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	<title>Riccardo Luna</title>
	
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	<description>Giornalista, è stato il primo direttore dell'edizione italiana di Wired, mensile su "storie idee e persone che cambiano il mondo"; è promotore della campagna Internet for Peace e della candidatura di internet al Nobel per la Pace.</description>
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		<title>La cura</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 20:23:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Se io fossi uno che ha “non vinto” le elezioni a Parma, mi chiederei perché le ha vinte il candidato di una forza politica che nei telegiornali non esiste, che sui giornali prende solo insulti e che vive e cresce &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/05/22/la-cura/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se io fossi uno che ha “non vinto” le elezioni a Parma, mi chiederei perché le ha vinte il candidato di una forza politica che nei telegiornali non esiste, che sui giornali prende solo insulti e che vive e cresce esclusivamente in rete. E proverei a cambiare qualcosa. Che non vuol dire aprire un altro sito, twittare slogan fatti col copia e incolla o far postare dall&#8217;ufficio stampa un comunicato sulla propria pagina Facebook. Vuol dire capire che la rete, dopo aver cambiato interi settori industriali, sta cambiando per sempre anche quella particolarissima industria della democrazia che si chiama politica. E che quindi i partiti, o si adeguano o spariscono. Come i dischi in vinile. Non è una promessa, e nemmeno una minaccia: se uno lo capisce in tempo, anzi, è una opportunità.<br />
Se io fossi uno che dice di aver vinto le elezioni senza se e senza ma (e gli altri che le hanno proprio perse stanno anche peggio) andrei a cercare i se e i ma. E magari capirei che dalla rete vengono due grandi domande per quella vecchia politica che in questo momento sembra la vera antipolitica. La prima è la trasparenza. Trasparenza radicale. I cittadini non si fidano più e vogliono sapere tutto. Pretendono i dati. E quindi metterei il bilancio del mio partito in rete con tutti i dati in un formato aperto e scaricabile e confrontabile da chiunque. Magari facendolo scoprirei che i tesorieri ladroni non erano soli. Oppure il contrario, meglio così. Non importa in fondo. Importa che da quel momento in poi sarà più difficile per tutti usare per fini propri i soldi pubblici. E soprattutto da quel momento un elettore potrà finalmente ricominciare a fidarsi del proprio partito. Andarne fiero.<br />
Se io fossi uno che aspetta da un bel po&#8217; di governare questo paese e che vede finalmente abbastanza vicino il traguardo, prima di scoprire che magari ho le gomme sgonfie, darei soprattutto una risposta alla seconda domanda che viene dalla rete. E&#8217; una domanda di partecipazione. Vera, non formale. E&#8217; una bella parola “partecipazione”: in una canzone molto popolare tra quelli che hanno &#8220;non vinto&#8221;, è addirittura il presupposto della libertà.<br />
Il movimento che adesso fa tanta paura a chi comanda e a chi vuol comandare e che in realtà lascia perplessi anche chi ne rileva alcune dichiarazioni strampalate del suo leader, è arrivato dove è arrivato (il terzo partito nei sondaggi) perché è cresciuto giorno dopo giorno sulla partecipazione continua che la rete abilita. La discussione dei contenuti. Gli incontri fisici o virtuali tra i militanti. Il linguaggio privo di formalismi: il politichese. Queste cose una volta si facevano nelle sezioni, e poi nei congressi (quando non c&#8217;era solo un mercanteggiare di tessere). Ma oggi nei partiti non vanno più di moda pare. Oggi i leader sono arroccati con i loro staff al riparo da una legge elettorale che evidentemente non vogliono davvero cambiare perché si illudono che nulla cambi.<br />
Se io fossi un leader politico che ha a cuore il futuro dell&#8217;Italia non avrei paura della rete e del futuro. Ma mi metterei in gioco, aprendo le finestre e le porte della mia casa per far vedere che non ho nulla da nascondere e soprattutto che mi interessa quello che i cittadini sentono, pensano e mi propongono. Che non vuol dire farsi guidare dal &#8220;popolo del web&#8221;, ma accettare il confronto e guidarlo se necessario. Così fa un leader.<br />
Era una cosa bella, la politica. Può esserlo ancora. Fate presto, peró.</p>
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		<title>L’Auditorium esaurito per Neelie Kroes che non è una rockstar ma parla di Internet</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Apr 2012 16:36:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Agenda digitale]]></category>
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		<description><![CDATA[Arriva in Italia Lady Internet. Così forse possiamo rispettosamente chiamare la vice presidente della commissione europea Neelie Kroes. Olandese, 70 anni ottimamente portati, è lei la persona che più di ogni altro sta spingendo per la diffusione della rete e &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/04/10/lauditorium-esaurito-per-neelie-kroes-che-non-e-una-rockstar-ma-parla-di-internet/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Arriva in Italia Lady Internet. Così forse possiamo rispettosamente chiamare la vice presidente della commissione europea Neelie Kroes. Olandese, 70 anni ottimamente portati, è lei la persona che più di ogni altro sta spingendo per la diffusione della rete e della cultura digitale in Europa. Lo strumento fondamentale con cui si muove è una Agenda Digitale, un elenco di cose da fare per uscire dalla crisi usando la rete, detto in maniera banale. In realtà si tratta di un atto solenne della commissione europea, adottato nella primavera del 2010, per preparare l&#8217;Europa alle sfide del prossimo decennio. Gli obiettivi sono fissati per il 2020, e sono molto impegnativi in termini per esempio di banda larga e ultra larga. Soprattutto per l&#8217;Italia che negli ultimi tre anni non è che si sia dannata per far arrivare Internet a tutti e per spiegare ai cittadini perché è importante usare la rete.</p>
