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	<title>Riccardo Arena</title>
	
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	<description>Riccardo Arena cura la rubrica Radiocarcere in onda, il martedì alle 21 e il giovedì alle 19:45 su Radio Radicale</description>
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		<title>«Il potere è servizio»: la politica prenda esempio dal Papa</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 16:09:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Il potere è servizio umile e concreto». Queste le parole di Papa Francesco, pronunciate in occasione della messa inaugurale del suo Pontificato. Parole che sono un punto di riferimento anche per chi è laico e guarda ai problemi dello Stato. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2013/03/20/il-potere-e-servizio-consigli-dal-papa-alla-politica/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Il potere è servizio umile e concreto». Queste le parole di Papa Francesco, pronunciate in occasione della messa inaugurale del suo Pontificato.<br />
Parole che sono un punto di riferimento anche per chi è laico e guarda ai problemi dello Stato. E invero, il potere politico è servire il Paese. Non è inciucio, non è ricerca di facili consensi o altre amenità. È servire il Paese.</p>
<p>Il Papa ha precisato che il potere/servizio del Pontefice deve guardare chi ha fame, chi è malato, chi è straniero o chi sta in carcere. Ovvero, alcuni degli obiettivi più rilevanti di uno Stato di diritto, sanciti nella Costituzione. (la nostra). Eppure, nel silenzio della politica, solo il Papa afferma che potere significa servizio. Solo il Papa indica che quel servizio è destinato prima di tutto agli ultimi. Perché le stesse parole non vengono dette dai nostri parlamentari? Cosa è la politica di oggi se è incapace a pronunciare e a rendere concrete parole che sono alla base della nostra democrazia?</p>
<p>In verità, quelle di Papa Francesco sono le parole che, da laici, dovremo pretendere di sentire dai nostri parlamentari o da chi guiderà il governo. Da laici dovremo pretendere che la politica sappia indicare con forza la stessa direzione. La direzione di uno Stato di diritto: il potere è servire il Paese. Il potere è servire gli ultimi. Ed invece? Silenzio. Assordante silenzio.</p>
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		<title>Bersani mette al quarto posto la Giustizia</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2013 14:01:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[giustizia]]></category>
		<category><![CDATA[partito democratico]]></category>
		<category><![CDATA[pier luigi bersani]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi il segretario del Pd, Bersani, ha elencato gli otto punti del suo probabile Governo. Ora, al di là che si continua a confondere la funzione amministrativa propria dell’esecutivo con quella legislativa propria del Parlamento, colpisce il punto sulla Giustizia. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2013/03/06/bersani-mette-al-quarto-posto-la-giustizia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi il segretario del Pd, Bersani, ha elencato gli otto punti del suo probabile Governo.<br />
Ora, al di là che si continua a confondere la funzione amministrativa propria dell’esecutivo con quella legislativa propria del Parlamento, colpisce il punto sulla Giustizia. Sta al quarto posto, non si è classificata neanche tra le prime tre! Ma questo conta poco. Ciò che conta di più è l’obiettivo che si è posto il Pd per ridare al nostro Paese &#8220;giustizia e equità&#8221;. Ovvero, con nuove leggi sulla corruzione, sul riciclaggio, sul falso in bilancio, sul voto di scambio e sulle frodi fiscali. Tradotto: aumentare o riformare le fattispecie di reato.</p>
<p>Non una parola sul processo penale, il fulcro per raggiungere la certezza del diritto. Non una parola sulla ingiusta durata dei giudizi, silenzio sulla incongruenza del sistema delle impugnazioni e sui tanti inutili formalismi che trasformano il processo penale in una messa cantata.<br />
No, nulla di tutto questo, ma solo la previsione di nuove fattispecie di reato, che già oggi sono oltre 30 mila. Un eccessivo ricorso al diritto penale che ha trasformato il nostro Paese, da stato di diritto a stato penale, senza peraltro produrre risultati concreti (se non quelli propagandistici).</p>
