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	<title>Spot</title>
	
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	<description>La voce di Now Available, agenzia di pubblicità indipendente. Tante diverse firme, tante angolazioni, diverse sensibilità, per raccontare un mondo ricco e variegato.</description>
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		<title>Carosello Reloaded: quando la pubblicità compie un passo indietro</title>
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		<pubDate>Mon, 13 May 2013 14:16:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Carosello Reloaded]]></category>
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		<description><![CDATA[di Stefano Morelli Quando mia madre, classe 1945, mi ha chiesto entusiasta cosa ne pensassi dell’imminente ritorno di Carosello, le ho risposto che ero molto curioso. Uno come me, che non ha fatto in tempo a vederlo ed è cresciuto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2013/05/13/video-carosello-reloaded/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefano Morelli</p>
<p>Quando mia madre, classe 1945, mi ha chiesto entusiasta cosa ne pensassi dell’imminente ritorno di Carosello, le ho risposto che ero molto curioso. Uno come me, che non ha fatto in tempo a vederlo ed è cresciuto sentendone citare continuamente gli slogan (chi non ha detto almeno una volta «non è vero&#8230; che tutto fa brodo»!), l’attesa era tanta.</p>
<p>Poi ho letto le interviste ai dirigenti della Sipra, concessionaria delle inserzioni pubblicitarie RAI, così entusiasti nell’annunciare la novità di una formula capace di coniugare ciò che di riuscito e di bello c’era in Carosello con le possibilità odierne di raccontare storie giocando tra televisione e smartphone (la cosiddetta tecnologia multischermo), e la mia curiosità è aumentata ancora di più.</p>
<p>Mi sono detto, ma vuoi vedere che stavolta l’hanno azzeccata? Portare in prima serata un nuovo modo di sfruttare i media, riuscendo a recuperare la forza delle storie del Carosello con l’aiuto di nuove tecnologie è senza dubbio un passo importante per chi fa pubblicità e una bella sfida da raccogliere. Anche perché un tentativo simile nel ’97 ebbe esiti poco incoraggianti.</p>
<p>Ahimè, mi è bastato guardare la prima puntata di Carosello Reloaded per sentire svanire ogni entusiasmo: non ho visto nulla di quello che speravo.</p>
<p><iframe width="610" height="343" src="http://www.youtube.com/embed/IWSHV5GrGcE" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Sicuramente l’espediente dell’auto citazione non basta a rendere interessante un appuntamento che sembra avere l’unica novità di rilievo nella durata più lunga degli spazi pubblicitari. Da una parte si sono perdute la forza e la capacità creativa di un format che nel passato ha così ben giocato con l’invenzione e l’intrattenimento, convivendo onestamente con la necessità commerciale; dall’altra non si è esplorato nulla di quello che oggi si potrebbe osare, e che è stato tanto promesso. </p>
<p>Spiace veramente che noi pubblicitari e le grandi marche che hanno commissionato gli spot non abbiano approfittato di questo appuntamento per confrontarsi e proporre una riflessione sulla pubblicità; per sviluppare un approccio figlio del nostro passato ma proiettato, se non nel futuro, almeno nel presente.</p>
<p><iframe width="610" height="343" src="http://www.youtube.com/embed/hyAytwHyDJc" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Difficile dire se <em>Carosello Reloaded</em> sia condizionato dai compromessi commerciali, dalla paura di sperimentare realmente o, forse, dalla mancanza dei grandi autori che hanno reso indimenticabile l’originale.<br />
A voler essere benevoli è stata  un’occasione mancata, «una grande presa in giro» per usare le parole di Bruno Bozzetto, uno che i Caroselli non solo li ha visti, ma li ha anche fatti e molto bene.</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/ilpost-spot/~4/8iZM9tE6E88" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Le “cose” sono importanti. Ovvero The Internet of Things e il branding</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 15:17:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[coca cola]]></category>
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		<description><![CDATA[di Gabriella Piergianni Ne sentiamo parlare da un po’ ma di fatto il termine è stato coniato nel lontano 1999 da Kevin Ashton per sottolineare la possibilità di connettere gli oggetti/prodotti della nostra vita alla tecnologia più avanzata. Con uno &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2013/04/24/le-cose-sono-importanti-ovvero-the-internet-of-things-e-il-branding/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Gabriella Piergianni</p>
<p>Ne sentiamo parlare da un po’ ma di fatto il termine è stato coniato nel lontano 1999 da Kevin Ashton per sottolineare la possibilità di connettere gli oggetti/prodotti della nostra vita alla tecnologia più avanzata. Con uno stacco di quasi 15 anni il tema si fa caldo perché l’IoT entra a far parte sempre più concretamente della nostra vita anche attraverso i brand che conosciamo. Non è un caso che il 2013 sia stato identificato come l’anno dell’IoT a <a href="http://www.youtube.com/playlist?list=PL6RKqpezpCYqo4WkNAGdPZTc73Eu1Zdqk">LeWeb</a>, tenutosi a Parigi in coda allo scorso anno.</p>
