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	<title>Massimo Mantellini</title>
	
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	<description>Ha un blog molto seguito dal 2002, Manteblog. Vive a Forlì, scrive per Punto Informatico</description>
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		<title>Google mi rende stupido</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 20:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi, mentre i miei amici milanesi continuavano a twittare le vicende dell&#8217;occupazione e dello sgombero di Macao, mi sono accorto che non mi ricordavo dove fosse esattamente Macao. La regione, intendo, quella vera. E poiché Google ci rende stupidi ma &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/05/15/google-mi-rende-stupido/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi, mentre i miei amici milanesi continuavano a twittare le <a href="http://www.ilpost.it/2012/05/15/la-proposta-di-pisapia-per-macao/">vicende</a> dell&#8217;occupazione e dello sgombero di <a href="http://www.macao.mi.it/">Macao</a>, mi sono accorto che non mi ricordavo dove fosse esattamente Macao. La regione, intendo, quella vera. E poiché Google ci rende stupidi ma in fondo stupidi noi un po&#8217; lo siamo già, ho chiesto al motore mondiale di ricordarmi dove fosse, esattamente, l&#8217;esotica località asiatica. Bene: nella prima pagina di <a href="http://www.google.it/#hl=it&amp;gs_nf=1&amp;cp=4&amp;gs_id=d&amp;xhr=t&amp;q=macao&amp;pf=p&amp;output=search&amp;sclient=psy-ab&amp;oq=maca&amp;aq=0z&amp;aqi=g-z1g2g-z1&amp;aql=&amp;gs_l=&amp;pbx=1&amp;bav=on.2,or.r_gc.r_pw.r_qf.,cf.osb&amp;fp=639a57cee6246e48&amp;biw=1597&amp;bih=1165">risultati</a> di Google per la keyword &#8220;macao&#8221;, se escludiamo i due link &#8220;promozionali&#8221; di Google (quello delle notizie e quella delle mappe) e quello alla voce Wikipedia (secondo risultato) troviamo il link al sito del centro culturale milanese Macao (primo risultato), quello al tumblr di Macao (quarto risultato), mentre gli altri sette risultati sono collegamenti ad articoli di stampa (in genere di grandi giornali) che trattano la notizia delle recenti vicende della Torre Galfa. </p>
<p>Nella seconda pagina dei risultati di Google non andiamo meglio. In alto c&#8217;è il link alla pagina facebook del Macao milanese, un&#8217;altra informata di link ad articoli di news sulla vicenda dello sgombero, la voce wikipedia in inglese della città e, solo verso il fondo, alcuni link tematici riferibili alla regione del mar della Cina. La voce Lonely Planet, una pagina del Ministero degli Esteri su come viaggiare sicuri a Macao, il link ad un sito di scommesse piuttosto dubbio che si chiama Casinò a Macao.</p>
<p>Detto in parole povere: la voce &#8220;macao&#8221; su Google (come ormai moltissime altre) fa abbastanza pietà e lo fa per due ragioni che vale la pena sottolineare. La prima è che Google è ormai completamente intossicato dal tempo reale. La sua fenomenale rapidissima capacità di aggiornare gli indici con notizie fresche (che vengono come tali ritenute molto interessanti) lo ha rapidamente instupidito. Qualsiasi ricerca è sottomessa al giogo della correlazione eventuale con notizie di cronaca più o meno recenti. Un venusiano di passaggio sulla Terra che decidesse di cercare su Google &#8220;Mike Bongiorno&#8221; scoprirebbe, prima di qualsiasi altra informazione, che si tratta di un tizio dal nome curioso di cui è stata rubata la bara. Sono passati molti mesi dagli ultimi sviluppi di quell&#8217;episodio di cronaca nera ma tuttora la voce Mike Bongiorno su Google ha in prima pagina i link a 5 articoli di stampa sul ritrovamento della bara. Ma la bara di chi, santo dio? In pratica se non ci fossero le voci Wikipedia fare ricerche su Google sarebbe oggi una sorta di navigazione alla cieca in mezzo a notizie frammentate dal senso molto difficile da ricostruire.</p>
<p>La seconda questione è collegata alla prima e costringe a una breve meditazione sugli scopi di un motore di ricerca. A cosa dovrebbe servire Google? Dipende. Ai suoi creatori serve (fondamentalmente) per vendere pubblicità, agli editori ed alle aziende per farsi trovare in rete, a mia zia per andare su Facebook scrivendo &#8220;facebook&#8221; nella form di ricerca. Ma agli altri utenti? A cosa dovrebbe servire Google per gli utenti che scrivono &#8220;macao&#8221; o &#8220;mike bongiorno&#8221; nella sua pagina in una sera di maggio? Io ovviamente parlo per me e parlando solo per me vorrei che Google (o il suo prossimo concorrente che lo sbaraglierà in un battibaleno) avesse qualche aspirazione enciclopedica in più. Non sto ritirando fuori il pippone sul web semantico, non pretendo automagie che capiscano esattamente cosa sto pensando in quel momento. Mi accontenterei di una <em>piallata</em> al pagerank (o come diavolo si chiama ora) che recuperi un buon senso minimo delle ricerche. Una ipotesi di gerarchia che se ne freghi del tempo reale (il tempo reale dopo un attimo è già passato e mediamente non ha nemmeno bisogno di essere troppo ricordato) e si occupi invece, con convinzione, del tempo consolidato. Che è in fondo quello che ci serve davvero e che ci rende meno stupidi. Se Google non riesce più a suggerirmi intelligenza a me Google interessa meno. Vorrei &#8220;La fenomenologia di Mike Bongiorno&#8221; nella prima pagina dei risultati su Google non notizie a bizzeffe sulla sua bara; vorrei una lista di cose che non so sull&#8217;ex colonia portoghese nel Mar della Cina, non tonnellate di notizie di cronaca su un evento milanese che domani nemmeno Pisapia nei suoi incubi ricorderà più.</p>
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		<title>Stampa clandestina?</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2012 09:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Accade in Sicilia]]></category>
		<category><![CDATA[Carlo Ruta]]></category>
