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	<title>Stefano Nazzi</title>
	
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	<description>Fa il giornalista per il settimanale Gente, il suo blog è Kronaka.it</description>
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		<title>Che succede a Brindisi?</title>
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		<pubDate>Tue, 22 May 2012 08:59:40 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Quello che è successo sabato a Brindisi ci ha annichilito e terrorizzato. Ci fa paura quello che non capiamo: la bomba alla scuola Falcone Morvillo è al di là di qualsiasi canone di odio e crudeltà. Ci spaventa quello che &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/05/22/che-succede-a-brindisi/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Quello che è successo sabato a Brindisi ci ha annichilito e terrorizzato. Ci fa paura quello che non capiamo: la bomba alla scuola Falcone Morvillo è al di là di qualsiasi canone di odio e crudeltà.</p>
<p>Ci spaventa quello che è successo dopo. Il procuratore Dinapoli dice che c&#8217;è un video, l&#8217;attentatore è stato ripreso da una telecamera posta sul chiosco davanti alla scuola. Si vede l&#8217;uomo che preme il telecomando e aziona la bomba. Il video, dice, non verrà mostrato, comprometterebbe le indagini. Dopo alcune ore Gianni Riotta twitta che LaStampa.it pubblica la sequenza tratta dal video. L&#8217;immagine fa il giro del mondo, si vede un uomo: giacca scura, pantaloni chiari, camicia bianca, la mano sinistra tiene in mano qualcosa. Il volto è pixelato, come si fa per i minori. E non si capisce bene perché.</p>
<p>L&#8217;attentatore, ovviamente, in quelle immagini può riconoscersi: se le vede, scappa. Gli altri, i cittadini, possono riconoscere qualcuno, senza essersene sicuri. E così è, arrivano decine di segnalazioni. Poi inizia a girare un nome. O meglio, alcuni siti riportano il nome, altri solo le iniziali: C.S. Abita nel quartiere Sant&#8217;Elia, è claudicante, come sarebbe l&#8217;uomo del video. La gente del quartiere esce per strada, qualcuno vorrebbe trovarlo prima della polizia. Sandro Ruotolo scrive su Twitter di aver mostrato la fotografia dell&#8217;uomo ai vicini ma non sono sicuri che sia lui. Intanto però in tutta Italia sono convinti che l&#8217;assassino sia stato preso. L&#8217;uomo viene trovato e portato in questura insieme al fratello. I siti pubblicano i commenti dei vicini: «È uno schivo, non parla mai con nessuno». Un classico.</p>
<p>Fuori dalla questura si raduna la gente. È furibonda: una bomba davanti a una scuola è inaudita, la gente vuole vendetta, vuole sputare in faccia all&#8217;assassino. Ce lo si poteva aspettare, ce lo si doveva spettare. Passa una macchina della polizia, dentro solo agenti in borghese. Alcuni ragazzi prendono a calci l&#8217;auto, convinti che dentro ci sia il sospettato. Solo che il sospettato ha un alibi di ferro, pare. La sua fotografia viene mandata a Roma: i tecnici della scientifica confrontano i parametri del suo volto con quello dell&#8217;attentatore: non è lui. Il sospettato va a casa, la Procura comunica che non c&#8217;è nessun iscritto nel registro degli indagati. Pietro Grasso, il procuratore nazionale antimafia, dice che quel video non andava assolutamente mostrato. I giornali parlano di liti tra i magistrati.<br />
Visto da qua sembra tutto un gran casino. Ma speriamo di essere smentiti prestissimo.</p>
<p><strong>- <a href="http://www.ilpost.it/2012/05/22/il-punto-sulle-indagini-a-brindisi/">Il punto sulle indagini a Brindisi</a></strong></p>
