviso, che non le lascia neanche il tempo per salutarlo. Molti &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2013/04/08/quando-il-cibo-unisce-buio-e-burro-darachidi/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/04/Quando-il-cibo-unisce-buio-e-burro-darachidi.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1127" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/04/Quando-il-cibo-unisce-buio-e-burro-darachidi.jpg" alt="" width="620" height="412" /></a>Circa un anno e mezzo fa, la foodblogger Jennifer Perillo scrive sul suo blog “In Jennie’s Kitchen”  <a href="http://www.injennieskitchen.com/2011/08/for-mikey/">che suo marito è morto</a>: si tratta di un attacco di cuore improvviso, che non le lascia neanche il tempo per salutarlo. Molti follower le chiedono come possono dimostrarle la loro vicinanza in un momento così difficile e lei risponde in maniera inaspettata: è un bel po’ di tempo che si ripromette di preparare il dolce preferito di Mikey, suo marito, ma alla fine non l’ha mai fatto.</p>
<p>Così, chiede a chi ne ha voglia di preparare il dolce al burro d’arachidi che suo marito amava tanto e di condividerlo con i propri cari il venerdì stesso. “Abbracciateli come se non ci fosse un domani, perché oggi è l’unica garanzia sulla quale possiamo contare” scrive. E aggiunge la ricetta per la Peanut Butter Pie.</p>
<p>Il cibo è unione, sembra dirci: nonostante le diversità, nonostante le distanze, nonostante i confini che indubbiamente ci separano, il cibo, alla fin fine, ci rende tutti uguali, tutti vivi e tutti mortali nello stesso identico modo. Come disse E. M. Forster, gli eventi principali nella vita di un essere umano sono cinque: nascere, mangiare, dormire, amare e morire. Mangiare e amare, però, sono quelli che più ci avvicinano gli uni agli altri.</p>
<p>Forse Jennie non si aspettava davvero che qualcuno avrebbe risposto, ma ciò che sembrava imprevedibile accade: <a href="http://blog.foodnetwork.com/fn-dish/2011/08/chocolate-covered-peanut-butter-pie-recipe/">decine e decine di persone dal mondo dei food blogger</a> preparano il dolce per Mikey e postano la ricetta sul loro sito; commentano e lasciano un link al dolce che hanno preparato; spargono la voce su Facebook, dove nasce addirittura un evento:  “<a href="http://www.facebook.com/events/213820718667119/">Peanut Butter Pie Friday for Mikey and Jennifer Perillo</a>”; ne parlano su Twitter e invitano altri blogger a seguire il loro esempio e a mettersi a cucinare: “Jennie, ricorda sempre quanto amore ti circonda. La luce di quell’amore ti farà andare avanti” dice Gail Dosik, “Un dolce per Jennie, un dolce per Mikey, un dolce per tutti noi” scrive Jen Yu, “Qualcosa di bello sta accadendo oggi. Sono così orgogliosa di fare parte di questa grande, folle famiglia del cibo” twitta Paula, “Siamo qui per nutrirti a nostra volta, in ogni modo possibile” dice Kat Kinsman. E c’è addirittura chi crea un <a href="http://whiteonricecouple.com/films-documentaries/video-creamy-peanut-butter-pie-mikey-jennifer-perillo/">video</a>  e lo dedica a Jennie.</p>
<p>Alcuni la conoscono di persona, ma molti soltanto attraverso il blog. Non importa: la comunità on-line partecipa, anche da distante, e mentre centinaia di persone aprono un barattolo di burro d’arachidi tutti pensano a Jennifer, al fatto che il suo dolore avrebbe potuto essere il dolore di chiunque, anche di loro stessi. È una sorta di veglia funebre moderna, ma anche un inno alla vita che si diffonde tramite il web, e che scalda il cuore.<br />
Che il cibo sia qualcosa che abbiamo tutti in comune, ovviamente, lo sanno in tanti, soprattutto gli artisti. Steve McCurry, ad esempio, fotoreporter statunitense di fama mondiale, ha dedicato un’intera sezione del suo <a href="http://stevemccurry.wordpress.com/2012/08/20/food-for-thought/">blog</a> a fotografie legate al cibo provenienti da tutto il mondo: c’è chi taglia serpenti, chi vende pane seduto a terra,  chi vende datteri e chi pranza con l’acqua alle caviglie. Ma non importa: perché tutti stanno mangiando, tutti stanno onorando la vita sotto forma di cibo. E McCurry non è il solo artista ad essersene accorto. Robin Kahn, ad esempio, ha partecipato ad una mostra allestendo una tenda con all’interno alcune donne della comunità Sahrawi e invitando il pubblico ad entrare e ad assaggiare un piatto di couscous, per poi chiacchierare con loro. Ha chiamato questi happenings “<a href="http://www.essentaste.com/copertina/a-cena-in-un-campo-profughi-the-art-of-sahrawi-cooking/">Couscous Events</a>”, creando un luogo protetto per superare le differenze culturali.<br />
Oltre i confini, dunque: non solo quelli fisici, non solo quelli disegnati sulle mappe o oltrepassati grazie al web. A volte, infatti, il cibo diventa mezzo per superare barriere di tipo diverso, come nel caso dei ristoranti <a href="http://www.danslenoir.com/">Danslenoir</a>, che sono sempre più popolari e si trovano ormai nelle più grandi città di tutto il mondo: Parigi, New York, Londra. Sono un vero e proprio fenomeno, forse anche mediatico e commerciale, che nasce, però, da un’idea particolare: avvicinarsi a un mondo a noi vicino eppure allo stesso tempo estraneo e spesso ignorato. Si tratta di cenare completamente immersi nel buio, senza sapere in anticipo quale sarà il menù, affidandosi esclusivamente a quattro dei cinque sensi. Ad aiutare i clienti del ristorante ci sono guide non vedenti, che li accompagnano durante un’esperienza che dice molto di più di tanti discorsi sull’uguaglianza: senza vedere per una sera, costretti a capire se quello che stiamo mangiando è carne o pesce, il cibo diventa ancora una volta veicolo per avvicinarci agli altri, e al loro mondo.</p>
