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	<title>Michele Camerota</title>
	
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	<description>Michele Camerota è di Scauri (Lt), laurea in scienze politiche, master in diritti umani, viaggia e lavora in quattro continenti come osservatore elettorale e affini. Saldamente legato alle sue origini. </description>
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		<title>L’ambizione maggioritaria è “nostalgia di futuro”</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2013 19:56:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Vocazione maggioritaria non è una brutta parola. È invece l’ambizione ad allargare la base elettorale del centrosinistra per rappresentare le istanze e i bisogni della maggioranza dei cittadini, senza dover stare a parlare di alleanze probabili o improponibili. Per questo è nato &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2013/03/24/lambizione-maggioritaria-e-nostalgia-di-futuro/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vocazione maggioritaria non è una brutta parola. È invece l’ambizione ad allargare la base elettorale del centrosinistra per rappresentare le istanze e i bisogni della maggioranza dei cittadini, senza dover stare a parlare di alleanze probabili o improponibili. Per questo è nato il PD, per questo si fece l’Ulivo, forse l’Unione&#8230; e patapim patapam. Altrimenti tanto valeva restare nei recinti partitici di prima. Ma i duri e puri puntualmente gridano allo scandalo se qualcuno ieri ha votato UdC o FLI e oggi si presenta ai gazebo del centrosinistra per ‘inquinare’ le primarie: si sta scendendo a compromessi; si stanno facendo promesse aliene al nostro dna di combattenti per la libertà. Argomenti deboli.</p>
<p>Può essere, invece, che il progetto di tizio o caio candidato alle primarie abbia destato attenzione, supporto e partecipazione? Che forse anche Matteo Renzi, per fare un esempio, è stato votato da qualcuno non perchè vedeva in lui l’astro nascente della nuova destra (come lo descrivevano alcuni compagni) ma perchè la destra arranca, molto più della sinistra, a presentare una proposta politica innovativa al proprio elettorato tradizionale? È possibile che nel nuovo millennio i cittadini abbiano voglia di un nuovo linguaggio politico che anteponga le idee a chi le presenta?</p>
<p>Francamente, provo disagio. Perchè, cari amici e ‘compagni’, che ci piaccia o meno, esiste anche un elettorato di destra e di centro, democratico e moderato, motivato da principi genuini, che non sono solo e sempre interessi economici e sfruttamento dei deboli. Sono principi talvolta alternativi e distanti, altre volte cumulabili. È in questo momento che il PD e il centrosinistra hanno l’opportunità di catalizzare il consenso dei cittadini delusi, disillusi e smarriti, alla ricerca di una speranza che vada oltre il populismo e la protesta a oltranza. E questa opportunità va colta proponendo ‘azioni affermative’, non trincerandosi in dettami moralisti e ideologici.</p>
<p>Se poi c’è ancora chi ritiene che per avere la tessera del PD o patecipare alle primarie bisogna superare l’esame di genuinità marxista o socialdemocratica, allora era meglio non farlo il PD, continuare a inneggiare al ruolo sacro dell’opposizione, finanche all’interno del governo del quale si fa parte. In Italia è necessario uno slancio di rottura culturale e di mentalità. Bisogna riflettere senza ipocrisia non tanto sul sistema di potere fine a se stesso, bensì sulla destinazione d’uso del potere. Sono stato contento quando migliaia di cittadini che tradizionalmente non votavano a sinistra hanno compartecipato alla scelta del candidato premier del centrosinistra come non sono stato d’accordo quando la platea di aventi diritto al voto è stata chiusa per le successive parlamentarie. Certo, le ragioni le capisco. E sono tutte partitocratiche.</p>
<p>Vocazione maggioritaria significa anche partito plurale, dove le diverse sensibilità e culture godano di pari dignità. L’antropologo terzomondista polacco, Malinovski, diceva che “non esiste gerarchia tra culture”. In democrazia, le culture e le idee competono, i cittadini scelgono.</p>
<p>Il Partito democratico non ha altra scelta se non quella di aprirsi e uscire dalle stanze. “Nostalgia di futuro”, diceva Vittorio Foa quando aderì al PD poco prima di lasciarci. Un partito, con le parole di qualcuno che di amministrazione qualcosa ne sa, “che dialoga e non scaccia, che accoglie e non condanna, che alle persone antepone i programmi e chiede adesione su quelli.”</p>
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		<title>La storia di Peris Tobiko</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Mar 2013 22:20:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Peris Tobiko è la prima donna Maasai eletta all’Assemblea Nazionale del Kenya. Brillante corso di studi, laureata in Scienze politiche con un master in relazioni internazionali, 42 anni e madre di quattro figli, impegnata in progetti comunitari e già direttrice &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2013/03/18/la-storia-di-peris-tobiko/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Peris Tobiko è la prima donna Maasai eletta all’Assemblea Nazionale del Kenya. Brillante corso di studi, laureata in Scienze politiche con un master in relazioni internazionali, 42 anni e madre di quattro figli, impegnata in progetti comunitari e già direttrice del Museo Nazionale del Kenya, aveva perso con onore alle elezioni del 2007. Questa volta Peris ha vinto almeno due volte: il 18 gennaio, alle primarie del TNA, contro quattro contendenti uomini. E poi il 4 marzo, nel collegio uninominale di Kajiado est, contro altri quattro sfidanti. Ha ottenuto oltre 23 mila preferenze, circa 700 in più del secondo.</p>
<p>Soprattutto, però, Peris ha vinto contro la volontà degli anziani Maasai, che avevano pronunciato la propria &#8220;maledizione&#8221; rispetto alla possibilità di essere rappresentati da una donna, per di più sposata a un uomo di un altro distretto (Narok), che ha regolarmente versato la dote (per la tradizione, la donna Maasai apparterebbe alla comunità dell’uomo che sposa). Per tutta l’adolescenza, Peris era riuscita ad aggirare la volontà del padre di darla in sposa ad un suo amico, trent’anni più grande di lei e già sposato con altre donne. Alla fine, grazie al sostegno di alcuni insegnanti e di suo fratello, riusciti a persuadere il padre sulle doti manageriali e carismatiche di Peris, ha sposato l’uomo che ha scelto. Ed è proprio al marito, che l’ha sostenuta in tutta la campagna, vendendo anche una parte del bestiame di famiglia, che Peris dedica la sua vittoria.</p>
<p>Questo successo lancia una sfida all’interno di una comunità pastoralista e tradizionalista che dietro al fascino della scoperta culturale presenta numerosi tabù riguardo ai diritti delle donne. L’elezione di Peris è stata resa possibile dal sostegno di tanti giovani che hanno affermato la propria autonomia in contrasto con i dettami deli anziani e della &#8220;tradizione&#8221;. La città principale del collegio di Kajiado est, Kitengela, si trova poco a sud di Nairobi all’incrocio tra la Mombasa road e la Arusha road ed è un centro cosmopolita e più aperto rispetto all’entroterra della provincia dove risiede la maggioranza della comunità Maa del Kenya.</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-155" title="2" src="http://www.ilpost.it/michelecamerota/files/2013/03/2.jpg" alt="" width="610" height="458" /></p>