<p>Finora tutte le volte che la Kroes era invitata in Italia, il suo staff rispondeva elegantemente “no thanks”, spiegando che il commissario non voleva venire a fare “smokeware&#8221;, cortine fumogene di parole, fino a quando il governo non avesse preso impegni seri e concreti in questo senso. Per questo l&#8217;arrivo della Kroes in Italia mercoledì 11 aprile è una buona, anzi un&#8217;ottima notizia. Vuol dire che le cose si stanno finalmente muovendo. Arriva su invito del presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi per partecipare ad un convegno all&#8217;Auditorium di Roma che è tutto esaurito come per una rockstar: 1300 registrati. Accanto alla Kroes ci saranno i due ministri in prima linea sulla realizzazione della Agenda digitale italiana, Francesco Profumo e Corrado Passera; poi seguirà una tavola rotonda che vedrà tra gli altri il sindaco di Firenze Matteo Renzi, che ha scelto con convinzione la strada del governo aperto, trasparente e partecipativo come indicato anche dalle Kroes; e Riccardo Donadon, fondatore di H-Farm, una fabbrica di startup che è una delle più belle realtà di innovazione del paese.<br />
Insomma, la mattina dell&#8217;11 sarà un momento importante per i tanti in Italia che in questi anni si sono spesi per una rivoluzione digitale mentre la politica pensava ad altro. Nel pomeriggio la Kroes incontrerà i sei gruppi di lavoro che stanno ultimando l&#8217;Agenda Digitale italiana: anche qui, non si tratta di fare filosofia, quel documento il 15 giugno sarà il presupposto di un decreto del governo (Digitalia) destinato a cambiare radicalmente il nostro rapporto con Internet.</p>
<p>È una donna abbastanza eccezionale la Kroes: parla di Internet con la passione per la rete che potrebbe avere un ventenne. Fra i suoi tanti discorsi pubblici, quello più significativo forse è <a href="http://epsiplatform.eu/content/neelie-kroes-new-years-message">un videomessaggio</a> pubblicato in rete alla fine del 2011. È bellissimo. “Ci sono tre cose che ho imparato quest&#8217;anno” dice in sostanza la Kroes “ho conosciuto persone meravigliose con nuove idee e le capacità tecnologiche per realizzarle; ho visto grandi esempi di come la rete possa essere usata per migliorare la vita degli altri; e ho scoperto quanto flessibile sia questa tecnologia da poter essere usata in contesti molto diversi. Tutto ciò mi fa sperare che Internet possa dare a ciascuno, ovunque, gli strumenti per cambiare la propria vita in meglio”. Mai sentito un politico italiano parlare cosi. Finora.</p>
<p><em>post scritto per l&#8217;edizione di Repubblica Sera del 6 aprile, riproposto qui per gentile concessione</em></p>
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		<title>Primo: cena sempre con i tuoi figli. Lo dice anche lady Facebook</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Apr 2012 13:05:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sheryl Sandberg è una donna bella e intelligente: ha 41 anni, due figli, è al secondo matrimonio nella vita privata e anche nel lavoro, visto che dopo essersi sposata con Google (era vice presidente delle vendite mondiali), è diventata il &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/04/06/primo-cena-sempre-con-i-tuoi-figli-lo-dice-anche-lady-facebook/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sheryl Sandberg è una donna bella e intelligente: ha 41 anni, due figli, è al secondo matrimonio nella vita privata e anche nel lavoro, visto che dopo essersi sposata con Google (era vice presidente delle vendite mondiali), è diventata il numero due di Facebook, il COO, ovvero il capo delle operazioni. La Sandberg è considerata l&#8217;artefice del successo del social network di Mark Zuckerberg: prima del suo arrivo, nel 2008, Facebook era ancora un giochino che molti guardavano con scetticismo chiedendosi “come faranno a farci dei soldi?”. Per il suo lavoro viene pagata bene, eccezionalmente bene: nel 2011 ha guadagnato 30 milioni 491 mila 613 dollari. Eppure tutti i giorni alle 17.30 in punto stacca e va a casa. Per cenare con i figli. Lo ha raccontato lei stessa qualche giorno fa ad una <a href="http://mashable.com/2012/04/05/sheryl-sandberg-leaves-work-at-530/">conferenza</a>. Ha detto che all&#8217;inizio, per non far vedere che “lavorava poco” aveva adottato il trucco di mandare delle mail molto tardi la sera e molto presto al mattino, ma ora invece di questa sua scelta va fiera. E ha voluto che tutti lo sapessimo, perché la smettessimo di sentirci in colpa se smettiamo di lavorare dopo dieci ore per cenare con il consorte e i figli: “I bambini crescono più felici, più sani e sono più bravi a scuola se cenano con i genitori”. Stra-like.</p>
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		<title>Perché Expo 2015 diventa un Open Expo (con l’aiuto di quattro grandi donne)</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Mar 2012 08:59:46 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Abbiamo bisogno dell&#8217;Expo2015? È una occasione di innovazione e rilancio del Paese o solo il solito pretesto per spendere male soldi pubblici favorendo amici e loschi giri? Credo che se oggi facessimo un sondaggio posto in questo modo le risposte &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/03/12/perche-expo-2015-diventa-un-open-expo-con-laiuto-di-quattro-grandi-donne/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Abbiamo bisogno dell&#8217;Expo2015? È una occasione di innovazione e rilancio del Paese o solo il solito pretesto per spendere male soldi pubblici favorendo amici e loschi giri? Credo che se oggi facessimo un sondaggio posto in questo modo le risposte sarebbero nette e chiare. Del resto questo è un Paese che ha un pessimo record di grandi eventi e opere pubbliche e la diffidenza della gente non solo è comprensibile. È giustificata.<br />
Eppoi quelli di <a href="http://www.expo2015.org/">Expo2015</a> negli anni scorsi ci hanno messo del loro riuscendo a collegare il progetto a tutte una serie di termini che compongono il peggio dell&#8217;immaginario politico: liti, appalti, espropri, infiltrazioni malavitose. Eppure abbiamo bisogno dell&#8217;Expo2015. Intanto perché abbiamo vinto l&#8217;assegnazione e quindi dobbiamo farlo. E poi perché si tratta dell&#8217;unica grande vetrina internazionale che abbiamo a disposizione in questo decennio dopo la rinuncia alla candidatura olimpica di Roma.</p>
<p>Ciò detto, le domande a questo punto sono tante: quale Italia metteremo in mostra? Quale messaggio saremo capaci di trasmettere del nostro Paese? In quale modo saremo capaci di declinare il tema dell&#8217;Expo, “Feeding the Planet”, costruendo un grande progetto mondiale legato alla alimentazione?</p>
<p>Fermiamoci alla prima questione: l&#8217;Italia da mettere in mostra: il buon cibo, il buon vivere, il benessere made in Italy. Okay. Ma credo che il messaggio più forte che si aspettano i cittadini italiani è che siamo capaci di realizzare un grande evento e delle opere pubbliche, senza rubare soldi pubblici, senza sperperarli e realizzando cose utili.</p>