<p>I brand si armano dunque di nuovi strumenti per parlare di sé, per innescare quel difficile meccanismo di trovare un posto nella mente e nel cuore delle persone e, oggi più che mai, superare la barriera dell’indifferenza verso quell’abito spesso già visto che sta diventando la comunicazione. In questo panorama i brand parlano di nuovi fatti in cui il virtuale e il reale viaggiano a braccetto attraverso le soluzioni tecnologiche più interessanti e rilevanti per la vita delle persone.</p>
<p>Prendiamo ad esempio l’evento Heineken legato al recente <em>Fuorisalone</em>. Con <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=vlnjXlm2sm0">Heineken Ignite</a>, il noto brand ha lanciato una bottiglia interattiva che utilizza dei micro sensori e la tecnologia wireless per interagire con chi beve. I LED sincronizzati alla musica del dj si attivano inoltre quando si brinda o si beve dalla bottiglia.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/vlnjXlm2sm0" frameborder="0" width="610" height="343"></iframe></p>
<p>Coca-Cola, all’inizio di quest’anno ha creato la <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=fBJ3b2eUTlU">Coke remix Bottle</a>, una speciale “sound bottle” che all’apertura del tappo consente di registrare dei suoni a piacimento dall’ambiente esterno e che vengono rilasciati poi ad ogni apertura successiva.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/fBJ3b2eUTlU" frameborder="0" width="610" height="343"></iframe></p>
<p>Per finire è di qualche giorno fa la notizia che Durex sta conducendo una ricerca intorno allo sviluppo di una biancheria intima molto particolare. La Durex infatti ha presentato il suo nuovo prodotto: <a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=T6vul95hwOY"><em>Fundawear</em></a>, una serie di capi intimi (reggiseni, mutandine, slip, e simili) che vibra ogni volta che il vostro partner decide che avete bisogno di qualche attenzione in più di un certo tipo.  Attraverso l&#8217;applicazione smartphone è possibile specificare le parti del corpo del proprio partner che si desidera stimolare, rappresentati attraverso spazi circolari, i quali, se cliccati, attivano i sensori della biancheria esattamente in quei punti.</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/T6vul95hwOY" frameborder="0" width="610" height="343"></iframe></p>
<p><em>Fundawear</em> non è ancora disponibile per i consumatori, ma la Durex <a href="https://www.facebook.com/Durex.Australia/app_493857570680544">ha lanciato un contest</a> sulla pagina Facebook dell&#8217;azienda in Australia, offrendo la possibilità di vincere un set di <em>Fundawear</em> prima che sia messo vendita.</p>
<p>Escluso il caso di Heineken, di fatto l’Italia sembra rimanere fuori dai giochi: per mancanza di investimenti, per la crisi si dirà, ma la domanda rimane sempre la stessa quando ci troviamo di fronte alla necessità di ridisegnare nuove geometrie: siamo davvero pronti a osare?</p>
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		<title>Se non ci fossero i pubblicitari</title>
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		<comments>http://www.ilpost.it/spot/2013/04/05/se-non-ci-fossero-i-pubblicitari/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 05 Apr 2013 10:10:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[di Nico Gonzo Non è il lavoro a definire chi sei. Per questo nonostante un impiego da copywriter in agenzia continuo a frequentare gli stessi amici di sempre, sulla stessa panchina di sempre, nella stessa piazzetta di Lambrate. Questo mi &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2013/04/05/se-non-ci-fossero-i-pubblicitari/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Nico Gonzo</p>
<p>Non è il lavoro a definire chi sei.<br />
Per questo nonostante un impiego da copywriter in agenzia continuo a frequentare gli stessi amici di sempre, sulla stessa panchina di sempre, nella stessa piazzetta di Lambrate.<br />
Questo mi porta inevitabilmente a dover difendere la categoria dei pubblicitari nei tanti casi in cui viene impietosamente criticata. E questo capita piuttosto di frequente.</p>
<p>Come in un invisibile tribunale l’arringa parte scaricando la responsabilità sulla pavidità dei clienti, sempre restii a comunicare in maniera diversa e originale i loro amati prodotti.<br />
Subito dopo, a sedersi sul banco degli imputati, è il turno dei prodotti, ormai tutti uguali e senza alcuna rilevanza per chi li compra se non il fatto stesso di averli comprati. Cioè posseduti. Ma questo non basta a riabilitare la nostra reputazione sociale.</p>
<p>La gente continua a vederci come piccoli Umpa Lumpa truffaldini al servizio dei brand, sempre intenti a escogitare modi ingegnosi per farti mettere mano al portafogli. Mai cliché fu più sbagliato: la verità è che noi siamo i vostri paladini. </p>