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		<title>Juventini e no</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 08:26:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Andrea Agnelli non sta facendo molto per rendere la Juventus una squadra simpatica. Diciamo che la strategia è un po&#8217; quella del marchese del Grillo: «Io so&#8217; io e voi non siete un cazzo». Così all&#8217;ingresso dello Juventus Stadium, a &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/05/10/juventini-e-no/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Andrea Agnelli non sta facendo molto per rendere la Juventus una squadra simpatica. Diciamo che la strategia è un po&#8217; quella del marchese del Grillo: «Io so&#8217; io e voi non siete un cazzo». Così all&#8217;ingresso dello Juventus Stadium, a Torino, è stato appeso un grande scudetto con la scritta 30. Per la giustizia sportiva e per tutto il resto del mondo gli scudetti sono 28. Ci sarà una sorpresa sulle magliette, è stato detto. Immagino che la famosa terza stella in qualche modo comparirà. Insomma, i fatti sono questi: alla Juventus, in seguito allo scandalo di calciopoli del 2006, due campionati vinti sono stati revocati: quello del 2004-2005 non è stato assegnato; quello del 2005-2006 è stato assegnato all&#8217;Inter perché le prime due della classifica sono state penalizzate. Non è una questione opinabile: ci sono stati verdetti sportivi, i dirigenti juventini di allora sono stati radiati. Già, dice la Juventus oggi, «ma noi quegli scudetti li abbiamo vinti sul campo». Però il campo era quello che aveva &#8220;disegnato&#8221; Moggi.</p>
<p>Intendiamoci, non muore nessuno se la Juventus si mette tre stelle sul petto. Qualche fischio in più sui campi dove andrà a giocare l&#8217;anno prossimo, tutto lì. Però anche questo è un bello specchio dell&#8217;Italia. Qui tutti dicono la frase di rito: «Le sentenze si rispettano» e poi però fanno assolutamente quello che gli pare. Non credo che in Inghilterra o Germania potrebbe accadere, federazione calcio e lega delle squadre di serie A prenderebbero provvedimenti. Qui per ora tutto tace: se non interverranno è come se non esistessero.</p>
<p>E a quel punto però varrà tutto. Il Milan avrebbe potuto far girare classifiche parallele con i tre punti in più dovuti al gol di Muntari non assegnato durante Milan-Juventus. Andando indietro la Roma potrebbe prendersi lo scudetto 1980-1981, quello del gol di Turone e della questione di centimetri. E l&#8217;Inter quello del 1997-1998 quando Iuliano buttò giù Ronaldo in area e l&#8217;arbitro si voltò dall&#8217;altra parte. E poi ci sono le storie di oggi. Seguendo questo principio una squadra che sarà eventualmente retrocessa in serie B per l&#8217;attuale scandalo scommesse potrà presentarsi l&#8217;anno prossimo sui campi di serie A dicendo «Ma noi la serie A ce la siamo conquistata sul campo».</p>
<p>Non tutti nella Juventus sono per la linea dura. Così anche tra i tifosi: quando scoppiò lo scandalo nel 2006 la stessa componente ultras si spaccò in due tronconi, una parte difese la società senza se e senza ma, un&#8217;altra, consistente, contestò Moggi, Bettega e Giraudo. Credo che quella curva sia ancora divisa.</p>
<p>Vedremo domenica, ultima di campionato, che atteggiamento prenderà la Juventus, che polemiche ci saranno. Forse la dirigenza dirà «Le sentenze si rispettano» e le rispetterà davvero. Credo che però sia improbabile. Ma io non sono juventino, si era capito, no?</p>
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		<title>Milano, la paura di un quartiere</title>
