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	<title>Riccardo Luna</title>
	
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	<description>Giornalista, è stato il primo direttore dell'edizione italiana di Wired, mensile su "storie idee e persone che cambiano il mondo"; è promotore della campagna Internet for Peace e della candidatura di internet al Nobel per la Pace.</description>
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		<title>I Nuovi Mille e le solite, vecchie, notizie</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 10:34:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Certe storie non finiscono mai, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Due anni fa, il 18 marzo 2011, con il presidente Napolitano inauguravo Stazione Futuro, una grande mostra sulla innovazione italiana che avevo curato per il comitato Italia150. Quel &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2013/05/12/i-nuovi-mille-e-le-solite-vecchie-notizie/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Certe storie non finiscono mai, fanno dei giri immensi e poi ritornano. Due anni fa, il 18 marzo 2011, con il presidente Napolitano inauguravo Stazione Futuro, una grande mostra sulla innovazione italiana che avevo curato per il comitato Italia150. Quel giorno per me è indimenticabile per molti motivi. Intanto perché a un certo punto cantammo l&#8217;inno con il coro delle voci bianche di Novara, un centinaio di ragazzini vestiti con la giubba rossa originale che avevo fatto riprodurre da un industriale di Biella. E questo momento lo videro in tanti, era in diretta tv sulla Rai, c&#8217;è ancora un video su YouTube dove con il presidente ci scambiamo commenti soddisfatti per quella bella giornata. Poche ore prima avevo anche avuto la certezza che la mia direzione di Wired era giunta al termine e che di lì a poco avrei passato il testimone ad un altro direttore. Un grande dispiacere personale, ma naturalmente non potevo condividerlo con nessuno visto che la notizia ufficialmente venne data qualche mese dopo. La terza cosa che accadde quel giorno è però stata probabilmente la più importante visti i risultati. <strong>Con l&#8217;amico Salvo Mizzi avevamo deciso di varare una edizione speciale di Working Capital per andare a caccia dei Nuovi Mille: mille innovatori per rifare l&#8217;Italia.</strong> Non era solo uno slogan, c&#8217;era un pensiero dentro. E il pensiero era, ed è ancora, che solo dall&#8217;innovazione può ripartire questo paese, solo da un atteggiamento culturale opposto a quello dominante, solo dalla apertura, dalla condivisione, dalla collaborazione, dal rischio e dal merito. Dal crearsi il lavoro che vogliamo invece di cercarlo. Dalla voglia di cambiare il mondo, come ripeto spesso.<br />
Facemmo un gran bel giro d&#8217;Italia quell&#8217;anno, e iniziammo a raccogliere storie. Una più bella dell&#8217;altra. E le storie di innovazione, le storie che danno speranza, che rinforzano l&#8217;ottimismo, hanno questo di bello: che non finiscono mai. Ogni giorno, direi quasi ogni ora, scopri un ragazzo con un progetto, una idea, una startup che ti lasciano senza fiato. Ma davvero tu stai facendo questo?, gli diresti ogni volta quando te lo raccontano. Negli ultimi tre giorni per esempio, sono stato a presentare <a href="http://www.amazon.it/Cambiamo-tutto-rivoluzione-degli-innovatori/dp/8858106490/ref=zg_bs_508786031_2">il mio libro</a> a Roma, Bologna, Padova, Venezia e infine Marsala. E ogni volta è arrivato qualcuno con una storia meravigliosa mai sentita prima: un modo incredibile di produrre energia ma nel quale un grande gruppo energetico sta investendo un sacco di soldi e quindi tanto incredibile non deve essere; un progetto, concreto e realistico, per trasformare le torre costiere abbandonate in centri per innovatori e startupper, una grande fabbrica chiusa per la crisi dell&#8217;auto e rioccupata per farne un fablab, una palestra per inventori. Non finiscono mai, le storie. Anche se le ignoriamo, anche se, leggendo per esempio i giornali di oggi, ma anche di ieri, anche dell&#8217;altro ieri, sembra che nulla sia cambiato, che nulla stia cambiando. Ma davvero la notizia più importante del giorno è Berlusconi in piazza, o i fischi, o il partito dei giudici? Davvero non abbiamo altro e di meglio da dirci dopo vent&#8217;anni? Me lo chiedo sapendo bene quali sono le regole con cui sono fatti i giornali e i telegiornali, ci lavoro, ma con il dubbio fortissimo che quelle regole non valgano più, anzi che così noi giornalisti diventiamo complici dei gattopardi, di chi vuole che nulla cambi.<br />
E con il gattopardo arriviamo in Sicilia, da dove sto tornando mentre scrivo. Vi dicevo dei giri immensi che a volte fanno certe storie: in questo strano, imprevedibile e imprevisto giro d&#8217;Italia che i lettori di “Cambiamo tutto!” stanno organizzando per me, sabato sera sono capitato a Marsala. E solo dopo aver accettato mi sono reso conto che avrei parlato lì l&#8217;11 maggio, ovvero nell&#8217;anniversario dello Sbarco dei Mille. <strong>E allora tutte le storie di questi due anni mi sono tornate in mente: Stazione Futuro, il presidente, gli innovatori di allora ma soprattutto quelli di oggi, che non sono diversi ma sono di più. Tanti di più in soli due anni. Molti di più di quello che chi comanda in questo paese pensa, molti di più di quello che noi stessi a volte speriamo. Siamo tanti.</strong> E allora quando sono arrivato a Marsala, ieri sera, ho messo su la clip dell&#8217;inno di Mameli con le voci bianche, ho indossato la giubba rossa che da due anni giaceva nel mio armadio, e ai marsalesi che mi ascoltavano ho detto: “I nuovi mille li abbiamo trovati. Sono tra voi”. Poi ho presentato loro Viviana, che gestisce tenacemente<a href="http://siracusa.the-hub.net/tag/the-hub-siracusa"> the Hub a Siracusa</a>; Ugo che ha fondato Mosaicoon, <a href="http://www.mosaicoon.com/">una delle più belle startup d&#8217;Italia</a> a Mondello, Palermo; Antonio e Peppe che hanno appena inaugurato <a href="https://www.facebook.com/media/set/?set=a.10152533002620190.1073741828.116106065189&amp;type=3">un acceleratore WCap a Catania</a>. E il sindaco, in prima fila, una bella signora giovane e molto elegante, era stupita e commossa e mi ha chiesto dove fossero i marsalesi: e una era lì, accanto a lei, una giovane startupper che aveva lasciato la carriera di avvocato per crearsi un altro lavoro. Una impresa innovativa che si occupa di rifiuti. Si sono conosciute, il sindaco e la startupper, finalmente, nascerà qualcosa di bello ne sono sicuro.<br />
Sì, lo so che vi sembrerà incredibile, o ingenuo o velleitario: ma questo paese sta davvero cambiando. E un giorno, vedrete, questa notizia finirà persino sui giornali. </p>
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		<title>Come si combatte davvero “l’anarchia del web”</title>
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		<pubDate>Sat, 04 May 2013 08:58:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Adriano Sofri]]></category>
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		<description><![CDATA[Caro Luca Sofri, raramente non sono d&#8217;accordo con te e come sai lo sono sempre sulle esagerazioni dei giornali. Ho letto il tuo post ed il commento che hai postato su quanto scrive l&#8217;avvocato Guido Scorza è vero che la &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2013/05/04/come-si-combatte-davvero-lanarchia-del-web/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro Luca Sofri, raramente non sono d&#8217;accordo con te e come sai lo sono sempre sulle esagerazioni dei giornali. Ho letto <a href="http://www.wittgenstein.it/2013/05/03/lanarchia-delle-news/">il tuo post</a> ed il commento che hai postato su quanto scrive <a href="http://www.chefuturo.it/2013/05/attenzione-allalibi-dellanarchia-sul-web/">l&#8217;avvocato Guido Scorza</a> è vero che la frase <a href="http://www.repubblica.it/politica/2013/05/03/news/boldrini_intervista-57946683/?ref=HRER1-1">&#8220;anarchia del web&#8221;</a> è un titolo di Repubblica che sintetizza (male?) quello che il presidente della Camera racconta in una intervista in molti passaggi davvero toccante. Non si può non solidarizzare con una donna (anzi, con una persona) che subisce minacce di quel tipo. Ma non si può condividere la richiesta di una legge speciale per il web. La presidente della Camera dice (oppure Repubblica riporta? come facciamo a saperlo?): </p>