<p>Se non ci fossimo noi, gli spot televisivi sarebbero tutti come le telepromozioni dei canali satellitari, quelli dal 70 in avanti per intenderci. Le pagine stampa avrebbero loghi così ingombranti da non farci stare nient’altro; i pre-roll che anticipano i video su YouTube durerebbero un minuto e sarebbero un loop di foto aziendali; le operazioni <em>guerrilla</em> sarebbero letteralmente tali: imboscate nelle quali il target non avrebbe scelta, comprare o morire. <em>That’s business, baby</em>. </p>
<p>Non capite che senza di noi Ennio Doris userebbe quel bastone contro i clienti invece che per giocare sulla sabbia? Giovanni Rana non sembrerebbe nonno Felice e Babbo Natale non sarebbe vestito di rosso Coca Cola, ma di un tristissimo verdino? </p>
<p>Lo capite cosa vi stiamo risparmiando?</p>
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		<title>“Pubblicità shock” di Clendy. Perché giocare facile?</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 16:29:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Clendy]]></category>
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		<description><![CDATA[di Alessia Oggiano &#8211; @ale_bijux Oggi è uscita la notizia sull&#8217;ennesima &#8220;pubblicità shock&#8221;. Stavolta sotto accusa c&#8217;è la Clendy, azienda che opera nel mercato dell&#8217;igiene della persona e della casa, che per promuovere l&#8217;efficacia, a quanto pare miracolosa, del suo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2013/03/28/pubblicita-shock-di-clendy-perche-giocare-facile/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Alessia Oggiano &#8211; @ale_bijux</p>
<p>Oggi è uscita la notizia sull&#8217;ennesima &#8220;pubblicità shock&#8221;. Stavolta sotto accusa c&#8217;è la Clendy, azienda che opera nel mercato dell&#8217;igiene della persona e della casa, che per promuovere l&#8217;efficacia, a quanto pare miracolosa, del suo panno in microfibra si diverte a ironizzare sulla scena di un omicidio.</p>
<p>In uno dei due soggetti della campagna vediamo una donna che tiene in mano il panno in grado di pulire ogni macchia, anche quella di un omicidio, visto che alle sue spalle compare il cadavere di un uomo. Il messaggio dice «Elimina tutte le tracce».</p>
<p><img src="http://www.ilpost.it/spot/files/2013/03/elimina-tracce2.jpg" alt="" title="elimina-tracce2" width="610" height="291" class="aligncenter size-full wp-image-399" /></p>
<p>La rete si scatena in modo furioso condannando l&#8217;azienda e annunciando un boicottaggio globale.<br />
Altri si accaniscono sul secondo soggetto, quello maschile, attribuendogli un ruolo di istigatore alla violenza sulle donne.</p>
<p><img src="http://www.ilpost.it/spot/files/2013/03/elimina-tracce-1.jpg" alt="" title="elimina-tracce 1" width="610" height="291" class="aligncenter size-full wp-image-401" /></p>
<p>Tutto vero o almeno, tutto comprensibile.</p>
<p>Ma ciò su cui vorrei soffermarmi oggi non sono le reazioni. È la genesi che mi sorprende.<br />
E mi chiedo: dove stiamo andando? Cosa sta accadendo alla società? Cosa spinge un&#8217;agenzia e un&#8217;azienda a creare una campagna di questo tipo?</p>
<p>In un&#8217;Italia in cui ciò che continua a far notizia è la violenza o la cattiva politica, ci sentiamo facilitati a sfruttare questi unici due temi per poter fare anche noi notizia? Abbiamo così poca fiducia della nostra creatività, della nostra capacità strategica da non provare a pubblicizzare un nuovo prodotto con un&#8217;idea creativa e un messaggio diverso, magari positivo o costruttivo? Siamo così influenzati dalla crisi di questo momento sociale da dover sfruttare il male e non il bene?</p>
<p>Io non ci credo e non ci voglio credere. Preferisco pensare che dietro ci sia una ragione diversa, che magari non ho colto. E nel frattempo invito me stessa e tutti i colleghi delle agenzie e delle aziende a non perdere il &#8220;lume della ragione&#8221; ma soffermarci a pensare prima di agire e agire male.</p>
<p>È vero che il nostro mestiere non è quello di salvare vite umane ma noi, come tutti, possiamo contribuire a migliorare la società parlando dei giusti valori, influenzandola positivamente anziché facendoci influenzare negativamente.</p>
<p>Possiamo farlo anche per parlare di un panno, vogliamo provarci?</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/ilpost-spot/~4/lBHu6Rfz2TI" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Less is more, ancora una volta</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Mar 2013 16:32:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>
		<category><![CDATA[Summly]]></category>
		<category><![CDATA[yahoo]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Prevato &#8211; @Mutus_party Questa è la storia di Nick, un diciassettenne smanettone che ha fatto una App talmente bella e utile (da quello che si legge) da far appassire in un batter d’occhio tutti i tentativi di inventare &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2013/03/26/less-is-more-ancora-una-volta/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Prevato &#8211; @Mutus_party</p>