<p>Per questo quando l&#8217;amministratore delegato di Expo2015 Giuseppe Sala mi ha offerto la possibilità di contribuire alla riuscita di questa impresa, la prima cosa che gli ho detto è che se vorrà avere successo Expo2015 dovrà avere l&#8217;intero paese unito al suo fianco e per ottenerlo dovrà essere un Open Expo. Con questa espressione sintetizzo il fatto che<strong> tutti i contratti, le consulenze e gli appalti dovranno essere su un sito in tempo reale a disposizione di tutti e lo stesso dovrà accadere per le opere pubbliche che stanno partendo a Milano</strong>. Non è solo una mossa politica visto quanto sta iniziando a fare il governo Monti pubblicando redditi e patrimoni di ministri e alti dirigenti. Non è solo un atto dovuto perché tanto si tratta di pubblicare dati che sono già pubblici e che chiunque potrò richiedere e magari pubblicare col titolo “Le spese folli dell&#8217;Expo”. No. La trasparenza assoluta è il presupposto per dire ai cittadini italiani: stiamo lavorando davvero per voi e non abbiamo nulla da nascondere. Di più: è uno strumento per aiutare chi gestisce Expo contro pressioni indebite della politica nelle assunzioni e eventuli infiltrazioni malavitose negli appalti.</p>
<p>Quando ho fatto questa proposta a Giuseppe Sala pensavo sinceramente che non sarebbe stata accolta. E invece non solo l&#8217;ha fatta propria ma l&#8217;ha presentata ufficialmente nella riunione dell&#8217;Innovation Advisory Board che martedì 6 marzo si è riunito a Roma ospite del ministro dell&#8217;Istruzione Francesco Profumo. Quel giorno mi è stato detto che dell&#8217;Innovation Advisory Board sarò il coordinatore e che realizzare Open Expo adesso tocca a me. È una grande resposabilità ma è anche una grande occasione: se riusciremo a rendere Expo2015 una casa di vetro in poche settimane, non avremo soltanto fatto una mossa indispensabile per recuperare un po&#8217; di simpatia e consenso nel paese, ma avremo costruito un precedente per la gestione dei soldi pubblici in occasione dei grandi eventi.</p>
<p>Post scriptum. Durante la prima riunione del board degli innovatori, lo scorso ottobre a Milano, io ero solo un ospite invitato ad assistere. In quell&#8217;occasione feci presenti che accanto ad una dozzina di innovatori uomini, qualche donna era doverosa. Martedì scorso al MIUR Sala ha annunciato l&#8217;ingresso nel board di quattro donne di grandissimo valore: le scienziate Ilaria Capua e Lucia Votano, l&#8217;economista Loretta Napoleoni e la presidente di Stati Generali dell&#8217;Innovazione Flavia Marzano. Molto meglio, con loro.</p>
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		<title>Da Palazzo Vecchio per un “Palazzo” nuovo [wikitalia, giorno 1]</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Mar 2012 18:13:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E quindi partiamo, finalmente. Abbiamo scelto un giorno che non c&#8217;è, il 29 febbraio, per contribuire a costruire un&#8217;Italia che non c&#8217;è ancora: trasparente, creativa, collaborativa. Partiamo da Firenze, perché qui nei mesi scorsi abbiamo trovato le condizioni ideali per &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/03/01/da-palazzo-vecchio-per-un-palazzo-nuovo-wikitalia-giorno-1/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E quindi partiamo, finalmente. Abbiamo scelto un giorno che non c&#8217;è, il 29 febbraio, per contribuire a costruire un&#8217;Italia che non c&#8217;è ancora: trasparente, creativa, collaborativa. Partiamo da Firenze, perché qui nei mesi scorsi abbiamo trovato le condizioni ideali per mettere alla prova gli strumenti che wikitalia propone per migliorare la qualità della azione amministrativa. Si chiamano Open Gov: non li abbiamo inventati noi, anzi, nel mondo molti paesi li stanno sperimentando con successo. Noi ci limitiamo a copiarli bene, adattandoli al contesto.<br />
Le “condizioni ideali” vuol dire la disponibilità da parte di una amministrazione a mettersi in gioco, anzi a mettersi davvero al servizio dei cittadini, senza veli e senza inganni, sapendo che quando si attiva una conversazione in rete arrivano anche le critiche; sapendo che la trasparenza assoluta può essere fonte di recriminazioni; e che la partecipazione di tanti può essere faticosa se si vuole decidere in fretta. Ma sapendo soprattutto che è questa l&#8217;unica strada non soltanto per avere decisioni migliori, più efficienti e giuste, ma anche per ridare un significato alla Politica con la P maiuscola, al tempo del web e delle apps.<br />
Partiamo da Firenze, ma sappiamo di dovere delle risposte a tanti altri: nei mesi scorsi ci sono arrivate altre richieste di attivazione da parte di decine di comuni, e ci sono arrivate tantissime offerte di partecipazione da parte di chi vorrebbe soltanto darci una mano. Ci dispiace avervi fatto attendere. Stavamo nascendo, trasformando una idea, anzi un desiderio, in un progetto.<br />
Ecco, ora ci siamo. Ci siamo costituiti in associazione, abbiamo un gruppo di dirigenti motivati a donare una parte del loro tempo per una buona causa, e abbiamo anche qualche importante sostenitore. Ci siamo. Contribuire a cambiare questo paese può sembrare una impresa disperata, ma, come dimostrano anche i fatti di questi mesi, lo è soltanto se non ci proviamo veramente. Trasparenza, innovazione, partecipazione non sono mai state tanto popolari nell&#8217;agenda di chi ci governa.<br />
Questo è il momento, questo è l&#8217;anno giusto per iniziare a cambiare l&#8217;Italia.</p>
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		<title>Perché faremo (presto) Startup Italia</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2012 10:29:37 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Startup Italia]]></category>

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		<description><![CDATA[Ci sono importanti aggiornamenti dal fronte delle startup italiane. E un paio di chiarimenti da dare. Qualche giorno fa in un ampio resoconto su Repubblica avevo parlato di “una rivoluzione in corso”: quella di una generazione di giovani startupper (o &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/02/20/perche-faremo-presto-startup-italia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sono importanti aggiornamenti dal fronte delle startup italiane. E un paio di chiarimenti da dare. Qualche giorno fa in <a href="http://www.repubblica.it/tecnologia/2012/02/14/news/startup_italia-29843748/">un ampio resoconto su Repubblica</a> avevo parlato di “una rivoluzione in corso”: quella di una generazione di giovani startupper (o di giovani dentro, visto che ci sono anche dei quarantenni), ancora lontani evidentemente dai riflettori dei media che parlano sempre dei tanti che purtroppo “non lavorano e non studiano” o di quelli che fanno del posto fisso una bandiera.<br />
