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	<title>Massimo Mantellini</title>
	
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	<description>Ha un blog molto seguito dal 2002, Manteblog. Vive a Forlì, scrive per Punto Informatico</description>
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		<title>Ci voleva Jovanotti</title>
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		<pubDate>Thu, 09 May 2013 21:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Agostino Ragosa]]></category>
		<category><![CDATA[digital champion]]></category>
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		<description><![CDATA[L&#8217;Unione Europea chiede da tempo ad ogni Paese membro di eleggere un proprio &#8220;digital champion&#8221;. Si tratta di una figura che in un Paese a bassissima alfabetizzazione digitale come il nostro sarebbe molto importante. Per tradurre la definizione del Commissario &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/05/09/ci-voleva-jovanotti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>
L&#8217;Unione Europea chiede da tempo ad ogni Paese membro di eleggere un proprio &#8220;digital champion&#8221;. Si tratta di una figura che in un Paese a bassissima alfabetizzazione digitale come il nostro sarebbe molto importante. Per <a href="https://ec.europa.eu/digital-agenda/en/digital-champions">tradurre</a> la definizione del Commissario Europeo Kroes il &#8220;digital champion&#8221; è una personalità che si dedica alla promozione dei benefici di una società digitale inclusiva fra le più ampie fasce di cittadini, comunità e aziende. Per darvi un&#8217;idea la campionessa digitale in Gran Bretagna è stata negli ultimi anni <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Martha_Lane_Fox,_Baroness_Lane-Fox_of_Soho">Martha Fox</a> fondatrice di Lastminute.com. in Francia nel 2012 hanno eletto digital champion <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Gilles_Babinet">Gilles Babinet</a>. In Italia forse avremmo bisogno perfino di qualcosa di più (probabilmente il traghettatore digitale perfetto per questo Paese sarebbe Lorenzo Jovanotti) ma altre persone sarebbero certamente indicate fra quelle che hanno compreso la centralità della rete nelle nostre vite future (fra gli imprenditori mi viene in mente subito Paolo Barberis). In ogni caso servirebbe qualcuno che metta la faccia, la propria visibilità ed il proprio tempo per la crescita digitale del Paese. Tutte caratteristiche che Agostino Ragosa, il Direttore della già traballante Agenzia per l&#8217;Italia Digitale, non <a href="http://www.techeconomy.it/2013/05/01/quattro-caratteristiche-che-il-digital-champion-agostino-ragosa-non-potra-non-avere/">sembrerebbe</a> davvero avere. La sua recente <a href="http://www.corrierecomunicazioni.it/tlc/21084_agostino-ragosa-digital-champion-per-l-italia.htm">nomina</a> a digital champion per l&#8217;Italia è l&#8217;ennesima significativa dimostrazione di come questo Paese si condanni ogni giorno a rimanere vecchio e senza speranze.<br /></p>
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		<title>Opposti estremismi web</title>
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		<pubDate>Thu, 02 May 2013 21:33:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Adelphi]]></category>
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		<category><![CDATA[Riccardo Luna]]></category>
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		<description><![CDATA[In queste ultime settimane vedo grandi discussioni sul rapporto fra Internet e mondo reale. Ne parla per esempio, con discreta acredine, Roberto Calasso nel suo ultimo bel libretto &#8220;L&#8217;impronta dell&#8217;editore&#8220;, ne dà uno spaccato The Verge che ha furbescamente seguito &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/05/02/opposti-estremismi-web/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In queste ultime settimane vedo grandi discussioni sul rapporto fra Internet e mondo reale. Ne parla per esempio, con discreta acredine, Roberto Calasso nel suo ultimo bel libretto &#8220;<a href="http://www.amazon.it/Limpronta-delleditore-Roberto-Calasso/dp/8845927741/ref=sr_1_1?ie=UTF8&amp;qid=1367526861&amp;sr=8-1&amp;keywords=calasso">L&#8217;impronta dell&#8217;editore</a>&#8220;, ne dà uno spaccato The Verge che ha furbescamente <a href="http://www.theverge.com/2013/5/1/4279674/im-still-here-back-online-after-a-year-without-the-internet">seguito</a> per un anno un suo redattore scollegato da Internet, ne hanno scritto, da posizioni immagino opposte (immagino, che io che non li ho ancora letti) Riccardo Luna, autore di &#8220;<a href="http://www.amazon.it/Cambiamo-tutto-rivoluzione-degli-innovatori/dp/8858106490/ref=sr_1_1?s=books&amp;ie=UTF8&amp;qid=1367527001&amp;sr=1-1&amp;keywords=riccardo+luna+cambiamo+tutto">Cambiamo tutto</a>&#8221; e Gianni Riotta che ha pubblicato “<a href="http://www.amazon.it/rende-liberi-Politica-quotidiana-digitale/dp/8806201190/ref=sr_1_cc_1?s=aps&amp;ie=UTF8&amp;qid=1367527059&amp;sr=1-1-catcorr&amp;keywords=il+web+ci+rende+liberi">Il web ci rende liberi?</a>” (dove il punto interrogativo è forse il centro del ragionamento). Ne ha scritto, infine, qualche giorno fa Nicholas Carr in un <a href="http://www.roughtype.com/?p=3204">post</a> molto bello (ma anch’esso acidissimo) sul suo blog nel quale ridicolizza Facebook, e le sue campagne in TV, afflitte, a suo dire, dalla paranoia comunicativa di pubblicizzare il proprio prodotto attraverso l’apologia della vita reale. Tipo uno spot di Marchionne in cui tutti si spostano in bicicletta.</p>
<p>Alcuni commentatori americani con aspirazioni sociologiche si sono cimentati, in particolare, su uno degli spot televisivi che Facebook sta proponendo in questi giorni. Si intitola “<a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=voWvqBsyYbE">Dinner</a>” ed oltre che scatenare i lazzi di Nicholas Carr ha spostato di alcune tacche verso il basso la discussione fra analogico e digitale, riducendola al dilemma se sia lecito o meno utilizzare la tecnologia per sottrarsi alle barbose discussioni dei parenti durante un pranzo in famiglia. Uno spot che ha indignato alcuni ed entusiasmato altri che lo interpretano come una sorta di The times they are a-changin” senza Bob Dylan ma in salsa onirica e midwest.</p>