<p>Questa è la storia di Nick, un diciassettenne smanettone che ha fatto una App talmente bella e utile (da quello che si legge) da far appassire in un batter d’occhio tutti i tentativi di inventare nuovi modi di fruire le notizie. E Yahoo se l’è accaparrata per un bel gruzzoletto.</p>
<p>Ma oltre alla sua impresa che (e si vede) ha alle spalle mani esperte e testimonial influenti, colpisce la semplicità del suo video promozionale, anche grazie all’aplomb del poliedrico <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stephen_Fry">Stephen Frye</a>.</p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/52014691" frameborder="0" width="610" height="281"></iframe></p>
<p>Quando abbiamo qualcosa di preciso e distintivo da dire o da mostrare, non c’è bisogno di grandi mezzi. Comunicare efficacemente e con poco è meglio. Non è una questione di budget, ma di idee e di saperle tradurre in messaggi. In questo caso, io apprezzo la riuscitissima sovrapposizione tra la promessa di <a href="http://summly.com/">Summly</a> (ridurre e semplificare) e la capacità di mostrarne l’effetto, con un banalissimo dialogo.</p>
<p>Sarà la presenza scenica e lo sguardo visionario di un ragazzino diciassettenne.<br />
Sarà la magia del dosare le parole.<br />
Speriamo che Summly mantenga le promesse.</p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/ilpost-spot/~4/GYgMklK5Kng" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Da uno spot la verità sul futuro</title>
		<link>http://feeds.ilpost.it/~r/ilpost-spot/~3/EpA4SBMv_sA/</link>
		<comments>http://www.ilpost.it/spot/2013/03/13/da-uno-spot-la-verita-sul-futuro/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 Mar 2013 11:47:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Le Trèfle]]></category>
		<category><![CDATA[pubblicità]]></category>

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		<description><![CDATA[di Emanuele Nenna &#8211; @emanuelenenna Oggi parliamo di pubblicità. Ma senza troppe parole: ecco a voi uno spot che merita di essere visto. Perché è divertente. Perché è creativo. Perché è intelligente. Ma soprattutto perché contiene una &#8220;morale&#8221; che condivido &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2013/03/13/da-uno-spot-la-verita-sul-futuro/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><small>di Emanuele Nenna &#8211; @emanuelenenna</small></p>
<p>Oggi parliamo di pubblicità. Ma senza troppe parole: ecco a voi uno spot che merita di essere visto.<br />
Perché è divertente.<br />
Perché è creativo.<br />
Perché è intelligente.<br />
Ma soprattutto perché contiene una &#8220;morale&#8221; che condivido e che, quindi, ripropongo: il nuovo che avanza è utile e bello (e ci vuole). Viva il progresso, il rinnovamento, il futuro. Ma il nuovo a tutti i costi, quando diventa ideologia, può generare finali non così lieti.</p>
<p>Enjoy! (e dite la vostra) </p>
<p><iframe width="610" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/UOcZZgpX7gU" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<img src="http://feeds.feedburner.com/~r/ilpost-spot/~4/EpA4SBMv_sA" height="1" width="1"/>]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>«Non dite a mia madre che faccio il politico, lei mi crede pianista in un bordello»</title>
		<link>http://feeds.ilpost.it/~r/ilpost-spot/~3/5GoqULQvXJc/</link>
		<comments>http://www.ilpost.it/spot/2013/02/27/manifesti-elettorali-lombardia/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Feb 2013 14:41:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni 2013]]></category>
		<category><![CDATA[Jacques Séguéla]]></category>
		<category><![CDATA[Lombardia]]></category>
		<category><![CDATA[roberto maroni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Emanuele Nenna &#8211; @emanuelenenna Ci hanno insegnato che la pubblicità, per funzionare davvero, non deve dire bugie. Jacques Séguéla, il grande pubblicitario francese che ha ispirato il titolo del mio post (con il suo libro Non dite a mia &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2013/02/27/manifesti-elettorali-lombardia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Emanuele Nenna &#8211; @emanuelenenna</p>
<p>Ci hanno insegnato che la pubblicità, per funzionare davvero, non deve dire bugie.</p>
<p>Jacques Séguéla, il grande pubblicitario francese che ha ispirato il titolo del mio post (con il suo libro <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8885838820/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8885838820&amp;linkCode=as2&amp;tag=wittgenstein-21">Non dite a mia madre che faccio il pubblicitario</a></em>) provava a difendere la categoria dai pregiudizi dell&#8217;opinione pubblica per cui chi fa gli spot racconta balle pur di vendere. Argomentava dicendo che mentire in pubblicità non solo è disonesto, ma anche inutile. Perché la gente non è stupida e non si fa fregare due volte.</p>
<p>Il grido di battaglia della McCann, una delle più importanti e storiche agenzie di pubblicità al mondo, era (ed è) &#8220;Truth Well Told&#8221;, come ricorda anche Giovanni Pagano in un suo <a href="http://badavenue.wordpress.com/2013/02/21/male-grazie-24-truth-well-told/">sbigottito post</a> su Bad Avenue.</p>
