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	<title>Mauro Bevacqua</title>
	
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	<description>Nato a Milano, nel 1973, fa il giornalista, dirige il mensile Rivista Ufficiale NBA e guarda con interesse al mondo (sportivo, americano, ma non solo).</description>
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		<title>B di Brooklyn</title>
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		<pubDate>Fri, 04 May 2012 10:21:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Se non volete restare qui, noi non vi vogliamo. Volete andarvene a Brooklyn? Che liberazione!». Ecco, l’addio non è stato di quelli soft, zero lacrime e poco spazio alle smancerie romantiche tipiche dei distacchi. I New Jersey Nets – franchigia &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/05/04/b-di-brooklyn/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Se non volete restare qui, noi non vi vogliamo. Volete andarvene a Brooklyn? Che liberazione!». Ecco, l’addio non è stato di quelli soft, zero lacrime e poco spazio alle smancerie romantiche tipiche dei distacchi. I New Jersey Nets – franchigia storicamente piuttosto derelitta della NBA – dopo 35 anni lasciano il New Jersey e si trasferiscono al di là del fiume (l’Hudson), a Brooklyn. Le parole in apertura sono del Governatore dello “Stato Giardino”, contrito il giusto per la perdita.</p>
<p>Non che i Nets non abbiano dato qualche motivo ai propri tifosi per esultare: nel corso della loro travagliata storia hanno visto volare a canestro l’afro di “Dr. J”, Julius Erving (ma, ironia della sorte, erano ancora a New York), con Jason Kidd in regia sono finiti due anni di fila alle Finali NBA (2002, 2003) e nel mezzo hanno pure ammirato il Mozart dei Canestri – tanto del Vecchio che del Nuovo Continente – trivellare le retine avversarie (<em>Rest In Peace</em>, Drazen Petrovic).</p>
<div id="attachment_303" class="wp-caption alignleft" style="width: 290px"><img class=" wp-image-303 " title="New_Jersey_Nets_logo" src="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/files/2012/05/New_Jersey_Nets_logo.png" alt="" width="280" height="305" /><p class="wp-caption-text">Il vecchio logo dei New Jersey Nets</p></div>
<p>La parte vergognosa di essere un tifoso dei New Jersey Nets, quindi, aveva spesso più a che fare con le prime due parole (New Jersey) che con la terza (Nets) e l’approdo nella nuova casa va visto prima di tutto in questa ottica. Con i Knicks dall’altra parte del Lincoln Tunnel hai voglia a non sentirti il cugino povero. Quelli giocano al Madison Square Garden (<em>the world’s most famous arena</em>), all’ombra dell’Empire State Building, tu alla Continental Arena di East Rutherford o al Prudential Center di Newark, fuori dalla svincolo di un’autostrada. Quegli altri hanno vinto due titoli NBA, tu zero. Loro in prima fila hanno Spike Lee, Dustin Hoffman, Ben Stiller, Kate Upton e mille altri nomi del genere, tu nessuno (di noto) a bordocampo e spesso nessuno (e basta) nelle file dietro.</p>
<p>Che si fa? Entra in scena il personaggio numero uno, Mikhail Prokhorov. Dopo una vita passata a far soldi nella Russia di Putin (per poi far finta di corrergli contro, da avversario, alle ultime elezioni russe), a fine 2009 il 58esimo uomo più ricco del pianeta si compra i New Jersey Nets (poco più che uno sfizio, per uno che ha raccontato a <em>60 minutes</em> di avere uno yacht di 61 metri ma di non sapere più dove l’ha messo). Per prima cosa Prokhorov porta via la squadra dal New Jersey a Brooklyn (dove i russi peraltro sono storicamente di casa, nell’enclave di Brighton Beach). Quella Brooklyn da dove proviene uno dei proprietari di minoranza della franchigia, tale Jay-Z (personaggio numero due, 460 milioni di dollari di patrimonio netto). Ego e soldi non mancano, ora bisogna costruire un progetto, una squadra (possibilmente forte) e un palazzo (nuovo). Per quest’ultimo si bussa alla porta di Frank Gehry (personaggio numero tre) che disegna una delle sue astronavi tutta curve e luccichii da piazzare a un tiro da tre punti di distanza dalle vie dove Jonathan Lethem ambienta <em>La Fortezza della Solitudine</em>, ovvero nel cuore di Brooklyn, la nuova Brooklyn, quella <em>cool</em>, quella diventata fortezza ma degli “hipsters”, quella del triangolo Park Slope-Gowanus-Boerum Hill .</p>
<p>È qui però che si incontra il primo problemino. Il preventivo presentato dall’architetto canadese risulta esoso pure per la danarosa proprietà dei Nets, che decide di fare a meno della griffe – e magari investire i soldi risparmiati per portare LeBron James a Brooklyn. Secondo problemino: l’estate scorsa, come ben documentato, “King” James sceglie le spiagge di South Beach e i Miami Heat e a dire di no subito dopo è pure il secondo obiettivo di mercato, Carmelo Anthony, (aggravante n°1: ‘Melo a Brooklyn c’è pure nato; aggravante n°2: va ai Knicks!). Risultato: arriva Deron Williams, nuovo playmaker su cui rifondare dall’ultima stagione di esilio nel New Jersey. Stagione terminata poco più di una settimana fa &#8211; male come al solito, verrebbe da dire. Ventidue partite vinte, il doppio perse. Unica nota positiva: il passato ora è davvero passato, e il futuro da adesso si può iniziare a chiamare presente.</p>
<div id="attachment_300" class="wp-caption alignleft" style="width: 290px"><img class=" wp-image-300 " title="brooklyn-nets-logo_jpg_630x1285_q85" src="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/files/2012/05/brooklyn-nets-logo_jpg_630x1285_q85.jpg" alt="" width="280" height="375" /><p class="wp-caption-text">Il logo dei Brooklyn Nets</p></div>
<p>Riappare in scena l’uomo cresciuto, spacciando droga, nei Marcy Projects di Bedford-Stuyvesant (<em>do or die, Bed-Stuy</em>, la simpatica rima associata a uno dei luoghi oscuri di Brooklyn). È Jay-Z, infatti, a creare il logo dei nuovi Brooklyn Nets e l’annuncio, fatto solo pochi giorni fa, dà ufficialmente il via alla costruzione (anche mediatica) dell’identità della “nuova” squadra. Una costruzione particolarmente interessante e significativa. Il <a href="http://www.nba.com/nets/brooklyn/hello_brooklyn.html">video</a> che saluta i nuovi Nets (<em>Hello Brooklyn</em>) punta al cuore di un certo tipo di newyorchese, ha un messaggio “caldo”, fatto di parole d’ordine chiare come “quartiere”, “famiglia”, “fascino”, “anima”, “casa”, ovvero tutto quello che Manhattan – fredda megalopoli – non è e non potrà mai essere. Poi sia nel video (la costruzione del ponte) che nel logo si strizza inevitabilmente l’occhio al passato: per i colori (la scelta del bianco &amp; nero nell’epoca multicolor dell’HD), per il font utilizzato (che rimanda a quello adottato dalla metropolitana cittadina negli anni ’50) e per l’uso della lettera “B”, la stessa che identificava i Brooklyn Dodgers di baseball (volati a Los Angeles nel 1957 lasciando un vuoto mai colmato).</p>
<p>Solo che qualcosa non torna – e non parlo necessariamente della gloria del passato. Chi ha seguito la vicenda dello sbarco dei Nets nello storico “borough” newyorchese, infatti, sa benissimo quante polemiche e quanta resistenza abbia incontrato proprio da parte di chi – principalmente i residenti – ama e apprezza da sempre la dimensione umana e un po’ retrò del quartiere, nella speranza di preservarla. Per loro, il gigantesco palazzo dello sport e soprattutto l’enorme progetto edilizio che lo accompagna (abitazioni, uffici e parcheggi, soprattutto), nelle mani dell’immobiliarista Bruce Ratner, ha da subito incarnato il nemico contro cui battersi, attraverso manifestazioni, sit-in, marce di protesta e mobilitazioni online. Tutto inutile, ovviamente, davanti ai dollari e (forse) alla semplice evoluzione, ma che gli stessi valori che sono stati al cuore della protesta siano oggi quelli utilizzati dai nuovi Nets per costruirsi un seguito a Brooklyn è quanto meno curioso, ironico e forse un po’ beffardo.</p>
