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	<title>Marco Simoni</title>
	
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	<description>Marco Simoni è economista e politologo, insegna alla London School of Economics; è esperto di capitalismo comparato e relazioni industriali e collabora con il Sole24Ore. Su Twitter è marcosimoni_</description>
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		<title>L’antipolitica è una patologia</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Apr 2012 12:47:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[antipolitica]]></category>

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		<description><![CDATA[Puntuale come le maree, è tornato il tema della &#8220;casta&#8221;. L&#8217;occasione è stata la bandiera bianca alzata dalla commissione Giovannini che doveva stabilire equi compensi per parlamentari e alti funzionari pubblici sulla base dei dati degli altri paesi europei. La &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/04/07/lantipolitica-e-una-patologia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Puntuale come le maree, è tornato il tema della &#8220;casta&#8221;. L&#8217;occasione è stata la bandiera bianca alzata dalla commissione Giovannini che doveva stabilire equi compensi per parlamentari e alti funzionari pubblici sulla base dei dati degli altri paesi europei. La missione era veramente impossibile, non solo per le ragioni tecniche addotte dal presidente dell&#8217;Istat: non si trovano corrispondenze precise per fare i calcoli. Soprattutto, non esistono illusorie scorciatoie tecniche a questioni profondamente politiche: in questo la vicenda della commissione Giovannini è specchio e metafora di problemi più ampi.</p>
<p>Le risposte tecniche o contabili, come quelle giudiziarie, alla cosiddetta &#8220;antipolitica&#8221; saranno sempre insufficienti perché le sue ragioni non dipendono soltanto dalle inchieste giornalistiche &#8211; sempre meritorie &#8211; sugli abusi o sugli eccessi. Infatti, nei Paesi dal rapporto più sano con la politica, le inchieste offrono occasioni per rinnovare il patto di fiducia, rimediare agli errori, mentre da noi hanno l&#8217;unico effetto di alimentare sentimenti antipolitici che, prolungati nel tempo, diventano naturalmente antidemocratici.</p>
<p>Io credo che le radici, da estirpare, dell&#8217;antipolitica si trovino nell&#8217;organizzazione della nostra economia e nel suo rapporto con i poteri pubblici. Nel secondo dopoguerra, gli enti pubblici in senso ampio &#8211; e dunque i partiti &#8211; avevano un ruolo fondamentale nel garantire il coordinamento strategico della scelte economiche, sia a livello nazionale che a livello locale e nei distretti, contribuendo a colmare i ritardi che ci separavano dagli altri paesi europei. Al netto degli abusi, che aumentarono nel tempo portando fino a Tangentopoli, è stata una funzione importante che ha consentito una crescita economica sostenuta e l&#8217;aumento del benessere di tutti. Per questo il populismo, sempre presente in ogni democrazia, non attecchiva.</p>
<p style="text-align: right;">(<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-04-07/lantipolitica-come-patologia-081505.shtml?uuid=AbQviMKF">continua a leggere sul Sole 24 Ore</a>)</p>
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		<title>Tre cose sulla riforma del lavoro</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Mar 2012 10:14:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vorrei appuntare alcune cose che penso su questa proposta di riforma. La prima è che come ho avuto modo di dire e scrivere in passato io penso che una soluzione migliore sarebbe stata quella di un nuovo contratto di lavoro &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/03/23/tre-cose-sulla-riforma-del-lavoro/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei appuntare alcune cose che penso su questa proposta di riforma.</p>