		<category><![CDATA[Cassazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Domani è un giorno importante. La Corte di Cassazione decide sulla condanna per il reato di stampa clandestina del blog di Carlo Ruta &#8220;Accade in Sicilia&#8221;. Una delle vergogne di questo paese. Ecco qui di seguito il punto al riguardo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/05/09/stampa-clandestina/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domani è un giorno importante. La Corte di Cassazione decide sulla condanna per il reato di stampa clandestina del blog di Carlo Ruta &#8220;Accade in Sicilia&#8221;. Una delle vergogne di questo paese. Ecco qui di seguito il punto al riguardo di <a href="http://www.minotti.net/">Daniele Minotti</a>, avvocato esperto delle faccende di rete, speriamo bene.</p>
<p>
<em><strong>UPDATE</strong></em> 10/5/2012. Alle 19.30 di questa sera la Corte di Cassazione ha <a href="http://www.fulviosarzana.it/blog/storica-sentenza-della-cassazione-i-blog-non-sono-stampa-clandestina-e-non-sono-un-prodotto-editoriale-assolto-carlo-ruta-perche-il-fatto-non-sussiste/">assolto</a> Carlo Ruta perche il fatto non sussiste. I blog NON sono stampa clandestina. (commento mio: c&#8217;è un dio, ma abita molto molto in periferia)<br />
&#8230;&#8230;.</p>
<p>Oramai ci siamo, è questione di poche ore. Giovedì prossimo, il 10 maggio, la Cassazione deciderà la sorte dei blog (e non solo).<br />
Molti ricorderanno il caso di Carlo Ruta, storico, saggista e giornalista siciliano <a href="http://www.penale.it/page.asp?mode=1&amp;IDPag=692">condannato</a> nel 2008 dal tribunale di Modica per il reato di stampa clandestina, pronuncia <a href="http://www.penale.it/page.asp?mode=1&amp;IDPag=1058">confermata</a> l&#8217;anno scorso dalla Corte di appello di Catania.<br />
Ruta aveva un blog, Accade in Sicilia, faceva – sì – informazione e inchieste, specie sulla Mafia. Poi il paradosso: incappato nelle ire non dei mafiosi, ma di un magistrato sentitosi offeso nella reputazione per uno scritto pubblicato su quel blog, sì è trovato a processo per diffamazione e stampa clandestina, reato ipotizzato proprio dal pm querelante.<br />
In primo grado, il tribunale monocratico di Modica aveva concluso che Accade in Sicilia era una vera e proprio testata giornalistica, al pari di quelle cartacee, per di più periodica. E che, pertanto, da un lato doveva considerarsi “prodotto editoriale” ai sensi della famigerata l. 62/2001, dall&#8217;altro, proprio in quanto “stampa periodica, doveva essere registrato presso il Tribunale competente, pena l&#8217;applicazione delle sanzioni previste dall&#8217;art. 16 della l. 47/48. Tesi completamente recepita anche in appello.</p>
<p>Sebbene non sia questa la sede per barbosi approfondimenti giuridici, credo, comunque, valga la pena di esporre le due critiche principali a questo castello:</p>
<p>. il giudice di primo grado ha negato l&#8217;applicabilità di una fondamentale quanto decisiva esenzione dall&#8217;obbligo di registrazione prevista dal d.lgs. 70/2003 sostenendo che essa è contemplata soltanto per la “società dell&#8217;informazione” la quale, a sua volta, sarebbe un&#8217;impresa, a struttura societaria, che si occupa di informazione, mentre il Ruta è una semplice persona fisica; so che molti lettori si sentiranno gelare il sangue, ma dovranno farsi una ragione che una parte non secondaria delle argomentazioni che stanno alla base della condanna si fondano su tale definizione;</p>
<p>. fortunatamente, la Cassazione, pur non essendosi, ad oggi, mai occupata della stampa clandestina telematica, ha già più volte detto che una pubblicazione Web non è di per sé stampa e che, addirittura, neppure alle testate registrate si applicano immediatamente le regole dalla carta (segnatamente, quelle sulla responsabilità del direttore).</p>
<p>Per tornare al pragmatico, cose potrebbe accadere giovedì? Quali le conseguenze nel caso peggiore.<br />
Quanto al primo quesito, a parte le remota ipotesi dell&#8217;inammissibilità del ricorso (declaratoria che osterebbe a qualsiasi approfondimento sui nostri temi giuridici), la Suprema Corte potrebbe annullare o, all&#8217;opposto, confermare la sentenza di appello, in entrambi i casi formulando un principio giuridico, vale a dire criticando o avallando il ragionamento dei giudici sottordinati.<br />
A differenza di quanto accade negli Stati Uniti, qui da noi non esiste un rigido vincolo col precedente giurisprudenziale, ma una sentenza di Cassazione, anche non a sezioni unite, ha sempre il suo peso. Ecco perché il prossimo appuntamento è senza dubbio cruciale.<br />
E se, dunque, la Cassazione dovesse confermare la linea dura? A prima vista, la registrazione di una testata potrebbe sembrare soltanto una spesa con molta burocrazia intorno, non una forma di censura preventiva. E va detto che è questa la risposta già data a suo tempo dalla Corte Costituzionale.<br />
Ma fermo restando che ometterla, ove richiesta, costituisce illecito penale per le norme meglio viste, sono, sinceramente preoccupato per tutte le conseguenze non immediatamente evidenti che l&#8217;equiparazione alla stampa cartacea porterebbe con sé. Penso alla responsabilità dei “direttori”, agli obblighi di rettifica e via dicendo, ma sottolineerei due complicazioni di non poco conto che, alla fine, rischierebbero veramente di limitare la libera espressione del pensiero in capo a chi dell&#8217;informazione non ne fa professione:</p>
<p>. quotidiani e periodici devono avere una certa struttura, in particolare un direttore con determinati requisiti, non certo propri di un semplice cittadino; per tacere dei costi se ci si rivolge a terzi;</p>
<p>. anche le pubblicazioni non periodiche devono riportare alcune indicazioni obbligatorie che, se omesse, conducono in tribunale, penale; pertanto, non basterebbe l&#8217;irregolarità delle “uscite”.</p>
<p>A conti fatti, una decisione conforme ai gradi precedenti non soltanto si dimostrerebbe giuridicamente imbarazzante (mi riferisco alla bizzarra definizione di “società dell&#8217;informazione”), ma anche iniqua e lesiva dei mai abbastanza santificati diritti espressi dall&#8217;art. 21 della nostra  Costituzione e che non spettano ai soli giornalisti.</p>
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		<title>Con tante scuse, suo Francesco</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Apr 2012 21:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[blogger]]></category>