<strong>Possono le startup essere una alternativa, anzi un modello economico alternativo a quello che abbiamo sempre conosciuto? </strong>In tanti se lo sono chiesti dopo l&#8217;articolo “Startup, il futuro dell&#8217;Italia”. E la risposta è sì. Non si tratta di una risposta ideologica, ma legata ai numeri. E alla logica. Parto da una domanda: nell&#8217;attuale sistema economico c&#8217;è qualcuno che pensa che i grandi gruppi industriali nei prossimi anni faranno assunzioni di massa a tempo indeterminato? Qualcuno davvero immagina che Fiat, Eni, Enel e Telecom stiano per aumentare il numero dei dipendenti, o non è piuttosto vero il contrario? Questo fenomeno non è solo italiano ed è stato analizzato in profondità dalla Kaufmann Foundation in un report recente mai troppo studiato. Lì c&#8217;è la dimostrazione numerica che la crescita netta di posti di lavoro in questi anni negli Stati Uniti è stata provocata da un unico fattore: le startup, le nuove imprese, meglio se ad alto tasso di innovazione e tecnologia. Sono le startup la risposta alla mancata crescita economica che viviamo da un decennio almeno in Italia.<br />
<strong>Altri mi hanno detto: sì ma non tutti possono fare una startup, non tutti hanno la cultura, i mezzi. Che devono fare queste persone? </strong>L&#8217;obiezione è sensata, ma la nascita di tante nuove startup crea occupazione per tutti. I dati che citavo nell&#8217;articolo, una previsione della Camera di Commercio di Monza per il primo trimestre 2012, sono eloquenti in questo senso: assieme ai 18 mila nuovi startupper ci sono 6 mila persone che saranno assunte in queste startup. Perché è poi vero che una startup ha nel suo dna un altissimo tasso di rischio, che il fallimento è dietro l&#8217;angolo; ma ne basta una che abbia successo per creare occupazione e crescita. L&#8217;esempio di Groupon Italia, con i 450 assunti in un anno e mezzo, è quello che più mi ha colpito, ma probabilmente ne esistono altri che non conosco.<br />
Alcuni, anche autorevoli, mi hanno fatto una obiezione filosofica alla fotografia che faccio del fenomeno italiano: mi hanno detto che <strong>tra le righe si leggeva il solito invito ad andare via dall&#8217;Italia, a cercare fortuna in Silicon Valley,</strong> eccetera eccetera&#8230; E&#8217; vero esattamente il contrario: a parte il caso di due startup con base in California (Doochoo e Mashape), tutte le altre che ho citato sono italiane. Le migliori sono italiane con una vocazione internazionale, ma in questo non c&#8217;è nulla di male, anzi. Più in generale ritengo che non ci sia mai stato un momento migliore di questo per provare a trasformare la propria idea in una impresa. <strong>“Why Italy Matters” è una bellissima presentazione che lo startupper Fabrizio Capobianco fa da qualche tempo </strong>in giro per il mondo: lui una decina di anni fa lasciò l&#8217;Italia perché si sentì dire che aveva buone idee ma era troppo giovane per fare business; allora ha creato una azienda di grandissimo successo in Silicon Valley, Funambol, ma lasciando il centro ricerche e sviluppo nella sua città natale, Pavia. Capobianco non lo ha fatto per nazionalismo, ma perché intimamente convinto che in fondo investire in una startup italiana convenga: siamo bravi. Siamo più bravi.<br />
<strong>Ora si stanno creando le condizioni politiche per farne nascere tante di startup</strong>: la società semplificata a un euro per gli under 35 e i 50 milioni di euro destinati dal Fondo di investimento italiano al finanziamento dei venture capital, sono strumenti importanti e non sono gli unici.<br />
Mi spiace non aver avuto modo di citare la storia di Capobianco nell&#8217;articolo di qualche giorno fa. Mi sono rimasti fuori altri due esempi importanti di come questo sia un fenomeno e non una moda. Il primo è <strong>Mind the bridge,</strong> ed è un progetto curato da Marco Marinucci che da qualche anno si occupa di creare un ponte fra i migliori startupper italiani e la Silicon Valley: dopo esordi faticosi, le ultime edizioni sono state un autentico successo e so per certo che i ragazzi che vanno per qualche mese a San Francisco da Marinucci tornano cresciuti e pronti.<br />
<strong>L&#8217;altro è il progetto di Microsoft Italia </strong>che, nell&#8217;ambito di un piano nazionale più ampio di sostegno alla innovazione, sta selezionando mille startup per sostenerle per tre anni. Mille startup non solo solo un bel numero tondo: sono un numero enorme. Dove sono? Come farle venire allo scoperto? Come trovare un modo di metterle nelle migliori condizioni di crescere e competere sui mercati internazionali? Perché questo diventano le migliori startup: partono in un garage, anzi in Italia partono magari in uno spazio di coworking perché garage liberi non ce ne sono, e diventano aziende.<br />
Questa settimana in proposito si sono registrate due notizie che spiegano bene come il sogno di un ragazzino in qualche anno possa diventare una cosa solida e concreta. La prima riguarda <strong>Docebo: è la società di Claudio Erba che ha sviluppato una piattaforma di elearning</strong>: ha un team di sviluppo a Napoli, accordi con molte università del mezzogiorno, ma viene usata da centinaia di migliaia di utenti in cinque continenti e venticinque lingue. Da sette anni cresce ininterrottamente e adesso è arrivato l&#8217;ingresso tra i soci di uno dei principali venture capital italiani: Principia II. Investimento 2,4 milioni di euro con i quali passare i servizi di Docebo sulla “cloud” e renderli disponibili a tutti non solo alle aziende.<br />
La seconda notizia è arrivata subito dopo. <strong>Altri 2,5 milioni di euro che Principia II ha investito in Neodata “per sbarcare negli Stati Uniti e creare il quotidiano del futuro”</strong>: se non avete mai sentito parlare di Neodata, sappiate che è quel software che tra le altre cose è in grado di dirti in tempo reale come cambia il traffico del tuo sito se sposti la posizione di una certa notizia. Il fondatore di Neodata Giovanni Giuffrida ha subito annunciato l&#8217;apertura di una sede a Los Angeles con l&#8217;ingresso di dieci persone entro la fine dell&#8217;anno.<br />