<p>Molte di queste discussioni sono da tempo inutili e a rischio sbadiglio: in alcune occasioni perfino un po’ capziose. Non occorre mandare un volonteroso hacker 25enne fuori da Internet per un anno a leggersi i Miserabili per scoprire che Internet in fondo serve, così come non sarebbe stato necessario scollegarlo bruscamente per comprendere che se abbiamo 100 pagine da leggere senza Twitter le leggeremo meglio e più in fretta.</p>
<p>Le discussioni sul dualismo Internet grande occasione/ Internet grande rischio sono tutte, perfino quelle più brillanti, destituite di fondamento se il tema sul tavolo è quello di una ipotetica decisione da prendere al riguardo: ciascuno di noi, pensosamente solo, di fronte al grande dilemma, chiuso nella propria cameretta. Non ci sono decisioni da prendere, né dilemmi da sciogliere, solo prassi da consolidare e nuove usanze da codificare e migliorare. Se dall’enorme cicaleccio sulla rete che ci salva o ci affonda riuscissimo ad allontanare il baccano degli entusiasti e le meditazioni seriose degli appuntitori di matite, ci troveremo forse e finalmente ad occuparci delle tante cose che ci sono da fare.</p>
<p>Perché agli opposti estremismi del ridicolo troviamo con grande facilità da un lato il geniale Mark Zuckerberg che racconta Facebook attraverso gli oggetti materiali della nostra vita quotidiana (le sedie, gli aerei, i campanelli, perfino i vecchi telefoni in bachelite) e dall’altro il più raffinato editore italiano che si professa incapace di immaginare un mondo nel quale le copertine dei libri non siano una sorta di luogo della mente, ex voto sacramentale intorno al quale tutto ruota. Darsi una calmata potrebbe essere utile.</p>
<p>Qui non si tratta di affidarsi con entusiasmo al marketing dei sentimenti di Facebook (che comunque sta mutando in concreto alcune delle nostre usanze sociali) e nemmeno di seguire la melanconia impotente di Adelphi che, in quanto produttore di grandi fascinose copertine con un sacco di belle parole dentro, lancia la propria personale fatwa contro libri elettronici, tablet e ogni altro succedaneo del frusciante cartoncino pastello. Si tratta, invece, di iniziare a immaginare il passo successivo, quello di chi ha preso atto, vuole capire meglio, sfruttare meglio.</p>
<p><em>Cambiare</em>, magari anche non tutto ma qualcosa, per dirla con un Riccardo Luna moderato, non invocare subito i massimi sistemi (democrazia, libertà, conoscenza ecc) applicati al web, ma occuparsi di questioni più terra terra, per rivedere il titolo di Riotta, ma soprattutto iniziare a guardare la tecnologia che ci cresce accanto anche con occhi diversi dai nostri. Io questa sera mi affido ad un messaggio ricevuto da mia figlia decenne mentre la settimana scorsa ero fuori casa. Leggere per la prima volta Harry Potter su Kindle? Ecco perché. E per favore non ditelo a Roberto Calasso.</p>
<p><a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/files/2013/05/Schermata-2013-05-02-alle-22.16.51.jpg"><img src="http://www.ilpost.it/massimomantellini/files/2013/05/Schermata-2013-05-02-alle-22.16.51-227x300.jpg" alt="" width="227" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-2131" /></a></p>
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		<title>Cronache dalla fine dei PC</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Apr 2013 15:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[Luca De Biase ha scritto sul Sole24ore una analisi bella e stringata sull&#8217;evoluzione dei terminali elettronici alla luce dei numeri pubblicati in questi giorni. La si potrebbe definire &#8220;Cronache dalla fine del PC&#8221;. Questo non significa che il pc sia &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/04/11/cronache-dalla-fine-dei-pc/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Luca De Biase ha <a href="http://lucadebiase.nova100.ilsole24ore.com/2013/04/la-trasformazione-del-pc.html">scritto</a> sul Sole24ore una analisi bella e stringata sull&#8217;evoluzione dei terminali elettronici alla luce dei numeri pubblicati in questi giorni. La si potrebbe definire &#8220;Cronache dalla fine del PC&#8221;.</p>
<blockquote><p>Questo non significa che il pc sia un mondo finito. Semplicemente non è alla frontiera. Oggi nel mondo si vendono meno di 350 milioni di pc all&#8217;anno, in decrescita, come si è detto. Che non sono pochi.</p>
<p>Ma si vendono già 200 milioni di tablet, oggetti sostanzialmente nati nel 2010, e si vendono 919 milioni di smartphone (stime IDC). Tra l&#8217;altro, mentre i pc generano un valore aggiunto contenuto e suddiviso tra diversi produttori (in testa chip e sistemi operativi, molto indietro i costruttori e distributori), i tablet e gli smartphone garantiscono fortissimi margini per i produttori e dunque continuano a rinnovarsi ad alta velocità. Per adesso la leadership è in questo comparto.</p></blockquote>
<p>Il pezzo di De Biase focalizza l&#8217;attenzione sui terminali: guardare i prodotti che si vendono e quelli che passano di moda è ovviamente utile e importante, specie per chi quei prodotti produce e mette in commercio, così come lo è anche per chi cerca di immaginare come la tecnologia condizionerà le nostre vite domani. Tuttavia, se allontaniamo per un istante l&#8217;occhio matematico dal numero di PC venduti, dai tablet in aumento, dalla constatazione di morte dei netbook, ci accorgiamo (e Luca lo dice alla fine dell’articolo) che il punto culturalmente più rilevante della storia tecnologica degli ultimi 50 anni non riguarda i terminali ma la nascita di Internet.</p>
<p>A questo proposito di una cosa sovente ci dimentichiamo: Internet è nata e cresciuta come un &#8220;incidente&#8221;. I processi di amplificazione che l&#8217;hanno interessata non sono cresciuti nei piani dell’industria o nelle speculazioni di controllo dei governi ma si sono concretizzati in un pulviscolo di nuove prassi economiche e sociali che prima non esistevano e che hanno trovato un varco inatteso. La sua crescita tumultuosa è stata un maxitamponamento in autostrada per molto tempo diffusamente tollerato (e sottovalutato con superbia) fino ad arrivare al momento in cui l&#8217;incidente ha inglobato tutto.</p>
<p>Per conto mio il punto di interesse è uno solo: stiamo attenti che tutto questo non trovi percorsi per essere riassorbito e normalizzato perché, al di là dei distinguo barbosi, la nostra nuova vita in rete è già ora, incidentalmente (appunto) migliore di quella precedente. Il prodotto dell&#8217;incidente Internet ha provocato vasti scivolamenti nel controllo, trasparenze inattese, eccitanti promesse non ancora mantenute. Cerchiamo di non rovinare tutto ancora prima che sia iniziato.</p>