<p>Perché le differenze ci sono, così come la sofferenza: lottiamo, combattiamo, facciamo guerre e poi moriamo. Non ci possiamo fare nulla. Proprio per questo, forse, l’unica cosa che ci resta è il cibo, che diffonde il nostro amore e che ci tiene in vita nonostante tutto.</p>
<p>- Lucia Gaiotto -</p>
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		<title>Breaking Bad tra decessi, designer e accuse</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Mar 2013 10:21:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Attenzione: spoiler! C’eravamo lasciati con il primo articolo, anticipando il lato lugubre della serie tv Breaking Bad. Man mano che escono le puntate si nota che l&#8217;escalation di morti aumenta e va di pari passo con l&#8217;abbandono della moralità da &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2013/03/29/breaking-bad-decessi-designer-accuse/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Attenzione: spoiler!</p>
<p><img class="size-full wp-image-1097 alignleft" title="breaking bad 02" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/03/breaking-bad-02.jpg" alt="" width="246" height="565" /></p>
<p>C’eravamo lasciati con il primo articolo, anticipando il lato lugubre della serie tv Breaking Bad. Man mano che escono le puntate si nota che l&#8217;escalation di morti aumenta e va di pari passo con l&#8217;abbandono della moralità da parte dei protagonisti e con l&#8217;infittirsi della trama che coinvolge i personaggi in una spirale verso la violenza. Così si passa dalle 3 vittime della prima stagione alle 247 complessive delle prime cinque. Un numero considerevole per una serie tv che non si piega al genere noir o horror.</p>
<p>Emilio Koyama è stata la prima vittima della prima stagione, a ucciderlo un’intossicazione di gas procuratagli da Walter White. L’assassinio di Koyama è solo il primo di una lunga lista, un atto impulsivo compiuto per autodifesa, molto diverso dal secondo, quello del compare di Koyama. Quest&#8217;ultimo viene strangolato sempre da Walter dopo qualche giorno di prigionia nella cantina di Jesse Pinkman, il co-protagonista e socio di malaffare di White.</p>
<p>L’elenco delle morti che si susseguono nelle puntate della serie è stato schematizzato in formule chimiche dal designer John Larue, curatore del blog “The Droid You&#8217;re Looking For”, visibile all’indirizzo <a href="http://tdylf.com/about/">http://tdylf.com/about/</a>. Larue si è ispirato a un lavoro già svolto con la serie Dexter. Il progetto su Dexter è stato svolto dal grafico Shahed  Syed e lo vediamo all’indirizzo <a href="http://www.shah3d.com/folio/dexters-victims-2/">http://www.shah3d.com/folio/dexters-victims-2/</a>. Bizzarro lo schematizzare i decessi di una serie tv, ma il passo successivo lo fa Larue con il riferimento alla tavola periodica (sul lato sinistro della tavola l&#8217;elenco dei responsabili dei crimini, su quello destro i simboli che indicano le cause dei decessi), in linea con la chimica della serie. Ma è proprio sulla chimica che ci si sofferma per forza durante la visione di Breakin Bad. Infatti dietro ogni buona serie tv, ci sono copioni, consulenti tecnici, ricercatori e produttori instancabili che si assicurano che il gergo sia giusto, la scienza accurata e che i riferimenti alla cultura pop siano precisi. Per Breaking Bad abbiamo dietro a questa accortezza due personaggi, <strong>Gordon Smith</strong> e <strong>Jenn Carroll</strong>, i quali si assicurano che ogni formula molecolare pronunciata del personaggio sia perfetta. Smith e Carroll non sono però scienziati: Smith è l’assistente degli sceneggiatori e Carroll è la coordinatrice degli script. Smith e Carroll passano ore di lavoro su ogni copione, consultando opere di riferimento e contattando fonti scientifiche ed avvocati per assicurarsi che tutte le trame di Breaking Bad siano plausibili. Il processo di editing che avviene sui copioni è lungo e deve subire una serie di verifiche.</p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/03/breaking-bad-01.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-1099" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/03/breaking-bad-01.jpg" alt="" width="293" height="613" /></a></p>
<p>Mettendo insieme grafica e chimica, spulciando in rete, si nota come in un blog sulla salute, la serie tv Breaking Bad sia stata usata per sensibilizzare i visitatori on line sui rischi della metanfetamina. Il blog è quello di Nursing Schools, qui: <a href="http://www.nursingschools.net/">http://www.nursingschools.net/</a>. In America i cristalli di metanfetamina sono diventati una droga da party perché aumentano la libido e creano euforia. La metanfetamina adduce assuefazione immediata che porta ad incrementare le dosi assunte. La prima sezione del blog Nursing Schools fa un veloce riassunto di quanto accaduto nella serie, attraverso le stagioni, mediante la rappresentazione grafica della formula della metanfetamina: C10 N H15.</p>