<p>È evidente che ai pensatori del Pd sfugge l’importanza del  dato reale. Sfugge che è del tutto inutile prevedere nuovi reati se poi per accertarli ci si impiegano decenni. Sfugge che per vivere in uno Stato di diritto non servono solo nuove regole, ma deve funzionare soprattutto il meccanismo che accerta la violazione delle regole stesse. Il processo, che oggi non si può più definire tale.</p>
<p>Insomma, quanto alla Giustizia, dalla direzione del Pd emerge purtroppo un timore. Le vie d’uscita dalla condizione attuale del Paese sono sempre più lontane.</p>
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		<title>La prigione di Avellino come quella di Abu Ghraib?</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 06:40:38 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nel carcere Bellizzi Irpino di Avellino ci sono dieci celle di isolamento. Dieci celle piccole, sporche, buie e rovinate, dove pare che accada di tutto. Maltrattamenti, violenze, abusi. Dieci piccole celle che ricordano, e non poco, ciò che accadeva nel &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2013/01/25/la-prigione-di-avellino-come-quella-di-abu-ghraib/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nel carcere Bellizzi Irpino di Avellino ci sono dieci celle di isolamento. Dieci celle piccole, sporche, buie e rovinate, dove pare che accada di tutto. Maltrattamenti, violenze, abusi.</p>
<p>Dieci piccole celle che ricordano, e non poco, ciò che accadeva nel carcere di Abu Ghraib.<br />
«Nelle celle di isolamento del carcere di Avellino &#8211;  racconta Paolo nell’<a href="http://www.radioradicale.it/scheda/370822">ultima puntata di Radiocarcere</a> su Radio Radicale &#8211; le persone vengono sistematicamente maltrattate. I detenuti vengono spogliati, picchiati e poi lasciati nudi su materassi bagnati, con addosso una coperta bagnata e vengono lasciati lì con la finestrella della cella spalancata. Ho passato un mese in quelle celle di isolamento e ne ho visti tanti trattati così». </p>
<p>Ma perché una persona detenuta subisce questi maltrattamenti nel carcere di Avellino?<br />
Secondo Paolo i motivi sono spesso banali. O perchè si chiede pacificamente un trasferimento o perché si chiede di essere curati.<br />
«Ricordo un signore che chiedeva solo dei medicinali per essere curato – precisa Paolo – ebbene quel signore, è stato spogliato, picchiato e poi messo in una cella di isolamento con altri detenuti. Io l’ho visto quel signore con gli atri detenuti in quella cella ed è stato terribile. Erano in tre, nudi, infreddoliti e rannicchiati uno vicino all’altro sullo stesso materasso (ovviamente bagnato) sembravano tre cagnolini maltrattati. E’ stato agghiacciante!».</p>
<p>Già agghiacciante. E non solo per il racconto di Paolo, ma soprattutto per la sistematicità, per il metodo che pare caratterizzare tali maltrattamenti.<br />
«È vero &#8211; risponde Paolo – nelle celle di isolamento del carcere di Avellino c’è un metodo, un metodo ai maltrattamenti. Un metodo che viene attuato sistematicamente sempre dagli stessi agenti. Agenti che abbiamo ribattezzato &#8220;il clan&#8221;, proprio perché sono sempre gli stessi. Sono gli esperti delle torture che si consumano nel carcere di Avellino».</p>
<p>Ora è lecito domandarsi: ma perché nessuno nel carcere di Avellino denuncia questi maltrattamenti?<br />
Secondo Paolo, perché regna una grande omertà, e non solo tra gli agenti.<br />
«Anche i medici – precisa Paolo – conoscono queste realtà, ma non fanno nulla per fermare le torture. Si limitano a passare davanti a quelle celle e a darci le gocce per farci dormire».<br />
E la direttrice del carcere?<br />
«C’ero anche io quando la direttrice è passata davanti a quelle celle di isolamento – risponde Paolo – ha visto quei detenuti spogliati, ma nulla è stato fatto. Eppure, tempo fa un ragazzo è morto in quelle maledette celle di isolamento, o meglio, non ce l’ha fatta più e si è impiccato». </p>
<p>Dunque, la prigione di Avellino come quella di Abu Ghraib?<br />
Nell’impossibilità di verificare la veridicità del racconto di Paolo, si spera che la magistratura risponda a questa domanda. </p>