<blockquote><p>&#8220;So bene che la questione del controllo del web è delicatissima. Non per questo non dobbiamo porcela. Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada&#8221;. </p></blockquote>
<p>Tutto vero, infatti sul web valgono e debbono valere le leggi che valgono fuori dal web: questa distinzione reale/virtuale non ha senso da tempo e non esiste per legge. La diffamazione e le minacce non cambiano se arrivano per via della rete. Anzi. Se c&#8217;è una scritta su un muro, per restare all&#8217;esempio di Laura Boldrini, risalire all&#8217;autore è quasi sempre impossibile; se c&#8217;è una minaccia di morte su un sito, il colpevole la polizia postale può individuarlo in un attimo. Non c&#8217;è nickname che tenga come sai: le tracce digitali sono ovunque. Un altro discorso è quello dei tempi della giustizia. Che sono troppo lunghi. Non per il web, ma per tutto. Se vieni diffamato oggi avrai soddisfazione fra quattro o cinque anni. Ha senso? No. Riguarda il web? Nemmeno. Ovvero, non solo. Dal presidente della Camera, al quale va tutta la mia solidarietà per le orrende attenzioni di cui è fatta oggetto, mi aspetto quindi un discorso sui tempi della giustizia e non l&#8217;invocazione di altre leggi speciali che avrebbero il solo effetto di far passare nell&#8217;immaginario collettivo l&#8217;idea opposta ovvero del web come di un mondo a parte, speciale appunto, e popolato di pericolosi figuri, che ci sono purtroppo ma nella vita reale e non sui siti. Quando invece dalle più alte cariche dello Stato in questo momento avremmo bisogno di messaggi e azioni a favore della diffusione di Internet quale strumento per la crescita economica e &#8211; ebbene sì &#8211; anche culturale del paese. Perché è con la comunicazione, la condivisione, l&#8217;istruzione e l&#8217;apertura che si fa davvero la guerra all&#8217;ignoranza mostruosa di chi pensa di nascondersi dietro un nickname per sfogare i suoi peggiori istinti.</p>
<p>post scriptum. Della cosa oggi si occupano naturalmente altre persone che stimo. Per esempio Beppe Severgnini sul Corriere che, sebbene il titolo sembri sposare la tesi delle leggi speciali (&#8220;Diffamare e minacciare è un reato. farlo sul web è una aggravante&#8221;), dice: </p>
<blockquote><p>&#8220;Qualcuno invocherà leggi speciali: e arriveranno. Le leggi speciali, invece, non servono. Sono sufficienti quelle esistenti. Basta applicarle&#8221;.</p></blockquote>
<p>Sulla Stampa Gianni Riotta conclude così il suo ragionamento: </p>
<blockquote><p>Le leggi ci sono e si possono, lentamente, migliorare. Ma alla lunga la battaglia tra Tolleranza e Intolleranza, Equilibrio e Violenza, Ragione e Ricatto online la si vince su valori, argomenti, chiarezza, ideali. Il web non è arma del Male o Scudo del Bene: è il campo di battaglia tra Bene e Male, tra democrazia e populismo irrazionale. La repressione serve in casi estremi ma giorno dopo giorno ci serve una paziente opera di persuasione. Con l’umile consapevolezza che tanti lavoreranno contro e che, a guardare il web di oggi, non ci appare affatto un vincitore certo. Per vincere contro grassatori, razzisti, violenti online una legge non basta, servono intelligenza, forza d’animo e amore per la rete e la giustizia&#8221;. </p></blockquote>
<p>Infine in un articolo notevole ripreso anche dal <a href="http://www.zeroviolenzadonne.it/rassegna/pdfs/04May2013/04May2013c68d3430f77de7cd2578587fd691b948.pdf">Post</a>, Adriano Sofri su Repubblica conclude dicendo: &#8220;Leggi speciali sull&#8217;uso dei gabinetti non sarebbero andate lontano. Nemmeno sull&#8217;uso della rete. Il problema sono gli avventori. Chiedete agli inservienti che devono tenerli puliti e alla polizia postale&#8221;. </p>
<p>Ho come la sensazione che siamo più concordi di come appaia dai titoli. E secondo me questo vale anche per Laura Boldrini,</p>
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		<title>Un weekend speciale aspettando la Maker Faire di Roma</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 11:14:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inventori di tutto il mondo, unitevi! Anzi no, sparpagliatevi e fate vedere a tutti quanto è diventato facile inventare e realizzare cose nuove, divertenti, strampalate. Ma spesso anche utili. E quindi prendiamo un weekend a caso: questo. Al Javits Center &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2013/04/26/un-weekend-speciale-aspettando-la-maker-faire-di-roma/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1421" class="wp-caption aligncenter" style="width: 1034px"><a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/files/2013/04/foto1-e1366973073900.jpg"><img class="size-large wp-image-1421" src="http://www.ilpost.it/riccardoluna/files/2013/04/foto1-e1366973073900-1024x768.jpg" alt="" width="1024" height="768" /></a><p class="wp-caption-text">Davide e Alice, i due videomaker del tour europeo del Barcamper</p></div>
<p>Inventori di tutto il mondo, unitevi! Anzi no, sparpagliatevi e fate vedere a tutti quanto è diventato facile inventare e realizzare cose nuove, divertenti, strampalate. Ma spesso anche utili. E quindi prendiamo un weekend a caso: questo. Al Javits Center di New York c&#8217;è <a href="http://www.mediabistro.com/inside3dprinting/">Inside 3D Printing</a>, la prima grande esposizione di oggetti prodotti da una stampante 3D: una scacchiera con tutti i suoi pezzi, giocattoli di ogni tipo e persino una chitarra elettrica perfettamente funzionante.</p>
<p>Intanto a Bordeaux in Francia c&#8217;è <a href="http://openbidouille.net/">OpenBidouille</a>, un festival di elettronica fai-da-te, giardinaggio urbano, cucina collaborativa e altre pratiche simili per produrre oggetti nuovi utilizzandone di vecchi (lì tra l&#8217;altro ci sarà la prima tappa del tour europeo del<a href="http://www.startupitalia.eu/blog/article/barcamper-giro-per-Europa"> Barcamper di StartupItalia! </a>a caccia di makers europei).</p>
<p>Ma l&#8217;appuntamento che dà davvero la misura del cambiamento in atto è in programma oggi e domani a Newcastle, nel Regno Unito dove si terrà la <a href="http://www.makerfaireuk.com/">Maker Faire UK</a>. Le Maker Faire sono un tipo di evento nato qualche anno fa negli Stati Uniti: in pratica sono delle affollatissime fiere dove gli inventori si mettono in mostra. Non stiamo parlando di residui del passato, ma di avanguardie di futuro: infatti oggi grazie al basso costo delle stampanti 3D, dei tagliatori laser e dei minicomputer tipo Arduino, progettare e realizzare oggetti sta diventando alla portata di tutti.</p>