<p>La prima è che come ho avuto modo di dire e scrivere in passato io penso che una soluzione migliore sarebbe stata quella di un nuovo contratto di lavoro per i neoassunti in cambio di una riduzione drastica dei lavori precari. Dunque, art. 18 riformato come da proposta del governo, ma solo per i neoassunti. Sempre solo per i neoassunti riduzione del costo del lavoro a tempo indeterminato, e contestuale drastica potatura dei contratti a termine, cocopro, eccetera. Su questa ragionevole idea che metteva assieme giustizia sociale ed efficienza economica i sindacati hanno fatto barricate, con il brillante risultato di avere una riforma diversa, in cui il cambiamento dell&#8217;articolo 18 vale per tutti, le forme di precarietà non sono state diminuite a sufficienza, e soprattutto non è stato possibile per mancanza di risorse ridurre il costo del lavoro (mentre sarebbe stato possibile ridurlo solo per i neoassunti a tempo indeterminato, tramite una sua parificazione al costo attuale medio dei contratti precari).</p>
<p>Penso che questa riforma, pur contenendo degli elementi che, in modo meno lineare, vanno nella stessa direzione di una maggiore giustizia ed efficienza, apra delle questioni serie: diventa urgente trovare risorse sia per diminuire il costo del lavoro &#8211; almeno per i più giovani &#8211; e per protezioni sociali di chi fosse licenziato oltre i 50 anni. Dunque penso che sia una riforma molto problematica.</p>
<p>Tuttavia, se da questa riforma viene abolito il cambiamento dell&#8217;articolo 18, di cui comprendo le motivazioni di protezione dei più anziani, penso che diventerebbe una riforma pessima che avrebbe due effetti: diminuire l&#8217;occupazione tra i precari (ossia più disoccupati) e diminuire lo stipendio di quelli che non perdono il lavoro. Mantenendo invece la modifica dell&#8217;articolo 18 rimane una qualche forma di incentivo a far transitare dei precari &#8211; sopratutto quelli con contratto a termine, mentre i cocopro possono pure far cadere le speranze &#8211; verso il tempo indeterminato.</p>
<p>Dunque secondo me se il Parlamento decide di far passare la riforma si apre subito dopo un capitolo enorme su come fronteggiare i cambiamenti e sui provvedimenti da prendere per favorire occupazione e rafforzare le protezioni. Invece, meglio nessuna riforma che una riforma a metà che peggiora le condizioni di tutti e soprattutto dei precari.</p>
<p>In fondo, sarebbe ragionevole concludere che cambiare il mercato del lavoro non è possibile senza un mandato elettorale. E sarebbe anche buona l&#8217;idea di poter andare a elezioni con chiare ipotesi contrapposte e diverse su come affrontare questo tema così importante per il futuro dell&#8217;Italia.</p>
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		<title>Goldman Sachs e il bene dei clienti</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Mar 2012 14:41:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<category><![CDATA[banche]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri è circolato molto in rete un pezzo scritto per il New York Times da Greg Smith, un direttore esecutivo della banca d’affari Goldman Sachs, con il quale motiva le sue dimissioni dopo dieci anni di carriera: «L’ambiente è ormai &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/03/15/greg-smith-goldman-sachs/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri è circolato molto in rete <a href="http://www.ilpost.it/2012/03/14/perche-lascio-goldman-sachs/">un pezzo</a> scritto per il <em>New York Times</em> da Greg Smith, un direttore esecutivo della banca d’affari Goldman Sachs, con il quale motiva le sue dimissioni dopo dieci anni di carriera: «L’ambiente è ormai tossico e distruttivo». È molto pesante nel giudizio nei confronti dei suoi massimi dirigenti (e mi chiedo se ne riceverà conseguenze legali) che, secondo Smith, non sono stati in grado di arrestare la deriva della banca verso comportamenti che non sono più tesi, come ai bei vecchi tempi, a fare il bene del cliente (dove per “cliente” è da intendersi, ad esempio, un <em>hedge fund</em> da miliardi di dollari). Al contrario, massima preoccupazione dei dipendenti di Goldman Sachs è ora solo quella di fare profitti. Per questa ragione Smith ha deciso di dimettersi, per il contrasto tra i suoi valori di integrità, e la deriva dell’organizzazione.</p>