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		<title>Tre errori giudiziari. Tre storie di ordinaria ingiustizia.</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Dec 2012 14:44:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Pasquale, 46 anni, incensurato. All’alba del 26 maggio del 2010, viene arrestato perchè accusato di violenza sessuale e riduzione in schiavitù. Per otto giorni sarà detenuto nel carcere di Cassino, poi passerà il resto della sua misura cautelare chiuso in &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/12/11/tre-errori-giudiziari-tre-storie-di-ordinaria-ingiustizia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Pasquale, 46 anni, incensurato. All’alba del 26 maggio del 2010, viene arrestato perchè accusato di violenza sessuale e riduzione in schiavitù. Per otto giorni sarà detenuto nel carcere di Cassino, poi passerà il resto della sua misura cautelare chiuso in una cella del carcere Rebibbia di Roma con altre sei persone. Il 14 marzo del 2011, dopo circa un anno, il Gup del Tribunale di Roma lo assolve per il reato di riduzione in schiavitù, ma lo condanna a 5 anni e 4 mesi per il reato di violenza sessuale. Il 17 gennaio del 2012, la Corte d’Assise d’Appello di Roma assolve Pasquale “per non aver commesso il fatto”.  Pasquale viene liberato dopo un anno e 4 mesi di misura cautelare in carcere.</p>
<p>Luca, 20 anni, incensurato. La mattina del 26 giugno del 2008 viene arrestato perché accusato di concorso in omicidio. Sarà prima detenuto nel carcere Marassi di Genova, poi nel carcere di San Remo ed infine del carcere San Vittore di Milano. Il 23 giugno del 2009, il Gup del tribunale di Genova lo condanna a 10 anni di reclusione. Condanna confermata, il 18 giugno del 2010, dalla Corte d’Assise d’Appello di Genova. Il 5 luglio del 2011 la Corte di Cassazione annulla la sentenza di condanna, rilevando gravi vizi della motivazione. Il 16 ottobre del 2012, la  Corte d’Assise d’Appello di Genova assolve Luca “per non aver commesso il fatto”. Luca torna in libertà dopo 4 anni e 4 mesi di misura cautelare in carcere.</p>
<p>Roberto, 65 anni, incensurato. Il 27 settembre del 2007, alle prime luci del mattino, viene arrestato perché accusato di associazione mafiosa finalizzata all’<em>insider traiding</em>. Verrà portato nel carcere Regina Coeli di Roma, poi nel carcere di Lanciano ed infine nel carcere Rebibbia di Roma. Nel luglio del 2008, la VI sezione della Corte di Cassazione annulla l’ordinanza di misura cautelare in quanto dalle intercettazioni effettuate non emergono gravi indizi di colpevolezza. Decisione che viene disattesa sia dal Tribunale della libertà che dalla II sezione della Corte di Cassazione che invece confermano la misura. Il 14 gennaio 2009 inizia il processo di primo grado. Processo che durerà 4 anni. Il 23 novembre 2012, il Tribunale di Roma assolve Roberto “perché il fatto non sussiste”. Roberto viene scarcerato dopo 2 anni e 8 mesi di misura cautelare in carcere.</p>
<p>Ecco tre errori giudiziari ignoti. Tre storie di ordinaria ingiustizia che hanno coinvolto comuni cittadini. Cittadini che prima sono stati messi in carcere e che dopo anni sono tornati in libertà perché riconosciuti innocenti. Tre fra tanti errori giudiziari ignorati, che sono la dimostrazione del collasso in cui versa il processo penale. Un processo dove la carcerazione preventiva è prassi, e dove la valutazione della prova è spesso accadimento secondario e non centrale del dibattimento. Insomma, le due premesse essenziali perché il processo produca ingiustizia e non giustizia: il carcere per l’innocente. Esattamente ciò che accade oggi.</p>
<p>E infatti queste tre storie sono la realtà della nostra Giustizia penale (se ancora si può chiamare così). Una Giustizia che si manifesta oggi solo attraverso l’applicazione della misura cautelare: la detenzione prima del giudizio. Misura cautelare, e non il processo, che è diventata indebitamente la fase centrale di questo cosiddetto giudizio penale. Misura cautelare, basata sui gravi indizi e non sulla colpevolezza accertata dopo un dibattimento processuale, che viene fatta scontare in carceri a dir poco vergognose e che è peggiore della tortura.</p>
<p>Sì peggiore della tortura. E non solo per il degrado delle galere, ma anche per l’incertezza, e non la certezza, che contraddistingue la fase del dibattimento, del processo. Processo che sostanzialmente non esiste più a causa dei tempi interminabili, quindi ingiusti, e a causa dell’epilogo imprevedibile, quindi evanescente. Ai limiti della casualità. È il caso, e non l’applicazione ferrea del diritto o la valutazione rigorosa della prova, che fornisce una risposta di giustizia ai tanti cittadini in attesa di giudizio. È il caso, e non la regola generalmente applicata, che, pur tardivamente, svela l’errore. Già il caso. Il caso di imbattersi in un giudice capace di affermare la verità dopo anni di misura cautelare, certificando così un errore che si poteva e che si doveva evitare prima. Questa è la Giustizia di oggi. Auguri.</p>