<p>Come finirà? Bè oggi si sa soltanto come inizierà: con un concerto di Jay-Z che il prossimo 28 settembre inaugurerà il Barclays Center, nuovo campo di casa dei Nets e anche dei New York Islander di hockey NHL. Il re dell’hip-hop e consorte (Beyoncé) saranno poi presenze fisse in prima fila quando si alzerà la prima palla a due della storia dei Brooklyn Nets, magari insieme a un parterre super letterario da opporre a quello televisivo-cinematografico dei cugini Knicks. Ve li immaginate – a proposito di coppie – Jonathan Safran Foer e sua moglie Nicole Krauss seduti a pochi posti di distanza da Jonathan Lethem e Rick Moody, magari con la benedizione del padrino del quartiere, Paul Auster? <em>Follie di Brooklyn</em>, forse, ma neppure così tanto – e l’impressione che i nuovi Nets avrebbero potuto tranquillamente completare il proprio restyling abbandonando il vecchio nickname per diventare ufficialmente i Brooklyn Hipsters. La franchigia più <em>cool</em> della NBA (sconfitte permettendo).</p>
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		<title>Let’s Dance</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Mar 2012 20:40:00 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ci siamo, è iniziata anche quest’anno la “follia marzolina” meglio conosciuta come March Madness, ovvero il torneo di basket universitario a eliminazione diretta. L’incombenza numero uno – per ogni appassionato che si rispetti – è quella di compilare il proprio &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/03/16/lets-dance/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci siamo, è iniziata anche quest’anno la “follia marzolina” meglio conosciuta come <em>March Madness</em>, ovvero il <a href="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/03/15/negli-stati-uniti-ricomincia-il-torneo-di-basket-universitario/">torneo di basket universitario</a> a eliminazione diretta. L’incombenza numero uno – per ogni appassionato che si rispetti – è quella di compilare il proprio bracket. Trattasi di madornale trappola che ti espone a colossali figure di niente, nel tentativo di indovinare pronostici spesso impossibili per cercare la squadra “highlander” (“ne rimarrà solo una”) che delle 64 di partenza sarà l’unica a potersi fregiare del titolo di campione NCAA 2012.</p>
<p>Quest’anno mi ero ripromesso di gettare nella tazza di ceramica bianca ipotetiche competenze e fare come Julie, diventata – per il breve spazio di un mio pomeriggio – il modello assoluto di riferimento. Chi è Julie? Julie è “la tizia delle Risorse Umane” che &#8211; almeno <a href="http://www.mcsweeneys.net/articles/an-open-letter-to-the-guy-in-my-office-who-thinks-he-is-the-ncaa-tournament-office-pool-oracle">stando a sentire</a> quelli di <em>McSweeney’s</em> – ha trovato la giusta formula per sbaragliare la presunta competenza di tutti i suoi colleghi (in maggioranza maschietti) e azzeccare gran parte dei pronostici. Come? Semplice: farsi un baffo della logica (e quindi dei valori in campo, delle statistiche, dei precedenti, dei record…) e abbracciare un approccio più “completo”. Tipo: Julie fa vincere Butler (Università dell’Indiana, Nota dell’Autore) perché le ricorda il supermercato dove compra le mele, chiamato “Butler’s Orchard”. Julie valuta in base al colore delle maglie o alla simpatia delle mascotte. Julie sceglie un college perché lì ha studiato un suo amico. Un altro perché il playmaker assomiglia a suo fratello. Un altro ancora perché, in un’intervista, le è capitato di leggere che il libro preferito di quell’allenatore è <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/880780459X/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=ilpo-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=880780459X">Il buio oltre la siepe</a></em>, quello che ha sempre adorato. Perché la logica è sopravvalutata, contano anche le emozioni.</p>
<p>Perfetto, mi sono detto. Andata! Quest’anno faccio così anch’io. Per cui, North Carolina campione, che quelle maglie color del cielo mi hanno stregato fin da piccolo (potrebbe anche starci, Harrison Barnes è tra i primi 5 talenti d’America e Kendall Marshall passa la palla come un piccolo Jason Kidd). Duke invece – gli eterni rivali dei “miei” Tar Heels – verranno eliminati in fretta, anche se in Austin Rivers hanno un giocatore pazzesco, pronto a farsi 15 anni di NBA da protagonista. Magari – anzi, senza magari – fatti fuori da un’altra squadra che quest’anno mi piace da morire, Baylor. I Bears hanno due talenti giovani fantastici (Perry Jones III – già finito sulla copertina del magazine del New York Times – e Quincy Miller) e vengono da Waco, in Texas, posto noto più che altro per il rogo dei Davidiani di una ventina di anni fa. A quelli di Syracuse, invece, perdono la zonetta bulgara che schierano 40 minuti su 40 in nome dello splendido arancione delle loro maglie e – di conseguenza – di tutti i loro tifosi sugli spalti, che formano un colpo d’occhio straordinario ogni volta che scendono in campo.</p>
<p>Sostituite il giallo all’arancio e lo stesso vale anche per quelli di Michigan, college che nel mio cuore ancora vive di rendita dai tempi dei “Fab Five”, ovvero la squadra che – insieme alla UNLV di inizi anni ’90 – mi ha entusiasmato di più negli ultimi 30 anni. Oggi i Wolverines di Michigan sono guidati da un figlio d’arte, Tim Hardaway Jr. e siccome il padre – super nei suoi anni NBA con Golden State – mi piaceva assai come playmaker, secondo la teoria di Julie Michigan dovrebbe diventare una squadra da “cavalcare” in questo bracket.</p>
<p>A proposito di figli d’arte: ce ne sono due, i Pressey (Matt e Phil), a guidare i Missouri Tigers, raccogliendo l’eredità di papà Paul (che però frequentò il college di Tulsa), autentico signore dei parquet NBA negli anni ’80. Mizzou gioca il basket più divertente dell’anno, a trecento all’ora, ma il tabellone li mette in rotta di collisione al secondo turno con Florida, dove c’è un altro dei miei pupilli stagionali (Bradley Beal) e dove “l’alligatore” che dà il nome alla squadra (i Gators) è una delle migliori mascotte in circolazione (vero Julie?). Senza uscire dai confini dello stato, i Florida State Seminoles hanno dalla loro uno dei “canti di guerra” più belli dell’intero college basket (con l’avambraccio di ogni singolo tifoso che si abbassa, a mimare l’ascia che colpisce) e il fatto di presentarsi al torneo NCAA caldissimi, dopo aver battuto Duke e North Carolina in successione (mi sembra di sentirla, Julie, mentre mi dice di fidarmi di loro e preferirli sia a Ohio State che a Syracuse).</p>
<p>Ancora: quelli di Kentucky sono i “giovani, carini e (non) disoccupati” del tabellone a 64 (nonché i veri favoriti del torneo, forse). Hanno tre giocatori al primo anno uno più forte dell’altro (Anthony Davis dovrebbe essere la prossima prima scelta assoluta NBA, Marquis Teague è un playmaker migliore di quello che sembra e Michael Kidd-Gilchrist rischia a mio avviso di rivelarsi il più forte del lotto), sono bellissimi da vedere (corrono, saltano e schiacciano tutto il tempo) e – per quanto riguarda la loro occupazione futura – non è escluso che la NBA stacchi presto un assegno oltre ai tre di cui sopra anche ad altrettanti compagni (a Terrence Jones di sicuro, magari pure a Doron Lamb e Darius Miller).</p>
<p>Insomma, detto tutto questo, seguire il cuore invece del raziocinio per compilare il proprio bracket sembra meno difficile e più divertente del previsto. Ce l’ho fatta? Neanche per idea. Nel mio bracket alla fine vince Kentucky, Carolina e Syracuse non arrivano neppure alle Final Four e Florida esce al secondo turno nonostante Mr. Beal. Se non centro qualche pronostico neppure quest’anno, giuro però che dal prossimo abbraccio sul serio la teoria di Julie.</p>