		<category><![CDATA[Festival del Giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Merlo]]></category>

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		<description><![CDATA[&#8220;Dentro Internet il problema che vedo è che c&#8217;è poco giornalismo. Il web viene utilizzato spesso per coltivare rancori, per lanciare schizzi di umore che spesso sono neri, diventano spesso i bloger, non tutti ovviamente, diventano dei parassiti dei giornalisti &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/04/30/con-tante-scuse-suo-francesco/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<blockquote><p>&#8220;Dentro Internet il problema che vedo è che c&#8217;è poco giornalismo. Il web viene utilizzato spesso per coltivare rancori, per lanciare schizzi di umore che spesso sono neri, diventano spesso i bloger, non tutti ovviamente, diventano dei parassiti dei giornalisti di carta, perchè fanno le pulci a quel titolo, questo ha fatto così eccetera, passano le loro giornate a censurare, criticare i giornali, quindi come se ci fosse nel bloger, anche fisicamente, di fatti poi a volte si somigliano, sono un po&#8217; cupi e hanno questa idea del mondo che, insomma, trafficano con le parole, il giornalismo non è questo&#8221;  </p></blockquote>
<p>Il sublime cameo <a href="http://webtv.festivaldelgiornalismo.com/doc/1535/nuovi-giornalismi-siamo-pronti.htm">composto</a> da Francesco Merlo durante il Festiva del Giornalismo di qualche giorno fa non avrebbe bisogno di commenti. Diffonderlo dovrebbe essere più che sufficiente ed è questo in fondo il senso di questo post.  Ricopiare le parole pronunciate ci aiuta a definire prima l&#8217;educazione e, subito dopo, lo sguardo digitale del giornalista di carta Merlo. Merlo vede su Internet poco giornalismo e questo, per carità, è un punto di vista come un altro. Più interessante invece sottolineare la leggera codardia del &#8220;non tutti però&#8221;. I <em>bloger</em> (Merlo per qualche ragione pronuncia la parola inglese con una g sola) sono parassiti, non tutti però. Fisicamente si somigliano, non tutti però. Sono cupi e trafficano con le parole, non tutti però. Sarebbe utile che Merlo chiarisse esattamente, in una qualche sua futura esternazione pubblica, quanti sono i bloger che si somigliano fisicamente, perchè una simile intuizione imporrà di certo una revisione dei rapporti fra genotipo ed ambiente. E ancora, dove ha avuto modo di osservare i bloger cupi? Li ha studiati nel loro ambiente naturale? E come si muovono? Emettono versi strani? Si rotolano nel fango, vero?</p>
<p>A parte gli scherzi, la verità è che io mi sono sentito offeso dalle parole di questo signore. Sul serio. Non mi capitava da anni, pensavo anzi di non avere alcuna voglia di ritornare su simili questioni. Come <a href="http://leonardo.blogspot.it/2012/04/il-merlo-nelle-orecchie.html">scrive</a> Leonardo è tutto così 2003. Invece, toh, strano il mondo, le parole di Francesco Merlo mi hanno offeso. Così ho deciso di scrivere questo breve post con un solo intento.  Ci ho ripensato, non voglio alcuna spiegazione, non mi interessano eccezioni o altri patetici &#8220;non tutti però&#8221;. Voglio le scuse di Francesco Merlo. Semplicemente. Le voglio scritte sul web, da qualche parte, in quanto <em>bloger</em> che da un decennio, come migliaia di altri, traffica con le parole. </p>
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		<title>Dialoghi sul Re di Tonga</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2012 12:42:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Area di Broca]]></category>
		<category><![CDATA[multitasking]]></category>

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		<description><![CDATA[Programmatori all’ascolto, prestate attenzione, sto per rendervi ricchi. Ho pensato ieri sera rispondendo ad una mail mentre seguivo Twitter guardando Ballarò mentre sull’iPad scorreva la partita dell’Inter e contemporaneamente mia figlia mi ricordava il nostro appuntamento per la partita di &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/03/14/dialoghi-sul-re-di-tonga/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Programmatori all’ascolto, prestate attenzione, sto per rendervi ricchi. Ho pensato ieri sera rispondendo ad una mail mentre seguivo Twitter guardando Ballarò mentre sull’iPad scorreva la partita dell’Inter e contemporaneamente mia figlia mi ricordava il nostro appuntamento per la partita di dama, che io avrei bisogno di una nuova applicazione per il mio computer. Non so, magari esiste, ma io non ne ho mai sentito parlare, quindi ora vi spiego come dovrebbe essere. Vorrei un software vigile urbano con una idea meravigliosa: mantenere integre le residue connessioni della mia Area di Broca (la parte della corteccia frontale nella quale secondo i neurofisiologi il cervello tenta di mettere ordine ai molti stimoli sincroni del multitasking) stabilendo un minimo di priorità alle troppe cose che mi accadono intorno quando sono su Internet.</p>
<p>Dice: ma non potresti invece spegnere il computer ogni tanto, uscire a fare una passeggiata, zappare l’orto, leggere un libro al parco? Certo, potrei, anzi ogni tanto lo faccio (mia moglie e la moglie del peraltro direttore del Post dicevano un tempo che lo facciamo troppo poco, secondo me, da allora, lo facciamo anche meno), però io mi riferivo a qualcosa di diverso: vorrei un vigile urbano che stabilisca le precedenze all’incrocio delle mie sinapsi e che escluda alcune attività mentre sono impegnato in altre. Per esempio vorrei un click che quanto sto iniziando a leggere “<a href="http://www.economist.com/node/21549904">Slave to the smartphone</a>” sul sito dell’Economist spenga Twitter per i 5 minuti necessari a rimanere concentrari sul testo (io seguo gli aggiornamenti di 160 persone su Twitter, non so come facciano quelli che hanno migliaia di followers); vorrei poter decidere in quali ore essere diluviato dal fiume di informazioni che escono dal mio schermo e quando invece  restare collegato il minimo indispensabile, vorrei provare a stabilire un flusso di priorità delle notifiche e degli aggiornamenti di stato per non dover sollevare lo sguardo da quello che sto facendo ogni dieci secondi, il che, perfino io me ne rendo conto, non è sano per niente.</p>