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		<pubDate>Tue, 08 May 2012 10:47:29 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Largo Camillo Caccia Dominioni è nella zona Sud di Milano, non lontano dal raccordo per l&#8217;autostrada che porta a Genova. È al centro del quartiere Antonini, quartiere popolare, come ce ne sono altri a Milano. Quartiere popolare degradato: così venne &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/05/08/processo-omicidio-luca-massari/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Largo Camillo Caccia Dominioni è nella zona Sud di Milano, non lontano dal raccordo per l&#8217;autostrada che porta a Genova. È al centro del quartiere Antonini, quartiere popolare, come ce ne sono altri a Milano. Quartiere popolare degradato: così venne definito sui giornali l&#8217;11 ottobre 2010. Il giorno prima un tassista, Luca Massari, era stato massacrato di botte per aver investito un cane che aveva attraversato la strada. La proprietaria del cane, Stefania Citterio, iniziò a urlare come un&#8217;ossessa: grida, insulti, minacce. Suo fratello Piero colpì Massari con calci e pugni. Ma fu Michel Morris Ciaravella, il fidanzato di Stefania, a colpire il tassista con un pugno che lo mandò a rompersi la testa contro il marciapiede. Massari restò in coma un mese, morì l&#8217;11 novembre.</p>
<p>Michel Ciaravella ha scelto il rito abbreviato, è stato condannato a 17 anni di carcere. Ora è in corso il processo ai due fratelli Citterio, il pm Tiziana Siciliano ha chiesto 23 anni per lui e 21 per lei. Stefania Citterio toccò appena Massari, suo fratello Piero lo colpì ma non fu lui a dare il pugno che lo uccise. È un processo in cui compaiono e forse si scontrano responsabilità di fatto e responsabilità morali. Ha detto il pm nella sua requisitoria che senza le urla di Stefania Citterio, «che sembrava una Erinni» non sarebbe probabilmente accaduto nulla. Gridava «Ti ammazzo». Qualcuno l&#8217;ha fatto per lei. Anche Piero urlava «Dov&#8217;è che l&#8217;ammazzo?» Ha detto ancora il pm che le urla «Ti ammazzo» in quel quartiere dove non esistono regole fu «come togliere la linguetta a una bomba a mano».</p>
<p>Nei giorni seguenti all&#8217;aggressione Piero Citterio bruciò l&#8217;auto di un testimone e prese a bastonate un fotografo che scattava foto in largo Caccia Dominioni. Ha detto il pm alla giuria: «Se non condannate i due Citterio per omicidio vorrà dire che non hanno fatto nulla». Ma non c&#8217;è solo la posizione dei due imputati in questo processo. C&#8217;è di più, c&#8217;è un quartiere che osserva, nascosto. Il quartiere Antonini non è Scampia, eppure conosce bene omertà e paura. Al processo per la morte di Luca Massari erano stati convocati 17 testimoni, se ne sono presentati quattro, in 13 hanno inviato certificati a giustificare l&#8217;assenza. Ha detto un testimone: «Se il quartiere mi indica come un collaborante, me la paga lei la macchina che potrebbero bruciarmi?». Ha detto un altro abitante di largo Caccia Dominioni: «Qui la gente si fa i fatti suoi». Questo succede a Milano, ex capitale morale d&#8217;Italia, maggio 2012.</p>
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		<title>Tifosi e no</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Apr 2012 10:58:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ieri a Roma in curva Nord, quella della Lazio, si sono intonati ben alti e distinti cori antisemiti. «Giallorosso ebreo», erano le parole, rivolte sia ai tifosi leccesi (era in corso Lazio Lecce) sia, presumibilmente, ai tifosi romanisti. Il resto &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/04/23/tifosi-e-no/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri a Roma in curva Nord, quella della Lazio, si sono intonati ben alti e distinti cori antisemiti. «Giallorosso ebreo», erano le parole, rivolte sia ai tifosi leccesi (era in corso Lazio Lecce) sia, presumibilmente, ai tifosi romanisti. Il resto dello stadio non ha fischiato, non ha dato segni di disapprovazione o fastidio. Non risultano prese di posizione da parte del presidente Lotito né di altri dirigenti della Lazio.</p>