<p>Io non credo, per tornare al tema iniziale, che il passaggio verso la mobilità possa essere osservato come una semplice scelta del mercato che unisce il desiderio ginnico degli utenti e gli interessi economici degli operatori delle TLC. Penso invece che andrebbe in qualche misura inquadrato dentro un più generale rischio revisionista mediante un semplice processo di sostituzione. Che non è delle telco e non è dei governi (tranne alcuni, ok), che non è dell&#8217;industria dei contenuti e nemmeno dei grandi apparati lobbistici ma che è un po&#8217; di tutti costoro. Di tutti tranne che nostro, di noi cittadini (come direbbe Grillo).</p>
<p>Senza immalinconirvi con questioni sulla neutralità o sulle connessioni fra pari, sulla libertà di accesso e sul futuro fulgido della innovazione aperta a tutti (due palle, avete ragione) dico solo che il bilanciamento fra produzione e fruizione dei contenuti può essere oggi osservato da due diverse angolazioni: una, tecnologica e di usabilità, secondo la quale quello che non possiamo produrre ora in mobilità lo potremo domani, l&#8217;altra, quasi filosofica, secondo la quale la società dell’informazione libera e di tutti, fra strumenti di produzione e di fruizione ha necessità di tenere il cappello e l&#8217;attenzione maggiormente sui primi che non sui secondi.</p>
<p>I terminali faranno il loro corso, cambieranno forma, nome e caratteristiche, il PC &#8211; povero &#8211; morirà sette o otto volte, ma non sono loro, i <em>cosi</em> che utilizziamo, il punto di svolta nella nostra migrazione verso una società migliore.</p>
<p>Personalmente diffido molto della retorica secondo la quale i Comuni più smart offrono accesso wi-fi ai passanti ma non si domandano se la scuola media all’angolo sia cablata o meno, diffido di quelli che da oltre un decennio ci raccontano che l’accesso a Internet in mobilità risolverà il nostro gap col resto dell’Europa, ma soprattutto diffido di quelli che non capiscono che Internet veloce nelle nostre case è la prima delle nostre necessità di cittadini connessi.</p>
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		<title>Più che un motore un vocabolario</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 15:08:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[istella]]></category>
		<category><![CDATA[renato soru]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo una prima occhiata mi ero ripromesso di non parlare male di istella, il nuovo motore di ricerca di Tiscali presentato ieri da Renato Soru. Così come accadde un anno fa con Volunia abbiamo bisogno di rispettare il lavoro e &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/03/20/piu-che-un-motore-un-vocabolario/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo una prima occhiata mi ero ripromesso di non parlare male di <a href="http://www.istella.it/">istella</a>, il nuovo motore di ricerca di Tiscali <a href="http://www.lastampa.it/2013/03/19/multimedia/tecnologia/istella-il-motore-di-ricerca-della-cultura-italiana-K6LlgtL4MtWcjaW2F2APbI/pagina.html">presentato</a> ieri da Renato Soru. Così come accadde un anno fa con <a href="http://www.volunia.com/">Volunia</a> abbiamo bisogno di rispettare il lavoro e le idee altrui, le poche coraggiosamente messe in campo, di lasciare che il tempo decida se quelle intuizioni erano giusto o sbagliate, indipendentemente dal nostro primo punto di vista che talvolta è critico a prescindere, per ragioni di semplice rincoglionimento senile.</p>
<p>Ugualmente occorre rendersi conto di una cosa: l’asticella dell’innovazione nei motori di ricerca è altissima, anche solo l’idea di voler provare ad affrontarla è una mezza dichiarazione di superbia. Ai tempi di Arianna era possibile, oggi è molto più difficile.</p>
<p>Premesso questo, con tutto il rispetto di cui sono capace, alcune considerazioni su istella sono comunque necessarie e riguardano in buona parte l’alone di nazionalità ritrovata che il progetto porta con sé. Un approccio che afflisse qualche anno fa anche Quaero, motore di ricerca europeo nato da una balzana idea di Chirac e tanto rapidamente partorito quando velocemente abbandonato. Perché non c’è nulla di più antimoderno che presentarsi su Internet come salvatori dell’identità nazionale (o europea o delle isole Figi) e questo per la semplice ragione che non esiste alcun progetto, nemmeno fra i monopolisti della ricerca come Google, per comprimere simili identità a favore di altre. È proprio una idea sbagliata, leggermente rabbiosa, basata in gran parte su nostri limiti piuttosto che sulle aspirazioni di potere altrui.</p>
<p>Per esempio una parte rilevante del progetto di istella prevede accordi per la messa online di archivi italiani di una qualche rilevanza (Beni culturali, Treccani, ecc). È una ottima idea (anche se non ho capito chi paghi la digitalizzazione) ma per quale ragione Beni Culturali e Treccani non lo fanno da soli? Perché non lo hanno fatto fino ad oggi? Perché in Italia non esiste un progetto analogo a quello di Gallica in Francia? L’esterofilia di Google e degli altri motori di ricerca dipende in buona parte dalla pochezza dei contenuti disponibili online e come tali indicizzabili. È un algoritmo, una roba matematica per quelli che la capiscono: quello che c’è dentro esce fuori, senza grandi accordi commerciali firmati con la ceralacca. Siamo bravissimi a chiacchierare ma l’italianità in rete non la supporta quasi nessuno, nemmeno quelli che dovrebbero farlo per propria missione. E quindi ben venga istella ma il problema rimane. </p>
<p>Non è chiaro se simili archivi del nostro patrimonio culturale saranno poi disponibili solo attraverso istella (ho idea di sì ma non ne sono certo): se così fosse istella più che un motore di ricerca si candida ad essere una piattaforma editoriale come molte altre. Esattamente come fece Volunia un anno fa il progetto prevede poi l’attiva partecipazione degli utenti (che possono caricare propri contenuti in un folder personale e condividerlo con il mondo) e anche questa caratteristica è irrealistica e autoconsolante, oltre che una delle pochissime cose che si potevano fare senza troppe difficoltà tecniche. Anche nell’ipotesi in cui i contenuti sociali avessero un valore per il motore (in genere non ne hanno, sono quasi sempre semplici riproposizioni di altri contenuti online, per esempio durante la presentazione Soru ha mostrato il profilo di un utente che aveva caricato su istella la Divina Commedia prelevata pari pari da <a href="http://www.liberliber.it/">Liber Liber</a>) la stragrande maggioranza dei dati social italiani sono oggi su Facebook, fuori dalle mire degli spider di chiunque e fuori da qualsiasi aspirazione di rivincita del search tricolore.</p>