<p>La seconda sezione illustra gli effetti dei cristalli: psicosi e paranoia, corrosione dei setti nasali, danneggiamento dei vasi sanguigni al cervello, ipersalivazione e bruxismo, caduta dei denti a causa dei composti chimici, nausea, diaforesi, ipertensione, tremori, tachicardia, miocardite, convulsioni ed elevata temperatura corporea, rischio di HIV, epatite e disfunzioni sessuali. Nel blog si parla anche del fatto che la metanfetamina è una droga relativamente economica: 0,1 g a 5 dollari. Gli effetti di una quantità così esigua ed economica possono arrivare anche a 24 ore. Il grafico mostra infine un aumento dei consumatori di metanfetamine dal 2008 al 2009.  Il blog affronta quindi un’accusa implicita o meno: dal primo anno di messa in onda al secondo il numero di dipendenti è aumentato.</p>
<p>Attraversando i decessi che avvengono durante le puntate della serie, gli schemi di bravi grafici e designer, i blog d’informazione contro l’abuso di sostanze che usano la grafica della serie e infine la accusano implicitamente riguardo l’aumento di consumatori, abbiamo scandagliato altri punti di curiosità che avvolgono la serie Breaking Bad. Ma la ricerca di elementi bizzarri non finisce qui. Mostreremo parodie divertenti e “senza veli” nel prossimo articolo.</p>
<p style="text-align: right;">Stephania Giacobone</p>
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		<title>Breaking Bad, un mix esplosivo</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2013 11:29:14 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2013/02/breaking-bad.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1075" src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/02/breaking-bad.jpg" alt="" width="600" height="450" /></a><br />
Un uomo di mezza età, in mutande, pistola alla mano, vicino ad una roulotte che sprigiona un fumo rosa. Walter White è un professore di chimica in una scuola superiore del Nuovo Messico. Nel giorno del suo cinquantesimo compleanno gli viene diagnosticato un cancro non operabile ai polmoni, con un&#8217;aspettativa di vita di due anni, decide di sfruttare le sue conoscenze chimiche per preparare metanfetamine e, con l&#8217;aiuto del suo ex-studente Jesse Pinkman, di diventare uno spacciatore di alto livello nel tentativo di assicurare un futuro economico alla moglie Skyler e ai figli Walter Junior e Holly.</p>
<p>Questa accade nella prima puntata della prima stagione di Breaking Bad &#8211; Reazioni collaterali. Un inizio molto particolare e intrigante che seduce le aspettative del pubblico di una serie televisiva statunitense creata e co-sceneggiata da Vince Gilligan (sceneggiatore in diversi episodi delle serie X-Files e The Lone Gunmen, in ambito cinematografico insieme a Vincent Ngo ha sceneggiato il film Hancock di Peter Berg) e trasmessa dall&#8217;emittente via cavo statunitense AMC dal 20 gennaio 2008. In Italia va in onda in prima visione il 15 novembre 2008 sul canale satellitare AXN e in chiaro, il 4 ottobre 2010, su Rai 4.</p>
<p>Le avventure del Prof. Walter White hanno ricevuto ottime recensioni da parte della critica, principalmente per la sceneggiatura, la regia e le interpretazioni di Bryan Cranston nei panni del professore e di Aaron Paul che interpreta l’ex-studente Jesse Pinkman; la serie ha vinto numerosi premi, tra cui sei Emmy Award, cinque Satellite Award, tre Saturn Award, tre WGA Award e due TCA Award. Tuttavia il successo di una serie tv si può misurare oltre che in termini di audience, candidature e vittorie agli Emmy Awards o dal numero di stagioni in cui riesce a mantenere il prime-time televisivo anche un altro modo: l&#8217;impatto che ha sul pubblico e il numero e la qualità dei tributi che i fan realizzano. Breaking Bad come si può notare analizzando i video su youtube e vimeo, di tributi ne colleziona quotidianamente. Si tratta in molti casi di rivisitazioni che giustappongono alcuni momenti significativi dell&#8217;opera accompagnati da musiche che ne esaltano la chiave di lettura scelta. Questi prodotti dei fan hanno accumulato in poco tempo centinaia di migliaia di visualizzazioni. Propongo per dare l’idea quello che punta sul ritmo e crea un amatissimo rap con le scene e le battute delle prime due stagioni, le visualizzazioni sono al momento 640.551, si può vedere a questo <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=WsqdmqRgrIc">link</a>. Un altro <a href="http://vimeo.com/34773713">video</a> prodotto dai fan è quello dedicato al protagonista della serie, Walter White, un tributo alla vita del professore. Interessanti questi tributi alla serie per capire quanto il pubblico sia interessato a viverla profondamente oltre che seguirla passivamente in tv.</p>
<p><a href="http://www.grantland.com/story/_/id/6763000/bad-decisions">Lo sceneggiatore Vince Gilligan</a> voleva creare una serie in cui il protagonista subisse un capovolgimento e che diventasse antagonista, una concezione diversa da quella che seguono di solito i registi delle serie tv, i quali si aggrappano a personaggi stabili che difficilmente subiscono modifiche o evoluzioni, personaggi da commedia dell’arte che incarnano tipi psicologici, nei quali lo spettatore rintraccia la sicurezza di trovarsi sempre di fronte ai soliti conosciuti: “la televisione è storicamente brava a tenere i suoi personaggi in una stasi autoimposta in modo che gli spettacoli possano andare avanti per anni o addirittura decenni. Quando ho capito questo, il passo logico successivo è stato quello di pensare a come poter fare una serie in cui l&#8217;impulso fondamentale sia verso il cambiamento […]Breaking Bad è l&#8217;unica serie costruita sul presupposto scomodo che c&#8217;è una differenza inconfutabile tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, ed è l&#8217;unica in cui i personaggi hanno il controllo reale sul modo in cui scelgono di vivere.”</p>