<p>Certo, <a href="http://www.ilpost.it/2012/04/22/cosa-e-successo-oggi-allo-stadio-di-genova/">è successo altro domenica 22 aprile</a>, ben altro. È quello che tutti i giornali raccontano sotto il titolo di &#8220;Ricatto ultrà&#8221;, &#8220;Genoa in ostaggio&#8221;, &#8220;Giocatori costretti a togliersi la maglia&#8221;. È successo che gli ultras della curva nord di Marassi sono prima riusciti a interrompere la partita, poi a presidiare il tunnel degli spogliatoi dicendo: «Se volete passare di qui vi togliete la maglia, che state disonorando» (il Genoa stava perdendo in casa 0-4 con il Siena). I giocatori si sono tolti la maglia, &#8220;costretti&#8221;, scrivono i giornali.</p>
<p>Costretti? Già su questo ci sarebbe da discutere. Intendiamoci, ciò che è accaduto a Genova è gravissimo. Ma è anche l&#8217;ennesimo atto di una rappresentazione che va avanti sempre uguale. Quanto sono false e abusate le frasi dei telecronisti sportivi: «Questi personaggi non hanno nulla a che fare con il calcio». Peccato che all&#8217;inizio delle telecronache si parli di «meravigliose coreografie». E chi le fa le coreagrafie? Si fanno da sole? E di «tifo fantastico». Già, e chi li intona i cori? Si parla di «appassionati che si sobbarcano centinaia di chilometri per stare vicini alla squadra». Salvo poi dire, due giorni dopo, «che quelli non sono tifosi».</p>
<p>Si fa finta di non sapere che quegli ultras, proprio quei capi ultras, sono gli stessi che si vedono alla Pinetina, a Milanello, a Trigoria, a Formello. Provate a girare, la domenica sera o il lunedì, giorno di riposo dei calciatori, per i locali di corso Como, a Milano. Vedrete giocatori in compagnia di boss delle curve. E così a Roma, a Napoli, ovunque. I leader delle curve diventano accompagnatori, amici e guardie del corpo dei giocatori. Si conoscono, sono spesso amici, sono vasi comunicanti. Il coro più importante che una curva può intonare è «uno di noi». Quel giocatore è «uno di noi». Se smette di esserlo vuol dire che ha tradito, sono guai. E se sei «uno di noi», un amico, allora sarai nostro ospite in curva. Ma poi non potrai rifiutarti di venire alla nostra festa, alla nostra serata. Se sei uno di noi, se ci vediamo in discoteca o in quel locale, se facciamo magari qualche affare insieme, allora io mi sentirò libero di chiederti, come è successo a Bari, di perdere una partita, così noi capi ultras ci possiamo fare un po&#8217; di soldi con le scommesse.</p>
<p>In una discussione andata in onda su Sky Massimo Mauro diceva che la scena peggiore vista a Marassi è stata quella di Sculli che parla con un capo della curva. Che cerca una soluzione. È una discussione tra persone che si conoscono, che convivono, che devono continuare a farlo. Nel 2004 le due curve unite interruppero il derby Lazio-Roma. «Sospendete la partita», intonavano. Sostenevano che un tifoso fosse morto, fuori dallo stadio, investito da un&#8217;auto della polizia. Non era vero, ma loro non arretravano. I giocatori, interpellati, dissero: «Non giochiamo, torniamo a casa». Per paura. Ma probabilmente non paura di conseguenze immediate ma paura di ciò che sarebbe accaduto dopo. C&#8217;è un accordo tacito tra giocatori e ultras, guai a farlo saltare. Lo stesso è accaduto ieri a Genova: è saltata una normalità apparente che però è stata ripristinata dopo il colloquio tra calciatore e capo ultras. Il pullman del Genoa ha lasciato lo stadio disturbato solo da qualche urlo di passaggio. La normalità era stata ripristinata.</p>