<p>Le elezioni generali del 4 marzo, disciplinate dalla nuova costituzione del 2010 che predispone un nuovo assetto istituzionale e un nuovo quadro giuridico-normativo, prevedevano il voto per ben sei posizioni elettive (tre in più rispetto alle precedenti elezioni): Presidente della Repubblica, 47 Governatori di counties, 47 Senatori (1 per county), 47 donne (1 per county), 290 membri dell’Assemblea Nazionale e, infine, migliaia di consigli circoscrizionali. L’affermazione della Tobiko acquista maggiore valore considerato che è avvenuta in uno dei 290 collegi dell’Assemblea Nazionale e non nella competizione per il seggio riservato alle &#8220;quote rosa&#8221;.</p>
<p>La commissione elettorale, il 9 marzo, ha proclamato Uhuru Kenyatta Presidente della Repubblica con il 50,07% dei voti, vale a dire appena 8000 voti sopra la soglia del 50% a fronte di oltre 12 milioni di keniani che si sono recati alle urne. La coalizione di Raila Odinga, che si è fermata al 43,2%, ha presentato oggi (sabato 16, ndr) ricorso presso la Corte Suprema, la quale ha quattordici giorni per pronunciarsi. Per la Costituzione, qualora il ricorso fosse accolto, significherebbe nuove elezioni, aperte a tutti, entro 60 giorni. Si tratta di una durissima prova del fuoco per il sistema giudiziario keniano appena riformato. L’esito del verdetto non è scontato e sono molteplici gli scenari possibili, compreso lo spettro della violenza etnica che ha caratterizzato il dopo-elezioni del 2007, causando oltre mille morti e centinaia di migliaia di sfollati.</p>
<p>La coalizione che ha sostenuto Kenyatta assume la vittoria, invia messaggi di pacificazione nazionale e continua le consultazioni per formare il nuovo governo. Il tempo delle sfide per Peris Tobiko non finisce mai: si è subito rimboccata le maniche per mettersi al lavoro e far valere all’interno delle istituzioni keniane il contributo delle donne per una più equa distribuzione delle risorse e la tutela delle comunità minoritarie.</p>
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		<title>Rivoluzione o restaurazione nel PD?</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Mar 2013 06:44:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[pier luigi bersani]]></category>

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		<description><![CDATA[Sono un semplice iscritto al PD della provincia di Latina e tra i promotori del PD a Minturno poiché credevo, e ancora voglio credere, in un partito in grado di proporre una nuova cultura politica che vada oltre quelle del secolo scorso. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2013/03/13/rivoluzione-o-restaurazione-nel-pd/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono un semplice iscritto al PD della provincia di Latina e tra i promotori del PD a Minturno poiché credevo, e ancora voglio credere, in un partito in grado di proporre una nuova cultura politica che vada oltre quelle del secolo scorso. Esse vanno storicizzate e risultano essere lontane dalla società in cui viviamo e dalle istanze di rappresentanza avanzate dalle nuove generazioni, ma anche dai meno giovani.</p>
<p>Se fossi nato nel 1930, sarei stato socialista con Nenni e, più tardi, comunista con Berlinguer, nonostante la ‘questione morale’ si sia rivelata – e in parte riproposta da Bersani in questa recente campagna elettorale - un’eredità sbagliata, socialmente dirimente. Ma sono nato nel 1977, ho espresso il mio primo voto per l’Ulivo, e sono convinto che alcuni retaggi ideologici non giovino alla politica contemporanea. Questa, piuttosto, come ha fatto con altri mezzi nella seconda metà del secolo scorso, dovrebbe tornare a occuparsi della mediazione e della tutela degli interessi della collettività, rappresentare i bisogni delle fasce più deboli e vulnerabili, con costante attenzione ai ‘nuovi diritti’ che emergono (si pensi per esempio all’ambiente, ai diritti civili e di cittadinanza). Credo anche che se i dirigenti del PD più navigati, ovvero i ‘giovani turchi’, si siano posti come ambizione la creazione di un partito socialdemocratico moderno, tanto valeva rimanere PdS o DS. Al PD chiedo di più.</p>
<p>Al PD chiedo il coraggio di non continuare a rincorrere posizioni obsolete e minoritarie nel sentire comune. Un esempio riguarda il ruolo dei sindacati i quali sono diventati dei carrozzoni, al pari dei partiti tradizionalmente intesi, utilizzati come trampolino di lancio per nuove avventure politiche o per foraggiare un sistema lucrativo dove rimane penalizzato il lavoratore stesso. I sindacati dovrebbero difendere chi lavora, non il posto di lavoro di chi non lavora, per esempio. E dovrebbero contribuire al rilancio occupazionale con proposte innovative e creative piuttosto che conservative.</p>
<p>Non ricopro nessun incarico di partito e svolgo la mia attività professionale principalmente all’estero. Ma sono legato alla mia terra e, quando sono in loco, partecipo alla vita del PD attraverso mansioni basilari necessarie per la sopravvivenza di un circolo: dal tesseramento alla stessa riorganizzazione del circolo, nell’auspicio di porre nuove basi per il rilancio del PD in un territorio difficile e ostile, periferico e abbandonato. Con gli stessi pochi, ci siamo impegnati nel seggio locale per tutte e tre le giornate dedicate alle primarie, prima quelle nazionali e poi quelle parlamentarie. Lo abbiamo fatto con spirito di servizio nonostante non si condividessero molte cose rispetto ai tempi, la dialettica e le regole alla base delle stesse primarie. Non ho fatto campagna per nessuno, né prima né dopo, ma – con senso di responsabilità &#8211; ho enfatizzato il mezzo bicchiere pieno e l’importante novità e innovazione democratica che tali primarie hanno rappresentato.</p>
<p>Al primo turno votai Bersani, con tanti ma e l’idea che ‘se’ il segretario avesse vinto al primo turno, ne sarebbe venuto fuori un partito più forte e autorevole, con una leadership chiara e definita. Così non è stato. E allora al secondo turno ho votato secondo coscienza per Matteo Renzi, cui tra i vari meriti riconosco quello di portare un nuovo lessico nel vocabolario del PD insieme a una nuova vitale energia, più pragmatica e in sintonia con la pancia della gente (che non è un difetto per un politico!). Non ho condiviso la campagna denigratoria contro Renzi, con toni fuori dalle righe e da partito a pensiero unico. Come già avvenuto rispetto ad altri avversari (interni ed esterni) e, da ultimo, proprio nei confronti di Grillo. È evidente che la demonizzazione dell’avversario non ha mai pagato e, anzi, lo ha piuttosto rinforzato. Si è rimasti sordi e ciechi alle istanze, talvolta giuste e condivisibili, che il movimento a sostegno di Grillo e non il Grillo-individuo, rappresentava.</p>
<p>L’unica ragione per cui non posso dirmi deluso per l’esito elettorale di febbraio, è che in fondo non mi ero mai illuso. Come sono convinto che i magistrati non dovrebbero ‘scendere’ in politica perché sono già in alto. E se da qualche anno mi sono convinto che il finanziamento pubblico ai partiti vada abolito non è perché lo dice Grillo e dobbiamo abbonircelo, ma perchè questo è quello che hanno votato gli italiani in un referendum. E non solo per questo. Ma anche perchè da iscritto di base, di tutti questi milioni di euro che entrano nelle casse dei partiti, non si è mai visto un centesimo nelle periferie. Ci siamo vergognati, alle primarie, a chiedere due euro alle persone per votare, eppure li hanno versati. E se il nostro circolo rimane aperto (circa 5.000 euro di spese ordinarie per anno) è solo grazie ai contributi volontari che lo animano. E che continuerebbero a farlo anche più volentieri dopo l’abolizione del finanziamento pubblico. In fondo, Obama non è certo un milionario prestato alla politica come non lo sono attualmente i principali leader europei.</p>