<p>Quindi Breaking Bad è un lavoro sui personaggi che vengono tratteggiati con minuzia e che acquisiscono indipendenza dal sceneggiatore, il quale non può più domarli. La sfaccettata personalità del professore protagonista sottolinea il lavoro di ricerca psicologica.</p>
<p>Oltre alla parte di sceneggiatura, chi c’è dietro alle riprese di una serie di così grande successo? Lo rivela Michael Slovis, direttore della fotografia della serie. Innanzitutto il tempo, questa concezione così espansa sul set di una produzione tv o cinema: ogni episodio di Breaking Bad viene girato in 8 giorni, e il tipico giorno lavorativo è di 12 ore, ma in realtà ne vengono trascorse sul set quasi 13. Non tutte le riprese peculiari e insolite dello show vengono dalla sceneggiatura: alcune fanno parte della lista d’inquadrature del regista, altre vengono inserite dal direttore della fotografia. Nell’intervista si parla anche dello stile di ripresa a spalla (a mano) che caratterizza tutta la serie: “in effetti questo stile mi è sempre piaciuto in quanto aiuta a creare la tensione, ma anche la spontaneità, dello show”, rivela Michael Slovis. Anche l’illuminazione segue le tonalità psicologiche dei personaggi e si manifesta in modo poco naturale. Le informazioni date da Michael Slovis si possono ritrovare <a href="http://www.feelmaking.it/2012/07/curiosita-visive-su-breaking-bad/.">qui</a>.</p>
<p>Ma le curiosità sulla serie non finiscono qui. Nei prossimi articoli verranno proposti link e riflessioni sulle parodie che si porta dietro una serie di successo, i motivi della buona riuscita del prodotto e un’altra considerazione: ma quanti morti ci sono in Breaking Bad?!</p>
<p>Classificazioni dei decessi in una serie che racchiude attraverso le puntate… 247 cadaveri!</p>
<p>- Stephania Giacobone -</p>
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		<title>Tra le pagine di Grey’s Anatomy: Shonda Rhimes racconta</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2013 13:31:26 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Basta mettersi comodi sul divano, accendere la tv e in un attimo ci si ritrova a Seattle, accanto ai medici e ai pazienti del Seattle Grace Hospital, a vivere gli amori, le sofferenze, la vita stessa di personaggi che scambiamo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2013/01/30/tra-le-pagine-di-greys-anatomy-shonda-rhimes-racconta/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.ilpost.it/host/files/2013/01/greys_anatomy.jpg" alt="" title="grey&#039;s_anatomy" width="620" height="414" class="aligncenter size-full wp-image-1049" /></p>
<p>Basta mettersi comodi sul divano, accendere la tv e in un attimo ci si ritrova a Seattle, accanto ai medici e ai pazienti del Seattle Grace Hospital, a vivere gli amori, le sofferenze, la vita stessa di personaggi che scambiamo ormai per nostri amici. Ma cosa c’è dietro di loro? Come sono nati? Chi li rende vivi? Cosa li fa cambiare?<br />
Grey’s Anatomy è una serie televisiva incentrata sulle vicende personali e lavorative della dottoressa Meredith Grey e di tutti gli specializzandi che, come lei, stanno cercando di diventare chirurghi. In onda dal 2005, la serie è arrivata ad ascolti record e continua ad essere seguita da più di 11 milioni di spettatori ogni settimana, nonostante si sia ormai giunti alla nona serie. Ha vinto inoltre numerosi premi, tra cui tre Emmy e tre Golden Globe.</p>
<blockquote><p>«<em>Non volevo una serie che parlasse di chirurgia. Volevo parlare di persone che desiderano essere dottori; persone che stanno cercando di diventare chirurghi nonostante le loro vite complicate. Non volevo una serie sui pazienti, ma su ciò che provano i dottori nei loro confronti»</em></p></blockquote>
<p>racconta <strong>Shonda Rhimes</strong> a proposito dell’<a href="http://www.youtube.com/watch?v=TctdVWdznm8">idea iniziale</a>, quella da cui è nato tutto.</p>
<blockquote><p>«<em>Ero affascinata dai chirurghi, dall’idea di mostrare persone che sanno cosa devono fare, perché se sbagliano qualcuno può morire. Volevo mostrare la competizione che nasce tra i medici, volevo mostrare donne molto forti, ma anche persone che non sono eroiche tutto il tempo. Forse lo sono in sala operatoria, ma al di fuori diventano come tutti gli altri»</em></p></blockquote>
<p>Uomini e donne con le loro paure, gioie e preoccupazioni: per questo i personaggi di Grey’s Anatomy ci sono così vicini, per questo <a href="http://www.youtube.com/watch?v=0ZpAPEGc9VI">potrebbero abitare nel nostro stesso quartiere</a>: perché amano, soffrono, si aiutano e si ostacolano, con le contraddizioni comuni a tutti noi. Ciò è particolarmente vero per gli specializzandi. Non a caso, Shonda ha detto di considerarli parti diverse di se stessa, della sua personalità.</p>