<p>C&#8217;è anche chi non si toglie la maglia. Ci ha provato ieri Sebastian Frey, portiere del Genoa. Diceva, rivolto ai tifosi, «Questa maglia è mia, non me la tolgo. È mia.» Gillet, portiere del Bari, si rifiutò di aderire alle richieste degli ultras: «Fatti passare un gol, che vuoi che ti costi? Tanto siamo già in B». Gillet disse di no. E gli ultras: «Guarda che tu vivi in questa città, ci incontri, ci vedi, frequentiamo gli stessi posti».</p>
<p>Per lungo tempo Clarence Seedorf, giocatore del MIlan, è stato fischiato dalla sua curva. Perché giocava male, si diceva. Ma non era così, o meglio, non era solo così. Quando morì Gabriele Sandri, Seedorf fu l&#8217;unico giocatore che si rifiutò di mettere la fascia nera a lutto. Non perché non ritenesse quella morte grave e assurda ma perché non capiva, non sapeva bene che cosa era accaduto. Gli dissero «Tu fallo», lui rispose «No, voglio prima capire». Ne ha pagato le conseguenze.</p>
<p>Le ambiguità, le contiguità, riguardano anche le società. Vogliamo far finta di non sapere che per anni i capi ultras hanno avuto i biglietti per le trasferte direttamente dalle società? Biglietti poi rivenduti a caro prezzo, biglietti con cui tanti leader delle curve hanno fatto molti soldi. E che i negozi ufficiali di merchandising delle squadre all&#8217;interno degli stadi sono spesso in gestione ai boss ultras? Ma poi, qualcuno si domanderà come mai all&#8217;ingresso degli stadi vengono sequestrati accendini e bottigliette, ma fumogeni e petardi riescono comunque a entrare. Da dove passano? Si dice spesso che le società sono ricattate dagli ultras. È vero anche questo, sicuramente. Ma è tutto molto più complesso, è un rapporto di ricatto e sudditanza, ma anche di convenienza. Perché gli ultras fanno comodo quando si tratta di fare pressioni sul mondo arbitrale. O su allenatori e giocatori. Gli ultras fanno comodo quando la tua squadra finisce in Lega Pro, e loro sono sempre lì, a fare il tifo.</p>
<p>Succederanno ancora cose come quelle di Genova. E ci saranno ancora cori razzisti e antisemiti. A Dortmund, in Germania, il Borussia ha proibito per tre anni l&#8217;accesso a un gruppo di tifosi che aveva intonato cori razzisti. Lo stesso aveva fatto due anni fa il Chelsea. In Italia siamo ben lontani. Cori razzisti sono consuetudine di molte curve. La Juventus è stata avvertita più volte: se i vostri tifosi continuano con questi cori, scatterà la squalifica. Ma poi la domenica dopo la storia continua e non succede nulla. Chissà poi se l&#8217;arbitro di Lazio-Lecce ha scritto delle urla antisemite nel suo referto. Se sì, la Lazio si beccherà un paio di migliaia di euro di multa, non di più. Lotito continuerà probabilmente a non dire nulla.</p>
<p>E continueranno naturalmente i commenti in coro di tutto l&#8217;ambiente, stretto e unito: «Ma questi non c&#8217;entrano nulla con il calcio». Un po&#8217; come un tempo qualcuno rispondeva: «La mafia? Ma la mafia non esiste».</p>
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		<title>La verità su Piazza della Loggia</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Apr 2012 10:25:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[piazza della loggia]]></category>
		<category><![CDATA[strage di brescia]]></category>
		<category><![CDATA[strategia della tensione]]></category>

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		<description><![CDATA[Per la strage di piazza della Loggia, a Brescia, non ci sono colpevoli. I quattro imputati per i quali si è svolto il processo d&#8217;appello sono stati assolti. Ha detto il procuratore Roberto Di Martino: «È una vicenda che va &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/04/14/la-verita-su-piazza-della-loggia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per la <a href="http://www.ilpost.it/2010/11/17/strage-piazza-della-loggia-brescia/">strage di piazza della Loggia</a>, a Brescia, non ci sono colpevoli. I quattro imputati per i quali si è svolto il processo d&#8217;appello sono stati assolti. Ha detto il procuratore Roberto Di Martino: «È una vicenda che va ormai consegnata alla storia, più che alla giustizia».<br />