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		<title>Otto miglia</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Mar 2012 14:55:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le “otto miglia” più famose d’America sono quelle rese celebri da Eminem, a Detroit. Ma qui siamo in North Carolina, mica nel Michigan, e la stessa distanza è quella che separa Chapel Hill (cittadina con meno di 60.000 anime) da &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/03/02/heels-blue-devils/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le “otto miglia” più famose d’America sono quelle rese celebri da Eminem, a Detroit. Ma qui siamo in North Carolina, mica nel Michigan, e la stessa distanza è quella che separa Chapel Hill (cittadina con meno di 60.000 anime) da Durham (poco più di 200.000). Le due cittadine sono famose per ospitare due università, North Carolina e Duke. Le due università sono famose per mettere in campo due gran belle squadre di basket, i North Carolina Tar Heels e i Duke Blue Devils. Le due squadre sono famose per il colore delle loro maglie – celesti le prime, blu le seconde – e per una rivalità sportiva che in America trova pari (forse) solo in quella tra Red Sox e Yankees, nel baseball. </p>
<p>“Eight miles and two shades of blue”, è la frase che racchiude tutto: “Otto miglia e due tonalità di blu”, quello più chiaro dei Tar Heels e quello più scuro dei Blue Devils. E siccome la rivalità è tremenda, intensa, quasi maniacale, restare semplici spettatori disinteressati è quasi impossibile (oltre che molto, molto meno divertente). Per cui non ne faccio mistero: il mio azzurro preferito è quello più chiaro – e non sono il solo ad aver fatto questo scelta se, come vi direbbero a Chapel Hill, “the sky’s blue because God is a Carolina fan”. Non è stata tanto la preferenza dell’Altissimo a farmi scegliere i Tar Heels quanto le prime partite di basket universitario trasmesse in TV in Italia nei primi anni ’80. Sugli schermi ci finivano più o meno sempre le solite squadre, le migliori di quel periodo – c’erano Syracuse, Villanova, Georgetown, per dire – ma sono state proprio quelle divise tutte celesti a conquistare il mio cuore, ormai quasi trent’anni fa. </p>
<p>L’odio per Duke, quello è arrivato dopo. Forte, viscerale, irrazionale come tutti gli odi. Ma anche naturale, perché in questi casi se scegli di stare da una parte, l’altra devi per forza detestarla. E mica è difficile. Perché le due scuole – e le due squadre – sembrano, anzi, sono agli antipodi. </p>
<p>L’Università di North Carolina (UNC) ha aperto le sue porte nel 1795. Ricordo ancora di aver scattato una foto alla targa che orgogliosamente ricorda un primato valido per tutti gli Stati Uniti: “First state university to open its doors”. La UNC infatti è statale mentre Duke è privata e piena dei figli dei rampolli della East Coast, pronti a sborsare fior di quattrini perché i loro primogeniti trascorrano quattro idilliaci anni sotto le volte ad arco di un campus tutto rigorosamente costruito in stile gotico. Mentre la nobiltà americana si forma nei college della <em>Ivy League</em>, a Duke ci arrivano gli eredi dei nuovi arricchiti, <em>parvenu</em> alla ricerca di uno status sociale. </p>
<p>Lo stesso vale anche nella pallacanestro, anche se i tifosi dei Blue Devils odiano sentirselo rinfacciare. Perché oggi nessuno può negare che Duke sia simbolo di eccellenza nel mondo del college basket (durante la vostra lettura, pronunciate la parola “eccellenza” come Fonzie pronunciava le parole “ho” “sbagliato” in <em>Happy Days</em>). Un’eccellenza che va avanti da un ventennio, da quando cioè i ragazzi allenati da coach K (l’allenatore è universalmente conosciuto così, perché provateci voi a pronunciare Krzyzewski) sono stabilmente nella élite della pallacanestro universitaria, come testimoniano i 4 titoli NCAA vinti dal 1991 ai giorni nostri (sempre uno in meno di quelli in bacheca a Chapel Hill). Da quando c’è lui – il figlio di emigrati polacchi che siede pure sulla panchina della Nazionale USA alle Olimpiadi – il bilancio del “derby” contro North Carolina vede perfino leggermente avanti quelli di Durham (37 vittorie per i Blue Devils, 36 per i Tar Heels). </p>
<p>Prima era tutta un’altra storia. Basta dare un’occhiata ai numeri totali della rivalità (i <em>parvenu</em> spesso si dimenticano che conta anche la storia, non solo il presente) per scoprire che il bilancio totale parla di 131 vittorie per Carolina contro le sole 102 di Duke. Vogliamo fare a gara elencando i grandi giocatori prodotti dalle due università, allora? Non scherziamo, non si comincia nemmeno. Vi dice niente il nome di Michael Jordan? Il più grande giocatore di tutti i tempi è stato un Tar Heel e con lui si è vinto il titolo nazionale nel 1982. Non è invece facile trovare il più forte di sempre di quegli altri: si potrebbe azzardare Grant Hill, signor giocatore ancora oggi nella NBA, con i Phoenix Suns, ma forse i tifosi dei Blue Devils avanzerebbero la candidatura di Christian Laettner, idolo assoluto ai tempi del college ma poi passato sostanzialmente alla storia per essere la risposta al quiz “Chi è l’intruso nel Dream Team USA delle Olimpiadi di Barcellona ’92?”. Sì, perché nella più grande squadra di basket mai assemblata – con Michael Jordan, Magic Johnson e Larry Bird – si era scelto di inserire anche un collegiale e il prestigio anche accademico di Duke (insieme a un colore d’epidermide nettamente più chiaro) finì per far preferire il bel Chris a un certo Shaquille O’Neal… (se vi è capitato di leggere il romanzo d’esordio di Curtis Sittenfeld, <em>Prep</em>, ecco, quelle pagine sono piene di tanti piccoli Laettner).  </p>
<p>Da Carolina sono usciti giocatori come James Worthy (super campione dei Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar) e Vince Carter (forse il miglior schiacciatore di sempre), Bobby Jones e Bob McAdoo e menti del gioco come Dean Smith (a cui è da anni intitolato il palazzo dove giocano i Tar Heels, nonostante lui sia tuttora in vita), Doug Moe, Billy Cunningham e George Karl. Certo, ci sono attualmente ben 16 giocatori provenienti da Duke tra i roster delle 30 squadre NBA, ma la lista <em>all-time</em> non ha lontanamente il valore, né il fascino o l’appeal, di quella proposta dai rivali. </p>
<p>Rivali che torneranno a sfidarsi nella gara di ritorno dei due classici appuntamenti stagionali, che in Italia sarà trasmessa in diretta all&#8217;una nella notte tra sabato e domenica da SKY Sport 2. Nel corso degli anni le sfide tra North Carolina e Duke hanno creato veri e propri “instant classic”, l’ultimo lo scorso 8 febbraio quando i Blue Devils – sotto di 10 punti a 102 secondi dalla fine – ammutolirono i 21.750 del Dean Smith Center espugnando il campo dei Tar Heels con un canestro da tre sulla sirena finale firmato dal fenomenale Austin Rivers (destinato alla NBA già a fine anno). </p>
<p>Sabato notte si replica, e il fatto che si giochi sul parquet di Duke non è particolare da poco. All’interno del <em>Cameron Indoor Stadium</em> – una piccola bomboniera tutta legno&#038;ottoni, il singolo posto più bello dove ho avuto la fortuna di assistere a un evento sportivo – si respira infatti una delle migliori atmosfere che lo sport può regalare, grazie alla rumorosa presenza e al tifo incessante dei “Cameron Crazies”, nome di battaglia dei tifosi di Duke, titolari di una delle “student section” più temute d’America. Per loro, prima ancora che per il resto del Paese, Duke-North Carolina è la partita dell’anno, per assistere alla quale questi figli-di-miliardari-futuri-dirigenti-d’azienda non esitano a trascorrere settimane e settimane nella tendopoli da loro creata all’interno del campus universitario (subito ribattezzata Krzyzewskiville). Con la temperatura spesso e volentieri in picchiata sotto lo zero, la loro presenza – giorno e notte – all’interno delle tende è, se si vuole, la degenerazione del nostro concetto di “mettersi in fila al botteghino”. Per battere la concorrenza, qualcuno ha iniziato a mettersi in fila sempre prima, da ore prima si è passati a giorni prima (e qui sono comparse le prime tende), poi settimane e oggi – rigorosamente organizzati in gruppi e turni, perché nel frattempo c’è da frequentare le lezioni e sostenere gli esami: gli studenti di Duke trascorrono anche più di un mese accampati a Krzyzewskiville, in attesa di ricevere il biglietto per la partita. Fosse solo per questo motivo, battere Duke e vederli andare a casa delusi sarà ancora più bello.</p>