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		<title>Il limite del ddl anticorruzione</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2012 15:33:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il Senato sta per approvare il famoso disegno di legge sull’anticorruzione. Un provvedimento, che poi tornerà all’esame della Camera, osteggiato da alcune forze politiche, ma su cui il Governo si è mostrato determinato, tanto da porvi la fiducia. Ora, al &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/10/17/il-limite-del-ddl-anticorruzione/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il Senato sta per approvare il famoso <a href="http://www.ilpost.it/2012/10/17/il-punto-sulla-legge-anticorruzione/">disegno di legge sull’anticorruzione</a>. Un provvedimento, che poi tornerà all’esame della Camera, osteggiato da alcune forze politiche, ma su cui il Governo si è mostrato determinato, tanto da porvi la fiducia.</p>
<p>Ora, al di là delle sterili e strumentali polemiche politiche, un dato è fuori discussione. Dal punto di vista sostanziale, si tratta indubbiamente di una riforma necessaria. Nel nostro Paese si assiste al dilagare di diversi e mutevoli fenomeni corruttivi. Nuove forme di patti criminali che non trovano però sanzione nel codice penale e che impongono la formulazione di innovative fattispecie di reato. In particolare, il ddl anticorruzione contiene due tipologie di reato che mirano a sanzionare queste nuove forme di condotte criminali. Si tratta della corruzione tra privati (il direttore di banca a cui vengono dati dei soldi per ottenere un mutuo) e del traffico di influenze (l’affarista privato che riesce ad ottenere un vantaggio sfruttando le relazioni con un sindaco o con un presidente di una regione).</p>
<p>Il messaggio contenuto nel testo del ddl anticorruzione è chiaro e condivisibile: bisogna punire sia le nuove forme di corruzione del pubblico ufficiale che quelle tra i privati. Resta però un punto irrisolto. Ovvero, i tempi biblici dell’accertamento processuale. Ed è questo l’insuperabile limite della riforma tanto voluta dal Governo. Un limite tanto insuperabile da rendere improduttive le nuove fattispecie di reato che si vogliono introdurre. Che senso ha infatti introdurre dei nuovi reati, senza riformare il processo penale che oggi dura sette, otto e anche dieci anni? Poniamo che un domani il ddl anticorruzione diventerà legge, potremo dirci soddisfatti se per accertare quelle nuove e gravi corruzioni ci vorranno decenni? Non credo, almeno che non ci si accontenti dell’indagine spot, dell’intercettazione illegittimamente pubblicata o della misura cautelare eccellente.</p>
<p>Forse con il ddl anticorruzione si otterrà all’inizio un effetto deterrente. Qualche furbetto presterà più attenzione prima di fare imbrogli. Forse all’inizio qualcuno, beccato con le mani nel sacco, patteggerà la pena. Ma poi questi primi effetti spariranno. Questi nuovi reati saranno oggetto di interminabili indagini e di processi penali che termineranno dopo anni e anni. Morale: la risposta di giustizia produrrà un risultato pari allo zero.</p>
<p>La verità è che queste norme, se pur condivisibili, andrebbero inserite in un sistema giustizia che funzioni e dove i vari aspetti siano armonizzati tra loro. Mi riferisco ad una riforma di sistema. Riforma a dir poco necessaria per la nostra giustizia, ma che oggi è assai fuori moda nei Palazzi della politica, e forse non a caso. E infatti: a quanti parlamentari interessa un processo penale che per una corruzione si concluda in un anno, anziché in otto o dieci anni? Questa è la domanda da porsi.</p>
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		<item>
		<title>Il Ministero chiude una delle poche carceri in cui si lavora</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/10/08/chiuso-carcere-laureana-borrello/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2012 12:55:17 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Laureana di Borrello]]></category>