Insomma, parliamo di cose grosse. Ecco cosa diventano le migliori startup. Tante falliscono, ma alcune creano valore ed occupazione per tutti. <strong>Ora siamo ad un punto di svolta</strong>. Cosa accadrà con le società semplificate ad un euro? Difficile dirlo, io penso che avremo presto migliaia di nuove imprese. Penso che se il costo per traformare la tua idea in una azienda diventa un euro, la voglia di provarci crescerà infinitamente. Ci vorrebbe un piano per supportarli, questi startupper, un luogo, sulla rete, dove possono presentarsi al pubblico, imparare a fare un business plan, iscriversi agli eventi, incontrare i venture capital. <strong>Ci vorrebbe Startup Italia, un progetto come quello che Obama lanciò un anno fa negli Stati Uniti </strong>e che poi è stato adottato in tanti paesi del mondo. Lo facciamo? Non è una domanda, è un invito. Lo faremo. Con tutti, per tutti.</p>
<p><em>(post pubblicato da Repubblica Sera il 17 febbraio e riproposto qui per gentile concessione)</em></p>
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		<title>Il futuro del giornalismo? Lo scopriremo forse seguendo @tigella che va a Chicago</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Feb 2012 17:58:47 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ogni tanto (noi giornalisti) ci chiediamo che fine farà il giornalismo nell&#8217;era di Internet. Il giornalismo, non i giornali, perché i giornali di carta, sono tutti d&#8217;accordo, hanno gli anni contati. Dieci, venti? Non so, ma so che un bambino &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/02/11/il-futuro-del-giornalismo-lo-scopriremo-forse-seguendo-tigella-che-va-a-chicago/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni tanto (noi giornalisti) ci chiediamo <strong>che fine farà il giornalismo nell&#8217;era di Internet</strong>. Il giornalismo, non i giornali, perché i giornali di carta, sono tutti d&#8217;accordo, hanno gli anni contati. Dieci, venti? Non so, ma so che un bambino che nascesse oggi difficilmente quando sarà grande ogni mattina frequenterà luoghi fisici chiamati edicole per comprare oggetti di carta e inchiostro. Difficilmente dico, cercando di fare una previsione ottimistica.<br />
La questione comunque è aperta ed è molto legata alla qualità delle nostre democrazie evidentemente. E quindi è importante per tutti. In questi giorni alcuni allievi del master in giornalismo Walter Tobagi stanno chiedendo “che fine farà il giornalismo” a un gruppo di firme famose: il progetto si chiama <a href="http://faremonotizia.wordpress.com/">#faremonotizia</a> e il cancelletto indica già il fatto che una traccia per la risposta è seguire quello che sta accadendo su Twitter. Non solo perché qui ci sono ormai tantissimi giornalisti (e quasi tutti i più importanti), ma perché su Twitter c&#8217;è tanto giornalismo. Si tratta di giornalismo in parte prodotto da giornalisti in forme nuove, oserei dire, non regolate contrattualmente; in parte fatto da altri, i famosi “citizens journalist”, dai quali spesso noi “giornalisti col tesserino” abbiamo moltissimo da imparare non solo in quanto a potenzialità del mezzo-Twitter, ma in quanto a comprensione del senso vero della rete.<br />
Un mese fa ad un dibattito organizzato dalla Federazione Esperti di Relazioni Pubbliche (la FERPI), su “la lobby al tempo di Twitter”, mi è capitato di incontrare uno dei capi di uno dei grandi gruppi editoriali italiani e di chiedergli che atteggiamento avessero loro rispetto a Twitter. Ovvero: potevano imporre ai cronisti di usarlo quale fonte di informazione? E potevano pretendere che i loro giornalisti di punta, il direttore, gli editorialisti e gli inviati, si aprissero un account e lo usassero con continuità per postare notizie e commenti costruendosi una base di followers? E ancora: potevano esercitare un controllo sui contenuti twittati, sia dal giornalista-star che dal cronista che si fosse aperto un account per dare notizie o anche solo per esprimere “opinioni non autorizzate”? La risposta in tutti i casi fu un no: sì certo era un tema importante, mi disse, ma la sensazione che ebbi era che la cosa era appena esplosa, Twitter in Italia intendo, e non avevano ancora preso le misure.<br />
Ora le stanno prendendo, in tutto il mondo. Sky News, per esempio, ha deciso di limitare ai suoi giornalisti la possibilità di ritwittare le notizia di un altro giornale e di divulgare una breaking-news prima su Twitter.<a href="http://mir.it/servizi/radiopopolare/blogs/alaska/?p=5877"> La cosa</a> ha provocato naturalmente un ampio di dibattito – naturalmente via Twitter – anche perché a SkyNews lavora uno dei più bravi social media editor in circolazione, Neil Mann che si è segnalato per i tweet della primavera araba. Ora: aveva senso che Mann non twittasse prima degli altri quello che sapeva e vedeva, per esempio quando era inviato in Libia, per privilegiare la testata per cui lavora? Forse sì, forse no. Sicuramente oggi @fieldproducer non avrebbe oltre 40mila follower e la fama che ha, se lo avesse fatto.<br />
Come finirà questa contesa sulle regole non può dirlo nessuno. Ma questo è solo un aspetto del problema: lo potremmo chiamare <strong>“come il Giornalismo si adatta a Twitter”</strong>. L&#8217;altro aspetto non è meno importante: si tratta di capire<strong> come Twitter, cioé chi usa Twitter senza essere un giornalista, modifichi il giornalismo tradizionale</strong>. La faccia sembrare vecchissimo.<br />
In quel dibattito di un mese fa, quello dove il grande editore mi disse di non avere risposte sulle regole, tra gli ospiti c&#8217;era anche Claudia Vago che su Twitter tutti conoscono come @tigella. Claudia Vago ha 33 anni, nella vita lavora per la regione Emilia Romagna, cioé si occupa dei contenuti sul web legati al turismo. Ma assieme a questo impiego, nei mesi scorsi Claudia Vago si è rivelata una eccellente utilizzatrice di Twitter: sulle rivolte arabe è stata una delle più brave in assoluto ad andare a cercare le notizie, ovvero i tweet più interessanti, verificare le fonti, tradurli e rimetterli in rete per tutti. Ripeto:<strong> cercare notizie, verificare le fonti, riscrivere per un pubblico. Che lavoro è questo se non giornalismo?</strong> O meglio, una parte di quello che dovrebbe essere il giornalismo nell&#8217;anno del signore 2012? Me lo chiedo e giro la domanda agli allievi del master che ci chiedono come cambierà questo mestiere.<br />