<p>Inutile dare un giudizio anche sommario sulle qualità del motore di ricerca per quanto riguarda la parte web (è una beta i risultati per ora sono imbarazzanti anche per le ragioni di asticella di cui si diceva prima) anche se durante la presentazione è stata sottolineata l’aspirazione di dare un valore semantico ai risultati (che è uno dei grossi limiti irrisolti di Google e di tutti gli altri).</p>
<p>E infine anche il modello di business di istella è un concentrato di italianità: si dissocia polemicamente da Google, rivendicando prima di tutto la non tracciabilità degli utenti, ma si riferisce al medesimo approccio pubblicitario, mescolato a vaghe aspirazione di data collection tipiche dei social network (come <a href="https://twitter.com/ezekiel/status/314323388946583552/photo/1">segnalava</a> Luca Alagna i contenuti caricati su istella dagli utenti diventano di istella) e ad un utilizzo molto esteso della parola <em>open data</em> (che va molto di moda ma davvero in questo contesto si capisce poco cosa c’entri). Sarà insomma un motore italiano, amico degli utenti, degli editori, dei ricercatori universitari e soprattutto della Treccani i cui risultati sono in cima qualsiasi parola voi cerchiate. Più che un motore di ricerca, per ora, un vocabolario.</p>
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		<title>Fuori e dentro la bolla</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 16:51:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Eli Pariser]]></category>

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		<description><![CDATA[Se c’è un errore che possiamo fare nella ormai quotidiana analisi politica del Movimento 5 Stelle e dei rapporti con la sua dirigenza (cfr. Grillo e Casaleggio) è quello di riferirci al blog di Grillo ed ai suoi umori come &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/03/17/fuori-e-dentro-la-bolla/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se c’è un errore che possiamo fare nella ormai quotidiana analisi politica del Movimento 5 Stelle e dei rapporti con la sua dirigenza (cfr. Grillo e Casaleggio) è quello di riferirci al blog di Grillo ed ai suoi umori come termometro assoluto della reputazione del movimento. </p>
<p>Si tratta del ben noto effetto Scalfarotto* (Ivan mi perdonerà) che chi frequenta le discussioni politiche in rete da un po’ di anni ricorderà perfettamente. Per ovviare ad un simile avvolgente ammaliamento che ci porta a ritenere che quanto osserviamo in rete dall’interno della nostra bolla sia la rappresentazione esatta della realtà, sarebbe buona norma, come dicevano i vecchi internet user californiani 15 anni fa, ogni tanto alzarsi dal computer ed uscire fuori a zappare l’orto. O se preferite, nella versione europea contemporanea, uscire fuori e fare un giro al mercato o a prendere un caffè al bar. Interrompere il filtro che ci avvolge in rete non è poi così difficile: quando e se avremo la costanza di farlo, il mondo, perfino l’universo dei grillini, ci apparirà meno scontato.</p>
<p>Osservato da dentro la mia bolla ieri, per Grillo ed il suo blog, è stata una pessima giornata. Per la prima volta da molti anni a questa parte un fronte compatto molto ampio di commentatori si è apertamente schierato contro la linea del capo. Poiché in rete le cose si ripetono con estrema accuratezza, non sono mancate le furibonde polemiche ed i tristi mezzucci. Per esempio a riguardo della <a href="http://www.corriere.it/politica/13_marzo_17/grillo-blog-censura-dissenso-scomunica_c854d658-8eff-11e2-95d7-5288341dcc81.shtml">cancellazione</a> dal <a href="http://www.beppegrillo.it/2013/03/trasparenza_e_v/index.html">post</a> di Grillo sulla “Trasparenza” (guarda te a volte le coincidenze) dei commenti maggiormente critici. Così, sempre per parlare del già visto, nella strategia usuale dell’utilizzo del blog nei momenti di crisi al post contestato ne è rapidamente seguito un altro su Massimo d’Alema: un’ottima idea per distogliere gli occhi degli astanti dalle proprie beghe con argomenti forti e di sicuro impatto. Del resto ormai Massimo D&#8217;Alema è un collante universale buono per svariati utilizzi.</p>
<p>Fuori dalla bolla internet lo scenario politico potrebbe invece essere assai meno compromesso e drammatico: senza ostinarsi a citare Tullio De Mauro e l’<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Analfabetismo_funzionale">analfabetismo funzionale</a> (la spiacevole complicazione secondo la quale un italiano su due legge il post di Grillo ma non capisce cosa ci sia scritto), se non fosse per la grancassa disperata dei mezzi di informazione, l’elettore grillino medio sarebbe assai poco impressionato dagli eventi. Anzi, probabilmente, lo sarebbe quasi per nulla, per la semplice ragione che simili contenuti sovente non hanno modo di raggiungerlo. In un numero molto ampio di casi è l’elettore stesso che non ha grandi interessi ad esserne raggiunto.</p>
<p>Così quando diciamo che mediamente Internet non sposta un voto (quindi figuriamoci Twitter) diciamo forse una banalità inesatta ma la diciamo considerando due aspetti egualmente importanti. Il primo che i voti spostati da Internet sono in grandissima parte legati al trascinamento di temi politici nati in rete verso la TV, il secondo che Internet non sposta un voto per la semplice ragione che una fascia maggioritaria dell’elettorato non è in servizio permanente effettivo ad analizzare ogni santo giorno il proprio orientamento politico ma viene raggiunta dalla discussione pubblica in maniera incostante e casuale. In altre parole la maggioranza degli italiani  vive fuori dalla bolla dei propri interessi in rete e solo incidentalmente, e con frequenze da paese sottosviluppato, lascia l’orto per sedersi al computer e scoprire cosa pensano i loro pari. Ed anche fra quelli maggiormente alfabetizzati non è scontato che i temi della politica siano compresi all’interno dei loro interessi di riferimento.</p>