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		<description><![CDATA[Sabato 29 settembre il Ministero della Giustizia ha chiuso il carcere di Laureana di Borrello. Una decisione che lascia perplessi. Il carcere di Laureana di Borrello, situato in una delle zone più difficili della Calabria, era una delle poche carceri &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/10/08/chiuso-carcere-laureana-borrello/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sabato 29 settembre il Ministero della Giustizia <a href="http://www.radioradicale.it/scheda/362123?format=32">ha chiuso</a> il carcere di Laureana di Borrello. Una decisione che lascia perplessi. Il carcere di Laureana di Borrello, situato in una delle zone più difficili della Calabria, era una delle poche carceri italiane dove non solo la detenzione era eseguita secondo la legge, ma il lavoro era al centro della pena.</p>
<p>Un trattamento penitenziario che, attraverso il lavoro e l’impegno dei detenuti, raggiungeva un risultato d’eccezione in una regione dove la &#8216;ndrangheta la fa da padrone. Infatti le persone detenute che scontavano la pena lì raramente tornavano a delinquere. Raramente venivano reclutate dalla criminalità. Il che non è poco. Cifre alla mano, il tasso di recidiva nel carcere di Laureana di Borrello era solo dello 0,5 per cento, mentre sale al 70 per cento nelle altre carceri italiane dove si rimane a oziare in celle sovraffollate per 22 ore al giorno. Insomma, è stato chiuso un carcere dove si rispettava la legge e la Costituzione. Un carcere che, attraverso la pena, produceva sicurezza: restituiva alla società persone detenute migliori e non peggiori.</p>
<p>Se colpisce questa decisione del Ministero della Giustizia, ancora più sorprendente è la motivazione che ha determinato la chiusura del carcere di Laureana di Borrrello. Si legge in una nota del Dipartimento dell&#8217;amministrazione penitenziaria: «La decisione di chiudere temporaneamente l&#8217;istituto di Laureana di Borrello è stata una scelta necessaria per far fronte alla carenza di personale addetto al servizio delle traduzioni». In altre parole: il carcere di Laureana di Borrello, nonostante gli ottimi risultati prodotti, è stato chiuso per recuperare una ventina di agenti della polizia penitenziaria. Agenti che dovranno occuparsi di scortare i detenuti, imputati in alcuni processi in Calabria.</p>
<p>Ora, al di là dello stupore, sorge spontanea una domanda: ma se servivano agenti della Polizia penitenziaria, perché non recuperare quelli imboscati a via Arenula, al Dap e negli uffici del Provveditorato della Calabria? Difficile capire. Come difficile è trovare una minima coerenza tra la chiusura del carcere di Laureana di Borrello e le ripetute dichiarazioni del Ministro della Giustizia, Paola Severino. Ministro che pubblicamente ha solennemente affermato: «il carcere è tortura» ma che poi, chiusa nelle sue stanze, nulla ha fatto per evitare la chiusura di uno tra i pochissimi penitenziari dove la detenzione non è tortura, ma è legalità. Ministro che, all’indomani del terremoto in Emilia, evidenziò la necessità di «far lavorare i detenuti per la ricostruzione in Emilia» e poi è restata inerte (e in silenzio) dinanzi alla chiusura del carcere di Laureana di Borrello, uno delle poche carceri dove il lavoro è al centro dell’esecuzione della pena.</p>
<p>Difficile capire. Difficile sapersi orientare tra dichiarazioni e fatti tanto divergenti. Non ci resta altro che un dato di realtà. Oggi una trentina di giovani detenuti, che stavano cercando di rifarsi una vita onesta, sono stati sbattuti nell’inferno delle carceri calabresi. Giovani detenuti che, attraverso il lavoro, potevano avere un domani migliore e che invece oggi sono a disposizione della criminalità calabrese. Un risultato di cui non si può andar fieri. Anzi.</p>
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		<title>Nel carcere di Reggio Emilia è vietato protestare</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Sep 2012 05:14:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[reggio emilia]]></category>