<p>Non è possibile non sorridere al paradosso: un dirigente di banca che si scandalizza tanto da «non riuscire più a guardare i giovani neo-assunti negli occhi» perché lo scopo dei dirigenti della banca è ormai diventato quello di fare più soldi possibile. Allora quale è la funzione principale di una banca, potrebbe chiedersi un demagogo qualsiasi? Quella di fare il bene dei clienti, far fare loro dei profitti, che sono cosa diversa da guadagni estemporanei sulla scorta di brevi speculazioni. Sembrerebbe una distinzione di poco conto, quella tra le banche che vogliono massimizzare i propri profitti e quelle che vogliono massimizzare i profitti dei loro clienti, ma è tutt’altro che triviale, ed è dunque opportuno dismettere l’ironia per osservare invece una lezione importante.</p>
<p>La fragilità con cui le grandi istituzioni sono in grado di operare per la propria stessa salvaguardia nel tempo, e i conflitti di interesse che possono annidarsi tra i dirigenti di grandi organizzazioni e i membri di quelle organizzazioni (soci o clienti) sono tra le lezioni principali che si sarebbero dovute imparare dalla crisi finanziaria, e che invece sono state largamente ignorate. È una lezione che vale anche per altri ambiti, la politica per esempio. Ma nel caso della finanza dà luogo a conseguenze particolarmente pericolose.</p>
<p>Per usare l’esempio più ovvio, le banche d’affari hanno una evidente sproporzione di informazioni rispetto ai loro clienti, anche clienti importanti e potenti, e questa asimmetria è stata spesso usata a fini individuali e personali che poco avevano a che fare sia con la salute (e i profitti) della banca, che con gli interessi dei clienti.</p>
<p>Il salvataggio di importanti istituti di credito è stato importante perché fosse evitata una crisi dalle proporzioni anche maggiori, ma senza un intervento di struttura sulla regolazione di queste grandi organizzazioni, i conflitti di interesse sono destinati a riesplodere periodicamente, e l’entità dei danni da essi provocati non dipenderà dallo stato delle finanze pubbliche, dalla riforma del lavoro, o da altre – importantissime – riforme che stanno occupando i governi di mezza Europa.</p>
<p>È difficile regolare bene, e la regolazione tende quasi per definizione a essere eccessiva oppure influenzata da chi deve essere regolato. Si potrebbe partire da una osservazione banale: profitti in sistematico eccesso sono un segnale di mercati imperfetti in cui forze monopolistiche sono in grado di operare. L’azione pubblica dovrebbe dunque svolgersi – anche con la tassazione – al fine di riportare i profitti del settore finanziario in linea con gli altri settori economici con due effetti positivi: più risorse per le politiche pubbliche e mercati finanziari più efficienti.</p>
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		<title>Una nuova ideologia</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Mar 2012 09:34:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è un paradosso particolarmente evidente nel dibattito pubblico italiano. Da un lato, non si trova più nessuno che difenda o proponga esplicitamente un’ideologia. Del resto le ideologie sono screditate da decenni, non perché fosse disprezzata la loro caratteristica di leggere &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/03/06/una-nuova-ideologia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C’è un paradosso particolarmente evidente nel dibattito pubblico italiano. Da un lato, non si trova più nessuno che difenda o proponga esplicitamente un’ideologia. Del resto le ideologie sono screditate da decenni, non perché fosse disprezzata la loro caratteristica di leggere e filtrare la realtà e di costruire progetti di cambiamento e di conservazione selettiva, ma per l’invincibile dogmatismo che si sono sempre portate dietro.</p>
<p>Scritto con Gianluca Briguglia. Continua a leggere su <a href="http://www.europaquotidiano.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=133178">Europa</a> o sul <a href="http://http://www.ilpost.it/gianlucabriguglia/2012/03/06/lasciamo-gli-ideologismi-e-inventiamo-ideologie/">blog</a> di Gianluca Briguglia.</p>