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		<title>Superbowl, tutto quel che c’è da sapere</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 17:52:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Domenica va in scena il più grande spettacolo sportivo americano e intanto si parla anche molto di Madonna, la 53enne italo-americana di Detroit (“È il sogno di ogni ragazza del Midwest esibirsi al Superbowl”) che salirà sul palco nell’intervallo della &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2012/02/03/superbowl-tutto-quel-che-ce-da-sapere/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica va in scena il più grande spettacolo sportivo americano e intanto si parla anche molto di Madonna, la 53enne italo-americana di Detroit (“<em>È il sogno di ogni ragazza del Midwest esibirsi al Superbowl</em>”) che salirà sul palco nell’intervallo della finalissima NFL tra New England Patriots e New York Giants. Più che “Like a Prayer”, qualcuno ha titolato “Like a Player”, perché anche Madonna – come parecchi giocatori, il più importante il <em>tight end</em> dei Patriots Rob Gronkowski – è alle prese con un piccolo infortunio, al tendine del ginocchio. Di “preghiere” si è comunque parlato, e a farlo è stata l’altra donna da copertina di questo Superbowl, la super top model Gisele Bundchen, nonché signora Brady (cioè, è la moglie del quarterback di New England): che è finita sulle pagine del New York Post con il testo di una mail spedita ad amici e parenti in cui chiedeva “<em>le preghiere di tutti in una giornata davvero importante della vita e della carriera di mio marito</em>”. Saranno sufficienti? I bookmaker di Vegas ci credono e danno i <em>Pats</em> favoriti sui Giants in quella che sarà, prima di tutto, l’ennesimo capitolo dell’eterna sfida tra Boston e New York ma anche la rivincita del Superbowl di 4 anni fa, quando New England si presentò imbattuta (19 vinte, 0 perse) alla ricerca di una storica “perfect season” (riuscita solo ai Miami Dolphins nel 1972) per vedere il proprio sogno infranto da Eli Manning e i suoi Giants, vincitori per 17-14. Già, Manning.</p>
<p>A Indianapolis, dove si gioca, è un cognome che conoscono bene: il “vero” Manning, Peyton, è quarterback dei locali Colts. E uno dei due, ironia della sorte, potrebbe benissimo competere per il premio di MVP (miglior giocatore) di una stagione che non ha visto neppure mai mettere piede in campo l&#8217;altro. Prima del via, infatti, i Colts erano accreditati da molti (da tutti?) come vincitori della propria division e sicuri protagonisti dei playoff finché un brutto guaio fisico non ha messo fuori gioco il Manning maggiore. Risultato? Perse le prime 13 in fila della stagione e record finale di 2-14. Non che le cose al fratello sembrassero andare tanto meglio, in quel di New York. A due giornate dalla fine del campionato, i suoi Giants avevano vinto 7 partite e ne avevano perse altrettante, con chances di playoff a grave rischio. Ma in America si parla spesso di “peaking at the right time”, ovvero della capacità di squadre e campioni di entrare in forma al momento giusto.</p>
<p>I Giants arrivano a questo Superbowl sulla scia di 5 vittorie consecutive, i Patriots su una striscia aperta addirittura di 10 successi. L’ultima sconfitta? Il 6 novembre 2011, in casa, proprio contro New York (24-20).  E se Peyton Manning ha dalla sua 4 titoli di miglior giocatore NFL (record assoluto), come lui Eli ha vinto già un Superbowl e pure un premio come miglior giocatore della finalissima. Potrebbero diventare due già domenica notte, eguagliando così proprio il suo rivale nella finale, Tom Brady, già votato come MVP del Superbowl nel 2002 e nel 2004. Brady e Manning, come detto, si ritrovano uno davanti all’altro con in palio il titolo per la seconda volta in carriera e una rivincita del genere era successa in passato solo ad altri 4 quarterback: Terry Bradshaw aveva avuto la meglio entrambe le volte su Roger Staubach (Pittsburgh vs. Dallas) e Troy Aikman aveva infranto e re-infranto i sogni di vittoria di Jim Kelly (Dallas vs. Buffalo).</p>
<p>Una statistica che, visto il precedente del 2008, i tifosi di New England vogliono leggere e subito dimenticare, nel caso aiutati da quel miliardo-duecentotrentaduemilioni-e-centocinquantunomila litri e spiccioli di birra che verranno consumati davanti alla partita dell’anno (ci si riempiono 493 piscine olimpiche, fanno sapere…). Perché la sera del Superbowl è un grande evento non solo sportivo ma anche televisivo (rating alle stelle per la gioia di NBC, mentre in Italia la finale si potrà vedere su Sportitalia e – con la novità dell’HD – su ESPN America, su Sky), di marketing (la solita corsa delle più grandi multinazionali mondiali a presentare in anteprima nuove pubblicità durante le pause della partita) e di costume sociale. Solo il 5% degli americani, infatti, vedrà la partita nella solitudine della propria casa, mentre saranno più di 61 milioni (quasi il 20%) quelli che parteciperanno a un “Superbowl Party”, come quelli che ESPN America ha organizzato anche in tutta Europa (Amsterdam, Parigi, Praga, Monaco, Berlino, Vienna, Varsavia e Lisbona) e pure da noi in Italia, all’Hard Rock Cafe di Roma e al Kookaburra di Monza. Per tirare mattina e vedere &#8211; oltre a Madonna &#8211; chi vince il Superbowl.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Michael Jordan vola ancora, 23 anni dopo</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 06:42:29 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tutto buio, solo il rumore di un pallone che rimbalza sul parquet. Poi le prime parole. <em>I can never stop working hard</em>. Parole che sapevo a memoria. <em>Each day I feel I have to improve</em>. Anzi, parole che so ancora a memoria. <em>Hard work, determination, I’ve got to keep pushing myself</em>. L’inizio in inglese (con i sottotitoli sul parlato originale), poi le prime battute del doppiaggio (sulla voce narrante fuori campo) che “entravano” pochi secondi dopo. Così: “Un giovane, con sogni di grandezza sul diamante del baseball / Posseduto da quella voglia che ti può far arrivare / Queste sono immagini di quello che avrebbe potuto essere… / Ma la realtà non è mai stata così bella”. Appena prima che la voce di Flavio Tranquillo iniziasse a guidarci in un viaggio indimenticabile, un ragazzo in canotta e calzoncini, con un bel sorriso stampato sul volto, si avvicinava alla telecamera per pronunciare semplicemente poche parole: “Ciao, mi chiamo Michael Jordan e vorrei che mi seguiste in questo viaggio per scoprire il segreto che io conosco da molti anni: l’uomo è davvero destinato a volare”. </p>
<p>Ecco, inizia così <em>Michael Jordan: Come Fly With Me</em>, il video sportivo che ancora oggi – a oltre due decenni dal suo lancio – rimane il più venduto di sempre. Si celebra un anniversario speciale, perché da quel 26 gennaio 1989 a oggi sono passati esattamente 23 anni, e quando si parla di Michael Jordan il 23 non può essere un numero casuale. </p>