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		<description><![CDATA[Martedì 25 settembre, durante la rubrica Radiocarcere in onda su Radio Radicale, è stata letta  una lettera scritta da un gruppo di persone detenute nel carcere di Reggio Emilia. “Cara Radiocarcere, ti volevamo informare che, dopo un paio di giorni &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/09/28/carcere-di-reggio-emilia-vietata-protesta-pacifica/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Martedì 25 settembre, durante la rubrica Radiocarcere in onda su Radio Radicale, è stata letta  una lettera scritta da un gruppo di persone detenute nel carcere di Reggio Emilia.</p>
<blockquote><p>“Cara Radiocarcere,</p>
<p>ti volevamo informare che, dopo un paio di giorni dalla iniziativa non violenta della battitura della speranza, nei corridoi del carcere di Reggio Emilia è comparso un avviso firmato del direttore del carcere. Un avviso che ci vietava per il futuro di aderire a qualsiasi  protesta pacifica, per non subire un procedimento disciplinare.</p>
<p>Ora, puoi immaginare il nostro stato d’animo nel leggere un avviso del genere, anche per la paura che abbiamo di dover subire anche un trasferimento in un carcere lontano dalle nostre famiglie.</p>
<p>Comunque sia, noi abbiamo staccato dalla bacheca quell’avviso e te lo inviamo perché  solo tu ci puoi aiutare dandoci voce e diffondendo quest’ennesima ingiustizia che siamo costretti a subire.</p>
<p>Ciao”</p>
<p style="text-align: right;">Un gruppo di persone detenute nel carcere di Reggio Emilia</p>
</blockquote>
<p>Ed in effetti, l’avviso sottoscritto dal direttore del carcere di Reggio Emilia lascia a dir poco perplessi.</p>
<blockquote><p>“<em>Si avvisa la popolazione detenuti di tutti i reparti detentivi che, dalla data odierna non sarà più tollerata alcuna forma di protesta anche se pacifica. Qualsiasi violazione alla presente disposizione sarà oggetto di rilievi disciplinari anche collettivi.<br />
</em><em>Reggio Emilia: 3 settembre 2012, il Direttore (Paolo Madonna)</em>”.</p></blockquote>
<p>Un avviso che, se pur illegittimo, non è arrivato a caso. Infatti, pochi giorni prima, ovvero il 30 agosto, i Radicali tramite i microfoni di Radiocarcere avevano promosso un’altra iniziativa non violenta, nell’ambito della campagna per l’amnistia e per ripristinare la giustizia nel nostro Paese. Iniziativa non violenta denominata “la battitura della speranza”, che ha registrato un’importante adesione nelle carceri italiane. Più di 100 gli istituti penitenziari interessati, oltre 41 mila le presone detenute che quel giorno hanno percosso le pentole sulle sbarre per mezz’ora. Un gran rumore quindi, che però non ha determinato nessun danno e nessun atto violento, come confermato dal Dap.</p>
<p>Eppure, il direttore del carcere di Reggio Emilia non ammette neanche questo e scrive: “Non sarà più tollerata alcuna forma di protesta anche se pacifica”.</p>
<p>Interessante. Allora, se in segno di lotta non violenta per l’amnistia, dei detenuti si grattano la testa in un orario prestabilito, ciò sarebbe sufficiente per una punizione, o peggio per un trasferimento? Se la logica non è un’opinione, pare di si. Ma non finisce qui. Il direttore del carcere di Reggio Emilia, ci tiene a precisare: “Qualsiasi violazione sarà oggetto di rilievi disciplinari anche collettivi”.<br />
Mi piacerebbe chiedergli: caro Direttore, se un detenuto pone in essere una protesta pacifica, lei ne punisce 100? Ma dove siamo in istituti dello Stato o alle fosse Ardeatine?</p>
<p>Sta di fatto che ora questo “avviso” è al vaglio del provveditore delle carceri dell’Emilia Romagna, che né valuterà la legittimità  e, nel caso, saprà prendere i provvedimenti opportuni. Resta però l’amaro in bocca. E neanche poco. Infatti non solo si consente che le persone detenute vivano in condizioni a dir poco vergognose, ma se queste organizzano un’azione non violenta per sollecitare il Parlamento a riformare la giustizia e l’esecuzione delle pene, rischiano di essere anche puniti. Un assurdo. Anzi, uno dei tanti.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter  wp-image-205" title="carcere_reggio" src="http://www.ilpost.it/riccardoarena/files/2012/09/carcere_reggio.jpg" alt="" width="610" /></p>
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		<title>La colpa di Sallusti</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Sep 2012 13:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[alessandro sallusti]]></category>