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		<title>Volevo dirlo a Lucio Dalla</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 12:12:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Durante il dottorato, sarà stato il 2004, a un certo punto vivevo in un appartamento vicino a King&#8217;s Cross con una minuscola cucina e tre coinquilini tra cui la padrona di casa, una ragazza giovanissima &#8211; avrà avuto dieci anni &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/03/01/volevo-dirlo-a-lucio-dalla/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Durante il dottorato, sarà stato il 2004, a un certo punto vivevo in un appartamento vicino a King&#8217;s Cross con una minuscola cucina e tre coinquilini tra cui la padrona di casa, una ragazza giovanissima &#8211; avrà avuto dieci anni meno di me &#8211; che ascoltava in continuazione musica hip-hop-rap, qualcosa di super-ritmato di cui ignoravo la definizione esatta. Era evidentemente musica ultimo grido, molto apprezzata dalla sua comunità di amici tutti caribe-inglesi (spero sia l&#8217;equivalente di afro-americani), che ascoltavano musica e chiacchieravano tutto il giorno. Secondo me non ballavano solo perché la cucina era veramente minuscola.</p>
<p>Io invece in quel periodo sentivo Dalla. Un giorno mi ero rotto i cabasisi dell&#8217;hip-hop o qualsiasi cosa fosse, e ad un certo punto dalla mia stanza ho deciso di ingaggiare una guerra di volumi, fiducioso nella potenza del mio stereo che era l&#8217;unica cosa che mi ha sempre seguito nei vari traslochi. Bussano alla porta della stanza e mi preparo a una tipica lite tra coinquilini, non ne potevo più della loro musica. Si affacciarono un paio dei suoi amici, sorridenti e con la luce negli occhi: che bello! Che ritmo! Cos&#8217;è, è nuovo?</p>
<p>Ho sempre pensato che mi sarebbe capitato di raccontarglielo a Dalla, e che gli avrebbe fatto piacere. Mi spiace proprio.</p>
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		<title>Le acrobazie sulla piazza</title>
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		<pubDate>Fri, 24 Feb 2012 13:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Accolgo volentieri l’invito di Europa ad elaborare qualche tweet dei giorni scorsi sul tema della manifestazione della Fiom e della partecipazione annunciata (o della vicinanza esplicita ad essa) di dirigenti nazionali del Partito democratico. Bisogna innanzitutto notare che quello del &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/02/24/le-acrobazie-sulla-piazza/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Accolgo volentieri l’invito di <em>Europa</em> ad elaborare qualche <em>tweet</em> dei giorni scorsi sul tema della manifestazione della Fiom e della  partecipazione annunciata (o della vicinanza esplicita ad essa) di  dirigenti nazionali del Partito democratico. Bisogna innanzitutto notare  che quello del partito che appoggia un governo ma è contemporaneamente  contro il governo è un vero e proprio <em>topos</em> della Seconda  repubblica. È accaduto al primo e al secondo governo Prodi, ma anche ai  governi Berlusconi, con il centro prima, i finiani poi, e talvolta la  Lega poi, a recitare la parte di chi si inerpica in trucchi lessicali  per motivare posizioni politiche chiaramente inconciliabili.<span id="more-346"></span><br />
Tuttavia,  non essendo appunto una novità, è un fenomeno che vale la pena di  analizzare. Primo, quale è la ragione strutturale che spinge a infilarsi  in un comportamento evidentemente contradditorio, sia pur giustificato  da battute più o meno efficaci? Secondo, quale è la conseguenza di  questi posizionamenti? Penso che le risposte valgano sia per il caso più  recente che per i casi passati.<br />
Innanzitutto, questi posizionamenti  si accompagnano sempre a salti semantici e logici che si adoperano per  cercare di nascondere la contraddizione politica. Si dice che  partecipare a una manifestazione non significa condividerne tutta la  piattaforma. Come no? Allora cosa si deve fare per condividere una  piattaforma? E cosa si fanno a fare le manifestazioni se ogni  partecipante ha la sua personale motivazione? Si dice che si partecipa  alla manifestazione per star vicino ai metalmeccanici. Ma quella del 9  marzo è una manifestazione solo della Fiom: i metalmeccanici di Fim e  Uilm sono meno metalmeccanici? No, infatti quella è solo una battuta che  elude le differenze politiche che esistono tra i metalmeccanici.<br />
Si  dice poi (contraddicendosi direttamente, ma lo si fa magari in un  contesto diverso) che la manifestazione non è contro il governo, eppure  la piattaforma dice di considerare «non accettabili e sbagliate le  scelte del governo italiano».<br />