<p>Come ha dimostrato il recente Salone del Mobile di Milano e come dimostrano appunto le Maker Faire. Quella inglese fino allo scorso anno aveva un bacino di attrazione molto locale, ma l&#8217;edizione che si apre oggi ha un respiro più ampio candidandosi ad essere l&#8217;anticipazione della <a href="http://www.makerfairerome.eu/">prima grande Maker Faire europea che si terrà a Roma a ottobre</a>. Infatti a Newcastle, accanto al folklore tipico di questi eventi come il carretto del circo meccanico di Alfonso Milano trainato da uno scheletro o come la performance di Action Paintings con due attori che si fanno sparare addosso vernici colorate, ci sono alcuni prodotti davvero interessanti. A proposito di stampanti 3D per esempio, c&#8217;è la stampante di pancake realizzata da Miguel Valenzuela in Norvegia usando pezzi di Lego. Mentre sul fronte dei robot, si segnalano almeno due invenzioni: lo spettacolo di robot che ballano la lapdance, firmato dalla Mutoid Waste Company; e Roboknit, un umanoide che cuce la maglia e fa golfini sotto i tuoi occhi. In Scozia al MAKlab hanno trovato un modo di clonare mini-dinosauri di cemento. In questo festival dell&#8217;innovazione dal basso, l&#8217;istituzionalissima BBC presenta un televisore senza telecomando: basta un gesto per cambiare canale. O spegnere la tv e mettersi a inventare qualcosa.</p>
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		<title>Social Winner, il giornalismo al tempo di Beppe Grillo</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 09:10:07 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Italia 2013]]></category>
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		<description><![CDATA[Siamo quelli dell&#8217;io l&#8217;avevo detto che finiva così anche se in realtà non l&#8217;ho detto mai. Quelli dell&#8217;avevo capito tutto, peccato non lo avessi scritto anzi io quel fenomeno in realtà l&#8217;ho ignorato finché ho potuto pensando davvero che non &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2013/03/25/social-winner-il-giornalismo-al-tempo-di-beppe-grillo/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1401" class="wp-caption aligncenter" style="width: 510px"><a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/files/2013/03/41taWwFTOSL._SS500_.jpg"><img class="size-full wp-image-1401" src="http://www.ilpost.it/riccardoluna/files/2013/03/41taWwFTOSL._SS500_.jpg" alt="" width="500" height="500" /></a><p class="wp-caption-text">l&#39;ebook sul giornalismo e le elezioni 2013</p></div>
<p>Siamo quelli dell&#8217;io l&#8217;avevo detto che finiva così anche se in realtà non l&#8217;ho detto mai. Quelli dell&#8217;avevo capito tutto, peccato non lo avessi scritto anzi io quel fenomeno in realtà l&#8217;ho ignorato finché ho potuto pensando davvero che non esistesse, saranno due gatti vedrai, e poi l&#8217;ho denigrato sperando che sparisse e invece quello niente, stava sempre lì, più grande che mai finché ci ho sbattuto contro ma l&#8217;avevo detto eh! Quelli del peccato che non c&#8217;era lui, l&#8217;altro; ma che quando lui, l&#8217;altro, correva e ci provava a cambiare le cose gli davamo del traditore della patria. Siamo noi, noi che ci diamo le arie perché scriviamo di politica in Italia anche se assomigliamo maledettamente ai giornalisti sportivi che andavano in tv al Processo di Biscardi a spiegarci, il giorno dopo, sempre e solo il giorno dopo, perché la partita è andata in un certo modo e ad azzuffarci un po&#8217;.</p>
<p>Chiariamo: un giornalista non può trasformarsi in meteorologo e azzeccare le previsioni del tempo politico, ci mancherebbe, anche perché un satellite per osservare il movimento delle nubi che attraversano una comunità sociale non esiste; ma almeno provare ad avvistare prima l&#8217;iceberg che abbiamo davanti, e provare a spiegare da dove arriva e come evitarlo quello sì, dovremmo farlo. Raccontare storie vere e provare a dar loro un senso. Solo questo basterebbe. E invece noi siamo quelli che hanno fatto una gran brutta figura con noi stessi prima che con i lettori e adesso siamo qui a chiederci che senso abbiamo ancora, cosa dobbiamo cambiare per tornare a fare davvero il nostro mestiere, che pure sarebbe un mestiere bellissimo e indispensabile al funzionamento di una democrazia: il giornalismo, perché siamo tutti d&#8217;accordo che senza il giornalismo con la g maiuscola non ci può essere democrazia e quindi né giustizia né libertà. Ma se la democrazia in questo momento non se la passa benissimo, evidentemente anche il giornalismo non gode di ottima salute: ce ne vogliamo occupare? Perché il giornalismo siamo noi, noi che vorremmo tornare ad essere di nuovo utili ai cittadini e quindi di nuovo rilevanti e non sappiamo come fare.</p>
<p>È legittimo dire che il vero partito sconfitto alle elezioni politiche del 2013 è stato il partito dei giornalisti? No, perché i giornalisti non sono un partito. Ma la sconfitta c&#8217;è stata tutta. Riguardandola oggi la campagna elettorale dal punto di vista della informazione tradizionale è stata un fallimento impietoso. Anche qui: non è stato un fallimento imprevisto, i difetti di noi giornalisti, di un certo modo di fare giornalismo, da tempo erano stati avvistati e denunciati. Ma le proporzioni di quanto è accaduto questa volta sono troppo macroscopiche per non fermarsi un attimo a parlarne. Bisognerebbe innanzitutto rileggerli i giornali di dicembre 2012 e gennaio 2013, rivedersi i tiggì per trovare la rappresentazione di un mondo che non c&#8217;era già più. Il solito minuto di intervista quotidiana al leader di nulla; la solita paginata sul partito che da lì a poco sarebbe scomparso dalla scena politica; il solito botta e risposta con la solita botta e la solita risposta che non aggiungono nulla a quello che già sapevi; e soprattutto i soliti retroscena, il nostro genere preferito. Tizio avrebbe detto a Caio che non farà una alleanza con Sempronio il quale però in una riunione segreta avrebbe sussurrato a un amico che&#8230;</p>
<p>Sono vent&#8217;anni che come lettori siamo vittime dei retroscena politici: notizie senza fonte, congetture, veline, soffiate e spesso tanta fantasia con un linguaggio fatto di codici comprensibili solo per gli addetti ai lavori. Chi sarà mai, per dire, SuperMario? Un videogioco? E Pierluigi? E Pierferdi?</p>
<p>Ma a furia di raccontarci i retroscena ci siamo dimenticati di presidiare la scena. Anche quando in scena non è entrato un topolino ma un elefante. Io l&#8217;elefante ho avuto la fortuna di vederlo un giorno su Instagram. Il 24 gennaio con Marco Pratellesi e una pattuglia di giovani cronisti avevamo lanciato Italia2013.me, un esperimento per provare a raccontare la prima campagna elettorale social della nostra storia: immaginavamo trenta milioni di telefonini che twittavano, fotografavano, filmavano. Cosa ne sarebbe venuto fuori mettendosi a guardare il mondo da quel punto di vista lì? Quei messaggi potevano singolarmente diventare contenuti rilevanti? E tutti assieme potevano costituire una base dati utile a capire l&#8217;orientamento degli elettori?<br />
Con questi obiettivi era partito il sito e tutto il lavoro collettivo di quei trenta giorni, le storie, le analisi, le classifiche le trovate in questo ebook (in download gratuito su <a href="http://www.amazon.it/Social-winner-decisivo-elezioni-ebook/dp/B00BXL7XPU/ref=sr_1_3?s=digital-text&amp;ie=UTF8&amp;qid=1363860200&amp;sr=1-3">Amazon</a>, <a href="http://www.bookrepublic.it/book/9788865763070-social-winner/">Book Republic</a> e <a href="http://www.flows.tv/it/store/books/content/40|54f9c3d33d8ae3ad013d8ae51d200001?channel=40">Il Saggiatore</a>) che ha l&#8217;unica pretesa di essere una testimonianza puntuale di quello che è accaduto durante la campagna elettorale vista attraverso la rete, per far sì che quel materiale non vada perduto. Magari qualcuno studiandolo ci troverà un senso e avremo davvero imparato qualcosa. È il nostro auspicio.</p>