		<category><![CDATA[diffamazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Oggi la V sezione penale della Cassazione deciderà sulla vicenda processuale di Alessandro Sallusti. Vicenda che è stata ben spiegata sul Post da Filippo Facci. Una storiaccia che colpisce soprattutto per due insensatezze. Decidere di non sospendere la pena all’ex &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/09/26/la-colpa-di-sallusti/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi la V sezione penale della Cassazione deciderà sulla vicenda processuale di Alessandro Sallusti. Vicenda che <a href="http://www.ilpost.it/filippofacci/2012/09/22/il-caso-sallusti/">è stata ben spiegata sul Post da Filippo Facci</a>. Una storiaccia che colpisce soprattutto per due insensatezze. Decidere di non sospendere la pena all’ex direttore di Libero, per il reato di diffamazione, appare una decisione priva di buon senso. Allo stesso tempo, è privo di buon senso non procedere a una depenalizzazione di tale reato. Depenalizzazione che tra gli studiosi si invoca da anni e non a caso.</p>
<p>Ci si chiede: che senso ha occupare l’ingolfato processo penale, impegnare risorse economiche e umane, affrontare tre gradi di giudizio, solo per accertare dopo anni e anni il reato di diffamazione? Nessuno. E ancora. Che senso ha utilizzare la complicata macchina del giudizio penale per poi arrivare a una condanna che prevede solo un’ammenda o al massimo una pena detentiva che quasi sempre (tranne che per Sallusti) viene sospesa?</p>
<p>Da punto di vista sistematico prevedere ancora oggi il reato di diffamazione non ha alcun senso, mentre ha senso, e neanche poco, per parecchi avvocati. Però diffamare qualcuno, cittadino comune o non, è condotta assai grave che deve essere sanzionata. Più sensato allora sarebbe trasformare la diffamazione da illecito penale a illecito amministrativo, attribuire a un’autorità garante il compito di accertare il fatto antigiuridico e, nel caso, di sanzionare l’editore con una multa proporzionata alle copie vendute. Sanzione che ovviamente dovrà essere esecutiva anche se non definitiva.</p>
<p>Ma, direte, in tutto questo che c’entra Sallusti? C&#8217;entra eccome. Al di là della decisione assunta dalla Suprema Corte, Sallusti, come tanti altri giornalisti autorevoli, è colpevole di aver fatto poco o nulla per informare i cittadini sui mali che affiggono la giustizia penale. Sallusti è colpevole perché, pur potendolo fare, non ha dedicato o promosso un’informazione costante e sistematica su problematiche relative al processo penale o al diritto penale.</p>
<p>Un’informazione mancata che invece avrebbe contribuito a stimolare un dibattito politico serio e concreto sulle riforme di cui necessita sia il diritto processuale che quello sostanziale. No. Nulla è stato fatto, se non in modo sporadico e occasionale. E oggi, come spesso capita, ci si indigna solo perché il problema, la mala giustizia, ti tocca da vicino. Domando: Sallusti si accorge che, come tantissimi cittadini comuni, è vittima di una Giustizia che produce ingiustizia?<br />
Benvenuto tra noi.</p>
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		<title>Il ministro Severino a Poggioreale</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jul 2012 15:53:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche giorno fa il Ministro della Giutizia Paola Severino ha visitato il carcere di Poggioreale, uno dei più sovraffollate d’Europa. Una struttura dove 2.700 detenuti sono ammassati in celle che al massimo ne potrebbero ospitare 1.200. Ebbene, il ministro uscita &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/07/25/il-ministro-severino-a-poggioreale/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche giorno fa il Ministro della Giutizia Paola Severino ha visitato il carcere di Poggioreale, uno dei più sovraffollate d’Europa. Una struttura dove 2.700 detenuti sono ammassati in celle che al massimo ne potrebbero ospitare 1.200. Ebbene, il ministro uscita da quell’inferno ha<br />
dichiarato: «Quello che si trascina il carcere di Poggioreale è un mito da correggere nell&#8217;immaginario collettivo». E ancora: «C’è una situazione di difficoltà manutentiva e di profondo disagio, anche se le celle sono ariose e pulite. Credevo di trovare una situazione peggiore». Parole inqualificabili, visto il degrado e il sovraffollamento presente a Poggioreale. Affermazioni che neanche Angelino Alfano sarebbe riuscito a pronunciare. Il che è tutto dire.</p>
<p>Chiacchiere del ministro a parte, ecco la realtà di Poggioreale raccontata in una delle tante lettere scritte da persone che ora sono detenute nell’inferno di Poggioreale.</p>