Erano le 10.12 del 28 maggio 1974, in piazza della Loggia era in corso una manifestazione antifascista. Pioveva.  La bomba esplose in un cestino dei rifiuti, spazzò via tutto ciò che c&#8217;era intorno: otto morti, un centinaio di feriti. Sono passati 38 anni da allora, non c&#8217;è verità giudiziaria. I quattro imputati erano: Carlo Maria Maggi, medico di Mestre dirigente dell&#8217;organizzazione fascista Ordine Nuovo; Delfo Zorzi, altro fascista veneto, indicato dall&#8217;accusa come l&#8217;uomo che aveva procurato la bomba, oggi vive in Giappone, è cittadino giapponese, si fa chiamare Hagen Roi, &#8220;origine delle onde&#8221;, è produttore di tessuti e pellami, esporta anche in Italia ma qui non torna; Maurizio Tramonte (alias Tritone), informatore dei servizi segreti, l&#8217;accusa ha sostenuto che partecipò alle riunioni preparatorie dell&#8217;attentato; Francesco Delfino, ex generale dei carabinieri, processato con l&#8217;accusa di aver saputo  quello che stava per accadere ma di non aver fatto nulla per evitare la strage.<br />
Erano stati assolti anche in primo grado, così come era stato assolto Pino Rauti, fondatore di Ordine Nuovo, uscito poi definitivamente dal processo.<br />
È stato un procedimento lungo, milioni di pagine da esaminare, decine di testimonianze. E quasi 40 anni di storia passati dal momento dell&#8217;esplosione. C&#8217;erano state novità nel processo d’appello. In primo grado era stata giudicata inattendibile la confessione del fascista pentito Carlo Digilio, ex collaboratore della Cia, morto nel 2005. Con nuove testimonianze l&#8217;accusa aveva invece tentato di avvalorare la sua confessione. E molta importanza i pubblici ministeri avevano dato all&#8217;intercettazione ambientale tra due fascisti, Roberto Raho e Pietro Battiston, che esprimevano il timore di essere collegati ai &#8220;mestrini&#8221; che usavano le bombe. I mestrini, in quegli anni, tenevano nascosta la gelignite, un esplosivo, nel magazzino di una trattoria. «Dinamite e gelignite si volatilizzano e i periti hanno trovato solo tracce di tritolo, ma non vuol dire che la gelignite non ci fosse», aveva detto l&#8217;avvocato di parte civile Piergiorgio Vittorini. Ma di fatto, ciò che era stato trovato a piazza della Loggia, era tritolo, non gelignite. Come per altre vicende di quegli anni il tempo passato, i depistaggi, le coperture, hanno creato un fumo che, andandosene, ha portato via tutto, ha reso impossibile qualsiasi conclusione. Non ci sarà mai verità giudiziaria.<br />
Una verità storica c&#8217;è da tempo: quella di piazza della Loggia fu una strage fascista, voluta e poi &#8220;protetta&#8221; dai servizi segreti. La stessa verità che c&#8217;è per piazza Fontana, per l&#8217;Italicus. Era la strategia della tensione. Fascisti e servizi segreti. Poche ore dopo l&#8217;esplosione a piazza della Loggia venne dato ordine ai pompieri di ripulire la piazza con le autopompe: i reperti di esplosivo furono in gran parte spazzati via, nessuno aveva ancora fatto i rilievi. Scomparvero anche  i reperti prelevati in ospedale dai feriti e dai cadaveri.<br />
Quel giorno a Brescia morirono Giulietta Banzi Bazoli, Livio Bottardi Milani, Euplo Natali, Luigi Pinto, Bartolomeo Talenti, Alberto Trebeschi, Clementina Trebeschi, Vittorio Zambarda. È storia, appunto. Non giustizia.<br />