<p>Ciò che mi convinse a votare Matteo Renzi furono, infine, due particolari: il sostegno del filosofo Biagio Di Giovanni, spiegato secondo la teoria weberiana di autoconservazione delle classi dirigenti applicata perfettamente dal vecchio gruppo dirigente del PCI-PdS-DS. Su questo punto, molto bene anche il libro di Andrea Romano, &#8220;Compagni di scuola&#8221;. Il secondo elemento riguarda ‘l’impresa umanistica’ e la filosofia del lavoro di Brunello Cucinelli (testimonial della campagna per Renzi), protagonista della moda italiana e di quell’eccellenza, in termini di produzione e produttività, cui il made in Italy deve ambire. Non so se potrò mai permettermi di acquistare un capo di questo grandioso stilista nostrano, ma so che la filosofia e il fine che anima la sua azienda, il trattamento riservato ai suoi operai, sono un esempio da seguire. In un mondo globalizzato, con i paesi BRIC emergenti, con una classe media che cresce anche in parte dell’Africa, imprese come queste sono il futuro su cui la nostra Italia deve puntare. Altro che acciaierie. Noi dobbiamo produrre qualità, marchio, design, moda, arredamento, arte, cultura, turismo, assemblaggio, know-how, rilanciare la politica agricola ad alta intensità, occupare fette di mercato maggiori nel settore dell’agro- alimentare, che continuerà a crescere negli anni a venire. E molto di più.</p>
<p>Nel dibattito di queste settimane in Italia e provincia, sono d’accordo con tutti quanti credano che il PD abbia ancora bisogno di un forte scossone e di un rinnovamento radicale, poiché la politica degli equilibri e della competizione interna lo hanno relegato ad un ruolo marginale e di poco peso in contesti, come quello di mia provenienza, della provincia di Latina, finendo per tutelare posizioni di rendita nella subalternità. Alcune esternazioni andrebbero riportate nei giusti luoghi del dibattito, soprattutto se chi le esprime non si comporta meglio di colui che sta criticando. Giovani più vecchi dei vecchi. È cosa nota che le candidature alle regionali del PD siano state letteralmente imposte dai capo-corrente, con l’aggravante, in qualche caso, di non avere nemmeno consultato la base della corrente stessa. E allora da quale pulpito viene la predica? Proprio da chi ha sostenuto Bersani e magari fa rifeirmento alla Bindi per paura che Renzi facesse saltare il banco e quindi anche gli interessi delle piccole correnti.</p>
<p>Il mio è solo il pensiero di un semplice cittadino iscritto al PD. In Italia non c’è posto per me, e per tanti altri come me. Però, mai come in questi giorni, certe dichiarazioni mi hanno fatto pensare a quando, durante gli scandali di calciopoli, qualcuno si levò e disse: ma tutti questi che attaccano il corruttore per eccellenza di questo sistema marcio, che cosa vogliono: la rivoluzione o la restaurazione? Cambiarlo o sostituirlo?</p>
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		<title>Zdenek Zeman, il fondamentalista</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2013 06:41:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Era scritto che doveva finire così e i detti popolari tornano sempre utili: le minestre riscaldate sono molto spesso indigeste. E quindi ‘bye bye Zeman’ e grazie… di niente. Nonostante ciò, assodato che chi scrive non è stato zemaniano nemmeno &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2013/02/05/zdenek-zeman-il-fondamentalista/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Era scritto che doveva finire così e i detti popolari tornano sempre utili: le minestre riscaldate sono molto spesso indigeste. E quindi ‘bye bye Zeman’ e grazie… di niente. Nonostante ciò, assodato che chi scrive non è stato zemaniano nemmeno per un attimo, non so se questa sia stata la scelta giusta da parte di una dirigenza che non ha il coraggio di portare avanti fino in fondo le proprie scelte. Lo stesso è avvenuto con Luis Enrique, rimasto in sella fino a fine stagione nonostante la forte discontinuità nei risultati.</p>
<p>Ci sono tante cose che noi comuni mortali non sappiamo della quotidianità di Trigoria, ma è evidente la mancanza di lungimiranza nel perseguire un qualsivoglia progetto di media-lunga durata, senza cedere all’ansia del risultato immediato e alle pressioni della piazza. E in questo, tranne alcune funamboliche domeniche, la Roma di Lucho presentava una filosofia nuova e più carattere di quella di Zeman. Il boemo è sempre lo stesso. Passano gli anni e non cambia, partita dopo partita. Con l’aggravante che ora se la prende con tutti, giocatori e giornalisti (oltre che con la Juventus), senza mai ammettere le propria responsabilità. Questo un vero condottiero non dovrebbe farlo.</p>
<p>Personalmente non rientro nella categoria degli antizemaniani che, <a href="http://www.ilpost.it/2013/02/02/meglio-senza-zeman/">secondo Francesco Costa</a>, sono oggi a fregiarsi le mani e sostenere che avevano – avevamo &#8211; ragione. Sono invece tifoso della Roma e con sofferenza – ma nemmeno tanta perché quando si perde 4-2 in casa con il Cagliari e il portiere fa un autogol come quello di Goicoechea, si soffre anche meno – assisto all’ennesima débâcle in casa giallorossa. Pare, tra l’altro, che il quarto uomo avesse chiesto a Zeman se volesse il recupero oltre il novantesimo o preferiva chiudere sul punteggio di 4-1, il boemo abbia voluto tutti e cinque i minuti di recupero. E questo, se qualcuno vuole leggerlo come chi non molla mai e ci crede fino alla fine, io no. Piuttosto è mancanza di leadership. Perché è un gesto bello e sportivo, frequente nella pallacanestro, soprattutto negli Stati Uniti: quando il risultato è oramai acquisito, i giocatori lasciano addirittura la palla incustodita nel campo durante gli ultimi trenta secondi, cominciano a stringersi la mano e scambiarsi abbracci. Allora se la lettura è di quello che crede ai miracoli, conferma, a maggior ragione, quello che penso da tempo: Zeman è un fondamentalista.</p>
<p>Come ogni fondamentalista, è sempre convinto delle proprie ragioni e non cambia idea per nulla al mondo. E sempre come ogni fondamentalista, talvolta, viene meno a principi basilari del rispetto della dignità altrui – e su questo ha ragione Costa, come quando distingue tra tifosi e intenditori di calcio. Personalmente rientro decisamente nella prima categoria, ma avendo praticato sport a livelli agonistici ho potuto apprendere cosa significa sedere in panca mentre in campo c’è qualcuno che non meriterebbe nemmeno la tribuna gratis!</p>
<p>Perché la vicenda di Stekelenburg, portiere della nazionale olandese vicecampione del mondo, che fa panchina a un tale che avremmo potuto acquistare con una colletta popolare e che davvero Bersani potrebbe portare in dote al Bettola FC, è anche una vicenda di dignità e di umanità. E lo stesso dicasi per De Rossi, quando un giovane greco dalle buone speranze diventa titolare (quasi) inamovibile &#8211; anche se DDR, nell’interesse della Roma, sarebbe stato forse bene venderlo già da un pezzo. E ancora potrebbe dirsi di un giovane paraguaiano buttato nella mischia dal primo minuto della prima giornata del campionato italiano senza nemmeno un po&#8217; di rodaggio. Alla fine, a pagarne le spese, in buona parte, per ora saranno gli stessi Goicoechea, Tachtsidis e (un po’ meno) Piris, sovra responsabilizzati a rischio di essere bruciati. Oltre, ovviamente, alla minore valutazione di mercato di Stekelemburg, De Rossi… e Burdisso!</p>