Ma non è finita qui. Claudia oltre alle rivolte arabe ha fatto una serie di altre cose notevoli usando Twitter: per esempio alla fine dello scorso anno, assieme ad altri, ha varato un bel progetto che raccoglieva i migliori tweet per i grandi eventi del 2011, affinché non andassero perduti (#ayearinhashtag, ne parlammo anche qui). Insomma, si è ritagliata una sua credibilità. Ha conquistato la fiducia di un suo pubblico. E ora prova a battere una strada su cui finora hanno fallito tutti: a farsi finanziare dai suoi “lettori” per seguire un evento non solo per loro ma per tutti. L&#8217;evento è grosso: l&#8217;occupazione per tutto il mese di maggio della città di Chicago dove si terrano sia il G8 che il vertice NATO. La notizia è stata lanciata da Adbusters, il collettivo canadese che lanciò Occupy Wall Street, e quindi ci sono davvero molte probabilità che lì, a Chicago, possa accadere qualcosa di storico. Così Claudia ha deciso di provare ad andare a vedere di persona: per raccontarlo su Twitter. Si è fatta due conti e ha stilato un preventivo preciso, voce per voce: per stare lì un mese le servono 2600 euro. E li ha chiesti alla rete. Ha aperto un profilo sul sito<a href="http://www.produzionidalbasso.com/pdb_887.html"> www.produzionidalbasso.it</a> e ha messo in vendita quote di 10 dollari. Ora, una delle cose che si dice sempre è che la gente non è disposta a pagare per avere informazioni online, che la rete è il regno del tutto gratis. Non a caso un esperimento di giornalismo finanziato dal basso (“Spot Us”) un paio di anni fa è silenziosamente fallito.<br />
E invece nel giro di un paio di giorni @tigella ha raccolto 1.160 euro (fino a venerdì 10 febbraio, ndr): sono tante centosedici quote per mandare una non-giornalista a raccontare un evento planetario. Sono lettori che hanno scelto di pagare non un giornale la mattina, ma il modo di vedere le cose, di lavorare e di raccontarle su Twitter di una persona precisa che si è meritata la fiducia degli altri. Sono la prova che <strong>questo mestiere sta davvero cambiando in maniera radicale</strong>. E se facciamo i giornalisti dobbiamo sbrigarci a capirlo. Se invece siete solo lettori, beh, preparatevi a finanziare il reportage del vostro inviato preferito.</p>
<p><em>(post scritto per Repubblica Sera riproposto qui per gentile concessione)</p>
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		<title>I (sei) giovani, gli anziani e l’Agenda Digitale che finalmente prende forma</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 08:12:31 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Quando il governo Monti avrà finito il suo mandato credo che forse in molti riconsidereranno la questione dei giovani in politica. E di come un ricambio sia certamente indispensabile per il buon funzionamento di una democrazia, ma non sempre avere una carta d&#8217;identità più nuova costituisca un titolo di merito indiscutibile. E&#8217; stato già rilevato come questo governo sia quello con l&#8217;età media più alta di 150 anni di storia patria (ormai quasi 151), il premier il più anziano premier d&#8217;Europa e il ministro Giarda il più anziano esponente governativo in assoluto. I nonni sono al potere, i genitori in punizione: e i nipoti?<br />
Nel precedente esecutivo per esempio c&#8217;erano tre giovani ministre il cui operato è rimpianto da pochi, mentre in questo l&#8217;unico trentenne, il viceministro del Lavoro, è forse l&#8217;esponente del governo con il gradimento più basso. Epperò la questione della presenza dei giovani in politica resta fondamentale sotto tanti punti di vista: in cima secondo me c&#8217;è la questione della innovazione, ovvero della capacità di portare nell&#8217;agenda del paese temi nuovi, punti di vista diversi, una cultura più proiettata verso il futuro. Per questi motivi ritengo che una delle pagine migliori del governo Monti fin qui sia ascrivibile all&#8217;arruolamento di sei under 40 nella squadra del ministro Profumo per occuparsi di new media, open government, opendata, social innovation. Si tratta di termini, rigorosamente inglesi purtroppo, che la maggioranza dei nostri parlamentari a malapena conosce. E lo stesso credo di poter dire di molti esponenti della pubblica amministrazione. Un po&#8217; perché il futuro va veloce, un po&#8217; perché sulle questioni dell&#8217;aggiornamento professionale siamo sempre troppo indietro. Lo consideriamo una inutile perdita di tempo e non l&#8217;unica strada per restare competitivi: per avere qualcosa da dire e da dare.<br />
Di questa situazione di “divario digitale” culturale e generazionale deve essersene accorto il ministro Profumo che nelle settimane scorse aveva messo in fila una serie di deleghe che sembrano disegnare l&#8217;asse su cui si costruisce il futuro di un paese: scuola, università, ricerca, innovazione più cabina di regina della Agenda digitale (una espressione che comprende tutto quello che va dalla banda larga alle smart cities). Il ministro avrebbe potuto chiamare al suo fianco persone di fiducia: in fondo come rettore del politecnico di Torino forse qualcuno bravo lo conosceva. Invece ha scelto di fare una chiamata pubblica per sei posti. Intendiamoci: non una cosa eroica, una cosa normale. Una cosa saggia, come insegna una delle massime delle Silicon Valley che recita, più o meno: là fuori c&#8217;è sicuramente uno più bravo di me che non conosco ancora.<br />
Il ministro evidentemente voleva conoscerli, questi “più bravi”. Il bando è stato pubblicato il 23 dicembre, in pieno clima natalizio quindi. Requisiti molto selettivi: meno di quarant&#8217;anni, un dottorato di ricerca alle spalle, esperienza sul campo già fatta. Sono arrivate 596 domande. Levatene pure 62 che non avevano i requisiti di età e titolo di studio, ne restano 534 e sono tantissime: 534 giovani esperti di innovazione pronti a mettersi al servizio della pubblica amministrazione per un anno in cambio di 48 mila euro (due posti) o anche solo 24 mila euro (gli altri quattro posti).<br />
Il 1 febbraio sono stati comunicati i vincitori: sono <a href="http://www.linkedin.com/in/karmanet">Arianna Bassoli</a>, <a href="http://www.stefaniamilan.net/">Stefania Milan</a>, <a href="http://damienlanfrey.net/web/">Damien Lanfrey</a>, <a href="http://www.linkedin.com/in/lorenzobenussi">Lorenzo Benussi</a>, <a href="http://www.mpslaw.it/it/donatella-solda-kutzmann">Donatella Solda Kutzmann</a>, <a href="http://www.hubroma.net/author/dario-carrera/">Dario Carrera</a>. Alcuni li conosco personalmente, altri di fama: sono sei giovani talenti al servizio del paese. “Il seme del nuovo” li ha definiti il ministro dando loro il benvenuto. Da lunedì 6 febbraio si parte (nota: nel corso della prima riunione è stato annunciato che sono stati coinvolti anche <strong>Carlo Maria Medaglia e Irene Tinagli</strong>). Buon lavoro, ragazzi, c&#8217;è un paese da rifare e bisogna farlo in fretta!<br />
E&#8217; anche così che si seleziona una nuova classe dirigente.</p>
<p><em>post scritto per Repubblica Sera riproposto qui per gentile concessione. Su Repubblica di lunedì 6 febbraio intanto anticipo i contenuti del documento del ministro Profumo sulla <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/02/06/news/italia_piano_digitale-29408052/?ref=HRER1-1">Agenda Digitale</a> e il ministro, sulla questione dei sei giovani, <a href="http://www.repubblica.it/politica/2012/02/06/news/profumo_piano_digitale-29408048/">rivela</a> che anche il ministro Fabrizio Barca seguirà la stessa procedura, e di aver girato i curricula degli altri ad alcuni grandi sindaci e presidenti di Regione. </p>