<p>Se Michael Jordan ha cambiato la storia della pallacanestro (e l’ha cambiata, fidatevi), quei 45 minuti scarsi hanno fatto lo stesso per la storia dell’home video sportivo. Perché oggi produzioni simili sono la norma – anzi, sono ormai ampiamente superate, anacronistiche – ma allora non si era mai visto niente di simile. Era la fine degli anni ’80 e Michael Jordan, lungi dall’essere la leggenda che sarebbe diventato, veniva “intercettato” nell’istante perfetto della sua carriera: in rampa di lancio. Aveva già vinto un titolo NCAA e un oro olimpico a Los Angeles, certo (nella 23esima Olimpiade, non a caso), ed era stato votato miglior giocatore NBA e – contemporaneamente! – miglior difensore della Lega nel campionato appena concluso (1988). Si era portato a casa anche il secondo titolo di capocannoniere consecutivo e la seconda corona in fila di miglior schiacciatore. Ma nella NBA non aveva vinto niente, neppure uno dei sei anelli che finirà per mettersi alle dita, per cui la reale consacrazione era ancora lontana. </p>
<p>Di più, la NBA per il grande pubblico rimaneva la lega di Magic Johnson e Larry Bird – ognuno con il suo VHS d’ordinanza, <em>Always Showtime</em> e <em>Larry Legend</em>. Giocatori meravigliosi, stupendi, come meravigliosi e stupendi anche i due video che li celebravano. Ma poi arrivò MJ, arrivò <em>Come Fly With Me</em> (poi, nel 1991, anche Spike Lee, la Nike e gli spot celebri) e non fu più la stessa cosa. Jordan – quel Jordan che poi sarebbe diventato il mostro sacro, il “Moloch” NBA, il più grande di tutti i tempi e il paragone, tanto naturale quanto irraggiungibile, per qualsiasi giocatore di pallacanestro (o forse di atleta tout court) – in quel particolare momento storico era ancora lo sfidante, la faccia nuova, il personaggio “up and coming”, con dalla sua il fascino del genio rivoluzionario che va all’assalto dello status quo (Los Angeles e Boston, le dinastie dominanti del basket americano anni ’80).  </p>
<p>Anni in cui qui in Italia, in TV, si vedeva forse una partita a settimana, e si trattava di gare disputate giorni prima. Di colpo, invece, si inseriva il VHS nel videoregistratore ed ecco Michael Jordan che invitava ognuno di noi a seguirlo in un viaggio affascinante. C’erano le immagini del Jordan bambino, quelle della sua scuola nel North Carolina (che con un po’ di fantasia poteva somigliare alla nostra), del fratello più grande Larry che lo ha formato e della maestra di matematica Janice Hardy, che gli ricordava di studiare, “perché è così che si fanno i soldi!”. C’erano mamma Deloris e papà James, prima che venisse assassinato da dei balordi (uno dei momenti chiave nella vita di MJ). E c’erano i suoi voli, le sue schiacciate, in testa al piccolo John Stockton e, subito dopo, sfidato da un tifoso (“Prenditela con qualcuno della tua taglia!”), anche al gigante Mel Turpin (<em>Is he big enough?</em>). In un video che abbonda di estetica anni ’80 – nelle pettinature delle signore, negli orrendi completi del Jordan testimonial pubblicitario, nelle stesse divise di gioco – sono proprio i suo voli a canestro, le scorribande nel cuore delle difese avversarie la cosa meno anacronistica, ancora attuale, a dimostrare la grandezza e la modernità del Jordan giocatore. </p>
<p>Uno che 23 anni fa ci ha invitato a volare con lui.<br />
Uno grazie al quale, 23 anni dopo, dobbiamo ancora toccare terra. </p>
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		<title>La mia storia di fine anno</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Dec 2011 12:07:42 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Partiamo dalla fine. Di una partita, di una stagione, di un sogno. La partita è gara-7 delle finali di hockey NHL – il massimo dell’adrenalina, “la bella”, la gara senza futuro, un Superbowl sul ghiaccio. La stagione è quella dei Vancouver Canucks e dei Boston Bruins, le due squadre giunte fino in fondo, ognuna dopo 100 partite, 100 battaglie per arrivare a giocarsi il titolo, una contro l’altra. Il sogno – come in Schnitzler – è doppio: per i Canucks vuol dire vincere la loro prima Stanley Cup di sempre, per i Bruins riportare il trofeo a Boston dopo 39 anni. Tutto è pronto, alla Rogers Arena di Vancouver non c’è neppure un biglietto invenduto. Chi non è tra i 18.860 fortunati si accalca nella downtown cittadina, dove tutto è stato organizzato per accogliere fino a 32.000 tifosi. Solo che quel numero viene già raggiunto un’ora e mezza prima dell’inizio di gara-7. Poi ne arrivano altri. E altri. E altri ancora, al ritmo di 500 persone ogni 90 secondi.</p>
<p>“Per via dell’instabile situazione che si è venuta a creare a Downtown Vancouver, vi consigliamo fortemente di non raggiungere il centro città fino a prossima segnalazione”. Gli annunci sui monitor degli Sky Train parlano chiaro. Ma non servono. Entro fine serata saranno oltre 155.000 le persone raccoltesi a downtown, davanti ai maxischermi, per festeggiare il possibile trionfo. Scott (lui, 29 anni) e Alex (lei, 24) non sono certo grandi tifosi di hockey, ma se la Storia è lì che ti passa affianco, ignorarla è da stupidi. Niente Rogers Arena, ma tutti a casa di un amico nel West End, poco lontani da downtown, per gustarsi gara-7 in compagnia davanti alla TV. Chi invece alla Rogers Arena c’è – chiamato a fare il suo dovere – è Rich, 36 anni, nato e cresciuto a Vancouver, fotografo freelance per Getty. Le sue immagini di quella storica gara-7 sono tra le oltre 9.000 prodotte nella sola serata dal plotone di fotografi della sua agenzia, pronti a immortalare ogni singolo istante. Il via della partita, il primo goal degli ospiti, poi il secondo, il terzo e quindi il quarto (Patrice Bergeron e Brad Marchand vanno a referto entrambi con una doppietta, ma non saranno loro la coppia più celebre della serata), l’estasi dei pochi tifosi dei Bruins, la delusione sempre maggiore di quelli dei Canucks, il trionfo di Boston e la disfatta di Vancouver.</p>
<p>Quando tutto sembra finito, è solo allora che in realtà tutto inizia.</p>
<p>L’eco dei primi disordini in città arriva all’orecchio di Rich che lui è ancora al palazzo. Scott e Alex, invece, dal balcone della casa che li ospita possono vedere le fiamme e il fumo alzarsi dalle strade del centro cittadino. Chi per vocazione professionale (“Se sei un fotografo e tutti stanno cercando di abbandonare una zona, tu cerchi di entrarci”), chi per semplice curiosità, si dirigono tutti a downtown. Dove i disordini aumentano sempre di più, per intensità e gravità, trasformandosi presto in guerriglia urbana. Quindicimila atti violenti, duemila chiamate in quattro ore al 911, il numero di emergenza, centocinquanta feriti, altrettanti arresti. Un vero e proprio “riot”, il più grave nella storia degli sport americani. Che avrà, loro malgrado, tre protagonisti – Rich, Scott e Alex – che senza saperlo si ritrovano a pochi metri gli uni dagli altri, tra strade che di nome fanno Seymour, Georgia e Robson. In un punto dove, esasperata dalla situazione, la polizia decide di caricare, per disperdere la folla, usando una tattica ereditata dagli eserciti degli antichi Romani.</p>
<p>Mentre loro avanzano, compatti, spalla contro spalla, Rich li precede fronteggiandoli, la sua fotocamera in mano. Scott e Alex si voltano per correre e fuggire, ma lei cade. In un attimo la massa di agenti è su di loro, tra manganelli, scudi e gas lacrimogeni. Basta un altro attimo, però, ed è già oltre. Tutto finito, o quasi. Perché sull’asfalto, in una strada di colpo deserta, rimane il corpo travolto di Alex e accanto a lei, ancora in piedi, quello del suo fidanzato Scott.</p>
<p>Quando tutto sembra finito, è solo allora che in realtà tutto inizia.</p>
<p>Alex urla a terra spaventata, Scott si china per consolarla, Rich mette mano alla sua Nikon. Duecento, la lunghezza focale. Due punto otto, il diaframma. Seimilaquattrocento di ISO. Uno scatto. Un quarantesimo di secondo perché l’otturatore si apra e chiuda. Il tempo di un bacio. “Couple kisses during Vancouver riot”. È questa la didascalia con cui l’immagine viene archiviata e spedita in giro per il mondo.</p>
<p>Per un attimo, in una strada del centro città di Vancouver, Klimt incontra Romeo e Giulietta.</p>