<p>Il manifesto deontologico della nostra categoria, firmato dall&#8217;Art Directors Club Italiano, indica chiaramente a chi fa il mio mestiere cosa non si deve fare. Poi c&#8217;è il codice di autodisciplina pubblicitaria. Poi c&#8217;è una authority, in Italia, che ha (giustamente) il potere di fare ritirare le campagne che mentono. Non posso dire che il mio prodotto è senza conservanti, se non è vero al 100 per cento. Non posso nemmeno dire che è &#8220;leggero&#8221; se non risponde a severissimi requisiti definiti per legge. Altrimenti arrivano multe pesanti, come minimo.</p>
<p>Perché in politica niente di tutto questo ha valore?<br />
Senza scadere nelle &#8220;solite&#8221; critiche agli imbonitori professionisti, con relativi giudizi di merito, porto qui solo un esempio &#8220;oggettivo&#8221;. Guardate questo manifesto:</p>
<p><img class="aligncenter size-full wp-image-365" title="maroni" src="http://www.ilpost.it/spot/files/2013/02/image001.jpg" alt="" width="273" height="390" /></p>
<p>Ebbene. Ora Maroni ha vinto in Lombardia. Anche (immagino) grazie alle sue &#8220;allettanti&#8221; promesse.<br />
I Lombardi (o almeno il 42 per cento di loro) ora credono che potranno tenersi tutte per sé le tasse frutto del loro duro e onesto (?) lavoro. Ma davvero dipende da Maroni questa decisione (giusta o sbagliata che la si ritenga)? Immagino conosciate la risposta: assolutamente no. Non è materia della Regione decidere come distribuire il gettito nazionale. È anche piuttosto ovvio.</p>
<p>Eppure.</p>
<p>Naturalmente: che gli italiani comprino i detersivi che vogliono. E votino i politici che vogliono. Non sta certo a me indicare i buoni e i cattivi, se ce ne fossero. Ma da &#8220;tecnico&#8221;, da professionista della comunicazione, ogni volta mi stupisco del continuo violare le regole. E del continuo scoprire che quello che mi hanno insegnato su verità ed efficacia sia tutto finto.</p>
<p>Beh, io – nel mio piccolo &#8211; continuerò a evitare di raccontare che il cioccolato fa dimagrire. Anche se magari (lo scopro oggi) con una bugia ben confezionata le vendite dei miei clienti aumenterebbero e le mie tasche si riempirebbero.</p>
<p>Preferisco però continuare a credere che la pubblicità abbia un ruolo più serio e che le bugie in comunicazione prima o poi smetteranno di funzionare.</p>
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		<item>
		<title>Lo spot nella scuola sbagliata</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Oct 2012 13:18:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[ministero dell'istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>

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		<description><![CDATA[di Emanuele Nenna @emanuelenenna Su Repubblica.it si parla di uno spot firmato dal Ministero dell&#8217;Istruzione che sta facendo discutere. Non per il messaggio. Non per il linguaggio. Non per l&#8217;idea creativa o la regia. Non per la scelta del prof. &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2012/10/23/lo-spot-nella-scuola-sbagliata/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Emanuele Nenna <a href="@emanuelenenna">@emanuelenenna</a></p>
<p>Su <em>Repubblica.it</em> si parla di uno spot firmato dal Ministero dell&#8217;Istruzione che sta facendo discutere. Non per il messaggio. Non per il linguaggio. Non per l&#8217;idea creativa o la regia. Non per la scelta del prof. Vecchioni come testimonial. Lo si critica per quella che tecnicamente si definisce la location.<br />
Perché uno spot che parla dei valori della scuola (pubblica) è stato girato in una scuola privata. Non so cosa ne pensiate voi. Io penso che veramente a volte si esageri.</p>
<p>Chissà, magari le scuole pubbliche richiedevano procedure farraginose per poter essere utilizzate come set da una casa di produzione. Magari il produttore ha trovato nella scuola che ha scelto un luogo (o location, appunto) che funzionava perfettamente per motivi registici, di luci, di ambienti, ecc. Non lo so, non so nemmeno chi abbia girato quello spot. E non mi interessa, perché non è questo il punto.</p>
<p>Il punto è che una campagna pubblicitaria, così come un film, racconta una storia. Per passare un messaggio. Cosa importa se il set della storia è ricostruito in studio, in teatro o a cinecittà? Cosa cambia? Mah. Io dico niente. E dico anche che chi grida allo scandalo per una location (magari solo per l&#8217;orgoglio di averlo scoperto, di aver fatto lo &#8220;scoop&#8221;) forse è come quelle persone che, quando si indica la luna, guardano e vedono soltanto il dito. Il brutto è che ce ne sono sempre di più, e a farne le spese, alla fine, è la luna.</p>