<p>Che poi il Movimento Cinque Stelle abbia scelto di vivere dentro la bolla, con l’autolesionismo tanto eroico quanto inconsapevole di chi è stato illuminato da Internet in una sua versione semplificata e giovanile, non muta granché la qualità del suo elettorato e dell’elettorato in generale. Che mediamente non legge il blog di Grillo né lo commenta e che certo non si scandalizzerà più di tanto se lo stratega della presenza on line di Grillo improvvisamente cancella un commento sgradito che aveva ricevuto 267 apprezzamenti.</p>
<p><em>*Quando nel 2003 Ivan Scalfarotto si presentò per la prima volte alle Primarie dell’Unione riuscì a mobilitare un ampio movimento di sostenitori on line; poi alle elezioni vinte da Romano Prodi, raggranellò lo 0,6% dei voti, arrivando sesto su sette candidati.</em></p>
<p>p.s. il titolo di questo post doveva essere &#8220;La Grillobolla&#8221; poi mia moglie ha detto che faceva schifo e l&#8217;ho cambiato.</p>
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		<title>Il ciarlatano di talento</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Feb 2013 22:26:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Beppe Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[Medioevo]]></category>
		<category><![CDATA[Norcini]]></category>

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		<description><![CDATA[Non vorrei sembrare irrispettoso ma da qualche giorno penso con insistenza a Beppe Grillo ed ai Norcini medievali. Grillo forse lo conoscete, i norcini medievali magari meno. Entrambi, per uno scherzo del destino hanno a che fare con la ciarlataneria. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/02/28/il-ciarlatano-di-talento/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non vorrei sembrare irrispettoso ma da qualche giorno penso con insistenza a Beppe Grillo ed ai Norcini medievali. Grillo forse lo conoscete, i norcini medievali magari meno. Entrambi, per uno scherzo del destino hanno a che fare con la ciarlataneria. Nemmeno questo, se avrete un po’ di pazienza, è irrispettoso nei confronti di Grillo come potrebbe sembrare.</p>
<p>Il blog di Beppe Grillo – diciamo la verità &#8211; fin dalle origini è stato sovente un po’ cialtrone. Difficile sapere se si sia trattato di una forma di cialtroneria incidentale o se sia stata invece una raffinata scelta comunicativa, utile a stringere in un abbraccio mortale il vasto pubblico dei creduloni. Sta di fatto che, come molti ricorderanno, Grillo sul suo blog ha spesso dato spazio alla narrazione estrema ed improbabile, allo “strano ma vero” che poi &#8211; alla prova dei fatti &#8211; molte volte vero non era per nulla.</p>
<p>Scrisse che i campi magnetici dei cellulari <a href="http://www.beppegrillo.it/2006/07/cervello_a_la_c.html">cuocevano</a> le uova, che certe palle di ceramica svizzera <a href="http://www.beppegrillo.it/2008/12/biowashball.html">lavavano</a> i panni in lavatrice senza detersivo; più recentemente ha più volte ospitato, perfino il giorno successivo ad un tragico terremoto, le opinioni di un signore in grado di <a href="http://www.beppegrillo.it/2012/05/non_si_deve_mor.html">prevedere</a> gli eventi sismici. Saltimbanchi e polemisti, economisti del marengo delle Repubblica Subalpina e complottisti lunari sono da sempre di casa sul blog del comico genovese: giusto l’altro ieri, in tempi di grande attenzione mediatica post elettorale, spiegava cose da quelle parti Massimo Fini, autore di un prezioso pamphlet sul Mullah Omar, talebano lapidatore di adulteri, raccontato come una sorta di partigiano buono. Insomma la vocazione ciarlatanesca del blog di Grillo (di una parte del) come un dato di fatto difficilmente contestabile.</p>
<p>Anche gli allevatori di maiali nell’Umbria medievale si fecero ciarlatani. Tramandata di padre in figlio l’arte del coltello e del cauterio, indispensabile per sezionare e dissanguare il maiale o per castrarlo con perizia senza ucciderlo, scesero a valle e diventarono mezzichirurghi. Non che la medicina fosse a quei tempi troppo diversa dalla macelleria ma i norcini ed i cerretani (da cui secondo alcuni deriva il termine ciarlatano) cominciarono ad applicare sull’uomo quello che avevano imparato sui suini e per un po’ fecero egregia concorrenza agli insopportabili e tronfi parrucconi della Scuola Salernitana. Due tecniche su tutte nelle quali erano maestri: la terapia chirurgica del <em>mal della pietra</em> (quella che oggi si chiamerebbe litiasi vescicale, patologia a quei tempi dolorosissima che affliggeva sovrani e cardinali) e quella delle ernie irriducibili (e più avanti nelle simpatiche castrazioni delle voci bianche dei cori). Vi risparmio i molto cruenti particolari tecnici, tutti basati su grande manualità e ferri arroventati applicati alle parti basse senza anestesia, ma il ciarlatano sceso dalle montagne si affermò sul campo, fu stimato e ricercato negli istituti ospedalieri delle grandi città per le sue capacità di guaritore e divenne medico, anzi mezzochirurgo, a tutti gli effetti.</p>
<p>E pure Beppe Grillo è infine recentemente sceso a valle. Come i ciarlatani del basso medioevo ha mostrato i suoi talenti. Uno su tutti: dar voce unica ad una vasta silenziosa marea montante di protesta. Degli imbonitori quattrocenteschi utilizza tecniche e trucchi. Grillo sta alla politica italiana come gli allevatori di Norcia stavano ai medici del tempo: come loro genera attese ed aspettative che forse in parte andranno deluse. Il ciarlatano di talento del quattrocento guariva il paziente estraendogli i calcoli dalla vescica a mani nude: scopriremo nei prossimi mesi se il ciarlatano di Genova collezionerà i medesimi successi o si limiterà ad ustionare il culo dei suoi adepti e – per forza di cose –  un po’ anche il nostro.</p>
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		<title>Stalin e il secondo schermo</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2013 16:25:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Second screen]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>