<p>Alcuni word processor, lo so, li ho provati, oscurano lo schermo intorno mentre stai scrivendo, però 1) non scrivo così spesso, 2) non mi attraggono troppo i sistemi acceso/spento. Bella forza, anch’io sono capace di alzarmi da qui ed andare a fare qualcosa di diverso da un’altra parte, tipo, che ne so, mettere in ordine il cassetto della biancheria. Questo almeno in teoria.</p>
<p>No, io come certi intossicati dalla nicotina vorrei staccarmi solo in parte, a me in fondo il multitasking piace, mi fa sentire come il re di Tonga che osserva il suo regno dalla collina, mi soddisfa essere raggiunto da molte informazioni, ed anche la pancia &#8211; direbbe mia moglie &#8211; assomiglia ormai un po’ a quella de re di Tonga (che poi ora che ci <a href="http://cache.boston.com/universal/site_graphics/blogs/bigpicture/tonga_08_13/tonga11.jpg">guardo</a> non è nemmeno che il Re di Tonga sia così grasso come me lo immaginavo).</p>
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		<title>La segregazione su Internet</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/21/lauto-segregazione-su-internet/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 10:12:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[eli parisier]]></category>
		<category><![CDATA[Nicholas Carr]]></category>

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		<description><![CDATA[La questione della polarizzazione dei contenuti su Internet non è argomento nuovo. Eli Pariser la riassume molto bene in questo video su TED e ne tratta nel suo libro uscito negli Stati Uniti a metà dell&#8217;anno scorso. È questo del &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/21/lauto-segregazione-su-internet/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="526" height="374"><param name="movie" value="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf"></param><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowScriptAccess" value="always"/><param name="wmode" value="transparent"></param><param name="bgColor" value="#ffffff"></param><param name="flashvars" value="vu=http://video.ted.com/talk/stream/2011/Blank/EliPariser_2011-320k.mp4&#038;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/EliPariser-2011.embed_thumbnail.jpg&#038;vw=512&#038;vh=288&#038;ap=0&#038;ti=1091&#038;lang=it&#038;introDuration=15330&#038;adDuration=4000&#038;postAdDuration=830&#038;adKeys=talk=eli_pariser_beware_online_filter_bubbles;year=2011;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=what_s_next_in_tech;event=TED2011;tag=culture;tag=global+issues;tag=journalism;tag=politics;tag=technology;&#038;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;" /><embed src="http://video.ted.com/assets/player/swf/EmbedPlayer.swf" pluginspace="http://www.macromedia.com/go/getflashplayer" type="application/x-shockwave-flash" wmode="transparent" bgColor="#ffffff" width="526" height="374" allowFullScreen="true" allowScriptAccess="always" flashvars="vu=http://video.ted.com/talk/stream/2011/Blank/EliPariser_2011-320k.mp4&#038;su=http://images.ted.com/images/ted/tedindex/embed-posters/EliPariser-2011.embed_thumbnail.jpg&#038;vw=512&#038;vh=288&#038;ap=0&#038;ti=1091&#038;lang=it&#038;introDuration=15330&#038;adDuration=4000&#038;postAdDuration=830&#038;adKeys=talk=eli_pariser_beware_online_filter_bubbles;year=2011;theme=bold_predictions_stern_warnings;theme=what_s_next_in_tech;event=TED2011;tag=culture;tag=global+issues;tag=journalism;tag=politics;tag=technology;&#038;preAdTag=tconf.ted/embed;tile=1;sz=512x288;"></embed></object></p>
<p>La questione della polarizzazione dei contenuti su Internet non è argomento nuovo. Eli Pariser la riassume molto bene in questo video su TED e ne tratta nel suo <a href="http://www.amazon.it/Filter-Bubble-What-Internet-Hiding/dp/067092038X/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1329813398&amp;sr=8-1">libro</a> uscito negli Stati Uniti a metà dell&#8217;anno scorso. È questo del resto uno dei temi forti della critica conservatrice alle potenzialità della rete Internet. Detto in poche parole, all&#8217;ampio stuolo di entusiasti che da un decennio inneggiano alle grandi nuove libertà intellettuali che la rete Internet per la prima volta consente, si contrappone un pensiero opposto e variamente circostanziato secondo il quale le dinamiche di rete tendono, per loro stessa natura, a omogeneizzare posizioni e punti di vista. A una Internet che libera le nostre menti si opporrebbe quindi una sorta di rete-orticello nella quale ciascuno di noi preferisce alla curiosità per il diverso le più rassicuranti certezze dei propri simili.</p>
<p>La stupidità degli algoritmi di Google, Amazon o Facebook, citata da Pariser, è solo una parte del problema e ne è probabilmente la frazione di più facile soluzione. Gli algoritmi possono essere in fondo cambiati, migliorati e raffinati, anche conservandone la spicciola utilità economica per la piattaforma che li propone. A margine resta in piedi, salda ed inscalfibile, la questione di un orizzonte culturale inedito, affidato in larga misura a una serie di righe di codice scritte dagli ingegneri del software, trasformati, per amore o per forza, nella nuova elite di indirizzo culturale del pianeta. Da Montale a Bram Cohen, in attesa che le macchine prendano definitivamente il sopravvento (faccina).</p>
<p>Invece la parte maggiormente rilevante dell&#8217;approccio conservatore alla polarizzazione dei contenuti di rete è più difficile da controbattere rispetto alla sintassi degli algoritmi. Si basa, in larga parte, su numerosi studi sociali che riguardano abitudini e contrapposizioni della società contemporanea e non sulle scapestrate scelte di indirizzo di Mark Zuckerberg.</p>