<p>Tutti ci riconosciamo in Meredith e nei suoi problemi, quindi. Ma forse ci riconosciamo un po’ meno nel fatto che tutte le donne di Grey’s Anatomy abbiano trovato uomini bellissimi, affascinanti, che si preoccupano per loro e che le amano davvero. <a href="http://www.youtube.com/watch?v=XGPtlHflpUA">Gentiluomini</a>, insomma. Perfino uno come Alex, in fin dei conti, è un bravo ragazzo, che ha sofferto solo più degli altri. Forse il motivo è che il pubblico di Grey’s Anatomy è prevalentemente femminile. Forse. Ma su questo, Shonda avrebbe qualcosa da dire.</p>
<blockquote><p><em>«Tutti gli uomini di Grey’s Anatomy sono come vorrei che gli uomini fossero. Nella vita reale, nessun uomo dice mai ciò che vorrei che mi dicesse: è una delusione continua. Questo è il motivo per cui mi è piaciuto scrivere il discorso di Burke per il matrimonio con Cristina ed è sempre lo stesso motivo per cui mi sono messa a piangere quando stavo scrivendo della morte di Danny: sembrava così reale». </em></p></blockquote>
<p><em></em>Scrivere per rendere realtà i propri sogni, quindi. Al punto da far diventare semplici parole attori in carne e ossa:</p>
<blockquote><p><em>«Mentre scrivevo, non avevo nessun attore particolare in mente ed è per questo che fare il casting è stato magnifico. Scrivevo semplicemente i personaggi e li lasciavo fare ciò che pensavo avrebbero fatto; e poi, eccoli lì, ed erano esattamente come avrebbero dovuto essere»</em></p></blockquote>
<p>Il dottor Shepherd in particolar modo, tanto che quando Patrick Dempsey entrò per il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=Bsb2L2sGBb8">casting</a>, Shonda Rhimes non fece che fissarlo, priva di espressione. Dempsey iniziò a pensare che non avrebbe mai funzionato e che probabilmente Shonda lo odiava, quando invece nulla poteva essere più lontano dal vero<em>: </em></p>
<blockquote><p><em>«Era così bello che riuscivo solo a pensare alle battute di dialogo che avrei potuto scrivere per lui».</em></p></blockquote>
<p><em></em><br />
Perché la scrittura è la base di tutto il resto: è ciò che rende vivi i personaggi, ciò che li fa incontrare, amare, separare, morire. A volte perfino oltre e contro la volontà di Shonda Rhimes. D’altra parte, è lei stessa a dire che non è stato per niente facile scrivere che, se avesse dovuto scegliere, Cristina avrebbe preferito passare la giornata in sala operatoria, piuttosto che con Burke.<em> </em></p>
<blockquote><p><em>«Ma era la verità e non avevo scelta. Così come <a href="http://www.greyswriters.com/2005/11/from_shonda_rhi_1.html">non avevo scelta </a>quando ho lasciato che Derek scegliesse Addison. La gente vi dirà che avevo una scelta, ma non ce l’avevo. Ho sofferto. Davvero. Sono stati i personaggi a farmelo fare». </em></p></blockquote>
<p>Proprio così, perché se i personaggi sono davvero vivi, ad un certo punto seguono la loro strada e non c’è nulla che possa impedirglielo, nemmeno l’autore che li ha creati.</p>
<p>A meno che non si mettano in mezzo le esigenze di mercato, ovvio. E allora lo sceneggiatore deve farsi il suo spazio, cercando il giusto compromesso. Vi ricordate la scena in cui Meredith, Cristina e Izzie fanno la doccia insieme in un triangolo da sogno per qualunque ragazzo? Siamo nella puntata Apocalisse, seconda serie. Bene. Vi siete chiesti perché iniziare così un episodio in cui si parlerà di morte e vite in pericolo? Forse no, ma Shonda Rhimes sì. E il motivo ha a che fare con il <a href="http://www.greyswriters.com/2006/02/more_from_shond.html">Super Bowl</a> , l&#8217;incontro che assegna il titolo di campione della National Football League.</p>
<p>Nel 2005, infatti, la ABC ha dato fiducia alla serie annunciando che sarebbe andata in onda subito dopo l’evento sportivo più seguito della televisione americana e Shonda Rhimes, quindi, ha dovuto pensare ad un episodio che facesse restare tutti senza fiato. Un episodio pieno di adrenalina, che non si potesse smettere di guardare fin dall’inizio. Stiamo parlando della famosa scena della doccia.</p>
<blockquote><p>«Sapevo che era la sera del Super Bowl. Sapevo che tre ragazze che s’insaponano a vicenda avrebbero potuto far sì che qualche fan del Super Bowl restasse a guardare l’episodio. Non sono stupida. Ma volevo che quella scena non fosse gratuita, che acquistasse un senso diverso una volta visto l’episodio della settimana dopo».</p></blockquote>
<p>Puntata in cui, dopo che Meredith ha rischiato la vita a causa di una bomba, Izzie e Cristina le lavano il volto sotto la doccia, tutte tre ancora con i camici addosso.</p>
<blockquote><p>«Quello che volevo dire era: credete che il sesso a tre tra ragazze sia reale? Proprio no. Questo è il modo in cui le donne si prendono cura le une delle altre».</p></blockquote>
<p>L&#8217;episodio del SuperBowl è stato visto da 38,1 milioni di spettatori: forse perché nessuno si è dimenticato di cosa fosse necessario per il mercato, ma anche e soprattutto perché tutti hanno tenuto e tengono conto episodio dopo episodio di ciò che vogliono i dottori del Seattle Grace, di ciò che è loro necessario. Solo così è possibile renderli vivi, tanto da poter pensare di andare all’ospedale del quartiere e di trovarli ad aspettarci, veri, innamorati, eroici, spaventati e bellissimi.</p>
<p>- Lucia Gaiotto -</p>
<p>Photo credits: <a href="http://www.shutterstock.com/gallery-842284p1.html?cr=00&amp;pl=edit-00">s_bukley</a> / <a href="http://www.shutterstock.com/?cr=00&amp;pl=edit-00">Shutterstock.com</a></p>