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		<description><![CDATA[Non so se vi sia mai capitato di leggere un articolo sul cosiddetto “second screen”. Forse no, si tratta in effetti di un tema un po’ per addetti ai lavori, futuristi ed ufologi e riguarda sostanzialmente le intersezioni, in corso &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/02/18/stalin-e-il-secondo-schermo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Non so se vi sia mai capitato di leggere un articolo sul cosiddetto “<a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Second_screen">second screen</a>”. Forse no, si tratta in effetti di un tema un po’ per addetti ai lavori, futuristi ed ufologi e riguarda sostanzialmente le intersezioni, in corso e prossime venture, fra televisione e social network. Come avviene sempre – e dico sempre – in simili nuovi scenari immaginifici, la presunzione che il soggetto forte modelli quello debole sono tanto scontate quanto automatiche. E poiché è piuttosto evidente che attualmente il soggetto forte è la TV la sola declinazione per il futuro del second screen di cui vi capiterà di leggere in giro è quella, ovvia e un po’ scontata, nella quale addetti ai lavori, futuristi ed ufologi prevedono un ruolo ancillare dei social network nei confronti dei contenuti televisivi. </p>
<p>Di quante divisioni dispone il Papa? La celebre frase di Stalin può essere utile a orientarci meglio. L’industria televisiva è oggi un business planetario e ricchissimo. Come è ovvio nel tempo dentro le televisioni si sono andati stratificando oltre al potere economico crescente dei gestori delle antenne anche quello politico e finanziario. Non deve meravigliare quindi se, nel momento in cui televisione e Internet incrociano le spade, Iosif Vissarionovič Džugašvili (erano anni che desideravo scrivere il nome di Stalin per intero con tutti gli accenti giusti) viene a raccontarci che il business del prossimo futuro è quello del telespettatore da divano che twitta Amici di Maria De Filippi.</p>
<p>A questo punto occorre far caso ai piccoli particolari: perché è vero che il futuro ci porterà a twittare Maria De Filippi ma è altrettanto vero che sarà Maria de Filippi a diventare il nostro secondo schermo, mentre il primo, sempre più stabilmente, sarà quello delle nostre relazioni sociali. Tutto questo accadrà non per una cieca fede nella nostra attitudine di esseri umani empatici rispetto al solitario poltronismo televisivo (non sono tanto ottimista) ma per il semplice fatto che Internet è il luogo delle relazioni e la TV – per il numero non gigantesco ma in aumento di quanto utilizzano la rete stabilmente &#8211; ne diventa un accessorio fra i tanti. Per tutti gli altri (e quindi per un numero rilevante di Italiani) semplicemente per ora il problema non si pone.</p>
<p>Mio dio mi pento e mi dolgo: nelle ultime settimane ho twittato molto mentre guardavo la TV. Ma non sono diventato per questo uno spettatore della TV, non sono andato ad ingrossare le divisioni di Stalin. Ho commentato su Twitter il Festival di Sanremo, molti talk show di politica, dirette di candidati alle primarie o alle prossime elezioni, spesso trasmesse dai luoghi più disparati. Mesi fa ho commentato su Friendfeed un esilarante comizio della Polverini che urlando storpiava una canzone di Battisti. Cose che mi interessavano insomma. Altre cose che mi inorridivano. E ve lo dico: è divertente. Ve lo consiglio (twittate Maria de Filippi se vi piace Maria de Filippi) anche se twitter non è la piattaforma tecnologica più adatta ad un simile metaracconto. Ma il punto è che non guarderei mai Ballarò senza avere accanto Twitter. Cioè Ballarò? Avete presente? Perché mai qualcuno dovrebbe guardarlo da solo?</p>
<p>Così agli addetti ai lavori, futuristi ed ufologi che oggi ci raccontano le magie del second screen ripeto una banalità che vado dicendo da tempo del tutto inascoltato: non buttate i vostri soldi cercando di mettere Twitter dentro le vostre TV, perché è più facile che accada il contrario. E voi &#8211; ci scommetto &#8211; non sarete d&#8217;accordo. </p>
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		<title>Il bagnino e gli editori</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2013 08:13:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Editoria]]></category>
		<category><![CDATA[Google]]></category>
		<category><![CDATA[Jay Rosen]]></category>

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		<description><![CDATA[Più passano gli anni e più mi viene difficile difendere Google. E tuttavia, come accade con certe sbagliatissime fidanzate di cui ricordiamo solo bellezza ed eleganza, ogni tanto, per esempio oggi, difendere Google si deve. Per un solo semplice motivo: &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/02/04/il-bagnino-e-gli-editori/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Più passano gli anni e più mi viene difficile difendere Google. E tuttavia, come accade con certe sbagliatissime fidanzate di cui ricordiamo solo bellezza ed eleganza, ogni tanto, per esempio oggi, difendere Google si deve. Per un solo semplice motivo: perché le ragioni di Google e quelle della Internet che amiamo coincidono.</p>
<p>Mi riferisco ovviamente alla diatriba fra Google e gli editori europei (dopo il Belgio anche in Francia nei giorni scorsi è stato raggiunto un accordo) sul valore delle parole in rete. </p>
<p>Le parole sono la linfa della rete, ne sono il senso e il valore. Alcune di queste parole sono il motore dei guadagni dell’industria editoriale. Le parole sono talvolta anche un bene deperibile (pensate ai quotidiani) che ha avuto un mercato per cent’anni e che oggi rischia di non averlo più. Talvolta le parole della rete e quelle degli editori coincidono. Ed è una cosa per certi versi senza ritorno: quando le parole raggiungono Internet, quando vengono paracadutate sul web, perdono immediatamente sovranità, diventano patrimonio comune condiviso, rifuggono ogni possibile controllo.</p>
<p>Così gli editori oggi, per colpa di Internet, sono di fronte ad un bivio. Possono scegliere che le proprie parole vengano condivise, commentate e discusse, sostenendosi con la pubblicità, oppure possono decidere di isolarle in un luogo differente, dove continuino ad avere un valore economico (Jay Rosen diceva anni fa che Press è tutto quello che scambia notizie per denaro) e dove chi vuole potrà acquistarle. Si può scegliere la prima o la seconda opzione, non è possibile però sceglierle entrambe.</p>
<p>Quando gli editori europei arrabbiati con Google News chiedono che le anteprime dei propri articoli (liberamente fruibili sui loro siti web) vengano pagati da Google che li aggrega giocano col fuoco e anche un po’ con il nostro destino di uomini e donne collegati. Sanno perfettamente che una proposta del genere, se mai venisse avallata da un parlamento o da un tribunale (non è impossibile, il vecchio mondo vanta solide tutele fra i politici e nelle aule di giustizia), avrebbe conseguenza di sistema molto serie. Lo sanno ma non gliene importa. La quadratura dei conti dell’ipertrofica, novecentesca industria editoriale in cambio dell’abolizione dei fair use o del diritto di citazione? Ma siamo scemi? Robe da pazzi irresponsabili, altroché. Per fortuna nulla di tutto questo è finora successo: sia in Belgio che in Francia, dove le due parti sono giunte ai ferri corti, tutto si è risolto senza spargimenti di intelligenza.</p>