<p>Nicholas Carr, nel suo libro <em><a href="http://www.amazon.it/Big-Switch-Rewiring-Edison-Google/dp/0393333949/ref=sr_1_2?s=english-books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1329819500&amp;sr=1-2">The Big Switch</a></em>, cita per esempio uno studio di Thomas Shelling, premio Nobel per l&#8217;economia, che nel 1971, insospettito dalla persistente separazione territoriale dei bianchi e dei neri negli Stati Uniti, disegnò una griglia casuale di puntini bianche e neri a rappresentare una ipotetica città multirazziale. L&#8217;alternanza dei quadratini bianchi o neri, che simboleggiava le case delle famiglie di differente razza era disposta su carta senza alcun criterio: il disegno, in bianco e nero, di una comunità completamente integrata. Il passo successivo dello studio di Shelling considerò che ciascuna famiglia preferisse (come usualmente accade) avere vicini di casa simili. Se la percentuale di vicini di casa simili scende sotto il 50 per cento la famiglia, bianca o nera che sia, cambia casa e si sposta nel primo spazio libero della griglia. Continuando a spostare i puntini bianchi e neri secondo questo semplice criterio Shelling ottiene rapidamente una città completamente segregata. I puntini bianchi da una parte, quelli neri dall&#8217;altra. Una minima preferenza, quella di vivere accanto a persone simili, crea una fragorosa separazione sociale. &#8220;In certi casi &#8211; scrisse Shelling spiegando lo studio &#8211; piccoli incentivi, modeste impercettibili differenze possono portare a risultati fortemente polarizzati&#8221;.</p>
<p>Non meraviglia affatto che la critica conservatrice allo sviluppo delle reti utilizzi simili approccio (e molti altri simili assai ampiamente studiati) per spiegare la natura pericolosa della rete. Internet non sarebbe quindi, come scrisse Negroponte nel suo celebre saggio del 1995 <em>Being digital</em>, &#8220;una forza naturale che conduce le persone verso una maggiore armonia mondiale&#8221; ma un luogo di cristallizzazione e contrapposizione dei punti di vista.</p>
<p>Esiste insomma un doppio lavoro da fare: educare gli algoritmi imbizzarriti delle grandi società Internet e sostituire ai nostri umanissimi approcci consolatori una nuova curiosità. Continuare a leggere anche Nicholas Carr e quelli come lui è il mio piccolo contributo alla causa (faccina).</p>
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		<title>Per un nuovo pagerank illuminato</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 21:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
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		<category><![CDATA[pagerank]]></category>
		<category><![CDATA[Volunia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho utilizzato Volunia un&#8217;oretta. Non è abbastanza. Quindi ci sono un numero abbastanza ampio di prime impressioni di cui non scriverò. Non scriverò nulla del nome (a metà fra Volo e Luna). Non scriverò nulla del logo e delle sue &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/02/06/per-un-nuovo-pagerank-illuminato/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ho utilizzato <a href="http://www.volunia.com">Volunia</a> un&#8217;oretta. Non è abbastanza. Quindi ci sono un numero abbastanza ampio di prime impressioni di cui non scriverò.</p>
<p>Non scriverò nulla del nome (a metà fra Volo e Luna).</p>
<p>Non scriverò nulla del logo e delle sue somiglianze con quello di Libero.</p>
<p>Non scriverò delle mappe visuali 3D su prato verde con un enorme puntatore che rimbalza al centro.</p>
<p>Non scriverò nulla dei tasti blu in alto.</p>
<p>Non scriverò nulla della metafora delle galline.</p>
<p>Non scriverò nulla della start up presentata col discorso del rettore e quello del sindaco.</p>
<p>Non scriverò della sfida a Google e Facebook.</p>
<p>Non scriverò nulla della grande condiscendenza di tutta la stampa tecnologica nostrana per il prodotto italiano presentato nella sala di Leonardo.</p>
<p>Non scriverò del proiettore.</p>
<p>Non scriverò della beta del sito dove gli utenti sono accolti da una lettera che inizia &#8220;Caro Power User&#8221;</p>
<p>È troppo presto per tutto e non scriverò nulla di tutto questo ma di una cosa vorrei scrivere fin da subito. </p>
<p>Se c&#8217;è una cosa che ci è mancata &#8211; a noi power user ed anche agli user meno power &#8211; in questi dieci anni di strapotere di Google, è una alternativa concreta al motore di Mountain View (ora qualcuno dirà Bing, stiamo ancora aspettando). Se c&#8217;è una scommessa che interessa tutti, in tutto il mondo oggi, è quella di avere nuovi strumenti di ricerca e filtro dentro il mare immenso delle pagine web. Bene, se così davvero va il mondo, di una cosa siamo abbastanza certi: che un nuovo Pagerank illuminato non potrà essere composto mediante i consigli dei nostri amici. Non abbiamo amici abbastanza intelligenti.</p>
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		<title>Affari nostri</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 09:37:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
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		<category><![CDATA[sopa]]></category>
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		<description><![CDATA[Fra le varie posizioni che vedo affiorare in queste ore sulla serrata di molti siti web americani contro il SOPA ce n&#8217;è una particolarmente diffusa: &#8220;non sono affari nostri&#8221;. In realtà affari nostri lo sono e anche molto. Anche quando &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2012/01/18/affari-nostri/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Fra le varie posizioni che vedo affiorare in queste ore sulla <a href="http://www.ilpost.it/2012/01/18/perche-oggi-wikipedia-e-oscurata/">serrata</a> di molti siti web americani contro il SOPA ce n&#8217;è una particolarmente diffusa: &#8220;non sono affari nostri&#8221;. </p>