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		<title>Sugo all’acrilico: il cibo si fa arte</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Dec 2012 10:21:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Broccoli che diventano alberi, fette di salmone che ricordano il mare al tramonto, rocce di baguette, grattacieli creati con gli asparagi, strade di prosciutto. Carl Warner si occupa di paesaggi, ma non di quelli che osservano tutti. Fotografo di origine &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/host/2012/12/19/sugo-acrilico-cibo-arte/">Continua</a>]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2012/12/cibo-arte.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1015" src="http://www.ilpost.it/host/files/2012/12/cibo-arte.jpg" alt="" width="500" height="395" /></a>Broccoli che diventano alberi, fette di salmone che ricordano il mare al tramonto, rocce di baguette, grattacieli creati con gli asparagi, strade di prosciutto. Carl <a href="http://www.carlwarner.com/">Warner</a> si occupa di paesaggi, ma non di quelli che osservano tutti. Fotografo di origine australiana, Warner crea i suoi mondi con attenzione e pazienza, partendo dal cibo come materia prima e ricorrendo all’uso del computer solo per quanto riguarda gli effetti di luce e il montaggio. Guardando distrattamente le sue foto è facile non rendersene conto, ma osservando con più attenzione ecco che le cascate rivelano acque costituite di tagliatelle: un modo per <a href="http://vimeo.com/17319047">giocare con il cibo</a> e per illudere l’occhio, sulle orme di Escher.</p>
<p>Una fotografia, quella di Warner, che ha avuto il suo successo nell’ambito pubblicitario, ma che non si distanzia poi molto dai ritratti dell’Arcimboldo, a ben pensarci, e che con il tempo potrebbe anche diventare arte.<br />
Come quella della giovane e talentuosa Stephanie Gonot, anche lei affascinata dal cibo al punto da fotografarlo in maniera quasi <a href="http://www.essentaste.com/copertina/stephanie-gonot/">ossessiva</a>. Nel suo caso, però, i paesaggi scompaiono e ne prendono il posto panini trafitti da spilli, banane bruciacchiate, sigarette spente su dolci zuccherini e coni gelato fatti sciogliere sui seni. Una fotografia pervasa da una furia distruttrice, che spesso prende di mira gli alimenti dei fast food, ma che lo fa senza mai perdere la dimensione giocosa ed erotica, che pervade tutte le immagini di Stephanie.<br />
Ma il cibo non si limita a farsi fotografare. Judith G. Klausner, ad esempio, scolpisce i biscotti Oreo rendendoli camei in miniatura e ricama fette di pane tostato, <a href="http://jgklausner.com/series/from-scratch">sulle quali compaiono muffe e tuorli di filo giallo</a>. Con le sue opere, Judith vuole portare all’attenzione della gente il fatto che, attualmente, il cibo è forse meno saporito e meno sano di una volta, ma per cucinare tre pasti al giorno c’è bisogno di una persona che se ne occupi a tempo pieno, e questa persona è sempre stata una donna. “<em>La cucina casalinga, così come il cucito e il ricamo, sta riguadagnando popolarità. Tuttavia, la disponibilità del cibo industriale è ciò che ci permette di fare carriera, creare cose nuove e scegliere. Le mie opere parlano di scelte. Come donna del ventunesimo secolo, posso scegliere di passare la mia giornata a fare il pane, o di comprarlo al supermercato dopo una lunga giornata di lavoro. Posso scegliere di passare le mie serate a ricamare. Posso scegliere di unire tutte queste cose e chiamarle arte</em>.” Ecco quindi perché la sua scelta ricade sul ricamo, così come sugli Oreo, rispettivamente simbolo di un passato idealizzato e di un prodotto industriale onnipresente nelle dispense degli americani.<br />
Il cibo come modo per riflettere, quindi, e per trasmettere un senso: sono molti, infatti, gli artisti che lo portano letteralmente al centro della scena. “Mangiare è sopravvivere, assaporare è evolversi”, questo l’ingrediente principale delle performance di <a href="http://www.foodcreation.jp/">Ayako Suwa</a>, food artist giapponese che dà vita a ristoranti temporanei, aperti da un paio d’ore a tre giorni, dove nessuno se li aspetta: in una galleria d’arte contemporanea, in un sottopassaggio della stazione dei treni, in una stanza vuota di un edificio in costruzione. I guerrilla restaurants di Ayako sono contenitori per le sue performance, vere e proprie cene i cui menù si basano sulle emozioni. Ayako, infatti, crea i piatti a partire da rabbia, gioia e tristezza: sono ben 128 le emozioni che ha rappresentato finora attraverso il cibo. Tra le più famose, “il gusto persistente del pentimento con emergenti sfumature di rabbia”, incarnato da una serie di ciliegie americane con aceto balsamico e alghe. Ayako lavora con ingredienti quotidiani, ma li trasforma in qualcosa di diverso, che non ha più nulla a che fare con il cibo di partenza e che spesso necessita di una buona dose di coraggio per essere assaggiato: un cibo sensuale, sessuale, che ha un forte legame con il corpo e con gli istinti primordiali.</p>