<p>Si erano conosciuti soltanto alla fine del 2010, lui appena arrivato dall’Australia con un visto di lavoro, lei alle prese con la sua solita vita, a Vancouver. Tre giorni dopo quella gara-7, avevano in programma di partire per un viaggio, giù sulla West Coast americana, al sole della California. Da lì, infine, sarebbero volati assieme in Australia. Lui era cresciuto a Melbourne e a Melbourne voleva far ritorno, con lei. Lì, oggi, sono tornati anche alla loro vita, di sempre eppure nuova. Lui lavora in un bar, lei è ingegnera. Sono “Riot Romeo” e la sua Giulietta del terzo millennio, ma pochi – tra gli amici e i colleghi – lo sanno. Per loro sono, semplicemente, Scott e Alex. Con un 15 giugno 2011 e una gara-7 da ricordare per sempre.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-248" title="Riot Breaks Out After Game In Vancouver" src="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/files/2011/12/best-of-2011-news.jpeg" alt="" width="980" height="652" /></p>
<p><strong>- <a href="http://www.ilpost.it/2011/06/17/il-bacio-in-mezzo-alla-sommossa/">Il bacio in mezzo alla sommossa</a></strong><br />
<strong>- <a href="http://www.ilpost.it/2011/06/24/video-bacio-vancouver/">Il bacio di Vancouver era vero</a></strong></p>
<p style="text-align: right;"><small>(Rich Lam/Getty Images)</small></p>
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		<title>Ricomincia l’NBA, dopo una pagliacciata</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Dec 2011 17:41:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Diciamo che un vostro vecchio amico dell’università sta separandosi dalla moglie. Voi lo portate fuori a bere e gli chiedete cos’è successo. &#8220;Pensa che io lavori troppo, non mi vede mai, è sempre sola, voleva che rallentassi i miei ritmi &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/maurobevacqua/2011/12/23/ricomincia-lnba-dopo-una-pagliacciata/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Diciamo che un vostro vecchio amico dell’università sta separandosi dalla moglie. Voi lo portate fuori a bere e gli chiedete cos’è successo. &#8220;Pensa che io lavori troppo, non mi vede mai, è sempre sola, voleva che rallentassi i miei ritmi ma io non posso&#8221;. Siccome il vostro amico lavora in borsa 24 ore al giorno, ha senso. Voi dite le cose giuste, lo fate sentire meglio, lo ascoltate sfogarsi per due ore e finite pure per pagare il conto. Non lo vedete per altri cinque mesi, e quando accade il dialogo è questo:<br />
Voi: Come sta andando col divorzio, è già ufficiale?<br />
Lui: Nah, non se n’è fatto niente, sono rimasto a casa con lei.<br />
Voi: Davvero? Pensavo ti avesse dato un ultimatum per lavorare meno…<br />
Lui: Nah, va tutto bene, ora. Piuttosto, dimmi, che ne pensi dei Packers?<br />
Pensereste che tutto questo sia strano, no? Benvenuti al lockout NBA 2011».</p>
<p>Le parole non sono mie, ma di quel genio di Bill Simmons (ne avevamo già parlato, ai tempi del lancio di <a href="http://www.grantland.com/">Grantland</a>). Però, giuro, non trovo un modo migliore per descrivere i 160 giorni di contrattazioni più o meno frenetiche risoltesi all’alba del 26 novembre scorso con la firma dell’accordo che finalmente riporta in campo la NBA, con la prima palla a due prevista per il giorno di Natale. Centosessanta giorni riassumibili in tre parole: “una”, “discreta”, “pagliacciata” (e, vedremo più avanti, neppure l’unica).</p>
<p>Semplificando: scaduto l’accordo collettivo che regolava la NBA, proprietari e Lega da una parte, giocatori (e agenti) dall’altra si ritrovano a doversi spartire una torta da 4 miliardi di dollari, ovvero l’ammontare – a spanne – del business NBA. Nel vecchio accordo, il 57 per cento del dessert finiva nelle tasche dei giocatori, sotto forma di stipendi, il 43 per cento alla Lega. Che al tavolo delle trattative, lamentando grossi buchi nei bilanci di 22 delle 30 squadre, lancia una proposta all’Associazione Giocatori: dal prossimo anno facciamo il contrario, 57 a noi, 43 a voi. Salute!</p>
<p>Ora – <em>in medio stat virtus</em> – un approccio ragionevole poteva suggerire un salomonico fifty-fifty e via, tutti in campo. Macché. Seguono giorni e giorni di contrattazioni, meeting interminabili, minacce e controminacce, tavoli abbandonati e poi di fretta riconvocati, perfino l’intervento di un mediatore esterno. Tutto inutile. Ancora il 25 novembre la disputa del campionato 2011-12 sembra in forte pericolo, con le due parti un po’ più vicine ma sempre arroccate sulle loro posizioni. Finché… Finché non si realizza che per rimettere in strada il carrozzone ci vuole almeno un mese e che il Natale passato in campo (cinque-partite-cinque in programma il 25 dicembre, in una giornata di festa, davanti a un pubblico televisivo, americano e globale, enorme) è un gran bel business che non ci si può permettere di perdere. Alle 3 di una fredda alba newyorchese ecco allora il gran capo NBA David Stern e il presidente dell’Associazione Giocatori Billy Hunter emergere stremati dall’ennesima riunione-fiume (15 ore) e stringersi, più o meno sorridenti, la mano, a favore di telecamere. L’accordo? Fifty-fifty, ovviamente (decimale in più, decimale in meno).</p>
<p>Così ora – per rimanere con Simmons – si può passare a parlare “dei Packers”. Ovvero di un campionato che inizia, come al solito, con mille temi interessanti: la difesa del titolo dei Dallas Mavericks (un po’ snobbati per essere i campioni in carica: i bookmaker di Vegas quotano la vittoria dei Miami Heat 2:1, quella dei Chicago Bulls 6:1 e mettono i Mavs solo alla pari con Los Angeles Lakers e Oklahoma City Thunder, 7:1); l’ennesimo assalto di LeBron James al suo primo anello di campione NBA; l’attesa di una conferma da parte delle due squadre più in ascesa della Lega, Bulls e Thunder; la reazione dei Lakers di Kobe Bryant umiliati (4-0) nei playoff dello scorso maggio dai futuri campioni; l’ultima chance per due squadre dal roster esperto (vecchio?) come Boston e San Antonio; la curiosità attorno ai nuovi New York Knicks. E poi i Clippers, certo – come dimenticarsi dei Clippers! Da sempre i cugini “sfigati” dei Lakers – con cui condividono la città e perfino il palazzetto, normalmente pieno di VIP per Kobe e soci, semi-deserto per loro – di colpo sono diventati l’argomento di tendenza nei circoli NBA. Il motivo? Un nome, Chris Paul, e una seconda (o quasi) “pagliacciata”.</p>
<p>Anche qui un passo indietro è necessario, almeno fino allo scorso dicembre, quando il proprietario dei New Orleans Hornets annuncia di voler passare la mano, e mettere in vendita la franchigia. Non ce la fa più: c’è stata Katrina, c’è la crisi, ci sono sempre meno soldi. Piccolo problema: non trova un acquirente. Nessuno. Se vendere non è possibile, l’alternativa ha una “s” davanti, svendere, ma poco piace al commissioner NBA David Stern che, piuttosto di veder deprezzare il valore di una delle 30 squadre della sua Lega, accetta che la stessa NBA diventi proprietaria degli Hornets. Il tutto, si intende, <em>ad interim</em>, in attesa di dare il suo “OK, il prezzo è giusto” a un eventuale compratore.</p>
<p>Secondo piccolo problema: il tempo passa e, mentre il compratore non arriva, arriva invece vicino alla scadenza il contratto della superstar della squadra, tale Chris Paul, appunto. Che, garbatamente, fa capire di voler essere ceduto altrove. Los Angeles, magari. Pensate che sogno, al fianco di Kobe Bryant. Certo, perché dei Lakers si parla – mica dei Clippers! – tanto che nel giro di pochi giorni i gialloviola di L.A. presentano l’offerta giusta: Pau Gasol, Lamar Odom e spiccioli (coinvolgendo anche una terza squadra, Houston) per arrivare a Paul. La notizia esplode, ai Lakers si brinda, l’affare è fatto. Se non che, all’ultimo secondo, la proprietà di New Orleans si oppone, e manda all’aria il tutto. Già, la proprietà di New Orleans, che altri non è se non la NBA, nella persona di David Stern! “Basketball reasons”, motivi tecnici, la sua spiegazione al rifiuto di cedere Paul ai Lakers: la contropartita, dice Stern (che qui parla da proprietario degli Hornets), non è di adeguato valore, mentre lo sarà pochi giorni dopo, davanti a una seconda offerta, sempre proveniente da Los Angeles, ma stavolta dai cugini poveri, i Clippers.</p>