<p>Ma torniamo all&#8217;elefante in scena. L&#8217;ho visto su Instagram cercando la parola #Grillo a fine gennaio, quando sui giornali il Movimento 5 Stelle non esisteva. Ogni giorno quella ricerca mi restituiva le foto di piazze traboccanti di gente puntualmente ignorate dalla informazione ufficiale. Le piazze piene non sono voti, mi rispondevano i colleghi quando chiedevo loro spiegazioni, la gente va in piazza ad ascoltare un comico gratis, questo fa. Poi un giorno ho visto una piazza più grande del solito, piazza Maggiore a Bologna, gremita come non mai, un tappeto di ombrelli di persone che stavano lì sotto una pioggia battente a gennaio. E mi sono detto che forse per sentirsi uno spettacolo gratis c&#8217;erano modi meno scomodi. E il giorno dopo la stessa scena in Veneto, a Padova mi pare, ma stavolta sotto la neve. Allora ho capito che non ero davanti a un topolino: era proprio un elefante. C&#8217;era in campo un&#8217;altra forza che portava quelle persone a sfidare la pioggia e la neve d&#8217;inverno, che non c&#8217;era niente da ridere anche se sul palco c&#8217;era un ex comico, che quelli volevano cambiare il mondo, a modo loro, con le ingenuità e gli errori che fanno spesso quelli che pensano di cambiare le cose, ma questo volevano fare. Cambiare le cose, un obiettivo che dava loro una forza per cui la pioggia e la neve non ti facevano nulla. Erano tanti, erano determinati e noi, che per mestiere raccontiamo storie vere, non l&#8217;avevamo capito.</p>
<p>Nel corso del mese di Italia2013.me l&#8217;ascolto della rete ha continuato a darci indicazioni essenziali che trovate nel libro: la centralità di Berlusconi nelle discussioni, l&#8217;opacità della proposta politica di Bersani, il declino dell&#8217;appeal di Monti. Ma è stato ancora su Grillo che sono venute le informazioni più chiare. Il giorno del voto, sempre su Instagram, centinaia di ragazzi si sono fotografati raccontando la loro prima volta di elettori. Un piccolo esercito di quei giovani disillusi, distratti, menefreghisti di cui leggiamo sempre e che invece erano fieri di aver votato e di aver votato per cambiare le cose. Non erano tutti grillini, questo è certo, ma in tanti avevano votato per una idea radicale di cambiamento. Quella gallery di facce ci diceva meglio di qualunque exit poll che il moVimento 5 Stelle stava per fare il botto.</p>
<p>È stato detto da tutti gli osservatori che questa campagna elettorale cambierà per sempre la politica nel nostro paese. Noi ci auguriamo che possa cambiare in meglio anche il giornalismo. Nessuno di noi è in grado di dare lezioni, tutti chi più chi meno abbiamo sbagliato. Ma quello che conta è che adesso abbiamo l&#8217;occasione di cambiare, provare a fare il nostro mestiere in modo diverso. Che poi non vuol dire inventarsi qualche diavoleria tecnologica. La rete è solo uno strumento, formidabile, in più per avere le nostre antenne sulla società. È quel satellite per le previsioni del tempo sociale che ci mancava. Il resto è fatto dalla voglia di capire cosa succede e dalle infinite storie da raccontare che ci sono nell&#8217;aria. Il resto è giornalismo. Farlo bene, farlo meglio, farebbe bene a tutti.</p>
<p><em>(questa è l&#8217;introduzione di Social Winner. L&#8217;ebook, che ho curato con Marco Pratellesi, è una raccolta di brevi saggi di tanti autori con le analisi dei dati, la ricostruzione delle storie, e i tweet memorabili delle elezioni politiche 2013)</em></p>
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		<title>Openricostruzione, una bella storia italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Jan 2013 11:37:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ce l&#8217;abbiamo fatta. Il debutto di Openricostruzione salda una promessa che avevamo dichiarato pubblicamente, corona un impegno collettivo che è durato mesi e ci fa guardare con un po&#8217; più di fiducia al nostro futuro di cittadini italiani. Openricostruzione infatti &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2013/01/24/openricostruzione-una-bella-storia-italiana/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/files/2013/01/Schermata-2013-01-23-a-19.00.28.png"><img src="http://www.ilpost.it/riccardoluna/files/2013/01/Schermata-2013-01-23-a-19.00.28-1024x476.png" alt="" width="1024" height="476" class="aligncenter size-large wp-image-1382" /></a><br />
Ce l&#8217;abbiamo fatta. Il debutto di <a href="http://www.openricostruzione.it">Openricostruzione</a> salda una promessa che avevamo dichiarato pubblicamente, corona un impegno collettivo che è durato mesi e ci fa guardare con un po&#8217; più di fiducia al nostro futuro di cittadini italiani. <strong>Openricostruzione infatti non è solo un sito: è uno strumento concreto per contribuire ad una ricostruzione trasparente e intelligente dei comuni colpiti dal terremoto del 2012; ed è un modello di come si potrebbero fare le cose in questo paese. </strong><br />
Quando la scorsa primavera una serie di scosse violente colpirono l&#8217;Emilia, davanti alla straordinaria risposta degli amministratori, dei cittadini e dei volontari, rimanemmo colpiti anche dall&#8217;utilizzo per la prima volta massiccio, sebbene disorganico, dei social media e di nuovi siti per dare informazioni e raccogliere fondi. <strong>Una grande prova di resilienza</strong>, per usare una parola che sta giustamente entrando nel nostro vocabolario. Fu allora che come <a href="http://www.wikitalia.it">Wikitalia</a> lanciammo “Protezione Civica”, un progetto aperto per costruire strumenti web e app che favorissero una ricostruzione partecipata e trasparente. Lanciammo subito <strong>un social network </strong>per favorire il dialogo; e poi <strong>un&#8217;applicazione che consente di segnalare offerte e richieste di aiuti geolocalizzandole</strong>. Per tutta l&#8217;estate abbiamo quindi <strong>utilizzato la piattaforma blog di Chefuturo!</strong> per continuare a pubblicare storie, piccole grandi storie di volontari, cittadini e amministratori, perché anche attraverso il racconto si costruisce la partecipazione (in questo ci hanno aiutato i fotografi di Shoot4Change che hanno documentato con immagini bellissime quello che accadeva mentre tv e giornali ormai se ne erano andati).<br />
<strong>Ma il progetto fondamentale era quello che parte oggi.</strong> Openricostruzione, una piattaforma per tenere traccia delle donazioni e dei finanziamenti e monitorare l&#8217;andamento dei progetti. Uno strumento anzitutto di trasparenza e quindi anche di partecipazione. Perché senza trasparenza la partecipazione è impossibile.<br />
Tutto ciò è stato possibile perché tanti attori assieme lo hanno fortemente voluto e hanno collaborato per arrivare al risultato finale. Penso agli amministratori pubblici di <strong>Anci e Ancitel</strong> e della <strong>regione Emilia Romagna</strong> il cui impegno smentisce tanti luoghi comuni su chi lavora nella pubblica amministrazione; penso ai volontari di <strong>Action Aid </strong>che andranno sul campo a verificare quel che accadrà; agli sviluppatori di <strong>openpolis</strong>, veri autori della piattaforma; e al sostegno indispensabile di un importante soggetto privato come <strong>Cisco Italia</strong>.<br />
Se fosse mancato il contributo concreto anche di uno solo di questi attori non ce l&#8217;avremmo fatta. Raccogliere quella montagna di dati eterogenei, verificarli, ripulirli, dare loro un senso, è un lavoro immane che si fa solo per un motivo. Perché si ha dentro una grande passione per questo paese e perché si è convinti che anche questa sia la strada per renderlo migliore.<br />
<strong>Ora Openricostruzione è di tutti, ma soprattutto dei cittadini che possono spargere la voce; commentare ogni singolo progetto; proporre, correggere, protestare; e soprattutto aiutarci a inserire i dati sicuramente mancanti.</strong> Il progetto, come la ricostruzione, è ancora all&#8217;inizio. Se saremo capaci di mantenere l&#8217;impegno mostrato finora, può diventare una bellissima storia a lieto fine. Intanto io oggi dico grazie dal profondo del cuore a tutti quelli che non hanno smesso di crederci e di lavorarci.</p>