<p>Alla stagione della Roma rimane ancora la Coppa Italia; obiettivo non da poco considerato che si tratterebbe della decima coppetta, che significherebbe applicare il cerchietto tricolore sulle maglie, il primo in Italia, a garanzia di una bella operazione di marketing. E poi, in finale la Roma dovrebbe vedersela con i cugini laziali. Scusate se è poco.</p>
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		<title>Il Lazio e l’election day</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 09:59:03 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’attualità nel Laziogate riguarda la data delle prossime elezioni regionali: accorpamento con le politiche di primavera oppure al voto nel mese di dicembre? Le ragioni che spingono il centrodestra ad invocare l’election day sono di natura esclusivamente politica poiché, è &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2012/10/08/election-day-lazio/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’attualità nel <em>Laziogate</em> riguarda la data delle prossime elezioni regionali: accorpamento con le politiche di primavera oppure al voto nel mese di dicembre?<br />
Le ragioni che spingono il centrodestra ad invocare l’<em>election day</em> sono di natura esclusivamente politica poiché, è ovvio, dopo gli scandali emersi, avrebbe bisogno di un po’ di tempo per riorganizzarsi e far sì che il popolo digerisca una parte di ostriche e champagne. Il centrosinistra vorrebbe andare al voto subito perchè convinto che non ci sarebbe partita. Come di consueto, tra gli argomenti a favore dell’<em>election day</em> si ricorre al risparmio per le casse pubbliche nell’indire un’unica data elettorale. Questa è una tesi populista e, come ogni argomento populista, va contro gli interessi del popolo, con l’aggravante della legittimazione popolare. Infatti, se davvero si volesse assecondare l’interesse generale, l’urgenza sarebbe quella di dotare il Lazio di un governo quanto prima &#8211; su questo ha piena ragione il centrosinistra &#8211; e risparmiare i soldi che continuerebbero a essere erogati per gli stipendi di assessori, consiglieri e della stessa presidente Polverini.</p>
<p>Quello che voglio evidenziare è che il popolo – nella fattispecie quello politicamente neutro, quello di centrodestra e quello, forse maggioritario, disgustato &#8211; invoca l’<em>election day</em> in nome del risparmio. Così facendo, in effetti, come spesso accade, va contro gli interessi del popolo stesso. Se si va a guardare il bilancio di spesa per un’elezione, infatti, una parte congrua si spende in produzione del materiale elettorale, le schede elettorali su cui apporre la X. Questa voce, con o senza <em>election day</em>, rimarrebbe invariata per ovvie ragioni. Il resto, invece, sono soldi che servono a pagare scrutatori, presidenti di seggio e personale di comuni, prefetture e polizia municipale per gli straordinari effettuati. E questi individui non sono popolo? E se è vero che spesso gli scrutatori vengono nominati con criteri poco trasparenti, non è vero anche che trattasi spesso di quella parte di popolo cui quei 120-150 euro per due lunghissime giornate di lavoro (a volte tre), fanno bene? E non è anche vero che partecipare da protagonista ad un processo elettorale aumenta la consapevolezza civica dei cittadini?</p>
<p>La mia tesi, senza argomentare oltremisura, è che il momento elettorale è uno dei rari momenti in cui avviene una redistribuzione di ricchezza a tutti i livelli. Ma tale è il livello di sfiducia dei cittadini verso le istituzioni, che il popolo certe domande non se le pone nemmeno più.</p>
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		<title>Il “sogno georgiano” batte Saakashvili</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Oct 2012 06:36:34 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Bidzina Ivanishvili]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni georgia]]></category>
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		<category><![CDATA[Mikhail Saakashvili]]></category>

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		<description><![CDATA[I cittadini georgiani hanno votato per le elezioni parlamentari il 1° ottobre 2012 mettendo fine a 8 anni di governo del UNM (United National Movement), il partito del giovane presidente Mikhael Saakashvili. La vittoria della coalizione “Sogno georgiano”, capeggiata dal &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2012/10/06/il-sogno-georgiano-batte-saakashvili/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I cittadini georgiani hanno votato per le elezioni parlamentari il 1° ottobre 2012 mettendo fine a 8 anni di governo del UNM (United National Movement), il partito del giovane presidente Mikhael Saakashvili. La vittoria della coalizione “Sogno georgiano”, capeggiata dal milionario <a href="http://www.ilpost.it/2011/12/04/boris-bidzina-ivanishvili-georgia/">Bidzina Ivanishvili</a>, spiana la strada per il primo trasferimento democratico del potere politico in Georgia.</p>
<p>Il parlamento georgiano (Sakartvelos Parlamenti), in carica per quattro anni, conta di un totale di 150 membri, di cui 77 sono eletti attraverso un sistema proporzionale a liste bloccate (PR) e i restanti 73 membri sono eletti con voto maggioritario in collegi uninominali. La Commissione elettorale centrale della Georgia (CEC) ha pubblicato i risultati preliminari per la quasi totalità dei 3.612 distretti (ne mancano poche unità) e il risultato è oramai acquisito. Secondo la CEC, nel sistema proporzionale il “Sogno georgiano” ha vinto il 55 per cento dei seggi, seguito dal UNM al 40 per cento. Nei collegi uninominali, dei 64 conteggiati, l’UNM ha conquistato la maggioranza con 35.</p>
<p>Il presidente Saakashvili ha ufficialmente ammesso la sconfitta, promettendo di collaborare dall&#8217;opposizione con un nuovo gruppo di minoranza in parlamento. Eppure, con un altro anno di presidenza, ci sono state richieste per le sue dimissioni immediate avanzate dall&#8217;opposizione. Ivanishvili, il leader di “Sogno georgiano” ha chiarito che non si tratta di un ultimatum.</p>
<p>Queste elezioni sono state particolarmente significative perché la coalizione vincente nominerà il nuovo primo ministro, in seguito alle modifiche costituzionali in vigore dal 2013, con maggiori poteri nei confronti del Presidente a partire dalla fine del mandato di Saakashvili. Nonostante l’alta posta in gioco, la CEC riferisce che la giornata elettorale si è svolta pacificamente. Gli osservatori internazionali dell&#8217;OSCE hanno riportato alcuni episodi isolati di violenza e di intimidazione degli elettori, tra cui la detenzione di sostenitori e attivisti dell&#8217;opposizione, ma affermano che le elezioni sono state competitive e libere, un sentimento ampiamente ripreso dalla comunità internazionale.</p>
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		<title>La storia del Baron Hotel di Aleppo</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Oct 2012 13:56:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[armeni]]></category>
		<category><![CDATA[Baron Hotel]]></category>
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		<description><![CDATA[Il souk brucia. Su Aleppo si è abbattuta la furia distruttrice della guerra civile. Interi quartieri sventrati, per le strade centinaia di morti. Donne, uomini e bambini, soprattutto bambini. E mi è venuto di pensare al bel libro, I Baroni &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2012/10/02/la-storia-del-baron-hotel-di-aleppo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il souk brucia. Su Aleppo si è abbattuta la furia distruttrice della guerra civile. Interi quartieri sventrati, per le strade centinaia di morti. Donne, uomini e bambini, soprattutto bambini. E mi è venuto di pensare al bel libro, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8896052076/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8896052076">I Baroni di Aleppo</a></em>, e alle vicende così ben descritte nella fascinosa cornice delle stanze del Baron Hotel. È molto più della storia di un albergo e della famiglia armena che lo ha costruito e gestito: è la storia della Siria, del Medio oriente e della diaspora armena.</p>