<p>In realtà affari nostri lo sono e anche molto. Anche quando nel 2008 la Turchia spense Youtube per tutelare il buon nome del fondatore della Patria erano affari nostri, anche quando la Cina costruisce un enorme firewall censorio dentro il quale tiene recintati molti milioni di persone sono affari nostri, perfino quando Cameron propone di chiudere i social network per meglio controllare gli scapestrati giovani dei suburbia londinesi sono affari nostri. Nel caso del SOPA e dei gravi rischi censori che comporta sono affari nostri per almeno due ragioni. Perchè SOPA non è il colpo di testa del solito deputato texano innamorato della sua vacca ma è invece parte di una strategia globale di contrasto alla pirateria ispirata dall&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento, che, non casualmente, segue lo stesso identico percorso in molti paesi occidentali. Hadopi in Francia, le recenti normative spagnole, i tentativi italiani di Agcom, in forme e con parole differenti, adottano tutte il medesimo chiavistello normativo: saltare il potere giudiziario per governare privatamente la protezione del copyright. Chi segue da un po&#8217; di anni le strategia di contenimento della pirateria che gli &#8220;estremisti della proprietà intellettuale&#8221;, come li definiva un tempo Lawrence Lessig, hanno da sempre adottato, saprà che la gestione in prima persona del controllo sui diritti (fin dai tempi in cui BSA teneva corsi didattici al personale della Guardia di Finanza) è una delle aspirazioni, nemmeno tanto segrete, coltivate da oltre un decennio da questi signori. L&#8217;offensiva legislativa degli ultimi tempi ne è solo l&#8217;estrema drammatica rappresentazione.</p>
<p>Il secondo motivo per cui SOPA sono anche affari nostri è che abitiamo in un mondo collegato ed ancora fortemente americanocentrico. Le possibilità che i contenuti che desideriamo raggiungere siano in lingua turca o comodamente adagiati dietro il firewall cinese (una muraglia che ovviamente riguarda in larga parte il traffico in uscita dalla Cina piuttosto che quello in entrata) restano a tutt&#8217;oggi modeste. Molti dei servizi di rete che utilizziamo ogni giorno risiedono invece su server americani, 20 milioni di italiani hanno un profilo su Facebook, tutti o quasi in questo paese fanno ricerche con Google. Per non dire anche che in questi anni  il Primo Emendamento ha spesso parato anche il nostro culo italiano a riguardo delle tante pruderie censorie che questo paese quotidianamente mostra verso contenuti di rete ospitati su server oltreoceano.</p>
<p>Per questi motivi lo sciopero di oggi ci riguarda. Così come ci riguarda la discussione sul fatto che oscurare le proprie pagine per un giorno sia o non sia una forma di lotta adeguata. Vale la pena rammentare che la rete Internet semiamatoriale del 1996, anno in cui per la prima ed unica altra volta le pagine dei grandi siti web diventarono <a href="http://xarch.tu-graz.ac.at/speech.html">nere</a> per protesta contro un progetto di legge dell&#8217;allora Presidente Clinton, non esiste più. A quei tempi il più importante motore di ricerca di allora (Yahoo) decise senza troppe remore di listare a lutto le proprie pagine in segno di dissenso per una proposta di legge che minava la libertà di Internet. Oggi i tempi sono cambiati e Google offre agli utenti della propria versione americana, un minuscolo <a href="https://www.google.com/landing/takeaction/">link blu</a> nel rilassante oceano bianco della propria minimale homepage. Chi lo desidera potrà eventualmente cliccarci su per informarsi sulle abiezioni del SOPA. La homepage di Google è in fondo una efficace sintesi dei nostri tempi: una sorta di inedita <a href="http://www.google.com/search?q=sopa&amp;hl=en&amp;prmd=imvnsu&amp;source=lnms&amp;tbm=isch&amp;ei=kJIWT9e1A8XJswbCytFX&amp;sa=X&amp;oi=mode_link&amp;ct=mode&amp;cd=2&amp;ved=0CCIQ_AUoAQ&amp;biw=1676&amp;bih=1083">zuppa</a> dove le nostre aspirazioni di libertà e il peso del mondo reale convivono come possono. L&#8217;amore che strappa i capelli è perduto ormai.</p>
<p>
<em>update</em>: Radel segnala nei commenti che per chi utilizza un IP americano la homepage di Google oggi appare invece <a href="http://29.media.tumblr.com/tumblr_lxzaqzZQcA1qz4rgqo1_500.png">così</a>.</p>
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		<title>Tipo i nazisti dell’Illinois</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/12/26/tipo-i-nazisti-dellillinois/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 26 Dec 2011 19:10:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[censura]]></category>
		<category><![CDATA[lamar smith]]></category>
		<category><![CDATA[sopa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Signor Smith è un politico americano. Sul suo profilo istituzionale (il signor Smith non ha un sito web, ha un profilo su Facebook ma a un certo punto per qualche ragione ha dovuto far finta di non averlo) Smith &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/12/26/tipo-i-nazisti-dellillinois/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Signor Smith è un politico americano. Sul suo profilo <a href="http://lamarsmith.house.gov/">istituzionale</a> (il signor Smith non ha un sito web, ha un <a href="https://www.facebook.com/LamarSmithTX21">profilo</a> su Facebook ma a un certo punto per qualche ragione ha dovuto far finta di non averlo) Smith ha scritto che prima di essere un politico americano è stato un avvocato ed ha gestito un ranch familiare. Tutto questo giù nel Texas. </p>
<p>Recentemente Smith si è lamentato di Obama. Sostenendo che ci sono troppi immigrati clandestini e, dato che la legge attuale non funziona, ha <a>proposto</a> di schedare i nuovi arrivi legali (al massimo 500.000 all&#8217;anno) con un sistema elettronico. Perfino ai gestori dei ranch familiari giù nel Texas (dove la metà della manodopera è clandestina) la proposta è parsa eccessiva.</p>
<p>Nella sua lunga carriera al Congresso Smith si è più volte opposto all&#8217;aborto. Nel 2009 ha votato a favore di un provvedimento che avrebbe obbligato qualsiasi donna che decida di abortire a leggere un documento sul dolore che avrebbe arrecato al figlio non nato, il cosiddetto Abortion Pain Bill. In alcuni stati, per esempio nell&#8217;Iowa il provvedimento è stato approvato quest&#8217;anno.</p>
<p>Nel 2006 Smith ha proposto di ampliare i dettami del DMCA (normativa sul software e copyright approvata dal governo Clinton nel 1998) consentendo alla polizia di controllare maggiormente il software e intercettare le comunicazioni. Gli hanno detto no.</p>
<p>Nel 2011 Smith si è opposto ad ogni utilizzo della marijuana per fini terapeutici, sostenendo che decriminalizzarne l&#8217;uso avrebbe portato milioni di americani alla dipendenza e riempito le tasche del cartello dei narcotrafficanti messicani. A seguito di questa presa di posizione la sua pagina Facebook è stata riempita dai commenti di protesta di migliaia di cittadini. Poi il profilo è stato temporaneamente chiuso e quando è stato riaperto i commenti erano stati cancellati. Sulla pagina Facebook del signor Smith ora non è più possibile commentare.</p>