<strong>- <a href="http://www.ilpost.it/2010/11/17/strage-piazza-della-loggia-brescia/">La storia della strage di Brescia</a></strong></p>
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		<title>Calciatori, scommesse, ultras e criminali</title>
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		<pubDate>Tue, 03 Apr 2012 10:04:54 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il coperchio è saltato, quello che sta venendo fuori sul mondo del calcio italiano fa piuttosto impressione. In pratica sappiamo oggi con certezza che alcune partite del campionato di Serie A sono state “comprate”. Il risultato era stabilito per fare in modo che una serie di scommettitori potessero farci i soldi. Tantissimi soldi. Ma il problema è più vasto: se sono falsate le partite lo è il campionato. Il tutto è desolante: la criminalità organizzata gestisce le scommesse, per farlo mette a libro paga una serie di giocatori. E a fare da intermediari con i giocatori ci sono spesso capi ultras. Che poi sono anche membri dei gruppi criminali. È un cerchio perfetto, se è vero che gli ultras-criminali (non tutti gli ultras, ovviamente), riescono anche tranquillamente a mantenere rapporti con i dirigenti delle società. E a esercitare su di loro pressioni.</p>
<p>Andrea Masiello, ex giocatore del Bari, oggi all’Atalanta, <a href="http://www.ilpost.it/2012/04/03/le-scommesse-e-le-partite-truccate/">ha ammesso</a> che nello scorso campionato fece <a href="http://www.ilpost.it/2012/04/02/lautogol-di-masiello/">il famoso autogol</a> nella partita contro il Lecce, finita 0-2, perché gli erano stati promessi molti soldi. il Bari poi finì in serie B, il Lecce si salvò. Il portiere Gillet, oggi al Bologna, l’anno scorso al Bari, ha spiegato che gli ultras della sua squadra lo minacciavano perché prendesse gol e facesse perdere la squadra. Gillet resistette, dice. Gli ultras gli spiegarono: «Tu vivi a Bari, non si sa mai che cosa può succedere». I capi della curva, quindi, che fanno capo alla criminalità organizzata, si muovevano con determinazione per far perdere la loro squadra. </p>
<p>Che gente della criminalità organizzata sia infiltrata nei gruppi ultras più importanti d&#8217;Italia (quelli più numerosi, e quindi più remunerativi) è un dato di fatto. È ormai consolidato da tempo anche il rapporto di parecchi calciatori con esponenti del mondo ultras. Il contatto a quel punto è inevitabile. A Milano non troppo tempo fa giocatori di Inter e Milan si misero in società con capi ultras per commercializzare magliette e aprire locali. Niente di illegale, certo. Solo questione di soldi. In un libro scritto da un giornalista della Gazzetta dello sport, Giorgio Specchia, &#8220;<a href="http://www.amazon.it/teppista-Trentanni-maledetti-Milano-ebook/dp/B006B2HQ5S/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&#038;tag=wittgenstein-21&#038;linkCode=as2&#038;camp=3370&#038;creative=24114&#038;creativeASIN=8804616059">Il teppista</a>&#8220;, si racconta (è un po&#8217; romanzo ma molta verità) di come capi ultras a Milano accompagnino parecchi giocatori in giro per locali. Tra escort e movimenti di cocaina. Tornando indietro nel tempo basta ricordare i rapporti tra Maradona e i fratelli Giuliano, esponenti della camorra, con tanto di fotografia in una &#8220;elegantissima&#8221; vasca da bagno a forma di ostrica. A febbraio, a Napoli, sono stati arrestati 11 capi ultras con l&#8217;accusa di associazione a delinquere. È venuto fuori che Fabiano Santacroce, che ora è al Parma, era molto amico di un capo ultras: andava a casa sua anche quando il boss-tifoso era agli arresti domiciliari per spaccio di droga. Nel corso della stessa inchiesta Ezequiel Lavezzi parlò della sua conoscenza con il figlio di un capo clan, ora collaboratore di giustizia. Hanno detto i magistrati napoletani: «Alcuni calciatori del Napoli mantengono contatti con gruppi ultras anche perché ritengono che questi ultimi possano influire sulle scelte della società al momento del rinnovo del contratto». È ovvio che se gli ultras aiutano il giocatore per il rinnovo del contratto poi il giocatore in qualche modo dovrà aiutare gli ultras.</p>