<p>Prima della guerra civile, la comunità armena in Siria contava circa 150.000 persone, di cui la maggior parte residenti ad Aleppo. Ora bisognerebbe rifare i conti. Le relazioni tra la Siria e l’Armenia sono sempre state ottime, come il rapporto tra la minoranza armena e la famiglia al-Assad. Per raccontare gli ultimi trent’anni di relazioni ci vorrebbe un altro libro: a Damasco fu aperta la prima ambasciata armena dopo l’indipendenza dall’Urss e proprio Aleppo diede i natali al primo presidente dell’Armenia libera, Ter Petrosyan, che nel 1992 scelse Damasco per la sua prima visita ufficiale.</p>
<p>Sono passati circa centovent’anni da quando Krikor, da un piccolo villaggio fra le alture dell’Anatolia e per sfuggire alle deportazioni dei cristiani dell’impero ottomano, raccolse la sua famiglia, <em>«spezzò il pane, lo distribuì alla moglie e ai figli, lanciò le briciole agli uccelli… e cominciò un’altra giornata di lavoro»</em>. Qualche anno prima era passato per Aleppo, seconda città dell’impero ottomano, mentre si recava in pellegrinaggio a Gerusalemme. L’unica possibilità di alloggio era un vecchio khan (caravanserraglio) dove stavano insieme merci, animali ed esseri umani. Aleppo allora era un fiorente nodo commerciale, capolinea dell’Orient Express. La via della seta passava di lì prima della nascita di Cristo e collegava la Cina al Medio Oriente e all’Europa. Aleppo è infatti uno degli insediamenti umani più antichi del mondo, abitato ininterrottamente da circa 4mila anni (si contende il primato con Damasco). Tornato con tutta la famiglia, Krikor pensò di costruire ad Aleppo un hotel degno di tale titolo: prima l’<em>Hotel Ararat</em> e poco dopo il <em>Parc Hotel</em>. Gli affari andavano bene, i giovani Mazloumian, Armen e Onnig, crescevano e con loro le ambizioni dei nuovi <em>hôteliers</em> del Medio oriente. Fu così che, nei pressi del lago nella malandata periferia della città, fu posta la prima pietra del Baron, destinato a divenire luogo di incontro per politici, diplomatici, generali, spie, aeronauti e registi del secolo scorso.</p>
<p><strong>Gli ospiti celebri</strong><br />
Il giovane archeologo T.H. Lawrence, alle cronache Lawrence d’Arabia, fu tra i primi celebri ospiti mentre si trovava ad Aleppo per condurre degli scavi nel nord della Siria, in un momento in cui archeologia e spionaggio andavano a braccetto. Agatha Christie e suo marito Max Malloway, archeologo di fama mondiale, chiedevano sempre la stanza 203, dove fu concepito parte di <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8804519045/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=wittgenstein-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8804519045">Assassinio sull&#8217;Orient Express</a></em>; di Rockfeller si ricorda la celebre frase dopo un brindisi: «ognuno paga per sé».</p>
<p>Nella <em>presidential suite</em> del Baron soggiornarono il maresciallo Montgomery, il generale Allenby, i triumviri ottomani e Kemal Ataturk, il principe Gustavo di Svezia con la regina Luisa, il fondatore degli Emirati Arabi Uniti Sheik Zayed bin Sultan e Christine Gronville, attiva combattente della resistenza polacca. E poi ancora De Gaulle, Nasser, Ceausescu, Tito, Re Feisal e Hafez al-Assad (padre di Bashar). Nel 1968, Pierpaolo Pasolini, impegnato nelle riprese di Medea, vi trascorse alcune settimane. Più di recente, tornarono al Baron la mitica Freya Stark, viaggiatrice ultra ottantenne inviata dalla BBC e David Rockfeller che sul Libro d’Oro scrisse: “Questo è l’albergo del mio cuore”.</p>
<p><strong>Il genocidio degli armeni e la prima guerra mondiale</strong><br />
Nel 1911, al Baron si ritrovavano gli ingegneri tedeschi impegnati nella costruzione della linea ferroviaria Berlino-Bisanzio-Bagdad (BBB), con molti inglesi attenti a osservarne i progressi. La Germania destava preoccupazioni e gli inglesi non intendevano uscire dal loro “splendido isolamento” per contrastarne la minaccia. L’Europa viveva in una condizione di pace che permetteva all’impero ottomano, considerato l’Uomo Malato d’Europa, di mantenere le posizioni.</p>
<p>Nel novembre del 1914, mentre continuavano le persecuzioni ai danni degli armeni, i turchi ruppero ogni indugio e si schierarono con la Germania, unico paese europeo contrario a concedere riforme in favore dei cristiani d’oriente. La Pasqua del 1915 coincise con una grande ondata di arresti e il 24 aprile il ministro degli Interni Talaat Pasha annunciò che “da lì a cinquant’anni non ci sarebbe stato nemmeno più un armeno”. Ma si sbagliava. Cinquant’anni dopo, migliaia di armeni si riunivano sulle colline di Tsitsernakaberd, alle porte di Yerevan, per appiccare una fiaccola che da allora è sempre accesa in memoria del <em>Medz Yeghern</em>, il Grande Male.</p>
<p>Durante la Grande guerra Jamal Pasha, un altro dei triumviri, si era stabilito in un’ala del Baron. In un&#8217;altra ala alloggiava il famoso generale tedesco Leman von Sanders. I due si scambiavano sontuosi banchetti e i Mazloumian se ne ingraziarono i favori così da poter intercedere in favore di centinaia di armeni condannati alla deportazione. Con lo scoppio della rivolta araba, Jamal fu spostato a Gerusalemme e lasciò il posto a Abd el-Khaliq, detto anche “il macellaio di Bitlis”, sotto il quale la condizione degli armeni di Aleppo divenne insostenibile. Finanche i tedeschi presero le distanze da Costantinopoli.<br />
Talaat Pasha ordinò la deportazione della famiglia Mazloumian a Mosul, una via senza ritorno. Ma grazie alle pressioni di Jamal, riuscirono a stabilirsi in Libano. Alla fine del 1917 fecero ritorno ad Aleppo, sotto i bombardamenti anglo-francesi, trovarono alloggiato Kemal Ataturk, gigante del nazionalismo anatolico e del laicismo musulmano.</p>
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		<title>Il ritiro di Fava e i meridionali che se ne vanno</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Sep 2012 15:21:38 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[claudio fava]]></category>

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		<description><![CDATA[Claudio Fava, già candidato in pectore alla presidenza della Sicilia per le elezioni del prossimo 28 ottobre, ha ritirato la sua candidatura. La ragione – non la causa, attenzione – è che la legge regionale siciliana stabilisce che per candidarsi bisogna &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2012/09/29/il-ritiro-di-fava-e-i-meridionali-che-se-ne-vanno/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Claudio Fava, già candidato in pectore alla presidenza della Sicilia per le elezioni del prossimo 28 ottobre, <a href="http://www.ilpost.it/2012/09/27/elezioni-in-sicilia-a-che-punto-siamo/" target="_blank"><strong>ha ritirato la sua candidatura</strong></a>. La ragione – non la causa, attenzione – è che la legge regionale siciliana stabilisce che per candidarsi bisogna essere iscritti nelle liste elettorali di un comune dell’isola da almeno 45 giorni. Orbene, Fava, fino a pochi giorni fa residente a Roma, ha presentato domanda per il cambio di residenza al comune di Isnello, in provincia di Palermo, solo il 18 settembre, con cinque giorni di ritardo.</p>