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		<title>L’ultima intervista di Rita Levi Montalcini</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Dec 2012 17:44:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L&#8217;ultima volta che ho visto Rita Levi Montalcini era il 21 aprile 2010. Il giorno dopo avrebbe compiuto 101 anni. Per quel giorno Giampaolo Colletti aveva organizzato una grande festa sul web per celebrarla: “Rita101”, l&#8217;aveva chiamata e mi sembrava &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/12/30/lultima-intervista-di-rita-levi-montalcini/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L&#8217;ultima volta che ho visto Rita Levi Montalcini era il 21 aprile 2010</strong>. Il giorno dopo avrebbe compiuto 101 anni. Per quel giorno Giampaolo Colletti aveva organizzato una grande festa sul web per celebrarla: “Rita101”, l&#8217;aveva chiamata e mi sembrava una bellissima idea. Giampaolo Colletti è un ragazzo con entusiasmo contagioso ed è il leader di un network di centinaia di web tv sparse per l&#8217;Italia che va sotto il nome di AltraTv. L&#8217;idea era di una festa “a  rete unificata” in collegamento con ricercatori e scienziati italiani in tutto il mondo. Giampaolo Colletti si era rivolto a me, che allora era direttore di Wired, perché sulla prima copertina di Wired Italia, il 19 febbraio 2009, avevo voluto che ci fosse proprio lei: Rita Levi Montalcini. Con il senno di poi era  stata una scelta fantastica, che portò fortuna e simpatia al giornale, ma allora molti mi guardavano come a un pazzo. <strong>“Come può mettere una vecchia in copertina del primo numero di un giornale come Wired? Lei sta facendo un errore madornale”, mi sentii dire</strong>. Ma la Montalcini non era una vecchia, risposi, non lo è mai stata. Era il simbolo dell&#8217;Italia che volevamo raccontare, l&#8217;Italia che credeva nella ricerca e nella innovazione, l&#8217;Italia che non era scappata mai neanche quando questo paese faceva cose orrende, l&#8217;Italia che non si fermava mai neanche quando gli anni erano ormai a tre cifre.<br />
Mi aveva letteralmente stregato, per esempio, scoprire che tutte le mattine la professoressa lasciava la sua casa alle spalle di villa Torlonia per andare fino a Tor Pagnotta, una periferia dall&#8217;altra parte del mondo dove la sua fondazione sul cervello aveva trovato sede, e passava la giornata con i suoi giovani ricercatori. A 100 anni. Era un mito quella donna per me: anzi un alieno. <strong>Per questo trovai particolarmente felice la scelta dell&#8217;art director di Wired David Moretti di titolare quella copertina “ItAliens”, una espressione che voleva illuminare le intelligenze sconosciute dal pianeta Italia. Sconosciute o dimenticate o non apprezzate come lei</strong>.<br />
Andai io stesso alla Fondazione Ebri un giorno per verificare che le foto venissero bene: avevamo incaricato una star mondiale, Albert Watson che le fece un ritratto bellissimo. Elegante, sorridente, sereno, profondo. Per un po&#8217; con quella foto ci facemmo varie prove di impaginazione poi David Moretti ebbe l&#8217;intuizione di “metallizzarla”: le diede un effetto platino che la rendeva quello che sarà per sempre, una icona senza tempo. Il giorno dopo la nostra visita all&#8217;Ebri, la professoressa incontrò la persona che avevamo scelto per farle l&#8217;intervista: lo scrittore Paolo Giordano, in quei tempi in testa alle classifiche con La Solitudine dei Numeri Primi. Mi ero molto raccomandato con Paolo sul taglio da dare all&#8217;intervista e lui per fortuna non seguì nessuna delle mia raccomandazioni. Fece di testa sua e mi restituì un ritratto di notevole bellezza con una frase che scolpimmo su quella copertina di platino: </p>
<blockquote><p>“Com&#8217;è la vita a 100 anni? Il corpo faccia quel che vuole, io sono la mente”. </p></blockquote>
<p>Quella frase da allora fa parte di me: come una lucina in fondo al cuore che si accende quando ho bisogno di aiuto.<br />
E così quando Giampaolo Colletti mi chiese di incontrarla di nuovo per girare un breve video per “Rita101” non esitai un istante. Il problema è che la professoressa qualche settimana prima era caduta, era caduta molto male, si era rotta un femore “e a 100 anni la rottura di un femore è un dramma” mi aveva messo in guardia Piero Ientile, il suo storico segretario-assistente che conoscevo da un po&#8217; e ho potuto vedere che le è sempre stato accanto con devozione assoluta. Mi disse anche che in quell&#8217;anno le condizioni della professoressa erano molto peggiorate, che non era sicuro che ce l&#8217;avremmo fatta a fare l&#8217;intervista, forse un saluto e basta, ma solo se la professoressa se la fosse sentita.<br />
Il giorno stabilito quindi bussai nella sua abitazione romana. Piero mi accolse titubante, temeva che stessi perdendo tempo e basta. Con me c&#8217;era una troupe di Current Tv che doveva filmare l&#8217;incontro e farne una clip. Per un bel po&#8217; rimanemmo in silenzio nel salottino con vista su villa Torlonia. Stavamo ormai per andare via quando all&#8217;improvviso sentimmo un rumore e in corridoio l&#8217;ho vista arrivare. Sulle sue gambe. Con il femore da poco operato. Mi sembrava di avere una visione. Rita Levi Montalcini si faceva avanti lentamente con un bastone senza una smorfia di dolore. Lentamente ma senza fermarsi mai. Avevo il cuore a mille.<br />
Allora ci siamo accomodati sui suoi divani e abbiamo realizzato il video che vedete in rete.<br />
Quel giorno avrei voluto chiederle mille cose. Per esempio di una cosa che aveva detto una volta che mi ha molto colpito e addirittura ha determinato molte mie scelte, un certo modo di vedere il mondo. Era il 30 dicembre 2008 e sull&#8217;Unità era uscita una sua intervista con Concita De Gregorio. <strong>Una delle domande era: “Qual è stata la più grande invenzione del &#8217;900?”. E la professoressa aveva risposto: “E me lo chiede? Internet!”. Aveva detto Internet.</strong> A 100 anni. Una delle più grandi neuroscienziate di tutti i tempi. Aveva capito il senso vero, profondo della rete.<br />
Ma quel giorno del 2010 non ci fu modo di parlarne. La professoressa parlò invece del capitale umano, la vera ricchezza dimenticata dell&#8217;Italia, e disse poche bellissime parole sui giovani e sul futuro. Il dialogo finì con la frase “il corpo faccia quel che vuole, io sono la mente”. La volle ripetere con un sorriso dolce che non era di sfida ma di serena consapevolezza che il suo tempo stava arrivando.<br />
Dopo quel giorno ho fatto vedere<a href="http://www.youtube.com/watch?v=UuT6ZXhWkqI"> quel video</a> decine di volte nelle conferenze a cui ho partecipato e ogni volta l&#8217;effetto è stato lo stesso. Emozione, commozione vera. E gratitudine per una donna immensa.</p>
<p><strong>Ho bussato di nuovo a casa Montalcini alla fine di luglio di quest&#8217;anno.</strong> Volevo sapere come stava e speravo di convincerla a dire qualcosa per l&#8217;inizio dell&#8217;anno scolastico. Qualcosa che ispirasse i ragazzi, che li convincesse che, nonostante tutto, non c&#8217;è niente di più importante dello studio per costruirsi un futuro. Piero Ientile questa volta era stato molto netto: sarebbe bellissimo, sarebbe il suo testamento spirituale, ma mi pare impossibile, mi disse, non sta bene, risentiamoci a fine agosto. Nei primi giorni di settembre ero nel suo salottino marrone, identico a due anni prima, gli stessi libri, le stesse foto. Un taglio di luce estiva illuminava le piante del balcone. Piero mi raccontò dei progressi che la Fondazione stava finalmente facendo dopo aver rischiato la chiusura e mi diede un foglietto con il testo che la professoressa avrebbe voluto leggere ma aggiunse che stavolta era meglio se lo registrava solo lui. Lasciai così una videocamera montata davanti alla sedia della Montalcini. La mattina seguente ricevetti una telefonata: “La professoressa ti ringrazia tanto ma non vuole parlare, non vuole più dire niente. Mi dispiace Ricca&#8217;”.<br />