Queste acrobazie verbali, facilmente  smentibili ma chiare a tutti gli osservatori, servono a mascherare una  contraddizione nella quale, tuttavia, si vuole entrare. Mettersi in un  contesto contradditorio è la ragione tattica – oggi come ieri – di  questi comportamenti. Il fine evidente è quello di mobilitare il più  possibile le proprie nicchie politiche di riferimento al fine di contare  di più nella battaglia interna al proprio partito o alla propria  coalizione: non quello di mutarne le politiche o conquistare una reale  egemonia sui contenuti, ma di conquistare potere negoziale. Se non fosse  così, evitare la contraddizione sarebbe facile: si considerano inique  le manovre Monti sulle pensioni? Se ne proponga la modifica.<br />
Si  considera iniqua l’Imu e giusto invece alzare ancora le tasse sui  precari? Si scriva una piattaforma politica con questi contenuti e si  propongano elezioni immediate, dato che ormai l’emergenza spread è  passata. Ma una coerenza di fondo non sarà cercata, perché questo  costringerebbe a confrontarsi sui temi, brandire slogan o forgiare  battute non sarebbe sufficiente.<br />
Infatti, in questo caso le battute  sono utili a mobilitare la fetta interna di militanti che, interpretando  in maniera pigra e antistorica le radici della sinistra italiana,  confonde l’essere di sinistra con la critica generica a qualsiasi forma  di riflessione economica moderna (dimenticando che, ad esempio, Marx a  suo tempo era un economista moderno) che viene semplicemente tacciata di  neo-liberismo.<br />
Ad ogni modo, la storia della Seconda repubblica ci  ha anche mostrato che questa tattica ha un respiro molto corto. Non si  può, come fece Cofferati al Circo Massimo, sostenere che dall’articolo  18 dipende la dignità dei lavoratori e poi non votare a favore del  referendum che ne estendeva a tutti la validità. Non si può stare al  governo con Berlusconi e sostenere battaglie per la legalità come  facevano i finiani. Non si può sostenere che alcune delle misure di  Monti sono inique senza proporne la loro modifica, o presentare un  programma alternativo. Le contraddizioni hanno gambe molto corte:  possono consentire lampi di popolarità in circoli chiusi, ma arrivano al  pettine prima di quanto si possa pensare.</p>
<p>da <a href="http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/132965/le_acrobazie_sulla_piazza">Europa</a> di oggi</p>
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		<item>
		<title>Perché in Italia c’è la precarietà?</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Feb 2012 10:09:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché in Italia c&#8217;è la precarietà? In Germania, Francia e Regno Unito ci sono più giovani che da noi con una durata media del posto di lavoro inferiore a un anno. Eppure in quei paesi, a differenza che da noi, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2012/02/14/perche-in-italia-ce-la-precarieta/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perché in Italia c&#8217;è la precarietà? In Germania, Francia e Regno  Unito ci sono più giovani che da noi con una durata media del posto di  lavoro inferiore a un anno. Eppure in quei paesi, a differenza che da  noi, non esiste un discorso pubblico e privato così drammaticamente  concentrato sulla precarietà. Evidentemente, si tratta di un tema che  non si può afferrare solo con riferimento alla durata dei contratti di  lavoro.</p>
<p>La precarietà intesa come condizione esistenziale che restringe gli  orizzonti delle persone al presente, impedisce scelte dalla prospettiva  più ampia e porta con sé uno stato di sofferenza individuale può essere  ricondotta a tre cause.</p>
<p><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2012-02-14/precarieta-misura-europea-064123.shtml?uuid=AaD4EVrE" target="_blank">Continua a leggere</a> sul Sole24Ore</p>