<p>Ora, innanzi a un evidente caso di pressappochismo, rimango francamente sconcertato e mi pongo alcune semplicissime domande: come si può ambire a una carica così importante, con una campagna elettorale lanciata da più di due mesi, senza nemmeno aver letto la legge elettorale? È mai possibile che nessuno dello staff dell’aspirante presidente abbia evidenziato in tempo utile i requisiti di eleggibilità? (a meno che tutti dessero per scontato, come me, che Fava avesse sempre votato in Sicilia).</p>
<p>E poi: suscita amarezza sentire chi si presenta alle elezioni come il garante della legalità, gridare al <em>golpe</em> perché non gli permettono di violare le regole. Insomma, non è motivo di gioia il ritiro di Fava e nemmeno è il caso di alimentare polemiche sul grande valore del Fava sceneggiatore e giornalista piuttosto che per il Fava politico, ma credo che questo sia stato un autogol goffo e inopportuno. Che non fa bene a nessuno. Probabilmente nemmeno al PD, per quanto Fava ne fosse avversario.</p>
<p>Volendo usare il gergo di un autorevole esponente nazionale di SEL che ho da poco avuto il piacere di ascoltare, non sarebbe invece il caso che “si ammettesse l’errore e si chiedesse scusa” a tutti quei militanti di base che credevano in Fava presidente? Che “si chiedesse scusa” a quegli aspiranti deputati regionali che hanno firmato la candidatura pensando di sostenere un presidente e ora se ne ritrovano un altro (per alcuni anche migliore, ma per altri no)? Che “si chiedesse scusa” a quei militanti del Pd, dissidenti rispetto alla scelta del loro partito, decisi a sostenere Fava?</p>
<p>Altro che “cavillo burocratico e golpe”, le leggi vanno lette e rispettate, e deve valere per tutti, anche per Fava. Specie in un paese dove tra le poche norme rigorosamente imposte ci sono proprio quelle che regolano le competizioni elettorali (si pensi al caso della lista PdL esclusa dalle regionali del Lazio per questione di minuti!). Ma poiché io continuo a pensare che le scuse su quanto fatto ieri servono meno alla politica di quanto invece si potrebbe fare domani, perché Fava non ci dice per quale motivo cambiò la residenza a Roma?</p>
<p>Tornando all’attualità, in tutta fretta – dato che il termine per la presentazione delle liste era il 28 settembre – per sostituire Fava, il cartello SEL-IDV-Verdi-Fed. della Sinistra, ha deciso di candidare Giovanna Marano, 53 anni, sindacalista della FIOM-CGIL, persona assolutamente in gamba, grande conoscitrice del mondo operaio. Al di là, però, dell’indiscutibile integrità della Marano, la maniera in cui si sono succeduti gli eventi degli ultimi mesi, purtroppo, potrebbe risultare in un ulteriore inasprimento dei toni della campagna elettorale, in particolare verso il candidato del PD Rosario Crocetta, sostenuto anche dall’UdC. Fino all’ultimo, però, voglio sperare che a questo punto gli amici di SEL facciano di necessità virtù e lascino prevalere un sano pragmatismo all’approccio del “tanto peggio, tanto meglio”.</p>
<p>In ogni caso, ripeto, sono davvero curioso di apprendere le ragioni per cui Claudio Fava non fosse più residente in Sicilia, privando l’isola del suo voto a sinistra: insomma, un po’ come togliere ossigeno a un moribondo allettato. Nel complesso, infatti, questa vicenda mi fa pensare amaramente a tanti altri Comuni del Sud, compreso il mio, dove tanti potenziali elettori sono partiti per motivi di studio o di lavoro, cambiando le proprie residenze, pur rimanendo legati alle proprie origini sul piano identitario e affettivo. Alla base sempre – giuste – motivazioni utilitaristiche quali, per esempio, la possibilità di inserirsi in un progetto di edilizia popolare, qualche sgravio fiscale, il costo dell’assicurazione, qualche altro beneficio o, ancora più semplicemente, la comodità di avere il Comune a portata di mano (mentre oggi è a portata di clic). Capisco tutto questo e non ho niente da obiettare <em>ad personam</em>. Ma io la residenza non l’ho mai cambiata e plaudo a tutti quelli che hanno scelto di lasciare la propria residenza a Minturno (Lt), pur vivendo altrove da tanti anni.</p>
<p>Quelli che vanno via, molto spesso, sono proprio quelli che vorrebbero cambiare le cose e in qualche maniera continuano a partecipare attivamente al confronto di idee sul futuro dei propri luoghi. Insomma, io credo che sia legittimo cercare altrove le opportunità che non sono offerte nel nostro Sud, credo che sia una ricchezza andare fuori e riportare a casa l’esperienza acquisita altrove, ma credo sia altrettanto doveroso, almeno per quelli che partecipano alla vita politica, non disperdere lo strumento più importante che abbiamo per determinare il cambiamento: mantenere la residenza per contribuire con il proprio il voto.</p>
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		<title>Elia Finzi e la Tunisia</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Sep 2012 06:02:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[elia finzi]]></category>
		<category><![CDATA[tunisia]]></category>

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		<description><![CDATA[Domenica 16 settembre, a 85 anni, ci ha lasciati Elia Finzi, storico direttore del Corriere di Tunisi, il giornale in lingua italiana (l’unico rimasto nel mondo arabo) che guidava dal 1963. Nonostante i problemi di salute non aveva mai lasciato &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/michelecamerota/2012/09/26/elia-finzi-e-la-tunisia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Domenica 16 settembre, a 85 anni, ci ha lasciati Elia Finzi, storico direttore del Corriere di Tunisi, il giornale in lingua italiana (l’unico rimasto nel mondo arabo) che guidava dal 1963. Nonostante i problemi di salute non aveva mai lasciato la direzione della testata, contribuendo a raccontare la Tunisia contemporanea con un particolare interesse per la recente rivoluzione dei gelsomini. Il mondo dell’informazione italiana all’estero ha perso un punto di riferimento, un uomo che ha rappresentato per la nostra comunità a Tunisi un pilastro e una guida insostituibile. Oltre a dirigere il giornale, su cui firmava in ogni numero l’editoriale “Nostri problemi”, Finzi è stato presidente del Comites e uno dei fondatori della FUSIE (Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero).</p>
<p>Il primo numero del Corriere venne dato alle stampe nel 1869, per poi essere chiuso durante il protettorato francese (1881-1956). Un silenzio lungo, dovuto anche alla volontà delle autorità coloniali francesi di vietare qualsiasi pubblicazione in lingua italiana. Il Corriere di Tunisi, dal marzo del 1956, anno in cui fu rifondato dal padre Giuseppe, non ha più interrotto le pubblicazioni, sebbene la comunità italiana si sia fortemente ridotta e nonostante le difficoltà economiche che a più riprese ne hanno messo a dura prova l’esistenza.</p>
<p>“Elia Finzi ha creduto sino all’ultimo nel dialogo tra le culture, tra i popoli, tra le persone. Ha lottato tutta la sua vita per mantenere viva la collettività italiana in Tunisia, dandogli una voce, quella del giornale, e crediamo che per lui e per noi oggi più che mai sia necessario assicurarne la continuità”. Questo è il messaggio inviato dalla redazione del Corriere e dai figli Silvia, docente universitario, e Claudio, più addentro all’attività di conduzione della tipografia di famiglia, pronti a raccogliere il testimone. Una storia che di parole, di ricordi e di menzioni ne meriterebbe tante.</p>
<p><strong>Il mio incontro con Elia Finzi</strong><br />