<blockquote><p>«Cara Radiocarcere,<br />
qui a Poggioreale ci fanno vivere peggio degli animali e ci trattano peggio degli animali. Viviamo ammassati in 11 o in 12 detenuti all’interno di celle fatiscenti. Celle dove rimaniamo chiusi per 22 ore al giorno e dove lo spazio che abbiamo è talmente poco che siamo costretti a muoverci a turno. Ad esempio, se qualcuno di noi deve andare nell’unico bagno della cella, gli altri si devono sdraiare sulle brande. In pratica siamo condannati all’immobilismo. Inoltre le nostre celle sono vecchie e soprattutto sono sporche, in quanto il carcere non ci fornisce né i detersivi né gli stracci per tenerle pulite. Per non dirti dello schifo che ci danno come mangiare: cibo cattivo e scarso, cucinato in condizioni igieniche precarie. Cibo che ci viene consegnato dopo che è rimasto per ore all’aperto a disposizione di topi e di uccelli. Cibo che però noi siamo costretti a mangiare lo stesso, perchè spesso non abbiamo i soldi necessari per cucinare in cella.</p>
<p>Ma Poggioreale è anche altro. È maltrattamenti, è tortura psicologica, è istigazione al suicidio. Poggioreale è quella galera dove i detenuti devono camminare con le braccia dietro la schiena, guardando a terra e guai a non osservare queste regole. Infatti, se ti ribelli a questo trattamento, c’è n&#8217;è pronto uno peggiore: ci portano nelle celle di isolamento dove avvengono le più atroci nefandezze. E già perché a Poggioreale c’è l’abitudine alla violenza. Ogni giorno c’è un detenuto picchiato per i motivi più futili, o perché chiede di essere curato o perché è esasperato da questa non vita. Questa è la nostra vita a Poggioreale. Ora sia chiaro. Noi sappiamo di aver sbagliato, ma vorremo solo scontare le nostre pene con dignità e non essere trattati peggio che dei maiali».
</p></blockquote>
<p>P.S. Ora rileggete le dichiarazioni del Ministro Severino.</p>
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		<title>La mafia ringrazia</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jun 2012 12:38:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[mafia]]></category>

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		<description><![CDATA[La mafia ringrazia per l&#8217;incessante impegno profuso nell&#8217;indagine relativa alla fantomatica trattativa con lo Stato. È accolto con trepidante gioia l&#8217;impiego di uomini, mezzi e risorse, per accertare surreali intrecci risalenti a più di 20 anni fa. Risorse umane ed &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoarena/2012/06/21/trattativa-stato-mafia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La mafia ringrazia per l&#8217;incessante impegno profuso nell&#8217;indagine relativa alla fantomatica trattativa con lo Stato. È accolto con trepidante gioia l&#8217;impiego di uomini, mezzi e risorse, per accertare surreali intrecci risalenti a più di 20 anni fa. Risorse umane ed economiche che è bene vedere distratti dall’accertamento di reati ben più attuali, gravi ed allarmanti.</p>
<p>Indispensabile poi è stata l&#8217;iscrizione nel registro degli indagati del professor Giovanni Conso. Persona notoriamente pericolosa, incline al malaffare e alla menzogna! (Infatti). Opportuno è stato anche investire denaro pubblico in intercettazioni penalmente irrilevanti. Intercettazioni che non andavano neanche trascritte e che ovviamente non andavano pubblicate. Cosa che invece è stata fatta impunemente e in barba alla legge. Intercettazioni irrilevanti che hanno riguardato alcuni stimati magistrati. Conversazioni  che non dicono nulla e non dimostrano nulla. Intercettazioni penalmente irrilevanti che sono arrivate fino al Quirinale, captando innocue frasi del Consigliere giuridico del Presidente della Repubblica. </p>
<p>Si plaude infine per l&#8217;uso distorto del processo penale e in particolare delle indagini preliminari. Indagini non attinenti a ciò che è penalmente rilevante, in vista dell&#8217;esercizio dell’azione penale, ma concentrate su quelle che sono ritenute condotte politicamente interessanti o inopportune. (Che è cosa assai diversa dal raccogliere elementi di prova). Tanto impegno per un’indagine svolta così, è cosa buona e giusta. Aiuta non poco a sentisi più liberi nel gestire i propri affari. La mafia ringrazia.</p>
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