<p>E così ecco – al netto di tutte le polemiche che ne sono seguite (“Il commissioner NBA sceglie arbitrariamente, secondo la sua volontà, dove gioca o non gioca una superstar della Lega!”) – il retroscena dietro la vera notizia di questa stagione che sta per partire: i Los Angeles Clippers sono la squadra che oggi ogni tifoso NBA vuole vedere, trascinata dalla coppia tutta schiacciate-e-spettacolo Chris Paul-Blake Griffin.</p>
<p>Vinceranno il campionato? Non se ne parla nemmeno, ma se già dovessero spuntarla nella “battle of Los Angeles” sarebbe una rivoluzione copernicana per il sistema NBA. Le prime risposte arrivano il 25 dicembre: Buon Natale!</p>
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		<title>Se solo non piovesse</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Nov 2011 13:48:38 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="<iframe width="610" height="443" src="http://www.youtube.com/embed/zESYDjWrpbA" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>&#8220;>It never rains in Southern California</a></em>, cantava Albert Hammond nel 1972, e c’è da sperare che gli sconvolgimenti climatici degli ultimi 40 anni non smentiscano l’assunto. Perché nella notte italiana, a San Diego, prende idealmente il via la stagione 2011-12 di basket universitario con la sfida tra North Carolina (squadra data al n°1 nelle classifiche prestagionali, favoriti per la vittoria finale) e Michigan State. Beh, e la pioggia che c’entra? È qui il bello: la sfida tra Tar Heels e Spartans – subito ribattezzata Carrier Classic – si tiene all’aperto su una portaerei (in inglese: <em>Aircraft Carrier</em>) della marina americana, al largo della costa di San Diego.</p>
<p>Non pensate (solamente) all’ennesima trovata da marketing a stelle e strisce. Oggi, 11 novembre, negli Stati Uniti si celebra il <em>Veterans Day</em>, festività nata nel 1919 per merito dell’allora presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson con il nome originario di “giornata dell’Armistizio” e dedicata a onorare il servizio delle truppe americane, di ieri e di oggi. Ecco allora entrare in scena la USS Carl Vinson, non nuova a momenti di celebrità come questo: era la base da cui decollava Tom Cruise/Maverick in <em>Top Gun</em> e, più recentemente, ha trasportato il corpo di un certo Osama Bin Laden nel suo ultimo viaggio, verso le profondità degli abissi.</p>
<p>Tra i 3.500 spettatori attesi a gustarsi la partita alcuni sono più attesi di altri, dal presidente americano Barack Obama a due leggende del basket (entrambe ex Lakers) come Magic Johnson (alma mater: Michigan State, trasportata al titolo NCAA nel 1979) e James Worthy (alma mater: North Carolina, trasportata al titolo NCAA nel 1982 insieme a un certo Michael Jordan). Non mancano le donne: Magic e Worthy sfideranno a una gara di tiro prima del via niente meno che Brooklyn Decker, modella, attrice, nonché signora Roddick («Devo giocare a basket con Magic e Worthy sotto gli occhi del Presidente Obama: nessuna pressione», twitta lei dimostrando buon senso dell’umorismo).</p>
<p>La palla a due è attesa per le ore 19 locali (in Italia la sfida sarà visibile alle 12.30 di sabato su ESPN America, canale 214 di SKY), e l’orario non è un dettaglio da poco. Dopo circa 50 minuti, infatti, sulle acque del Pacifico è atteso il tramonto, che ovviamente influirà sulle capacità visive dei giocatori, che dovranno adattarsi prima a una diversa inclinazione dei raggi solari e poi, nel secondo tempo, alla luce artificiale dei riflettori. Non è l’unico dettaglio preso in considerazione: i sintomi di un eventuale mal di mare sono stati esclusi calcolando peso (113.500 tonnellate!), baricentro e dimensioni della Carl Vinson (potrebbe ospitare 41 campi da basket, non uno!) mentre la mancanza di una copertura (fondamentale per i tiratori, che hanno bisogno di punti di riferimento fissi per calibrare le loro parabole) dovrebbe portare a un abbassamento delle percentuali di tiro di oltre il 3 per cento. Fatti tutti i calcoli, non resta che scendere in campo e giocare. Sperando solo che non piova.</p>
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		<title>C’era una volta Mookie Blaylock</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Sep 2011 14:39:40 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Premessa necessaria: io questa sera ci sarò – fila E, posto 12 – in una delle 34 sale sparse in giro per l’Italia che proietteranno, in anteprima mondiale, <i>Pearl Jam Twenty</i>, l’atteso film firmato da Cameron Crowe sui vent’anni della band di Seattle. Sarà un evento globale, in data unica per gli Stati Uniti come per l’Australia, il Sudamerica o il Sud Est Asiatico, il Sudafrica o la Europa (si vedrà anche in un solo cinema di Riga per tutta la Lettonia, in un unico schermo di Lubiana per la Slovenia e in uno di Reykjavik per tutta l’Islanda). Un film, un appuntamento, per raccontare 20 anni di una band ma 20 anni anche nostri.</p>
<p>Che a Milano, vent’anni fa, quando dal nord ovest americano uscivano i primi suoni ribattezzati “grunge”, ci si dava appuntamento al n°8 di Via Larga, a due passi dal Duomo, una sera sola a settimana. Si entrava e si scendevano le scale, facendo finta che quel che si trovava là sotto fosse la cosa più vicina a un “basement” di Seattle (oggi a quello stesso indirizzo vi accoglie un patinato “G-Lounge”, che nel frattempo la Milano fighettina ha preso il sopravvento…).</p>
<p>E se l’orologio, per una sera, va indietro di 20 anni, allora ho pensato che si potessero spingere le lancette ancora un po’ più in là, qualche mese soltanto, quando i Pearl Jam non erano ancora Pearl Jam e – loro sì, per davvero – si esibirono in un caffè di Seattle, davanti a 299 persone. Era il 22 ottobre 1990, il posto si chiamava <i>Off Ramp</i>, loro si chiamavano Mookie Blaylock. Erano Stone Gossard e Mike McCready alle chitarre, Jeff Ament al basso, Dave Krusen alla batteria, Eddie Vedder alla voce. Ovvero, i Pearl Jam come li conosciamo oggi, a eccezione del batterista e del nome di battaglia. E che razza di nome era Mookie Blaylock, per una band?</p>
<p>Semplice: il nome di un giocatore di basket. Un texano, andato al college in Oklahoma e scelto dai New Jersey Nets per il suo debutto NBA. Mookie Blaylock io me lo ricordo bene – e con un discreto astio. Perché colpevole, ai miei occhi, di tarpare le ali alla carriera di uno dei miei giocatori preferiti del tempo, tale Kenny Anderson. Era la stagione 1991-92, Kenny Anderson era la matricola super attesa dei Nets, il futuro della franchigia, ma Mookie Blaylock rimaneva – complice anche coach Bill Fitch – il playmaker titolare di quella squadra, e il giocatore che relegava in panchina il mio pupillo.</p>
<p>[Per la cronaca: l’anno dopo Kenny Anderson venne promosso titolare – e nel 1994 partì in quintetto all’All-Star Game – mentre Mookie Blaylock venne spedito ad Atlanta dove restò 7 stagioni, prima di concludere la sua carriera NBA a Golden State].</p>
<p>Ora: finisce qui l’influenza di Mookie Blaylock su Eddie Vedder e soci? Niente affatto. Basta controllare il numero di maglia del ragazzo texano lungo tutta la sua carriera NBA e il titolo dell’album d’esordio dei Pearl Jam. Si scrive 10, si legge “Ten”. Non è un caso.</p>
<p>Lo è, invece, che con lo stesso numero di maglia, già da qualche anno, si esibisse nella NBA anche un certo Dennis Rodman. Quel Rodman che apre la sua prima biografia (<i>Bad As I Wanna Be</i>) con una citazione da <i>Alive</i>, primo singolo dei Pearl Jam (uscito il 2 agosto 1991, quello sì vent’anni fa). <i>Is something wrong, she said / Of course, there is / You’re still alive, she said / Oh, and do I deserve to be / Is that the question / and if so… if so… Who answers? Who answers?</i>. Nel libro, poi, il rimbalzista di Detroit e poi Chicago spiega le sue affinità elettiva con i cinque di Seattle:</p>