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		<title>La speranza di migliorare la politica con la rete [dialogo non immaginario su wikitalia]</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 08:07:14 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[nei giorni scorsi in tanti mi hanno chiesto cosa fosse questa wikitalia di cui ero divenuto presidente. quello che segue è un dialogo fra i tanti che ho avuto nel provare a rispondere su chi siamo, da dove veniamo e &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/02/02/la-speranza-di-migliorare-la-politica-con-la-rete-dialogo-non-immaginario-su-wikitalia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>nei giorni scorsi in tanti mi hanno chiesto cosa fosse questa wikitalia di cui ero divenuto presidente. quello che segue è un dialogo fra i tanti che ho avuto nel provare a rispondere su chi siamo, da dove veniamo e dove vorremmo arrivare.</p>
<p>- Sono diventato presidente.<br />
- Ah sì, e di che?<br />
- <a href="http://www.wikitalia.it">wikitalia</a><br />
- Wikiche?<br />
- wikitalia, con la minuscola.<br />
- E cos&#8217;è wikitalia?<br />
- Già, cos&#8217;è wikitalia? Provo a rispondere. Prima definizione. E&#8217; una cosa che vuole contribuire a migliorare la qualità della politica attraverso la rete.<br />
- Alt! L&#8217;hai sentito <strong>Napolitano</strong> l&#8217;altro giorno a Bologna? Ha detto: la rete non può sostituirsi ai partiti. Parole sante, finalmente!<br />
- Infatti non si tratta di sostituirsi a nulla, ma di spalancare le porte e le finestre di quella casa chiusa che è la politica in Italia con questi partiti.<br />
- E come si fa? Con la rivoluzione? Non ti capisco mica.<br />
- Con una associazione, <strong>una associazione di persone unite da alcuni valori e da un obiettivo che si chiama Open Government</strong>.<br />
- Parla italiano, sennò i lettori del Post si arrabbiano, giustamente. E ti sfottono. Lo farei anche io del resto.<br />
- D&#8217;accordo, ma è davvero difficile tradurre in una o due parole Open Government. Io capisco che non dobbiamo esagerare con gli inglesismi, ma nemmeno fare come i francesi che chiamano i computer “ordinatori”, no?<br />
- No, una frase italiana esiste sempre, e se mi spieghi cos&#8217;è questo Open coso, ti dico io come va tradotto.<br />
- Allora <strong>l&#8217;Open Government è un governo che, utilizzando bene gli strumenti della rete, diventa trasparente, collaborativo, partecipativo. </strong>Un governo open non ha segreti per i suoi cittadini, mette in rete i dati pubblici non solo per trasparenza ma anche per favorire lo sviluppo di applicazioni civiche, e consente a tutti di partecipare alla vita pubblica in vari modi, sia segnalando piccoli problemi, come le buche stradali, sia proponendo soluzioni su temi complessi, se qualcuno è in grado di farlo.<br />
- Questa cosa non esiste: è solo teoria.<br />
- Non è vero, esiste. Ci sono decine di paesi che stanno sperimentando questa strada con qualche fallimento a volte, ma anche con applicazioni di grande successo. <strong>Un precursore è stata l&#8217;esperienza inglese di MySociety</strong>, prima con la applicazione Fixmystreet e poi con le petizioni online. Ma il mio modello è codeforamerica.<br />
- Il solito americanista.<br />
- No, guarda, poteva anche chiamarsi codeforzimbawe e sarebbe stato lo stesso. Tra l&#8217;altro in questo momento forse<strong> il paese più avanzato sul tema non sono gli Stati Uniti ma il Brasile dove i cittadini hanno strumenti in rete per partecipare alla stesura delle leggi</strong>. Ma non ci crederai: persino in Russia stanno sperimentando qualcosa di simile.<br />
- Non ci credo, infatti, conoscendo Putin.<br />
- In effetti qualche dubbio sulla Russia è venuto anche a me. Ma l&#8217;idea che alla stesura delle leggi possano partecipare i cittadini che hanno voglia e competenza si sta facendo largo anche nell&#8217;Unione Europea. E <strong>il 18 aprile a Brasilia si terrà il primo summit mondiale della Open Government Partnership: c&#8217;è anche l&#8217;Italia. </strong><br />
- Non oso pensare a una cosa simile in Italia: le leggi scritte dai cittadini, ne verrebbero fuori dei mostri giuridici.<br />
- Guarda: non peggio di certe leggi mostruose approvate negli anni recenti. <strong>Ma comunque wikitalia, come idea originaria, si ispira ad altro: te l&#8217;ho detto, si ispira a codeforamerica</strong>. Vai sul loro sito se hai tempo. E&#8217; una organizzazione, promossa da una giovane donna di notevole grinta, <strong>Jennifer Pahlka</strong>, che ha aggregato sviluppatori, guru digitali, civic hackers attorno a un concetto semplicissimo. Lo possono capire tutti.<br />
- Prova.<br />
- La crisi della finanza mondiale sta avendo un impatto tremendo sulla finanza locale, quella delle città, che sono strangolate dai tagli.<br />
- Questo effettivamente lo sanno tutti. E voi che fate: gli date i soldi perduti?<br />
- No, gli diamo una strada per l&#8217;efficienza. Strumenti per prendere decisioni politiche migliori: più trasparenti e condivise. Vuol dire meno corruzione, meno incompetenza, meno sprechi. </p>
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		<title>Chris Anderson, Massimo Banzi e la prossima rivoluzione dei “makers”</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Jan 2012 13:53:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Arduino]]></category>
		<category><![CDATA[Atoms are the new bits]]></category>
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		<category><![CDATA[Stazione Futuro]]></category>

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		<description><![CDATA[C&#8217;è una data che dovreste appuntarvi se avete a cuore il futuro dell&#8217;Italia e se volete vedere uno dei posti dove si costruisce, questo futuro. E&#8217; il 17 febbraio. Quel giorno a Torino aprono le Officine Arduino. La notizia sta &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/01/29/chris-anderson-massimo-banzi-e-la-prossima-rivoluzione-dei-makers/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è una data che dovreste appuntarvi se avete a cuore il futuro dell&#8217;Italia e se volete vedere uno dei posti dove si costruisce, questo futuro. E&#8217; il 17 febbraio. Quel giorno a Torino <strong>aprono le Officine Arduino</strong>. La <a href="http://arduino.cc/blog/">notizia</a> sta rimbalzando fra i blog degli innovatori di tutto il mondo, dal Mit di Boston alla Silicon Valley fino alla Cina dove Arduino è un mito. <strong>Non sapete chi o cos&#8217;è Arduino? Non preoccupatevi. E&#8217; successo anche a me</strong>. Quattro anni fa. Mi avevano incaricato di portare in Italia un magazine leggendario, Wired, considerato la bibbia della rivoluzione digitale.<br />