Aveva ragione anche stavolta. Ci ha detto tanto, Rita Levi Montalcini, e ci ha dato tantissimo, non solo le scoperte scientifiche ma anche l&#8217;orgoglio di essere italiani. <strong>E io ora vorrei solo dirle grazie. Grazie per esserci stata. Grazie per averci ispirato.</strong> Il suo corpo faccia quel che vuole, lei è la mente. </p>
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		<title>Il testo del video sull’amore per lo studio del Miur</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Oct 2012 07:52:56 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Paolo Iabichino]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vecchioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Conosco i giornali. Ci lavoro da trent&#8217;anni. E quindi non mi stupiscono i titoli di oggi che parlano di uno &#8220;spot per la scuola pubblica girato in una privata&#8221;. Ho già spiegato ieri come sono andate le cose: i motivi &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/10/24/il-testo-del-video-sullamore-per-lo-studio-del-miur/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Conosco i giornali. Ci lavoro da trent&#8217;anni. E quindi non mi stupiscono i titoli di oggi che parlano di uno &#8220;spot per la scuola pubblica girato in una privata&#8221;. <a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/10/23/la-scuola-i-sogni-e-il-video-del-ministero/">Ho già spiegato ieri</a> come sono andate le cose: i motivi (risparmiare) che hanno portato la produzione a scegliere una location piuttosto che un&#8217;altra per costruire un set con studenti veri e suppellettili di una scuola pubblica. Qui aggiungo solo il testo del video, quello scritto con Paolo Iabichino e Roberto Vecchioni, affinché tutti possano capire davvero di cosa stiamo parlando. </p>
<blockquote><p>Quando studiavo io c&#8217;erano i libri di carta, le lavagne con il gesso e imparavamo solo dalle maestre e dai professori. Oggi c&#8217;è Internet, ci sono i libri elettronici, le lavagne digitali e succede anche che siamo noi insegnanti a imparare dai ragazzi.</p>
<p>Quello che non è mai cambiato è il valore dello studio: lo sapevate che in latino studio vuol dire anche amore? E infatti studiare significa amare e cioè dare un senso alla nostra vita e a quella degli altri.</p>
<p>Non importa se leggiamo un libro con le pagine o il monitor di un computer, non importa neanche se le scuole non sono perfette e se studiare a volte ci sembra perfino inutile. </p>
<p>Cerchiamo con tutte le forze di cambiare quello che non va, ma non smettiamo mai di amarla la nostra scuola, perché un futuro migliore per tutti è scritto nel miglior presente che riusciamo a realizzare insieme.</p>
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		<title>La scuola, i sogni e il video del ministero</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2012 15:15:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA["Porta a scuola i tuoi sogni"]]></category>
		<category><![CDATA[Miur]]></category>
		<category><![CDATA[Paolo Iabichino]]></category>
		<category><![CDATA[Profumo]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Vecchioni]]></category>
		<category><![CDATA[Scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[Vorrei aggiungere qualche informazione e una considerazione al dibattito in corso sul video “Porta a scuola i tuoi sogni” che il ministro della Istruzione ha realizzato. Vorrei farlo perché l&#8217;idea di quella campagna è stata mia e perché ho avuto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/10/23/la-scuola-i-sogni-e-il-video-del-ministero/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Vorrei aggiungere qualche informazione e una considerazione al dibattito in corso sul video <a href="http://www.youtube.com/watch?v=yOuFZCQ_YLQ">“Porta a scuola i tuoi sogni” </a> che il ministro della Istruzione ha realizzato. Vorrei farlo perché l&#8217;idea di quella campagna è stata mia e perché  ho avuto il grande privilegio di scriverne <a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/10/24/il-testo-del-video-sullamore-per-lo-studio-del-miur/">il testo</a> assieme a Paolo Iabichino e Roberto Vecchioni. Vedo che<a href="http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/10/23/news/scuola_pubblica_spot_in_istituto_privato_la_rete_insorge_e_il_ministero_minimizza-45159636/?ref=HREC1-6"> infuria la polemica </a>per il fatto che “lo spot” (ma non è uno spot, non stiamo vendendo saponette: è un video, una clip che ha un messaggio sociale), è stato girato in una scuola privata di Milano. Peggio, in una scuola tedesca. </p>
<p>Premetto che capisco e in qualche caso condivido lo scoramento, il nervosismo e perfino la rabbia che c&#8217;è nel mondo scolastico. Sono arrabbiato anche io entrando in certi istituti o leggendo le statistiche sugli edifici a rischio sismico. Nei mesi scorsi ho avuto la possibilità più volte di dire pubblicamente che la scuola italiana si è salvata e in qualche caso è addirittura entrata nel futuro non grazie ai politici e alla buona politica, ma nonostante i politici e la cattiva politica. E lo ha fatto sulle spalle di insegnanti, studenti, bidelli e famiglie che, quando hanno scelto di non lamentarsi e basta, si sono dimostrati eroici. Perché si sono rimboccati le maniche e hanno inventato delle soluzioni senza aspettare nessuno. </p>
<p>Capisco e condivido molto, quindi, ma ho l&#8217;impressione che in questa vicenda la legittima polemica politica si sovrapponga al video “Porta a scuola i tuoi sogni” deformando la realtà di una bella operazione.<br />
<strong>“Porta a scuola i tuoi sogni” non è uno spot sulla scuola italiana: è un video sullo studio, sull&#8217;importanza dello studio. È un video che prova a trasmettere un unico, forte messaggio: anche se la nostra scuola non va, anche se non funziona, anche se in qualche caso cade letteralmente a pezzi, ricordiamoci che studiare è l&#8217;unica cosa che ci salva. L&#8217;unica che ci assicura un futuro possibile. Come cittadini e come paese.</strong> Può sembrare scontato ma in Italia in questi anni si è fatta largo la convinzione contraria. Sintetizzata benissimo da una battuta dell&#8217;ultimo film di Checco Zalone: “Tanto in Italia studiare non serve a un cazzo!”. Tutti a ridere. Mentre è vero esattamente il contrario. Anche se la scuola ci fa schifo, anche se i politici se ne infischiano. Studiare, imparare, inseguire una passione per la conoscenza, ci rende migliori. E ci offre gli strumenti per cambiare le cose. E avere una scuola migliore. Questo dice quel video. </p>
<p>Dopo di che poteva essere girato in un garage, in un ristorante o su un set cinematografico. È una clip, non è un documentario. Invita chi lo guarda a portare a scuola i propri sogni. E quella che si vede nelle immagini è una scuola da sognare. Dove tutti hanno un tablet per esempio: lo sappiamo che è vero in pochissimi casi, ma vorremmo che fosse così. Un sogno, appunto. Perché allora girarlo in una scuola tedesca? Per risparmiare: perché la produzione aveva bisogno di una location su Milano, aperta tutto il sabato e con la luce adatta a fare le riprese in un unico giorno. Sempre la produzione sostiene che i ragazzi sono studenti veri (ma anche quelli della scuola tedesca sono studenti veri, no?) mentre i banchi e le suppellettili vengono da una scuola pubblica milanese e sono serviti a costruire l&#8217;immagine finale. Una immagine non di una scuola particolare, ma di una scuola qualunque, come vorremmo che fosse. </p>