<p>Essere aggregati da Google News non è obbligatorio, nemmeno essere indicizzati dal motore di ricerca di Mountain View lo è: basta una riga di codice sulle proprie pagine per essere ignorati dal quasi monopolista della ricerca in rete, dal grande pubblicitario delle keyword più strane, dalla volpe furba che paga poche tasse in luoghi esotici e arricchendosi avvizzisce le risorse fiscali delle nostre nazioni. La cattiva fama di Google sui quotidiani europei ha solide ragione e anche qualche conflitto di interesse, ma se Google è il male, beh di una cosa possiamo stare certi, gli editori alle prese col digitale sono sovente peggio, per lo meno se pensiamo ad Internet come ambiente complessivo di crescita informativa e culturale dei cittadini e non come edicola elettronica dove tutto ha un prezzo. </p>
<p>Io non ho nulla contro l&#8217;idea di &#8220;press&#8221; di Jay Rosen (informazioni in cambio di soldi), mi incuriosiscono i paywall e sono mediamente ben disposto a pagare per le notizie. Credo in un ruolo centrale della buona informazione professionale anche nel contesto digitale ma non ho alcuna disponibilità ad avallare i ricatti che gli editori europei  apparecchiano da tempo nei confronti di Google. Perché quando parlano di Google in realtà parlano di Internet e quando parlano di Internet parlano di me. E siccome negli anni di stupidaggini interessate come quella di farsi pagare il diritto di link, o la riproduzione dei dispacci di agenzia a peso come il prosciutto, o le citazioni di due righe come fossero oro ne ho sentite a dozzine ed ogni volta dopo pochi istanti l’odore ammuffito da vecchia cantina travolgeva tutto, allora forse è bene capirsi fin da subito.</p>
<p>Le vostre parole potranno certamente essere confezionate e vendute: se saranno belle io sarò fra quanti vorranno comprarle. Ma se diversamente verranno diffuse liberamente in rete allora , da quel momento in poi, quelle parole saranno di tutti, verranno ridistribuite, masticate, modificate e completate. E nessuno ci potrà fare nulla e nessuna pecetta “riproduzione riservata” avrà mai valore. E prendersela con Google perché la rete è fatta così è come prendersela col bagnino perché l’acqua è bagnata. Voi non ci fate una bella figura ed il bagnino, le prima volte vi offrirà un salvagente arancione poi, alla fine, smetterà di darvi retta.</p>
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		<title>Il PD che non capisce</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/01/26/il-pd-che-non-capisce/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 26 Jan 2013 13:21:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[partito democratico]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Luigi Bersani]]></category>
		<category><![CDATA[Spartani]]></category>

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		<description><![CDATA[Breve antefatto poco importante. Qualche sera fa ho postato sul mio blog un video (francamente un po’ patetico) di Pier Luigi Bersani che ascolta Vasco Rossi in auto. Nel titolo chiedevo ironicamente chi mai avrebbe potuto votare per un candidato &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/massimomantellini/2013/01/26/il-pd-che-non-capisce/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Breve antefatto poco importante. Qualche sera fa ho <a href="http://www.mantellini.it/2013/01/22/votereste-alle-elezioni-per-uno-cosi/">postato</a> sul mio blog un video (francamente un po’ patetico) di Pier Luigi Bersani che ascolta Vasco Rossi in auto. Nel titolo chiedevo ironicamente chi mai avrebbe potuto votare per un candidato del genere. Nel giro di pochi minuti i commenti del post sono stati invasi da decine di interventi  tutti molto simili, brevi e per nulla argomentati, nei quali si diceva in sostanza “Sì, voterò per Bersani, lui è il migliore”. Alcuni di questi commenti giungevano <a href="http://www.mantellini.it/2013/01/23/brigate-digitali-bersani/">dritti</a> dalle stanze della sede nazionale del Partito Democratico, ma la sostanza è che un semplice post, su un blog mediamente letto, aveva scatenato un passaparola di attivisti digitali che tutti assieme sono piombati a sostenere le ragioni del capo in un luogo esatto della rete. Ho scoperto poi che esiste una vera e propria organizzazione di attivisti digitali del PD che agisce in maniera coordinata e che è responsabile di simili passi comunicativi (e forse anche di <a href="http://www.wittgenstein.it/2012/10/11/tante-domandine-colorate/">altri</a>, perfino peggiori). </p>
<p>La prima domanda è semplice: ma è possibile che al PD non capiscano? La risposta sembrerebbe essere ben sostanziata da questo <a href="http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/139685/se_sparta_e_di_stanza_al_nazareno">articolo</a> elogiativo uscito su Europa (quotidiano on line del PD) qualche giorno fa.</p>
<blockquote><p>Che fanno i suoi spartani (che hanno pure un loro blog, www.trecentospartani.com, che originariamente aveva più una funzione virale, da guerrilla marketing, e ora invece è diventato la voce della war room democratica)? Presidiano, vigilano, monitorano, intervengono, corrono in soccorso, se del caso spammano, invadono le timeline su Twitter, commentano, inventano hashtag, rilanciano i temi della campagna del segretario dem, animano il dibattito online, coordinandosi tra loro.</p></blockquote>
<p>La versione italiana dell’analisi obamiana dei dati di rete, si trasforma così in piccola coalizione di spammer entusiasti, pronti a coordinarsi su Internet per distribuire il verbo. Ma se un fenomeno di attiva militanza digitale simile lo abbiamo osservato in questi anni a margine della crescita del Movimento Cinque Stelle, un fenomeno ampiamente spontaneo di testimonianza e sostegno spesso molto grossolano, talvolta, in ossequio all’approccio militante e teatrale del capo, fino all’insulto dell’avversario, nel caso del PD avviene di peggio. La militanza digitale diventa coordinata dal centro (esiste perfino una war room nella sede del PD e già la definizione mette i brividi), una legione di qualche centinaia di attivisti (che con sprezzo del cattivo gusto si sono autonominati “spartani”, mutuando il nome da un brutto film fascistoide) è pronta a rispondere colpo su colpo su Twitter, su Facebook e sui blog agli ipotetici attacchi alla sacra causa.</p>