<p>Nel 2011 la lobby della birra, del vino e degli alcoolici ha legalmente versato fondi al signor Smith per una somma pari a 37,250 dollari. Dal 2009 al 2011 la somma complessiva ricevuta da Smith dai lobbisti dell&#8217;alcool è stata 65,800 dollari. </p>
<p>Il signor Smith ha 64 anni, è alla Camera dei Rappresentanti dal 1987, di nome fa Lamar. Ha frequentato la scuola episcopale del Texas e la facoltà di legge dell&#8217;Università presbiteriana della California del Sud.</p>
<p>Lamar Smith è al centro delle <a href="http://techcrunch.com/2011/12/16/sopa-delayed-but-not-for-long/">cronache</a> americane di questi tempi perché è l&#8217;inventore del <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stop_Online_Piracy_Act">SOPA</a> (Stop Online Piracy Act), in discussione in queste settimane al congresso. Per riassumere in poche parole il più vasto e pericoloso tentativo censorio nei confronti della Rete Internet da molti anni a questa parte, silenziosamente fiancheggiato, in USA come altrove, dagli estremisti della proprietà intellettuale. </p>
<p>Tipo i nazisti dell&#8217;Illinois ma un filino peggio.</p>
<p>(fonte: <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Lamar_S._Smith">wikipedia</a>)</p>
<p>[edit: corretto errore su DMCA, grazie a @Brownout]</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/ilpost-massimomantellini/~4/C-mmakkUMpQ" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Splinder e la biblioteca senza polvere</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/30/splinder-e-la-biblioteca-senza-polvere/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 07:47:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[biblioteche]]></category>
		<category><![CDATA[Dada]]></category>
		<category><![CDATA[Herzog]]></category>
		<category><![CDATA[Splinder]]></category>

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		<description><![CDATA[La questione della prossima chiusura di Splinder, che per molti anni è stato uno dei più utilizzati servizi di blogging in Italia, solleva un paio di questioni non banali. La prima è quella della gratuità e continuità dei servizi web. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/30/splinder-e-la-biblioteca-senza-polvere/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La questione della prossima chiusura di Splinder, che per molti anni è stato uno dei più utilizzati servizi di blogging in Italia,  solleva un paio di questioni non banali. La prima è quella della gratuità e continuità dei servizi web. La banda costa, l&#8217;hosting costa, i modelli di business non sono infallibili. Così oggi Dada <a href="http://www.ilpost.it/2011/11/24/dada-rinuncia-offerta-banzai-splinder/">sceglie</a> di cancellare da Internet migliaia di pagine web e lo fa malamente, con scarso preavviso, tanto che le voci sulla presunta improvvisa chiusura del servizio si sono inseguite nelle ultime settimane senza grande chiarezza o conferme ufficiali. Alla fine Splinder ha deciso e, in questi giorni, ha iniziato a spedire mail ai propri sottoscrittori confermando la chiusura della piattaforma per il 31 gennaio prossimo e offrendo agli utenti alcune soluzioni per salvare e migrare altrove i propri contenuti.</p>
<p>Ma se la questione tecnica di chi aggiorna un blog su Splinder (secondo la proprietà ormai solo alcune migliaia di persone) ed ora si trova nella condizione di dover traslocare altrove (questione apparentemente semplice ma di fatto piuttosto <a href="http://ff.im/OnJnd">complicata</a>, per esempio la migrazione verso WP che è oggi la piattaforma più utilizzata sembrerebbe essere assai difficoltosa) è solo uno dei problemi in campo e nemmeno il più importante.</p>
<p>Il fatto è che le grandi piattaforme di pubblicazione in rete sono certamente proprietà di qualcuno che ne può disporre come crede (così come i testi lì contenuti restano di proprietà di chi li ha scritti) ma le parole che contengono sono anche, contemporaneamente, una sorta di patrimonio comune. Le pagine di Splinder sono parte della biblioteca della rete italiana, ne sono una delle molte fotografie, il fotogramma accurato e a fuoco di alcuni anni degli albori dell&#8217;editoria personale in rete. Dal momento in cui vengono messe on line sono anche &#8211; perché no &#8211; proprietà di chi quelle parole ha letto. Cancellare così vasti archivi, ovunque essi risiedano fisicamente, anche dopo aver fornito gli strumenti per un salvataggio in extremis, assomiglia ad un piccolo grande delitto.</p>
<blockquote><p>E soprattutto nell’addio, siate brevi<br />
Chi se ne va ha sempre torto.<br />
Me ne vado.<br />
(aprile 2003 – marzo 2008)</p></blockquote>
<p>Il blog di <a href="http://herzog.splinder.com/">Herzog</a> è un blog letterario molto bello: è stato aggiornato l&#8217;ultima volta il 17 maggio 2008. Il suo autore lo ha amorevolmente curato per 5 anni, poi ha deciso di andarsene. Oggi, nell&#8217;avvicinarsi della chiusura di Splinder, qualche vecchio amico gli ha scritto chiedendogli di esportare quelle parole altrove. Probabilmente non se ne farà nulla, Herzog non vuole.</p>
<p>Dovessi dire quale è la funzione principale della rete Internet forse direi, prima di tutto, quella di grande archivio di parole. Poi è mille altre cose ma, intanto, per iniziare, è una biblioteca senza polvere, uno scaffale aperto ad un click di distanza da noi. Cancellare parti anche piccole di questo archivio, fuori dalla scelta di chi quelle parole ha scritto, semplicemente non dovrebbe essere possibile.</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/ilpost-massimomantellini/~4/EGCHEEU3bi4" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<title>Di che parliamo quando parliamo di wi-fi?</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Nov 2011 10:19:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In un articolo su Il Sole 24 ore di ieri Sara Monaci racconta gli ultimi sviluppi del progetto wi-fi comunale a Milano: La novità vera è che però il wifi a Milano non sarà totalmente gratuito, come avviene in alcuni &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/11/17/di-che-parliamo-quando-parliamo-di-wi-fi/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In un articolo su Il Sole 24 ore di ieri Sara Monaci racconta gli ultimi sviluppi del progetto wi-fi comunale a Milano:</p>