Dal 1993, quando fu fondato a San Francisco da Louis Rossetto, Wired aveva raccontato prima e meglio di tutti gli altri come Internet, il web e la cultura della rete avrebbero cambiato per sempre le nostre vite. Nel mio primo giorno di lavoro volai a New York a conoscere il direttore di Wired, Chris Anderson, che molti in Italia conoscono per le sue teorie brillanti e in particolare per il concetto di “coda lunga”. Chris si rivelò subito per quel che è: una persona amabile e apertissima alla “condivisione della conoscenza”: per due ore si mise lì a spiegarmi a una lavagnetta cos&#8217;era Wired e cosa no.<br />
Ma torniamo ad Arduino. Dopo quell&#8217;incontro newyorchese ho rivisto Anderson a San Francisco dove ero andato a studiare la redazione da vicino. Lì una volta lui mi disse: <strong>“Non è vero che voi italiani avete problemi con l&#8217;innovazione. Pensa ad Arduino”</strong>. Io provai a pensare ad Arduino ma non mi venne in mente nulla. Zero assoluto. Chris allora mi guardo con stupore e mi parlò di un certo <a href="http://www.openp2pdesign.org/tag/arduino/">Massimo Banzi</a>, mi disse che era un genio, o almeno che era considerato un genio in tutto il mondo; mi spiegò che aveva inventato questo microprocessore opensource a basso costo che stava innescando una rivoluzione nel modo di fabbricare oggetti e in quel settore avveniristico che va sotto il nome di Internet delle Cose.  Concluse avvisandomi che stava mandando il suo miglior giornalista, Clive Thompson, in Italia a intervistare Banzi. Colpito e affondato.<br />
Lì per lì mi sentii in colpa per non sapere chi fosse questo Banzi e cosa fosse questo Arduino. Tornato in albergo corsi al computer per mettermi a cercare notizie in rete. Lì capii perché non sapevo o meglio, capii che non ero il solo in Italia a ignorare il fenomeno: la voce Arduino di Wikipedia in tutte le lingue era un romanzo che spiegava con dovizia di dettagli il progetto di questa community devota all&#8217;hardware opensource. La voce in italiano no: quella <strong>in italiano parlava solo di un antico re d&#8217;Italia dell&#8217;anno Mille</strong> (oggi non è più così per fortuna).<br />
La faccio breve: Thompson venne in Italia intervistò Banzi, ne scrisse una bellissima storia che pubblicai nel primo numero di Wired (oggi lo posso dire: fino all&#8217;ultimo sono stato indeciso se dare la prima copertina del magazine a Banzi al posto della immensa Rita Levi Montalcini; non sono pentito ma mi dispiace non avere avuto il tempo di farne una su Banzi).<br />
Da allora io e Massimo ci siamo visti e sentiti tante volte: e ogni volta che ci parlo mi affascina la sua visione apparentemente fantascientifica unita a una concretezza manuale incredibile: la sua rubrica su Wired, in cui ogni mese spiegava le infinite, strabilianti applicazioni fai-da-te di Arduino erano ogni volta una scoperta che mi faceva venire voglia di “fare cose”, anche a me che da ragazzo avevo problemi pure a cambiare una spina.<br />
E così, quando poco più di un anno fa “Italia 150” mi chiese di rilevare l&#8217;organizzazione di una mostra sul futuro dell&#8217;Italia, “Stazione Futuro”, mi rivolsi anche a lui: per metterlo in scena. Ora, mettere in scena un microprocessore e far innamorare i visitatori di una mostra è una cosa ardua. Sono pochissimi quelli che riescono a trovare sexy un circuito elettronico ed emozionarsi per una saldatura. Per questo decidemmo di prendere la cosa dalla fine: dagli oggetti “intelligenti” che si potevano creare con Arduino. Mi ricordai che qualche mese prima a una conferenza del TED avevo conosciuto un professore del MIT che parlava di<strong> laboratori favolosi dove “costruire praticamente ogni oggetto”: i FabLab</strong>. Lui si chiama Neil Gershenfeld e mi aveva lasciato una impressione notevole. Pensai che sarebbe stato bello aprire un FabLab in una mostra sul futuro e scoprii che ne esistevano in oltre settanta paesi del mondo, compresi Afghanistan e Costarica, ma non in Italia. Chiesi così a Massimo Banzi se se la sentiva per nove mesi di gestire un piccolo FabLab in una mostra con il suo team di Arduino. Ed è nata così l&#8217;installazione di più grande successo di Stazione Futuro. Ogni volta che sono tornato alle Officine Grandi Riparazioni per la mostra, ho sempre visto una piccola folla davanti al FabLab e in particolare davanti alla mini stampante 3D che avevamo portato (la MakerBot).<br />
Nel frattempo il progetto Arduino è cresciuto. La società si è organizzata su scala globale e recentemente The Economist ha dedicato a Massimo Banzi il servizio di apertura del prestigioso Technology Quarterly per dire che <strong>“la prossima rivoluzione industriale”</strong> passerà da persone come lui (ebbene sì, all&#8217;estero non parlano di noi solo per criticare le berlusconate, spesso lodano dei grandi italiani, ma chissà perché in quei casi non fa notizia).<br />
E siamo alle Officine Arduino. Stazione Futuro ha chiuso i battenti lo scorso 21 novembre ma a Banzi sembrava davvero un peccato far morire quella esperienza: “Il FabLab è stato uno spazio che ha creato una piccola comunità di persone interessate a capire come si possano inventare nuovi processi produttivi, nuovi modelli di business partendo dalla fabbricazione digitale, dall’open source e dalla collaborazione tra persone” ha scritto Banzi sul suo blog, “per noi era importante mantenere acceso il fuoco dell’entusiasmo”. E così ha trovato uno spazio &#8211; ToolBox a Torino, via Agostino da Montefeltro 2 &#8211; e ha deciso di aprire una Officina dove insegnare ai giovani talenti a costruire oggetti intelligenti. Un pezzetto di futuro in azione dal 17 febbraio. Qualche giorno dopo, il 9 marzo, <strong>Chris Anderson e Massimo Banzi saranno assieme a Roma</strong>, sul palco dell&#8217;Acquario Romano, per raccontare “la rivoluzione dei makers” e di come tutto o quasi sia partito in Italia, da uno studente di Ivrea, anche se in pochi se ne sono accorti.</p>
<p>Post scriptum. Sono in cerca di &#8220;makers&#8221; italiano per l &#8216;evento del 9 marzo. Se sei un maker o ne vuoi segnalare uno, scrivimi a riccardoluna@ymail.com</p>
<p><em>post scritto per Repubblica Sera riproposto qui per gentile concessione</p>
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