<p>Come costruirla? Come arrivarci? Intanto ascoltando chi a scuola ci vive: e infatti il ministro ha aperto <a href="http://francescoprofumo.tumblr.com/">un blog </a>dove nei giorni scorsi sono state pubblicate decine di lettere di insegnanti e studenti che hanno raccontato benissimo lo stato tragico di molte scuole italiane. Ma leggendo quelle lettere, se avrete tempo e voglia, emerge fra le righe qualcosa di più forte della sterile rabbia. L&#8217;amore per la scuola, l&#8217;amore per lo studio. </p>
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		<title>Huffington Post, la rivoluzione Annunziata</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Sep 2012 10:20:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardoluna</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Huffington Post Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Lucia Annunziata]]></category>

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		<description><![CDATA[Potrei sbagliarmi, anzi, probabilmente mi sbaglio, ma ho la sensazione che l&#8217;arrivo dell&#8217;Huffington Post in Italia sarà quello che gli americani chiamano un “game-changer”, ovvero un fatto destinato a cambiare le regole del gioco. Per quel che riguarda l&#8217;editoria, naturalmente, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/09/24/huffington-post-la-rivoluzione-sara-annunziata/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Potrei sbagliarmi, anzi, probabilmente mi sbaglio, ma ho la sensazione che l&#8217;arrivo dell&#8217;Huffington Post in Italia sarà quello che gli americani chiamano un “game-changer”, ovvero un fatto destinato a cambiare le regole del gioco. Per quel che riguarda l&#8217;editoria, naturalmente, il rapporto fra carta e digitale e forse anche il modo di fare giornalismo in questo paese. Mi rendo benissimo conto di come questa affermazione possa apparire esagerata ma tutti coloro che pensano che da domani ci sarà “yet another website” e basta, secondo me sottovalutano alcuni fattori. </p>
<p><strong>Il principale è il fattore A</strong><br />
Mi spiego. Negli ultimi quindici anni il mondo della editoria cartacea ha dapprima ignorato il web, poi lo ha sottovalutato e infine ha provato a sfruttarlo senza capirne il senso profondo, il fatto per esempio di essere una rete di link, come se invece tutto si riducesse ad un mero calcolo di pagine viste.<br />
Questo atteggiamento a dir poco miope si è tradotto nel fatto che alla guida dei siti internet dei giornali non sono mai stati messi dei veri direttori. I veri direttori hanno continuato a occuparsi della carta e al sito sono andati ottimi colleghi con un gran talento da coordinatori e organizzatori e un mandato preciso: fare tante pagine viste senza disturbare il giornale di carta. In pratica, senza mai dare un buco al giornale di carta. Senza mai dare una notizia prima, senza far partire una campagna prima. Il web al massimo è stato usato per firmare appelli lanciati dal giornale di carta e poter dire: abbiamo un milione di firme! Il web è molto comodo per raccogliere firme, ma è molto più di questo. </p>
<p>Ora secondo me qualcosa sta per cambiare, questo equilibrio sta per rompersi. Domani infatti debutta la versione italiana dell&#8217;Huffington Post, che è probabilmente l&#8217;esperimento universalmente meglio riuscito di editoria di qualità solo digitale. Quando Arianna Huffington si è accordata con il gruppo editoriale l&#8217;Espresso ed è iniziata la “caccia al direttore”, nel totonomine il mio nome ha girato a lungo. Pochi sanno che già nell&#8217;agosto 2011 ero stato contattato dai colleghi della Huffington per un colloquio esplorativo, e ammetto che mi avrebbe fatto piacere essere scelto ma evidentemente il profilo di giornalista che avevano in mente era diverso. Infatti poi è stata fatta una scelta che non esito a definire migliore del sottoscritto: è stata scelta Lucia Annunziata. </p>
<p>La cosa in rete, lo ricorderete, suscitò molte ilarità, perché la Annunziata non è giovanissima, perché non aveva (fino ad oggi) un profilo su Twitter, perché non era considerata abbastanza digitale. Invece secondo me Lucia Annunziata si rivelerà una scelta azzeccata proprio per il fattore A: ovvero per il fatto di essere finalmente un direttore vero. Un direttore che ha le notizie prima degli altri (è una che con un giro di telefonate è in grado di anticipare quel che  leggeremo di almeno dodici ore in molti campi) e sa come trattarle, ovvero come trasformare una notizia in un fatto che innesca una conversazione. E soprattutto non deve aspettare nessuno, non ha il problema della carta. È la prima volta che un direttore di serie A viene messo alla guida di un sito. Che poi non è un sito qualunque ma un sito con un brand importante e un editore forte alle spalle. Insomma, la miscela potrebbe essere esplosiva. </p>
<p>Che succederà con l&#8217;HuffPost Italia? Che inizierà a dare quello che noi giornalisti chiamiamo “buchi” agli altri giornali. Magari non subito, ma lo farà. E secondo me quando questa cosa inizierà potrà solo crescere. Perché le notizie chiamano altre notizie. E questo metterà in crisi gli altri giornali, a partire dal più vicino, la Repubblica, ospitata in tre stanze nello stesso palazzo romano, per dire quanto sono vicini. Qui parlo di crisi in senso positivo: le crisi sono quei cambiamenti che ci costringono a fare le cose in modo diverso per ottenere risultati migliori. Ecco, io credo che l&#8217;HuffPost Italia costringerà i quotidiani italiani a qualche ripensamento in una logica del tipo “digital first”. Per fare dei prodotti migliori. </p>
<p><strong>Il secondo fattore è il fattore B</strong><br />
I blogger. È nota la politica dell&#8217;Huffington Post con i blogger di qualità. Ed è nota pure la polemica che c&#8217;è stata per le accuse di sfruttamento del lavoro del blogger. Ma insomma, questa cosa funziona e va avanti. Ora il quotidiano di Lucia Annunziata si presenta ai nastri di partenza con duecento blogger e con l&#8217;obiettivo di arrivare a 600: si tratta di voci importanti, che provengono da campi diversi, con sensibilità politiche e culturali diverse, che salgono sulla piattaforma della Annunziata perché da lì possono farsi sentire meglio. Ha molto senso. </p>
<p>Questa cosa non è affatto nuova in assoluto, anzi, ma è una novità per l&#8217;editoria tradizionale. Sui quotidiani online i blog li tengono (spesso distrattamente) alcuni giornalisti degli stessi quotidiani e in qualche caso i lettori in una logica che vuole essere 2.0. Il risultato è che sono pochissimi i blog dei quotidiani da ricordare: ce ne sono, ma pochissimi appunto. Se invece questo esperimento dell&#8217;HuffPost Italia funzionasse, credo che cambierebbe qualcosa nelle redazioni online dei quotidiani. Mi spiego: immaginiamo che abbia successo, che la Annunziata diventi un attore del dibattito politico ed economico per il tempismo e la personalità degli aggiornamenti del sito, e immaginiamo che il suo esercito di blogger produca, gratis, contenuti di qualità. Se capitasse tutto ciò, secondo me un editore inizierà a farsi due conti per cambiare qualcosa dove non è ancora cambiato. </p>
<p><strong>E quindi entra in gioco il terzo fattore. Il fattore C. I conti. </strong><br />