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		<title>Riforme modernizzatrici nel solco dell’identità</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 20:52:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Le misure più importanti contenute nella recente manovra non sono quelle più dibattute. Certo, mosso dall&#8217;emergenza dell&#8217;euro, il governo Monti non poteva che concentrarsi su temi di finanza pubblica che suscitano istintive e motivate reazioni. Ma per disinnescare le ragioni &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/12/10/riforme-modernizzatrici-nel-solco-dellidentita/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le misure più importanti contenute nella recente manovra non sono quelle più dibattute. Certo, mosso dall&#8217;emergenza dell&#8217;euro, il governo Monti non poteva che concentrarsi su temi di finanza pubblica che suscitano istintive e motivate reazioni.</p>
<p>Ma per disinnescare le ragioni che ci hanno portato ad un passo da baratro è necessario tornare a crescere altrimenti anche i sacrifici che vengono chiesti oggi potrebbero risultare inutili nel giro di pochi anni.</p>
<p>(<a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-12-09/riforme-coerenti-crescere-063933.shtml" target="_blank">continua a leggere</a> sul sito del Sole24Ore)</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Tre cose sul nuovo governo</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 11:04:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Ora che è forse passata l’emozione per la visione dei venti outsider nei banchi centrali del Parlamento si può fare qualche riflessione. Al netto delle note di colore, questo governo tecnico ha tre caratteristiche particolari sia rispetto ai precedenti italiani &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/22/il-nuovo-governo/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ora che è forse passata l’emozione per la visione dei venti outsider nei banchi centrali del Parlamento si può fare qualche riflessione. Al netto delle note di colore, questo governo tecnico ha tre caratteristiche particolari sia rispetto ai precedenti italiani degli anni ’90, che rispetto ai precedenti governi tecnici del mondo (una utilissima analisi si trova sulla rivista <a href="http://www.imille.org/2011/11/i-monti-dellultimo-secolo/" target="_blank">iMille</a>).</p>
<p>La prima particolarità è la completa assenza di politici che invece, direttamente o indirettamente nelle forme di stretti collaboratori di politici recenti, si sono sempre trovati in ogni tempo e latitudine. Gli stessi Ciampi e Dini pur non essendo politici erano banchieri centrali, una funzione non elettiva ma certamente di stretto confine con la politica. Erano inoltre membri di quei governi persone che avevano in passato, o era evidente avrebbero avuto nell&#8217;immediato futuro, funzioni politiche: erano già o sarebbero diventati uomini politici. Ad esclusione forse – forse – di uno o due dei suoi componenti, sembra davvero difficile pensare i protagonisti di oggi impegnati nel 2013 in campagna elettorale.</p>
<p>La seconda caratteristica riguarda il programma. I precedenti governi tecnici, Ciampi e Dini, avevano un programma estremamente specifico e definito. Non si ripromettevano di riscattare il paese, compito politico per eccellenza, ma di cambiare la legge elettorale, fare un accordo sindacale o riformare le pensioni: capitoli importanti, ma pochi e molto chiari da completare prima di tornare alle urne. Invece, il programma di questo governo è in linea di principio limitato solo dal tempo a disposizione.</p>
<p>Quello illustrato da Monti potrebbe essere tranquillamente un programma d’inizio legislatura, contiene tutto.</p>
<p>Per questa ragione sembra molto difficile la strada di chi pensa di riuscire a rivendicare alcune scelte e non altre: è un programma politico a tutto tondo sul quale per forza i partiti – tranne Casini che ne ha rivendicato l’adesione totale – avranno difficoltà a confrontarsi. Allo stesso tempo, visti i sondaggi e il credito di fiducia che i cittadini gli hanno conferito, il governicidio sembra essere per il momento escluso dalle opzioni delle forze in parlamento, il che renderà ancora più ardua, nel medio periodo, la differenziazione programmatica tra gli attuali partiti.</p>
<p>Se il governo fa la riforma fiscale, del mercato del lavoro, delle pensioni, la liberalizzazione delle professioni, la lotta all’evasione fiscale, la diminuzione di alcune imposte, la patrimoniale, come faranno a dividersi i partiti? Su conflitto d’interessi, giustizia, intercettazioni, fine-vita, fecondazione assistita? Ah, eccola allora la campagna del 2013, allo stato delle cose.</p>