<p>Per <a href="http://www.vanessabeecroft.com/">Vanessa Beecroft</a>, invece, il cibo comunica un disagio e viene spesso privato della sua gioia e del suo gusto. La carriera dell’artista italiana inizia, infatti, con “Il libro del cibo”, diario su cui annota quotidianamente, per ben otto anni, cosa ingerisce e cosa non avrebbe dovuto ingerire. Un’ossessione che si fa arte e un’arte che riflette sul corpo, in particolare quello delle donne, e sull’uso che ne fa il mondo della moda e dello spettacolo: le modelle di Vanessa, infatti, sono sempre nude e algide, costrette a posare per ore senza potersi muovere, quasi ombre di se stesse. Da ricordare, in questo senso, la performance “vb52” del 2003 avvenuta al Castello di Rivoli, in provincia di Torino, dove la Beecroft ha organizzato un vero e proprio banchetto rinascimentale con le dame dell’aristocrazia torinese al posto delle sue solite modelle. Donne riunite per due giorni attorno a una grande tavola di cristallo per consumare cibi insipidi, portati a tavola con un ordine dato solo dalla differenza cromatica: per iniziare il bianco di uova, cavoli, pane e latte; a seguire l&#8217;arancio di mandarini e carote, il verde, e infine il viola di melanzane e prugne.<br />
Che l’arte sia cibo per l’anima l’hanno detto in tanti, ma che il cibo possa diventare il nucleo di un’opera artistica continua a sorprendere, nonostante i <a href="http://www.laculturadelcibo.it/categoria.php?IDs=70">predecessori</a> illustri di tutti i grandi artisti contemporanei.</p>
<p>I precetti cromatici di Vanessa Beecroft, ad esempio, non sono poi così bizzarri se si pensa al <a href="http://www.railibro.rai.it/articoli.asp?id=484">Manifesto della Cucina Futurista</a>. “<em>Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa, si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia</em>”, così recitava Marinetti. E così recitano molti altri artisti, ancora oggi: tutti convinti, ognuno a suo modo, che il cibo non sia mai soltanto cibo.</p>
<p>- Lucia Gaiotto -</p>
<p>Immagine presa <a href="http://www.cibo.tv/quando-l%E2%80%99arte-incontra-il-piacere-della-tavola">qui</a>.</p>
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		<title>Sari Rosa Shocking, Corpo nell’Arte e difesa dei diritti</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Nov 2012 09:52:43 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/Gulagi-gang.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-987" src="http://www.ilpost.it/host/files/2012/11/Gulagi-gang.jpg" alt="" width="577" height="250" /></a>Fra i luoghi comuni più infantili che si possono sentire, troviamo anche quello che indica il rosa come il colore delle “femminucce”. Beh, non la pensano così le Gulabi Gang, di cui si è discusso durante il secondo appuntamento del seminario <em>What’s body?</em> organizzato dal laboratorio <a href="http://sguardisuigeneris.blogspot.it/">Sguardi sui generis</a>, nato all&#8217;Università di Torino nel 2010: un gruppo attivo in India e tutto al femminile, che si propone come scopo la difesa delle donne vittime di soprusi e ingiustizie.</p>
<p>Tutto nasce attraverso la storia personale della sua fondatrice, Sampat Pal Devi. La Gulabi gang originarie dell’Uttar Pradesh, ma che svolgono attività di attivismo militante e di controllo in tutta l’India del Nord. Il gruppo venne fondato nel 2006 appunto da Sampat Pal Devi, madre di cinque figli, ex dipendente pubblico nel settore della salute e ex sposa-bambina, come risposta ai diffusi abusi domestici e alle altre violenze ai danni delle donne. Le Gulabis fanno visita ai mariti che hanno compiuto gli abusi e li picchiano con il “laathis”, il ramo di bamboo finchè non promettono di smetterla di violare le loro donne. Nel 2008 hanno preso d&#8217;assalto un ufficio di energia elettrica nel distretto di Banda, colpevole di aver tagliato la luce alle loro abitazioni e di aver preteso bustarelle per riattivare la corrente. Non trovando il responsabile, le donne inferocite hanno chiuso a chiave dentro l’edificio i dipendenti. Tra i suoi successi, il gruppo è riuscito a riportare a casa dei propri mariti undici ragazze che erano state buttate fuori di casa dalle suocere per dote non sufficiente. Il gruppo si batte per impedire i matrimoni con le bambine, ma non si oppone a quelli combinati tra le famiglie, troppo radicati nella tradizione e nella situazione economica dell’India rurale; ha però creato scuole di alfabetizzazione e di cucito, per dare un mestiere alle ragazze più povere. Il movimento si è esteso, creando una rete di oltre 100.000 persone in tutto il paese, è inoltre ben visto dai media locali. La loro storia viene descritta nel sito ufficiale <a href="http://www.gulabigang.in/">http://www.gulabigang.in/</a>.</p>
<p>Come si legge nell’articolo de <a href="http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200802articoli/30551girata.asp">La Stampa</a> del 27 febbraio 2008, la Gulabi Gang &#8220;<em>è considerata una delle gang più agguerrite e temute dell’India settentrionale: rapida e feroce, si sposta tra i villaggi e le campagne brandendo coltellacci e bastoni, e togliendo il sonno a ufficiali di polizia e proprietari terrieri. Urla, minacce, pugni, impiegati terrorizzati, caserme assaltate.</em>”.</p>