<p>Non ci vuole uno dei tanti guru americani della comunicazione politica per capire che su Internet non funziona così, che tutto questo è un portato tossico di una idea di diffusione virale del consenso buona forse (in realtà non funziona nemmeno per loro) per i venditori di fustini di detersivo, ma perfino più patetica e finta se applicata ai temi sensibili del pensiero pubblico. Che l’effetto reputazionale che si ottiene presidiano quantitativamente le conversazioni di rete è mediamente opposto a quello ipotizzato, che Internet è e dovrebbe essere terreno di confronto ed argomenti e non di slogan e provocazioni.</p>
<p>Se poi per una qualche ragione io mi sbagliassi e questo approccio fosse invece efficace e strategicamente utile alla causa, allora occorrerà dire che si tratta di una idea di destra, buona per i monopolisti dell’informazione o per i demagoghi senza argomenti, insomma, nulla di utile ad un partito che abbia aspirazioni democratiche e di dialogo con il territorio.</p>
<p>Nello stesso tempo tutto questo viaggiare a fari spenti nelle nebbie internettiane è perfettamente aderente al PD attuale, un partito con una vocazione digitale modestissima, incapace di comprendere il valore delle esperienze di rete di alcuni suoi componenti (per esempio Pippo Civati o Andrea Sarubbi, che hanno usato la rete per comunicare la politica in questi anni con intelligenza e passione) e che spessissimo, nelle parole stesse del suo molto analogico segretario, ha fatto capire la marginalità che intende riservare a simili temi.</p>
<p>Non è cambiato molto nell’approccio verso Internet dall’idea broadcast tanto cara ai vertici del partito democratico, quella stessa idea che fa annunciare su Twitter a Pier Luigi Bersani (e non solo a lui) il calendario delle sue prossime comparsate televisive, la stessa idea che qualche anno fa scatenò la guerra fra bande fra D’Alema e Veltroni entrambi impegnati a usare fondi più o meno pubblici per farsi la propria televisioncina web. </p>
<p>Gente che non ha capito, che continua a non capire e che probabilmente governerà questo paese nei prossimi cinque anni.</p>
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		<title>Libri, foto belle e musica suonata male</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2013 16:31:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>massimomantellini</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Flickr e le foto belle</strong></p>
<p>Una volta usavamo Flickr. Lo usiamo ancora, però meno. Flickr a quei tempi era tanto figo da meritarsi i soldi del nostro account Pro. Glieli diamo volentieri anche oggi, però meno. Le nostre foto belle stanno ancora su Flickr ma noi non ne scattiamo quasi più. La fotocamera pesa, abita (la mia) lontano dalla rete: così le foto escono ora più spesso dal telefono, passano da Hipstamatic o Instagram e vanno on line. Sono meno belle, meno grandi, più quadrate. Quelle scattate di notte sgranano e non si capisce molto, in compenso arrivano subitissimo. Forse (di sicuro) domani non le potrò stampare ma due secondi dopo averle scattate sono dove voglio che siano. Voi li sentite su Internet i lamenti dei fotografi di foto belle e degli amatori orripilati? Io li sento, urlano le loro molte ragioni. Non è colpa loro se la mia fotocamera resta sempre più spesso nel cassetto e se le foto che scatto sono sempre meno belle.</p>
<p><strong>TLMDMSM</strong></p>
<p>Una volta, molto tempo fa, c’era il giradischi, il vinile, la puntina. E casse di legno dai woofer neri. Piccole, nascoste fra i volumi della libreria , oppure grandi, ad arredare il salotto. Senza ammalarsi di audiofilia (malattia quasi innocua di gente che osserva da vicino semplici fili  elettrici placcati oro) la musica allora suonava bene. Quando i dischi erano vecchi e molto usati erano loro stessi a farcelo sapere. Poi sono arrivati i CD, le canzoni si sono fatte digitali, dentro custodie di plastica trasparente . Dal CD, di cui era complicato innamorarsi, al formato mp3 il passo è stato lungo (qualche lustro) ma tutto sommato naturale. Perso per perso, freddezza per freddezza, meglio estrarre l’anima della brutta musica digitale e separarla dal supporto. L’mp3 di suo ha scatenato grandi bulimie: Napster e Kazaa, giga e giga di file mai ascoltati si sono accatastati dentro l’hard disk. Ti piace la canzone del tale? Eccoti l’intera trentennale discografia in comodo formato compresso. Poi ci si chiede come mai i discografici hanno fatto come le formiche. Giusto il tempo di imbottire gli hard disk di mp3 mai ascoltati e la musica è cambiata ancora: fine del possesso, rinuncia al fascino novecentesco e borghese per approdare al juke box celestiale. Musica sempre digitale – certo &#8211;  ma questa volta di nessuno, appoggiata sulla nuvola. Di che nuvole parlo, dici? Non importa. Guardo mia figlia assorta di fronte a Youtube e dopo un istante nella stanza si sparge tutta la musica del mondo suonata male. Sembra un titolo di Gipi. A lei però non importa.</p>
<p><strong>I libri pesanti</strong></p>
<p>Una volta leggevamo i libri pesanti. Abbiamo fatto in tempo a riempire la casa. Li abbiamo ordinati in alte librerie Ikea finto faggio. I libri di Adelphi, che erano belli, li abbiamo ordinati seguendo l’arcobaleno dei pastello, gli altri li abbiamo aggiunti con una casualità che fa molto intellettuale svagato. Li abbiamo amati e coccolati come figli nostri, prestati malvolentieri, controllati la sera prima di dormire, mentre le loro pagine ingiallivano, i dorsi si caricavano di polvere e il truciolato polacco di Billy fletteva come natura comanda. Abbiamo continuato a leggere. Quasi al punto di poterci permettere una libreria seria sono arrivati Kindle, iPad, Kobo e i suoi fratelli. La cellulosa come il vinile, supporti di un mondo in chiusura, la parabola, oggi ancora alta, del grammofono fra vent’anni. L’odore della carta, la pellicola fotografica, il fascino della puntina: l’affetto e la complicità con le cose della nostra vita che non riusciamo ad immaginare lontane da noi.</p>
<p><strong>Fine.</strong></p>
<p>E lontano invece ci andranno, come accade sempre.</p>
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