I conti dei quotidiani sono in profondo rosso da un po&#8217;. Per conti non intendo tanto il conto economico, che dopo i massicci tagli di personale dei quali quasi tutti gli editori hanno giovato con sgravi e scivoli vari non sono malaccio, quanto l&#8217;unico vero conto che conta alla lunga: il conto dei lettori. Questi vengono misurati da Audipress e a luglio l&#8217;elenco dei primi dieci giornali vedeva tutti segni meno, alcuni a doppia cifra. Mi dicono che ad agosto le cose siano andate peggio. Insomma, quello che voglio dire che questa novità dell&#8217;Huffington Post Italia arriva in un momento in cui, nonostante i benefici economici dei generosi piani di ristrutturazione, gli editori vedono una erosione costante della presa dei loro prodotti di carta. Che forse vanno ripensati. Profondamente. La logica con cui sono costruiti i giornali è una logica pre-web. Faccio un esempio: il fatto che un argomento venga scomposto in apertura, spalla, retroscena, intervista e boxini vari, impone al lettore di dover leggere sette otto articoli per sperare di capire di cosa si sta parlando. Questa formula, inventata vent&#8217;anni fa alla Stampa di Paolo Mieli ed Ezio Mauro, esiste solo in Italia, ha avuto molto senso per liberarci da quelli che venivano chiamati “pastoni” orrendi, ma secondo me adesso non ce l&#8217;ha più. Oggi avrebbe senso recuperare alcuni dei fondamenti del giornalismo che alcuni definiscono anglosassone ma io definisco giornalismo e basta, e ricominciare a fare degli articoli in cui anche se sono atterrato oggi da Marte capisco per esempio cos&#8217;è l&#8217;Alcoa, dove sta, perché c&#8217;è un problema produttivo, mentre invece quasi sempre mi trovo davanti articoli zeppi di virgolettati ma privi di quegli elementi fondamentali a capire.</p>
<p><strong>Potrei sbagliarmi, anzi probabilmente mi sbaglio. Ma ho la sensazione che stia per iniziare una stagione di grandi cambiamenti per il giornalismo in Italia. Se così fosse, non mi pare affatto una brutta notizia. </strong></p>
<p>Post Scritpum. Avrete notato da da questo breve ragionamento ho escluso riferimenti al giornale che ospita il mio blog, ovvero Il Post. L&#8217;ho fatto perché molte delle innovazioni che auspico, il trattare la rete come una rete di link e persone, il trattare le notizie con l&#8217;obiettivo primario di farsi capire sempre da tutti, il valorizzare blogger di qualità, queste Il Post le pratica dal primo giorno, anzi direi che è nato con questa missione. E l&#8217;ho fatto perché, come si sarà capito, credo che l&#8217;effetto Huffington Post Italia lo sentiranno soprattutto gli editori tradizionali. </p>
<p><a href='http://video.repubblica.it/dossier/repubblica-idee-bologna/lucia-annunziata-il-mio-huffington-partira-a-settembre/98679/97061'>Lucia Annunziata alla Repubblica delle Idee</a></p>
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		<title>Metti un giorno a Cernobbio, cercando una bandiera europea per Van Rompuy</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Sep 2012 21:52:25 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[ambrosetti]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Mario Monti]]></category>
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		<description><![CDATA[E quindi, come è questo workshop di Ambrosetti che ogni anno dal 1975 a settembre riempie i giornali? Mi faccio una domanda e mi do una risposta. Capitemi, sarà che l&#8217;ultima persona che ho visto stasera prima di lasciare Villa &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/09/07/metti-un-giorno-a-cernobbio-cercando-una-bandiera-europea-per-van-rompuy/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>E quindi, come è questo workshop di Ambrosetti che ogni anno dal 1975 a settembre riempie i giornali? Mi faccio una domanda e mi do una risposta. Capitemi, sarà che l&#8217;ultima persona che ho visto stasera prima di lasciare Villa d&#8217;Este a Cernobbio, dopo dodici ore filate, è stato Marzullo. Gigi Marzullo. Erano quasi le otto e l&#8217;ho visto in fondo al corridoio principale del grand hotel, quello che collega la Sala Impero con la Sala delle Colonne. Aveva un abito blu chiaro, era l&#8217;unico nel raggio di un chilometro senza cravatta e con le scarpe da tennis. Praticamente sembrava uno scapigliatissimo turista dopo una escursione sul lago di Como in un giorno di vento. <strong>Stava lì mentre il senatore americano John McCain guadagnava l&#8217;uscita a passo di carica attorniato dai giornalisti trattenendo a stento l&#8217;indignazione per quel che sta capitando in Siria “mentre l&#8217;America non fa nulla”, e il ministro dell&#8217;Economia Vittorio Grilli si faceva largo con il trolley dopo aver fatto checkin con un sorriso infinito che non potevi non attribuire alle ultime mosse di Draghi e al calo dello spread. </strong><br />
Che ci fai tu qui a Cernobbio, Gigi? gli ho detto, salutandolo dopo una decina d&#8217;anni che non lo incontravo. “Un programma, registro un programma”. Qui in effetti è tutto un programma. In mezza giornata mi sono visto passare davanti mezzo mondo che conta. Si è parlato al massimo livello di economia, di finanza, di scienza, innovazione, internet, fede e delle elezioni americane. Il tutto con una organizzazione perfetta, scandita fra una sessione e l&#8217;altra da un cameriere in giacca bianca che andava in giro per il giardino suonando un gong per invitarci a tornare in sala: i giornalisti da una parte, gli ospiti dall&#8217;altra. Io come sapete quest&#8217;anno sto con gli ospiti, ovvero duecento amministratori delegati di grandi aziende italiane che hanno il privilegio di pagare un sacco di soldi per essere qui a prendere ripetizioni di attualità e che nell&#8217;istant poll; ma devo rispettare questa benedetta Chatham House Rule per cui uno può riportare le cose che si sono dette in sala ma senza attribuirle a nessuno. Diciamo subito che ho scoperto che ci sono delle scappatoie. Nouriel Roubini, che ha aperto la mattinata con una bellissima e devastante analisi della situazione economica internazionale, poi l&#8217;ha ripetuta in conferenza stampa. I giornalisti Gianni Riotta e Dario Di Vico, che stanno dentro come relatori, qualche cosa twittano e non sono i soli. Quanto a John McCain, Joe Lieberman e Lindsey Graham, i tre senatori americani, quelli sono praticamente in tournée, arrivavano dall&#8217;Iraq e andranno in Georgia, twittano come dei forsennati. Fra loro si chiamano “los tre amigos” e se una frase significativa te la sei persa, tranquillo che la twittano loro dopo.<br />
Insomma, il senso di quel che avviene esce sempre. Qualche bella cosa però resta in quella sala. Le meravigliose parole che Shimon Peres ha usato per parlare di leadership, democrazia, diritti e rete. La presentazione scoppiettante di Roberto Cingolani sulle nanotecnologie che ti faceva sentire orgoglioso di essere italiano. La sorprendente bravura di Mauro Ferrari che a Houston ha creato una eccellenza mondiale per la cura dei tumori. E la evidente felicità di Tim Berners Lee che dopo essere stato protagonista delle cerimonia di apertura dei Giochi olimpici di Londra, era lì, a raccontare ai potenti perché il web ci cambia la vita e perché l&#8217;Italia è in ritardo: non è una opinione, ha creato un indice che lo misura e noi siamo solo al 23esimo posto nel mondo. Sveglia Italia!<br />
Dicevo della organizzazione perfetta. Ieri è stata messa a dura prova quando lo staff di Herman Van Rompuy (il presidente del Consiglio europeo, che ha un profilo twitter niente male, con oltre 70 mila follower e aggiornamenti puntuali curati dal suo staff) ha fatto sapere che oggi sarà a Cernobbio non solo per partecipare al seminario a porte chiuse, ma per fare una dichiarazione congiunta con Mario Monti davanti ai giornalisti. Dov&#8217;è il problema? Il problema è che per una cosa così solenne servono due bandiere: una italiana e una europea. A villa d&#8217;Este non c&#8217;erano e la ricerca ha coinvolto più comuni lombardi prima di risolversi in serata.<br />
E quindi, com&#8217;è questo Cernobbio? E&#8217; il mondo in una stanza. Fuori il cielo sul lago era bellissimo. <strong>E&#8217; ora di aprire qualche finestra, farà bene a tutti.  </strong></p>
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