<blockquote><p>La novità vera è che però il wifi a Milano non sarà totalmente gratuito, come avviene in alcuni centri storici di altre città italiane (tra cui Roma, Bologna, Padova, Bergamo). A Milano il wi-fi verrà pagato a fasce orarie, o perzone. Allo studio ci sono varie possibilità, e le più accreditate sono una prima parte di connessione (per esempio la prima ora) gratis e poi il pagamento: wi-fi libero durante la notte (ad esempio dopo le 20): aree ristrette a totale connessione gratuita, come ad esempio il centro storico, per spingere i giovani a frequentarlo anche la sera e renderlo di nuovo vivo. Per il comune di Milano una cosa è comunque certa: la totale gratuità non sarà possibile per via dell&#8217;ampia diffusione che l&#8217;amministrazione vuole garantire, e anche per il fatto che soldi non ce ne sono. In campagna elettorale si parlava di un investimento pubblico di 5 milioni ma ora Palazzo Marino si vede costretto a realizzare il progetto a costo zero, dato che in questa fase non potrebbe permettersi alcuna spesa aggiuntiva. </p></blockquote>
<p>
Che dire? Una volta sfrondati i progetti di Pisapia e Zingaretti (dal cui progetto wi-fi per la Provincia di Roma il progetto milanese prende ispirazione) dall&#8217;inevitabile carico elettoralistico che portano con sè, la prima domanda da porsi dovrebbe essere: di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di un diritto naturale che si vuole finalmente riconoscere ai cittadini, oppure ci stiamo riferendo ad un normale servizio accessorio di cui le amministrazioni intendono farsi carico? In altre parole, le persone che si trovano a passare nell&#8217;area metropolitana di Milano avranno diritto a collegarsi (gratuitamente come <a href="http://tg24.sky.it/tg24/politica/2011/04/21/giuliano_pisapia_conferenza_wi_fi_internet_gratis_milano_nicola_zingaretti.html">diceva</a> Pisapia in campagna elettorale) a Internet attraverso l&#8217;infrastruttura offerta dal Comune poiché tutto ciò discende dall&#8217;imprescindibile diritto alla connessione o invece potranno, più prosaicamente, usufruire di un servizio (magari anche a pagamento) esattamente come si utilizza l&#8217;autobus, una fontanella pubblica o la biblioteca di quartiere? E ancora: chi è il destinatario del wi-fi gratuito comunale? Tutti quanti, come si confà ad un diritto, o solo i residenti che ne sostengono le spese?</p>
<p>In entrambi i casi è più che evidente che l&#8217;idea stessa di diritto naturale (ma anche l&#8217;ipotesi di fornitura diretta di servizio) finisce prima o dopo per collidere con l&#8217;ambiente economico delle TLC. Quello che le amministrazioni creano, con un occhio al consenso politico ed un altro alla propria investitura a soggetti in grado di interpretare la modernità, è da molti punti di vista un semplice doppione, magari con strutture tecnologiche differenti, rispetto all&#8217;offerta commerciale dati delle compagnie telefoniche. Detto in altre parole il Comune di Milano spende (o meglio spenderebbe) una parte (magari anche piccola) dei soldi dei suoi cittadini, per abbonarli a servizi che hanno un costo non tanto di implementazione ma anche (soprattutto) di esercizio. Perché i diritti potranno non costare nulla, ma il loro esercizio sì. In molti di questi casi le amministrazioni, che ovviamente non hanno strutture o competenze specifiche, diventano semplici intermediari di servizi di TLC comprati dalle telco per i propri cittadini e poi raccontati come gratuiti.</p>
<p>Questo ruolo di mediazione mantiene (sarebbe meglio dire manterrebbe) un valore politico che &#8211; dal mio punto di vista &#8211; si sostanzia in due contesti: quando esiste una barriera economica in ingresso (vale a dire quando si intende fornire accesso a chi non può permetterselo) o quando esistono ragioni di copertura, là dove le telco scelgono di non fornire il servizio, nelle cosiddette aree a fallimento di mercato. La prima di queste condizioni, nel caso in questione, è piuttosto dubbia (il costo del traffico dati, a differenza di qualche anno fa, è ormai alla portata di quasi tutte le tasche) la seconda, certamente, nel caso dell&#8217;area metropolitana di Milano, non sussiste.</p>
<p>Questo non significa che le amministrazioni non possano immaginare in nessun caso servizi di accesso alla Rete ma alla retorica del tutto gratis per tutti fino ad oggi imperante non sarebbe male sostituire contesti meno grossolani ed una analisi del rapporto costi benefici che vada oltre la solita demagogia e che, soprattutto, tenga conto del contesto preesistente. Per esempio si potrebbe cominciare a cablare i parchi, forse le zone ad alto impatto turistico, certamente le biblioteche, magari non sarebbe male dedicare una parte dei soldi alla alfabetizzazione, ma immaginare un accesso wi-fi comunale con migliaia di hotspot che raggiungono la periferia per far sì che i milanesi escano di casa per collegarsi ad Internet, dalla strada, in una serata nebbiosa e raccontare che questo possa essere il volano per uno sviluppo della rete significa semplicemente abitare nel paese delle favole.</p>
<p>Nessuna grande città europea ha una rete civica cittadina, i molti progetti partiti in USA negli anni scorsi sono tutti più o meno falliti. Ora non è che si debba per forza fare tesoro delle esperienze altrui e non escludo che fra dieci anni tutte le capitali mondiali avranno la loro bella rete wi-fi, ma allo stato, in questo paese, mi pare abbastanza pacifico che l&#8217;accesso alla rete si favorisce e si incentiva in maniere differenti da questa. Non è nemmeno necessario andare troppo lontano. La stessa Lombardia ha recentemente approvato una collaborazione fra amministrazione pubblica e telco che, con investimenti ripartiti per complessivi circa 100 milioni di euro eliminerà il digital divide geografico entro la fine del 2012.</p>
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