Ero a Tunisi da poche settimane, nel mese di luglio dello scorso anno, quando mi recai in Rue de Russie per presentarmi all’Ambasciatore italiano e informarlo sulla presenza della nostra missione di osservazione elettorale in vista delle storiche elezioni tunisine previste nell’ottobre successivo.</p>
<p>All’ingresso della strada, venendo dalla stazione dei treni, di fronte al filo spinato che circonda la nostra ambasciata, mi ritrovai innanzi alla vetrina dell’“Imprimerie Finzi, fondata nel 1829”. Aveva chiuso da pochi minuti. Sbirciai dall’esterno. Qualche giorno dopo tornai, catturato dall’odore delle stampe che emanava dalle macchine tradizionali di un tempo. Entrai. Alle spalle delle due impiegate tunisine, sulla sinistra, una scala di meno di dieci gradini portava all’ufficio del signor Elia, che intanto si affacciò. Con la voce roca e il corpo affaticato: parlava lentamente, sorrideva facilmente. Mi presentai e mi permisi qualche domanda sulla storia sua e della sua famiglia e sulla Tunisia. La prima risposta fu facile: “la storia della mia famiglia la si può trovare sui libri”.</p>
<p><strong>Album di famiglia</strong><br />
Giulio Finzi si trasferì da Livorno a Tunisi dopo il fallimento dei moti carbonari del 1820-21 a cui partecipò. Sbarcò nella Reggenza di Tunisi insieme ad altri profughi provenienti da vari stati italiani. Ben accolti dall’Autorità beylicale, ebbero un ruolo importante nella modernizzazione dello Stato tunisino. Avevano una formazione laico-democratica e contribuirono alla creazione di infrastrutture, tra cui tipografie, ospedali, banche, scuole laiche e militari. Nonostante si trovassero a volte in contraddizione con le autorità, considerati di matrice “eccessivamente liberale”, furono incoraggiati a stabilirsi in modo definitivo in Tunisia, dove la famiglia Finzi continuò a risiedere anche dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia.</p>
<p>Giulio Finzi, rilegatore di professione, nel 1829 aprì la prima tipografia privata in Tunisia. Inizialmente aveva sede nella Medina, in un lato del Palazzo Gnecco, celebre per aver ospitato la sezione di Tunisi della “Giovane Italia” di Giuseppe Mazzini e, per un breve periodo, nel 1838, Giuseppe Garibaldi. Dopo l’avvento del protettorato francese, la tipografia Finzi si spostò nella “città nuova”, in Rue de Russie. Nel 1956, con l’indipendenza della Tunisia, i Finzi ottennero finalmente l’autorizzazione a pubblicare “Il Corriere di Tunisi”, non concessa dai francesi.</p>
<p>Oltre ai lavori di stampa, la famiglia di Elia Finzi è stata ideatrice, con l’Ambasciata d’Italia, di un progetto di recupero della memoria italiana in Tunisia attraverso l’edizione di volumi che trattano alcuni tra i temi più significativi della storia della collettività, tra cui “Memorie italiane di Tunisia” e “Mestieri e professioni degli Italiani di Tunisia”. Fino al secondo dopoguerra gli italiani in Tunisia erano circa 80 mila, mentre oggi sono meno di 10 mila. Nel 2001 Elia Finzi e il figlio Claudio hanno aperto una nuova tipografia nella zona industriale di Tunisi, la Finzi Usines Graphiques, a scala più industriale e maggiormente corrispondente alle ultime innovazioni tecnologiche, mantenendo la storica sede in Rue di Russie.</p>
<p><strong>…e la Tunisia?</strong><br />
Per la seconda questione, rimandammo ad un’altra occasione. Era quasi ora di pranzo, il signor Elia stava per rientrare a casa e la sua condizione non gli permetteva di restare in bottega più di quanto facesse. E da allora passavo a salutarlo tutte le volte che mi recavo in ambasciata o in centro città. Ogni occasione significava apprendere qualcosa sul tempo che viviamo, sul contesto tunisino e sul sentimento di molti italiani residenti all’estero: un po’ stranieri, molto italiani. Significava riflettere sulla buona accoglienza ricevuta dagli italiani che fuggivano alle conseguenze dei moti ottocenteschi e sulla morte e il rigetto che incontrano i tunisini e gli altri maghrebini che vengono da noi a cercare la loro primavera. Ma di Elia Finzi colpiva, ad oltre ottant’anni, la volontà di innovare, di percorrere nuove strade, di aprire ponti e dialogo con i giovani.</p>
<p>Qualche settimana prima di lasciare la Tunisia, andai a trovarlo (e intervistarlo) insieme all’amico Peppe Provenzano. Fu un incontro di circa due ore durante il quale si aggiunsero sua moglie Lea prima, e poi Emanuela con il nostro piccolo Claudio, che aveva appena dieci mesi e incontrava la Storia.</p>
<p><strong>Intervista con Elia Finzi, Tunisi, 12 novembre 2011 </strong><br />
(dal reportage di Provenzano pubblicato sull’inserto del <em>Riformista</em> di domenica 8 gennaio 2012)</p>
<blockquote><p>La suggestione di questi due secoli di storia, aneliti di libertà e repressioni politiche o religiose, si faceva immagine per le strade di Tunisi. Un gioco a nascondersi e a specchiarsi con «l’altro», un groviglio di rimandi e coincidenze – le più banali e inquietanti: Primavera araba e crisi dell’Europa, spread in Piazza Affari e sangue a Piazza Tahrir – mi ha condotto per rue de Russie, oltre le balle di filo spinato che circondano l’ambasciata d’Italia, alle porte aperte del palazzo di fronte, sotto l’insegna “Imprimerie Finzi”.</p>
<p>«All’inizio del Novecento qui era una palude, mio nonno ci veniva a caccia». Non dice, Elia Finzi, il vecchio patriarca della comunità degli italiani in Tunisia, stampatore da cinque generazioni ed editore (la cui attività ora è proseguita, più industrialmente, dal figlio Claudio), quanto dev’essere costato al nonno Vittorio e al padre Giuseppe, lasciare la prima sede della stamperia del 1829, il palazzo Gnecco nel cuore della Medina, per «la città nuova, che gli italiani contribuirono a costruire», per questo edificio che vide la prima linotype del Maghreb e che ora è la sede del Corriere di Tunisi. Il vecchio Elia, ottantasette anni, lo dirige con tenacia e ci accoglie nel suo studio rialzato. «Quel palazzo nella Medina era luogo di esuli politici, mazziniani e liberali, fuggiti dall’Italia prima del 1848». Giulio Finzi fu uno dei primi ad arrivare, carbonaro livornese scappato ai fallimenti dei moti del ‘20 e ‘21. «Vi si costituì la Giovane Italia e ci passò anche Garibaldi, costretto poi a fuggire per aver insidiato tutte le belle signore dell’alta borghesia tunisina».</p>
<p>Elia parla con voce roca, fioca, in un bellissimo italiano depurato da ogni inflessione che lo rende po’ straniero. «La storia della mia famiglia la trova sui libri», taglia corto. Grandi idealisti, laici e democratici, «veri eredi della Rivoluzione francese», animatori della Lega Italiana dei Diritti dell’Uomo, «cittadini del mondo» che hanno attraversato tutte le vicende politiche italiane e tunisine degli ultimi due secoli: il Risorgimento e il regime beylicale, il Fascismo e il protettorato francese, la Repubblica e l’indipendenza tunisina, Bourghiba e Ben Alì, Craxi e Berlusconi. «Non è stato certo facile. Durante la guerra, noi eravamo nemici di tutti». Sulla storia che ripercorriamo, avverte l’uomo cresciuto a pane e tolleranza, non ha giudizi da esprimere, «solo opinioni». Così sulla Primavera, sui Gelsomini: «esattamente un anno fa, in quei giorni, mi trovavo tra la vita e la morte, in un letto d’ospedale». Da lì, dettava editoriali incoraggianti alla Rivoluzione per il suo giornale e diceva al figlio, pur nell’incertezza e crisi di liquidità, di trovare il modo di «continuare a pagare gli operai», gli oltre cento tunisini che lavorano nella loro impresa. «Certo che si può essere imprenditori di sinistra», sorride. Parla di pane e lavoro, pance troppo piene e pance vuote: «non è solo la libertà, è anche la giustizia sociale. Qui era una pentola a pressione. Era evidente che sarebbe esplosa. L’Europa era distratta».</p>