<p>(Tra parentesi, giusto per non essere frainteso come paladino di una critica che non è mia: io sono di quelli che manda le proprie figlie alla scuola pubblica, con addirittura un po&#8217; di pregiudizio per quella privata. Ma non è nemmeno questo il punto).</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=10,0,0,0" width="610" height="390"><param value="http://flv.kataweb.it/player/v4/player/player_v1a.swf" name="movie"></param><param value="always" name="allowScriptAccess"></param><param value="true" name="allowFullScreen"></param><param value="high" name="quality"></param><param value="direct" name="wmode"></param><param value="#ffffff" name="bgcolor"></param><param value="autostart=false&#038;provider=video&#038;file=http://flv.kataweb.it/repubblicatv/file/2012/10/videoscuola23102012.mp4?width=610&#038;height=387&#038;repeat=false&#038;logo.file=0&#038;logo.position=top-left&#038;logo.margin=10&#038;shuffle=false&#038;mute=false&#038;volume=60&#038;stretching=unfiform&#038;screencolor=000000&#038;buffer=5&#038;smoothing=true&#038;brand=RepubblicaTV&#038;category=edizione&#038;subcategory=milano&#038;videotitle=Scuola, lo spot del ministero &egrave; girato nell\'istituto privato&#038;streamurl=http://video.repubblica.it/edizione/milano/scuola-lo-spot-del-ministero-e-girato-nell-istituto-privato/108614/106999&#038;webserviceurl=http://video.repubblica.it/php/services/related.php?id=&#038;mediaid=108614&#038;dock=false&#038;image=&#038;debug=false&#038;skin=http://flv.kataweb.it/player/v4/skin/skin_rrtv_temp.swf&#038;plugins=http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_nielsen.swf,http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_related.swf" name="flashvars"></param><embed src="http://flv.kataweb.it/player/v4/player/player_v1a.swf" flashvars="autostart=false&#038;provider=video&#038;file=http://flv.kataweb.it/repubblicatv/file/2012/10/videoscuola23102012.mp4?width=610&#038;height=387&#038;repeat=false&#038;logo.file=0&#038;logo.position=top-left&#038;logo.margin=10&#038;shuffle=false&#038;mute=false&#038;volume=60&#038;stretching=unfiform&#038;screencolor=000000&#038;buffer=5&#038;smoothing=true&#038;brand=RepubblicaTV&#038;category=edizione&#038;subcategory=milano&#038;videotitle=Scuola, lo spot del ministero &egrave; girato nell\'istituto privato&#038;streamurl=http://video.repubblica.it/edizione/milano/scuola-lo-spot-del-ministero-e-girato-nell-istituto-privato/108614/106999&#038;webserviceurl=http://video.repubblica.it/php/services/related.php?id=&#038;mediaid=108614&#038;dock=false&#038;image=&#038;debug=false&#038;skin=http://flv.kataweb.it/player/v4/skin/skin_rrtv_temp.swf&#038;plugins=http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_nielsen.swf,http://flv.kataweb.it/player/v4/plugin/plugin_related.swf" allowScriptAccess="true" quality="high" wmode="direct" bgcolor="#FFFFFF" width="610" height="390" type="application/x-shockwave-flash"  /></embed></object></p>
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		<title>Viaggio tra giraffe, argonoidi e pazzi furibondi</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Oct 2012 13:29:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Stefano Pagani @sissighignu “Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere ma quella che si adatta meglio al cambiamento” Dubito che quando Darwin scrisse la teoria sull’origine della specie stesse pensando alla nostra generazione di manager e &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2012/10/18/viaggio-tra-giraffe-argonoidi-e-pazzi-furibondi/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefano Pagani @<a href="http://www.twitter.com/sissighignu">sissighignu</a></p>
<p><em>“Non è la specie più forte o la più intelligente a sopravvivere ma quella che si adatta meglio al cambiamento”</em></p>
<p>Dubito che quando Darwin scrisse la teoria sull’<em>origine della specie</em> stesse pensando alla nostra generazione di manager e imprenditori. Devo ammettere però che, dopo oltre cent’anni, ritrovo la sua teoria incredibilmente valida non solo per le sue simpatiche giraffe dal collo lungo, ma anche per noi. Siamo le nuove giraffe. E in questa rivisitazione moderna la teoria di Darwin vale in tutti i settori, dall’industria ai servizi avanzati, ma penso che sia ancora più vera per coloro che – come me – operano nel settore pubblicitario.</p>
<p>Proviamo ad analizzarlo, partendo dallo scenario di qualche decennio fa:<br />
Un’<strong>azienda investitrice</strong> che aveva marche da costruire e importanti budget per farlo.<br />
Un’<strong>agenzia di pubblicità</strong> che, per rispondere alla richiesta del suo committente, doveva pensare a cosa dire per costruire il brand e a dove dirlo (non esistevano i centri media). Due o tre <strong>editori</strong> con in mano la quasi totalità dell’audience (principalmente su TV e stampa).<br />
Un <strong>semplice consumatore</strong>, spesso dipinto dagli addetti ai lavori come una casalinga di Voghera, bonacciona e adorabile, che sorridendo guardava la TV ogni giorno andando al supermercato ansiosa di comprare i prodotti appena visti.<br />
Un <strong>ritorno sull’investimento</strong> pubblicitario evidente e facilmente misurabile.</p>
<p>Tutto lineare, al limite della noia.<br />