<blockquote><p>…totalmente veri nel loro mestiere, come sono vero io nel mio […] Non c’è una band come i Pearl Jam e non c’è un cantante come Eddie Vedder. Nel basket non c’è nessuno come me. Potrei giocare la stessa partita ogni sera, ma sarebbe sempre una performance diversa. Te ne vai sapendo che hai visto qualcosa di nuovo. È pallacanestro, ma c’è qualcosa in più. È lo stesso con Eddie Vedder. Potrebbe cantare le stesse canzoni ogni show ma ogni volta che lo fa provi qualcosa di diverso. Potresti sentirli in concerto dieci volte e non andare mai via con le stesse sensazioni</p></blockquote>
<p>Gli incroci tra NBA e Pearl Jam, però, non finiscono qui. Perché nel 1992 lo stesso Cameron Crowe che oggi dirige l’omaggio al ventennale, firma <i>Singles</i>, simpaticissima istantanea sulla vita di un gruppo di ventenni ambientata (guarda caso) a Seattle. Tra le apparizioni quelle di Vedder, Gossard e Ament (tutti membri della band <i>Citizen Dick</i> capitanata da Matt Dillon), ma anche quella di <i>X Man</i>, Xavier McDaniel, altro super rimbalzista NBA e idolo di casa, in maglia Supersonics (<i>Steve, aspetta a venire!</i>, l’immortale battuta con funzione anti-eiaculatoria diretta verso il protagonista, Campbell Scott).</p>
<p>Effetto contrario, invece, fa la musica dei Pearl Jam a Dennis Rodman, almeno se si vuole credere alle parole contenute nel suo secondo libro, <i>Walk on the Wild Side</i>:</p>
<blockquote><p>Ascoltando a tutto volume i Pearl Jam riesco a fare sesso con una marcia in più […] La loro musica per me è come l’eroina per un tossico</p></blockquote>
<p>Gli incroci tra il rimbalzista tutto tatuaggi &#038; piercing e l’ex voce dei Mookie Blaylock continuano prima sul terreno di casa dell’uno (Rodman irrompe con frequenza sul palco durante i concerti dei Pearl Jam, caricandosi Vedder in spalla, al concerto di Augusta nel 1996 o in quello di Dallas nel 1998) poi su quello dell’altro (in gara-3 di Finale NBA 1998, tra i Bulls di Jordan &#038; Rodman e gli Utah Jazz, la voce dei Pearl Jam  intona l’inno nazionale americano prima della palla a due), a testimoniare un filo rosso tra la band di Seattle e il basket a stelle e strisce.</p>
<p>Con un unico neo: proprio a Seattle, dal 2008, non c’è più una squadra NBA (trasferitasi nell’Oklahoma inseguendo mercati più floridi). Peccato, certe storie non durano sempre. Certe altre, invece, dopo 20 anni devono ancora vedere i titoli di coda.</p>
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		<title>Buon compleanno, coach</title>
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		<pubDate>Sat, 17 Sep 2011 13:43:43 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Una certezza c’è. Mentre non si sa se, non si sa quando, ripartirà il prossimo campionato NBA (proprietari e allenatori stanno ancora litigando, apparentemente lontani da un accordo), una cosa è ormai sicura: quando tutti torneranno in campo, Phil Jackson non ci sarà. Non si siederà sulla panchina dei Lakers, la sua ultima squadra, né su quella di nessuna delle altre 29 franchigie. Il brutale 4-0 subìto dai Dallas Mavericks, poi campioni, negli ultimi playoff ha fatto da sipario alla carriera di quello che passa alla storia come il più grande allenatore di basket professionistico di tutti i tempi (11 titoli NBA vinti, più due da giocatore nei primi anni ‘70 con i New York Knicks).</p>
<p>E qui entra in scena la seconda certezza: a me mancherà. Tanto, anche.<br />
Non perché fosse il migliore (soprattutto negli ultimi anni tatticamente aveva perso più di un passo). Non perché fosse simpatico (non ci teneva minimamente ad apparire tale). E non perché fosse un vincente (che i vincenti, poi, spesso sono insopportabili). Mi mancherà per tanti dettagli minori, magari insignificanti, magari invece illuminanti della natura del personaggio.<br />
I sandali, per esempio.<br />
Agli allenamenti che precedevano le Finali NBA – in mezzo ai volti tesi, nervosi e concentrati di tutti i giocatori – mi divertivo a cercare la lunga silhoutte di coach Zen (il suo soprannome) in campo e scorrerla tutta, da capo a piedi. Lì, puntuali, i suoi sandali. Da uomo del Montana (qual è). Da (ex/neo) hippie, qual è (stato). Da professore di filosofia un po’ radical chic catapultato per caso nel mezzo di un evento sportivo fanaticamente seguito dalle masse.<br />
Mi mancherà il suo ghigno, anche se supponente, spesso di scherno verso tutto e tutti.<br />
Mi mancherà la sua espressione beffarda (praticamente identica a quella del “colonnello” ritratto sul logo di Kentucky Fried Chicken, se avete presente).<br />
Mi mancheranno i suoi “giochi mentali” (ci hanno scritto pure un libro, “Mindgames – Phil Jackson’s Long Strange Journey”, con questo titolo).<br />
E, già che ci siamo, mi mancheranno i suoi libri. Quelli che ha scritto (in “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/1401308813/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=1401308813">Sacred Hoops</a>”<a href="http://www.amazon.it/gp/product/1401308813/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=1401308813"></a>– in italiano “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8886753187/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8886753187">Basket &amp; Zen</a>” – applicava il tai-chi e le filosofie dei nativi americani al basket, mentre in “Maverick”, scritto nel 1975, parlava candidamente delle sue esperienze con marijuana e LSD) e quelli che dava da leggere ai suoi giocatori (Nietzsche a Shaquille O’Neal, il Malcolm Gladwell di “<a href="http://www.amazon.it/gp/product/0316010669/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=0316010669">Blink</a>” a Kobe Bryant).<br />
Perché Phil Jackson – l’allenatore che ha saputo gestire (prima ancora che guidare alla vittoria) l’ego di Michael Jordan e quello di Dennis Rodman, di Shaquille O’Neal e di Kobe Bryant – è stato molto più che un semplice allenatore. Un po’ insegnante, un po’ sciamano. Psicologo e mentore. Padre-padrone. Lui che il padre (e la madre) li sentiva predicare in chiesa ogni weekend, entrambi ministri religiosi. Lui che proprio da loro ha ereditato un forte senso di rispetto e deferenza verso le figure che lo hanno formato (coach Red Holzman a New York, per esempio) e un fascino mai scomparso verso l’autorità e la tradizione. Tutto questo prima di abbracciare in pieno e vivere, sulla propria pelle, l’onda dei cambiamenti dei decenni ’60 e ’70, senza però mai tradire le sue origini e se stesso. Certo, negli anni la psichedelia, il culto dei Grateful Dead e l’attitudine zen del suo soprannome hanno lasciato magari il passo a qualche rigidità in più, l’ultra-liberal si è scoperto un po’ conservatore e il ribelle/innovatore ha fatto intravedere più di una sfumatura autoritaria (anche in panchina, oltre che nella vita). Ma Phil Jackson rimane – proprio per questi contrasti – una personalità complessa, interessante e divertente. È quello che se ne infischia di ruoli e convenzioni e intreccia una splendida love story con la ex-coniglietta-di-Playboy-figlia-del-proprietario-dei-Lakers-suo-datore-di lavoro, ma è anche l’unica persona che l’anarchico Rodman vuole con sé sul palco quando fa il suo ingresso nella Hall of Fame del basket, massimo riconoscimento per un giocatore.</p>
<p>Oggi Phil Jackson compie 66 anni – e queste righe vogliono essere una sorta di biglietto di auguri, visto che non c’è regalo. Un regalo che invece, pochi mesi fa, ricevo io, dal decano dei fotografi NBA, Andrew Bernstein. Mi arriva in posta direttamente da Los Angeles. È il suo ultimo libro, ritratto a quattro mani della stagione vincente 2009-10 dei Lakers: Bernstein ci mette le splendide foto in bianco&amp;nero, Phil Jackson tutta la parte testuale. Più una dedica, iniziale, come al solito illuminante.<br />
“To all my relations, by blood and by spirits”.<br />
Buon compleanno, coach.</p>
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