<p>La terza caratteristica riguarda ancora la composizione. A differenza di precedenti governi tecnici, soprattutto in America Latina o altri paesi in gravi dissesti finanziari, non si tratta di marziani con esperienze essenzialmente confinate nelle grandi istituzioni internazionali, magari a Washington.</p>
<p>Per usare una metafora un po’ irriguardosa, il governo è forse composto da ufo, come suggerito da qualche giornalista, ma sono ufo nostrani, autoctoni. In altre parole, tutti i membri del governo sono profondi conoscitori non (solo) della astratta teoria alla base delle loro discipline, ma della realtà italiana. Le loro non sono generiche competenze, ma competenze molto applicate al contesto italiano ed europeo. A differenza dei governi tecnici in paesi in via di sviluppo, che impiegarono soluzioni neoliberiste tutte uguali in contesti molto diversi (da cui, come ha spiegato bene Dani Rodrik, il neoliberismo sta all’economia neoclassica come l’astrologia sta all’astronomia), i nostri ministri tecnici conoscono molto bene la realtà sulla quale sono chiamati ad operare e infatti le scelte che si prefigurano sono tutto tranne che la trasposizione meccanica di precetti astratti.</p>
<p>Questa è una ragione ulteriore per aspettarsi che questo governo possa essere non solo in grado di intervenire con politiche sensate, ma di farlo con una quantità ampia di misure che sul serio possono rimettere l’Italia su un binario positivo di crescita. Crescita che poi significa non solo avere più soldi, ma soprattutto avere più opportunità, più possibilità per tutti di lavorare e fare le cose che si sanno fare.</p>
<p>Queste riflessioni m’inducono a supporre che l’impatto di questo governo sarà maggiore di quello che implicitamente si tende ad assumere quando si ragiona sul futuro ancora con gli schemi di due settimane fa, con Alfano, Casini, Vendola, Di Pietro, Bersani, ognuno a tessere la propria strategia. E’ difficile prevedere le forme che il cambiamento prenderà e molto dipenderà dall’eventuale riforma della legge elettorale.</p>
<p>Per ora abbiamo un parlamento che non è in grado di togliere la fiducia al governo, un governo che suggerirà misure tagliate sulla realtà italiana che potrebbero essere più facili da spiegare e far accettare di quel che si pensa, proprio perché saranno riforme complessive e non saranno riforme di tagli lacrime e sangue che invece susciterebbero opposizioni da ogni angolo.</p>
<p>Potrebbe anche essere la fine dei “problemi di comunicazione”, pigro alibi che sentiamo ripetere da oltre dieci anni da politici con davvero poco da comunicare.</p>
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		<title>Il bisogno di visione politica</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 12:42:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Il Post</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Italia ha affrontato la crisi economica globale con l&#8217;eredità di quindici anni di lento ma costante declino economico: è il solo grande paese, il Sole 24 Ore lo ha ricordato anche ieri nell&#8217;articolo di fondo, in cui la crisi ha &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/09/il-bisogno-di-visione-politica/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia ha affrontato la crisi economica globale con l&#8217;eredità di  quindici anni di lento ma costante declino economico: è il solo grande  paese, il Sole 24 Ore lo ha ricordato anche ieri nell&#8217;articolo di fondo,  in cui la crisi ha distrutto tutta la – pochissima – ricchezza prodotta  nei dieci anni precedenti. Se il prodotto interno non ricomincia a  salire, il rapporto del debito sul Pil continuerà a crescere e non  basterà cambiare un governo per tranquillizzare i mercati. Ma come è  possibile che un&#8217;economia come la nostra, che entrava nella  globalizzazione ricca di capitali – i famosi risparmi delle famiglie –  di capitale umano, dell&#8217;esperienza di tantissime aziende che avevano  fatto la loro fortuna proprio con le esportazioni, ha invece  complessivamente arrancato per tutti gli anni 2000?</p>
<p><a href="http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-11-09/riforme-anni-paese-mancato-095010.shtml?uuid=AaZQN1JE">Continua a leggere sul sito del Sole24Ore</a></p>
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