A parte qualche new entry oggi gli attori sono sempre gli stessi ma hanno subìto anche loro la propria evoluzione della specie. Lo scenario attuale è più o meno questo (nda: mi auguro che l’ironia che segue venga colta e non offenda nessuno dei lettori):</p>
<p><strong>Un’azienda investitrice.</strong> Per fortuna esiste ancora. Non ha più marche da costruire ma solo prodotti da vendere. E con molti meno soldi di una volta. Non solo, deve farlo in fretta: le sue giraffe (ohps, manager) devono produrre utili nell’esercizio corrente. Quello che succederà negli anni a venire sarà un altro problema (o il problema di un altro).</p>
<p><strong>Un’agenzia di pubblicità.</strong> O meglio due, spesso tre o anche quattro sullo stesso progetto, una per ogni media utilizzato. Tutte si spartiscono gli stessi soldi che una volta erano dedicati ad una sola, anzi probabilmente di meno. Addirittura oggi, oltre alle già numerose agenzie, c’è un nuovo interlocutore per l’acquisto degli spazi pubblicitari (eh sì, anni fa sono spuntate le centrali di acquisto media).</p>
<p><strong>Due, tre… centomila editori.</strong> Non solo di TV, radio e stampa. Oggi l’offerta commerciale prevede blog, facebook, portali, motori di ricerca e giornali on-line. Oltre che l’adv sul mobile: ci sono videogiochi per lo <em>smartphone</em> dove il giocatore è un <strong>argonoide</strong> che per acquistare una nuova arma deve guardare uno spot. E se vuole anche la super-energia deve inoltrarlo ad un amico che a sua volta deve guardarlo per forza. Altrimenti muoiono entrambi. Lui e l’amico. Anche nel mondo dei media classici lo scenario è tutt’altro che semplice: dai soliti sette canali siamo passati a diverse decine, con tematiche generaliste o molto specifiche dedicate a: pescatori, cacciatori di miti, sposi, sportivi, cultori di strane malattie, studenti, culturisti, mangiatori di cibi orribili o appassionati di Padre Pio.</p>
<p>In tutto questo gli <strong>istituti di ricerca</strong> si scervellano per studiare complessi algoritmi statistici per collegare i diversi pubblici alle loro abitudini fisico/socio/comportamentali d’acquisto: sempre meno sardi hanno i baffi neri mentre molti di loro amano la spada. E allora ecco tutti i produttori di lamette da barba in prima linea per andare a conquistare il mercato sardo.<br />
Oppure i più reazionari – quelli che i baffi non se li vogliono tagliare &#8211; potrebbero essere interessati a farseli biondi con dei prodotti schiarenti per mustacchi: beh, del resto lo sanno tutti che il colore giallo è uno dei trend dell’anno.</p>
<p><strong>Il consumatore medio.</strong> Non è più la sognante casalinga di Voghera tutta tele e supermercato.<br />
È un <strong>pazzo furibondo</strong>, fa cose senza senso. Compra auto costose (a rate ovviamente), inquinanti e non aerodinamiche perché nella sua stranezza si sente più accettato nell’ambiente sociale in cui vive. Compra il giornale la mattina, se lo porta sottobraccio tutto il giorno e la sera lo butta senza averlo mai aperto perché tanto ha già letto le news sui siti d’informazione. Per decidere cosa cucinare la sera si lascia guidare dalle video-ricette su Internet. Passa oltre 12 minuti al giorno su Facebook. I suoi figli adolescenti lo fanno per oltre un’ora e mezza e mentre gli parlano chattano freneticamente sul cellulare senza guardarlo mai in faccia. La TV la guarda sempre, non può farne a meno, ma non come un tempo. I più smanettoni ad esempio seguono solo l’audio non alzando quasi mai lo sguardo perché sono troppo impegnati a “twittare” sul #programmachestaguardando.<br />
Poi va a fare la spesa, ormai esausto per le troppe informazioni accumulate. E non sceglie i prodotti che preferisce, ma quelli che gli garantiscono gli sconti migliori con la carta fedeltà.<br />
Del resto come biasimarlo: per pagare le rate dell’auto bisogna stare attenti a come si spende.</p>
<p><strong>E per finire un ritorno sull’investimento chiaro.</strong> L’azienda e la sua povera agenzia, dopo essere riuscite a inventare una strategia complessissima composta da decine di diversi mezzi/messaggi creativi/declinazioni/etc., devono andare a misurare i risultati ottenuti da ogni singolo tassello che ha composto la strategia. Separandolo dagli altri e cercando di individuare qualche straccio d’informazione che possa tornare utile per il futuro.<br />
Un futuro dove le foglie cresceranno su rami ancora più alti, e serviranno colli sempre più<br />
lunghi per sopravvivere.</p>
<p>Che fatica :-)</p>
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		<item>
		<title>Il digital è il futuro della comunicazione. Da quindici anni</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Oct 2012 21:50:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[di Stefano Pagani – @sissighignu Quando ha iniziato a entrare timidamente nelle agenzie e aziende italiane (erano i primi anni Novanta) lo chiamavamo Internet (con o senza l’articolo). Poi Web. Poi lo scenario si è ampliato e ci si arricchiva &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/spot/2012/10/05/il-digital-e-il-futuro-della-comunicazione-da-quindici-anni/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Stefano Pagani – @<a href="http://www.twitter.com/sissighignu">sissighignu</a></p>