<p>È più di un’ora che siamo nella stanza. Alle pareti le sue foto con Pertini e con Napolitano. «E quindi se n’è andato davvero, quello là?», e quasi non ci crede. «Come finirà qui, chi po’ saperlo? Chi poteva immaginare che dopo il 1789 sarebbe arrivato il terrore…». Non gli manca certo l’entusiasmo, eppure frena i nostri, per prudenza. Sale lenta per le scale, con sobria eleganza d’abito e d’occhiali scuri, la signora Lea. Interviene decisa nella discussione, e ci invita risoluta a non fare troppe domande: «basta andare davanti a una qualsiasi Moschea». È francese, la signora Finzi, e si capisce. Ha origini genovesi, «e chi non ha origini italiane»? Torniamo a parlare d’emigrazione. Allora riprendo le suggestioni, azzardo il parallelismo – quasi personale, stavolta – tra quel suo avo e i compatrioti fuggiti per la lotta nel Risorgimento italiano ed europeo, Primavera dei popoli, accolti in Tunisia dove hanno prosperato, e quei ragazzi tunisini e arabi che, nei giorni della loro Primavera, rinchiudevamo a Lampedusa o a Manduria. «Loro ci hanno aperto le porte. Noi invece le sbarriamo». E com’è che in Tunisia non se ne parla? «Tra la gente del popolo, la tragedia si sente». Mi invita a sporgermi dalla finestra. Di fronte, è l’ambasciata. «Lo vedi il filo spinato? Tutti i giorni venivano le madri a gridare, a chiedere dei loro figli».</p>
<p>S’è fatto tardi, ora. Elia forse s’è stancato. «Spiace, alla mia età, non poter seguire la situazione a lungo, in pieno». Nella stanza, è il piccolo Claudio, figlio di Emanuela e di Michele, osservatore internazionale per il processo costituente. Il suo primo anno lo ha trascorso in Tunisia. Piange forte e si dimena, non sente ragioni. S’è stancato pure lui. Elia lo guarda, azzurro negli occhi. «Hai ragione tu».</p></blockquote>

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		<title>Badara Diatta, il linguaggio del fischietto</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Feb 2012 14:43:14 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>“L’intensità del fischio di un arbitro viene dal cuore e vale più di molte parole. I giocatori sanno già cosa fare. Con loro serve buona mimica: quando non basta, ci sono i cartellini&#8221;. Questo è il pensiero di Amadou Francois Gueye, l’istruttore arbitrale della CAF (Confederazione Africana Football) che, in questi giorni, accompagna Badara Diatta, direttore di gara dell’ultima finale di Coppa d’Africa, vinta dallo Zambia contro la Costa d’Avorio. A sorpresa e ai rigori.</p>
<p>Diatta, 43 anni, senegalese di Ziguinchor, insegna educazione fisica in un liceo del centro città. Arbitro internazionale dal 1999, ha partecipato alle ultime quattro edizioni di Coppa d’Africa, alle Olimpiadi Pechino 2008. Lo scorso dicembre, ha arbitrato ritorno della finale della Confederation Cup africana, vinta dai marocchini del Maghreb Fes. Anche questa volta ai rigori. È convinto che i calciatori più indisciplinati sono gli arabi nordafricani di Egitto, Tunisia e Algeria, seguiti dai giocatori dei campionati dell’Europa meridionale; considera tranquilli i marocchini e soprattutto concentrati a correre chi viene dall’Africa nera. Come tutti i suoi connazionali, l’arbitro Diatta avrebbe preferito che in finale, piuttosto che lui, ci fosse arrivato il suo Senegal che, pur essendo indicato tra le squadre favorite, ha perso le tre partite della fase a girone (contro Zambia, Guinea Equatoriale e Libia) ed è presto uscito di scena. Così a Libreville, capitale del Gabon – paese ospitante con la Guinea Equatoriale – a rappresentare il suo paese nel match di finale è andato lui: designato all’unanimità dalla FIFA per la serenità mostrata all’esordio tra le black stars del Ghana contro il Botswana, nell’espellere John Mensah, capitano della nazionale ghaniana, per fallo da ultimo uomo.</p>
<p>“L’emozione più grande nel dirigere una finale di questo livello – dice Diatta – deriva dalla consapevolezza che mentre il mondo intero ti guarda in tv, in tribuna ci sono numerosi capi di stato che ambiscono a portare in patria il trofeo. E allora ci si sente investiti di una grande responsabilità”.</p>
<p><strong>Storia di Casamance e di rigori nefasti</strong><br />
Al rientro nella sua città natale, Badara Diatta è stato accolto all’aeroporto da centinaia di concittadini che lo hanno festeggiato per aver onorato Ziguinchor, capoluogo della Casamance, regione separatista del Senegal dove il conflitto tra MFDC (Movimento Forze Democratiche della Casamance) e l’esercito senegalese è, dopo quasi trent’anni, ancora aperto.<br />
Si tratta di un “conflitto dimenticato”, che le autorità di Dakar hanno sempre considerato come “interno” al fine di escludere il coinvolgimento di attori esterni. Ciò, nonostante l’evidente ruolo di Guinea Bissau e Gambia (i due paesi confinano con la Casamance e fanno da avamposto logistico ai ribelli) e altri interessi che preferiscono mantenere lo status quo.</p>
<p>Per ironia della storia, proprio una discussa decisione arbitrale fece da preludio all’apertura delle ostilità. Era la finale di coppa nazionale senegalese del 1980 e i sudisti casamancesi del Casa Sport sfidavano l’ASC Jeanne d’Arc di Dakar. Un rigore inesistente assegnato a tempo quasi scaduto, prima sbagliato e poi fatto ripetere dall’arbitro Bakary Sarr, consegnò la vittoria ai dakarois. Nei violenti tafferugli post match, un morto, molti feriti e l’allora primo ministro Abdou Diouf costretto a consegnare il trofeo negli spogliatoi dello stadio. Due anni dopo le tensioni sportive divennero politiche: il campo di gioco le estese foreste della verde Casamance, talvolta definita anche come il “granaio del Senegal”.</p>
<p>L’antagonismo con Dakar è oggi ancora irrisolto. Pare che la Comunità di Sant’Egidio sia stata proposta come mediatore: chissà che non sia proprio un arbitro di fama internazionale a condurre con successo i negoziati tra le due parti.</p>
<p><strong>…“ma è sempre rigore quando arbitro fischia”</strong><br />
Quel rigore assegnato con troppo zelo nel 1980 ha condizionato l’adolescenza del futuro arbitro Badara Diatta. Forse anche per questo l’internazionale non ha sbagliato nel fischiare, al settantesimo minuto della finale dell’ultima Coppa d’Africa, il penalty in favore della Costa d’Avorio (poi fallito da Drogba). E ancora, durante i calci finali, nel decidere la ripetizione di un rigore sbagliato dagli ivoriani (e poi realizzato) per irregolarità del portiere della Zambia.<br />
Ora il senegalese già pensa al prossimo impegno che lo attende in Repubblica Centroafricana: nel 2013, poi, sarà di nuovo in Sud Africa, per un’altra edizione della CAN.</p>
<p><strong>Sognando Rio 2014</strong><br />
La designazione dei fischietti per i mondiali è prima di tutto una questione di geopolitica e Badara Diatta &#8211; con il sostegno di Amadou Francois Gueye e della federazione senegalese &#8211; farà del suo meglio per esserci e coronare il sogno di ogni arbitro. Il marocchino Said Belola è, ad oggi, l’unico direttore di gara africano designato per una finale mondiale (Francia – Brasile 3-0, 1998).<br />
Insomma, una finale di sicuro è meglio vincerla che arbitrarla.<br />
Ma se proprio non bisogna esserci con la propria squadra, meglio esserci con il proprio fischietto.</p>
<p><em>Badara Diatta e Amadou Francois Gueye alloggiano, in questi giorni, nel mio stesso albergo di Ziguinchor (Senegal): qui ho avuto la possibilità di intervistarli.</em></p>
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