<p>L’India è un Paese dove ogni 29 minuti viene commessa una violenza sessuale e dove le figlie femmine vengono fatte sposare poco più che bambine. Secondo gli ultimi sondaggi nell&#8217;Uttar Pradesh ben il 54 per cento delle donne nella fascia d&#8217;età compresa tra i 15 e i 49 anni non ha mai frequentato la scuola. La percentuale é molto più bassa per gli uomini della medesima fascia d&#8217;età dei quali solo il 21 per cento non é scolarizzato. <a href="http://www.girlpower.it/mondo/storie_di_donne/gulabi_gang.php">La condizione della donna indiana</a> é un grave esempio di disparità di trattamento e di sottomissione, prima nella famiglia di nascita e poi in quella acquisita con il matrimonio. La Gulabi Gang, dove Gulabi sognifica Rosa, si batte per cambiare la situazione della donna in India e per migliorare il paese per tutti. Interessante sono al proposito due siti, <a href="http://www.thefrisky.com/2012-09-13/the-gulabi-gang-meet-the-faces-of-indias-feminist-movement/">TheFrisky.com</a> dove si legge la storia e le azioni del gruppo, e <a href="http://dailypink.pinkattitude.net/lifestyle/the-pink-gang/">DailyPink.Pinkattitude.net</a>  che tratta anche la questione dal punto di vista occidentale: “<em>La Gulabi Gang ha diviso l’opinione pubblica internazionale, e se dovessimo basarci su criteri propri dei paesi civilizzati potremmo discorrere a lungo sulla questione che alla violenza non si risponde con la violenza, che la giustizia deve essere distinta dalla vendetta e via dicendo. Personalmente ritengo un’argomentazione sufficiente il fatto che la rivoluzione rosa sia indubbiamente molto più efficace di tante altre soluzioni politicamente corrette già tentate. Oltretutto, un paese in cui gli organi preposti al controllo sono pervasi dal cancro della corruzione e la maggior parte della popolazione vive con 75 centesimi di euro al giorno merita quantomeno una revisione della morale comune.</em>”.</p>
<p>Esistono molti lavori dove viene raccontata la realtà del movimento, ad esempio l&#8217;opera realizzata nel 2012 di Nishtha Jain intitolata <a href="http://www.imdb.com/title/tt2196638/">Gulabi Gang</a>, e il documentario italiano <a href="http://www.cinemaitaliano.info/news/07100/speciale-piemonte-movie-glocal-film-festival.html">Pink Gang</a> del 2010 diretto da Enrico Bisi, regista piemontese: “<em>Stavo girando un documentario in India nel 2007 e ho sentito parlare per la prima volta di Sampat Pal e del suo gruppo di donne, ma non ho voluto approfondire. Poco tempo dopo mi sono trovato di nuovo di fronte a lei e alla sua storia, ed è iniziato il lavoro di approfondimento.</em>”.</p>
<p>Una reazione quindi basata essenzialmente sulla fisicità, sulla reazione concreta alla violenza. Guerriere che indossano il sari rosa, colore della femminilità: secondo studi che ritroviamo nel libro di Natasha Walter, <a href="https://chiaramentelibera.wordpress.com/tag/natasha-walter/">Bambole viventi</a>, il rosa fino agli anni Venti era il colore usato per i bambini poiché rappresentava il rosso (colore della forza) non ancora sviluppato. Una trasformazione cromatica assimilabile a quella del corpo umano che cresce e si trasforma: un tema che molti artisti hanno voluto interpretare. Un esempio è  il libro <em>Il corpo nell&#8217;arte contemporanea</em>, scritto da Sally O&#8217;Really: al proposito si legge su <a href="http://culturalblog.it/libri/1829/%E2%80%9Cil-corpo-nell%E2%80%99arte-contemporanea%E2%80%9D-di-sally-o%E2%80%99reilly-2/">Cultural Blog</a>: &#8220;Il corpo nel corso degli ultimi decenni ha vissuto una nuova forma in campo artistico passando dal tradizionale mezzo di comunicazione strettamente legato alla forma e all’anatomia, a una irrinunciabile fonte di integrazione con il mezzo, la tecnologia, la tecnica e la sperimentazione attraverso la video arte, l’happening e la performance”.</p>
<p>Un altro esempio sono le performance di <a href="http://www.youtube.com/watch?v=vDg_KWJh1g8">Marina Abramovic</a>: come per altri artisti, la performance è per lei un momento di catarsi e liberazione, affermazione della propria identità.</p>
<p>Il corpo e lo sguardo (come rappresentarsi ed essere rappresentati), il corpo costretto ad adattarsi, il corpo e la sessualità, il corpo e la sua mercificazione (erotizzazione del corpo e dei corpi, immaginari e modelli imposti, pubblicità, media), il corpo al lavoro (distinzioni di genere nelle professioni), rapporto con il mio corpo (ricerca su sentimenti di imbarazzo, adeguatezza e inadeguatezza, il corpo nello spazio), il corpo e i desideri (estetica del corpo, invidia, rapporti tra bellezza e bruttezza, quali standard imposti), il corpo costretto (retaggi familiari, cattolici), il corpo e la forza (immaginari nel cinema, nei colori rosa/azzurro), il corpo in rapporto con gli sport e i loro immaginari: un elenco di riflessioni e immagini, che sembrano completare il cammino delle donne del Gulabi Gang, che per difendere la propria dignità femminile si trovano a dover trasformare anche la propria immagine, i propri gesti, le proprie storie.</p>
<p>Donne e diritti, rispetto della dimensione corporea, interpretazione della propria fisicità: tematiche su cui ognuna di noi dovrebbe interrogarsi. Per questo vi segnaliamo un primo grande appuntamento per iniziare questo percorso avrà luogo con la presentazione al Torino Film Festival de <em>Lo schermo del potere</em> di A. Gribaldo e G. Zapperi, <strong>mercoledì 28 novembre, alle ore 17.00</strong>, nella sala eventi della Bibliomediateca del Museo Nazionale del Cinema.</p>
<p>- Stephania Giacobone -</p>
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