<p>Quando ha iniziato a entrare timidamente nelle agenzie e aziende italiane (erano i primi anni Novanta) lo chiamavamo <em>Internet</em> (con o senza l’articolo). Poi <em>Web</em>. Poi lo scenario si è ampliato e ci si arricchiva la bocca parlando di <em>New media</em>. Oggi è il <em>digital</em> ad andare di moda.</p>
<p>La costante che unisce questi diversi periodi è che il <em>digital</em> è sempre stato considerato come il <em>media</em> del futuro per eccellenza. Quello moderno, che sarà capace di cambiare le regole della comunicazione. Quello che negli altri paesi è già da tempo il fulcro delle strategie di comunicazione dei brand. Quello dove le aziende metteranno i budget che contano. Quello che farà vendere più prodotti. Quello al quale le agenzie di pubblicità di vecchia generazione &#8211; abituate a sfornare solo spot per la TV &#8211; dovranno adeguarsi per non soccombere.</p>
<p>Ma se è dagli anni Novanta che si dicono queste cose, riferendosi al futuro, quando scadono i termini della promessa non mantenuta? Quando il digital cambierà davvero le logiche della comunicazione? Per arrivare alla mia risposta devo passare attraverso una serie di considerazioni:</p>
<p>- <strong>È nato in un’epoca in cui la frammentazione dei mezzi sta cambiando radicalmente le regole della pubblicità.</strong><br />
Dagli spot da 30’’ su 6 canali TV (e un dirigibile sullo stadio di San Siro), siamo passati ai formati pubblicitari più disparati su centinaia di canali generalisti e specializzati su piattaforma digitale e satellitare, decine di radio, annunci su tram, autobus, pensiline, schermi dinamici, negozi temporanei e via dicendo. Sicuramente per qualsiasi <em>media</em> neonato non è assolutamente facile crescere e affermarsi in un contesto così complesso e affollato.</p>
<p><strong>- È cresciuto di anno in anno con tassi a doppia cifra.</strong><br />
Nessun altro media ha mai avuto delle performance di crescita così alte. Nonostante le difficoltà sta dimostrando di essere capace di conquistare lentamente la stima delle aziende investitrici. E per farlo ovviamente ci sta mettendo diversi anni: trovo questo normalissimo in realtà. Succede così in ogni relazione: per conquistare la stima di qualcuno, che sia un amico, un partner o un’azienda, non basta un giorno.</p>
<p><strong>- Viviamo in un paese in cui la maggior parte dei <em>decision maker</em> delle aziende ha più di 50 anni.</strong><br />
E per oltre 30 anni hanno sedimentato in sé l’abitudine al già citato paradigma degli spot da 30’’ su sei canali. E’ naturale che sia per loro molto complesso a un certo punto cambiare gli schemi in maniera radicale muovendosi su territori nuovi che si conoscono meno.</p>
<p><strong>- Non c’è ancora un’evidenza chiara delle sue performance.</strong><br />
Le aziende che possono misurare i risultati direttamente on-line (assicurazioni/banche on-line, siti di e-commerce, etc.) sono quelle che investono oggi i budget più importanti. Per le altre (che sono la maggior parte) non esistono ancora strumenti di misurazione così sofisticati per misurare gli investimenti digitali legandoli a metriche più complesse rispetto alla sola vendita on-line. Questo rende più difficile il percorso di costruzione della fiducia.</p>
<p><strong>- Ancora oggi è spesso citato ancora come “nuovo media”, contrapposto a quelli tradizionali.</strong><br />
In realtà non è affatto nuovo, ma ad oggi è ancora l’ultimo arrivato. Se annoveriamo nel digital anche <em>smartphone</em> e <em>tablet</em> nessuno gli ha ancora levato questo titolo. Per questo rappresenta ancora il futuro per come lo possiamo immaginare oggi.</p>
<p><strong>- Siamo in tempo di crisi e il web ha soglie d’investimento minime notevolmente più basse della TV.</strong><br />
Se si mettono insieme questi due elementi si capisce chiaramente perché una percentuale importante degli investimenti si sia spostata dalla TV al web.</p>
<p>Non penso quindi che sia corretto parlare di promessa non mantenuta ma, al limite, di errata percezione da parte di molti che non si sono ancora resi conto che le fondamenta della rivoluzione digitale sono state già messe da tempo. Sono tutti i giorni davanti ai nostri occhi. Il mondo della comunicazione non sta cambiando, come spesso si sente dire; è già cambiato. Da tanto, e di tanto.</p>
<p>È sufficiente questo per sdoganare il digitale e considerarlo un media come tutti gli altri (e non quello nuovo, quello giovane, quello del futuro e amenità varie)? La mia risposta è sì; basta e avanza.</p>
<p>Ovviamente servirà un po’ di tempo affinché i nuovi modelli comunicativi – che di sicuro utilizzeranno gli stessi <em>media</em> di oggi ma con pesi e paradigmi diversi &#8211; riescano a cambiare le logiche di investimento e di business di aziende, centri media, concessionarie e agenzie. Il processo non è ancora completato del tutto ma il cambiamento, quello vero, va cercato nel nostro passato recente. Non nel futuro.</p>
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