<p>Sono casi limite, forse. Ma la promiscuità esiste eccome. Difficile che un giocatore possa rifiutarsi di andare a una festa di ultras oppure a fare la comparsata in curva (ricordate Zarate che fa il saluto romano tra gli Irriducibili della Lazio senza capire minimamente che cosa stia succedendo; oppure Buffon con la maglietta Boia chi molla, slogan sentito in curva e di cui ignora l&#8217;origine?). Ma anche i dirigenti delle società, spesso sotto ricatto (è accaduto al Milan) si ritrovano poi fianco a fianco con i capi ultras durante feste natalizie o di fine campionato. </p>
<p>C&#8217;è <a href="http://www.ilpost.it/2012/01/09/video-davide-reboli-piacenza/">un filmato esemplare</a>, girato nel campo di allenamento del Piacenza. </p>
<p><iframe width="610" height="443" src="http://www.youtube.com/embed/LW15dJb_-5E" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Un capo ultras minaccia i giocatori senza che nessuno intervenga. Chi l&#8217;ha fatto entrare nel campo di allenamento? Poco prima lo stesso tizio aveva minacciato anche un dirigente.</p>
<p><iframe width="610" height="340" src="http://www.youtube.com/embed/LYUYiOKUokk" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p>Tornando all&#8217;inchiesta sul calcioscommesse, era impensabile che la criminalità organizzata, una volta entrata nel mondo ultras, non sfruttasse l&#8217;occasione per fare soldi a palate con le scommesse. Convincere, cone le buone o con le cattive, alcuni giocatori, non deve essere stata la cosa più difficile. Non è moralismo dire che ognuno deve stare al suo posto. Giocatori e dirigenti con gli ultras non dovrebbero nulla a che fare. Meno che meno con gli ultras esponenti di gruppi criminali che, ripeto, sono tanti, sempre di più.<br />
E pensare che tanti ragazzini vanno in curva con il mito degli ultras, della loro &#8220;mentalità&#8221;, come amano dire. Ragazzini che pensano ancora di poter influire, con il loro tifo, su una vittoria o su una sconfitta. Invece stiamo capendo che a decidere di vittorie e sconfitte sono troppo spesso i soldi, solo i soldi.</p>
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		<title>Nazisti in Europa, anche in Italia</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Mar 2012 14:11:14 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Corneliu Zelea Codreanu]]></category>
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		<description><![CDATA[Oggi Jena su La Stampa si chiede Perché i nazisti non muoiono mai? La domanda è anche Come possono esistere nazisti in Europa, nel 2012? Eppure ci sono, eccome. Anche in Italia. Andate a vedere il sito www.holywar.org. Superate il &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/03/20/nazisti-in-europa-anche-in-italia/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Oggi Jena su <em>La Stampa</em> si chiede <em>Perché i nazisti non muoiono mai?</em> La domanda è anche <em>Come possono esistere nazisti in Europa, nel 2012? </em>Eppure ci sono, eccome. Anche in Italia.</p>
<p>Andate a vedere il sito <a href="http://www.holywar.org/">www.holywar.org</a>. Superate il disgusto. Io mi chiedo, e spero di non essere il solo, come fa a restare aperto un sito italiano che pubblica una foto di Elsa Fornero e la definisce &#8220;razzista ebrea&#8221;. Fini, Bersani, Draghi, Vendola vengono definiti &#8220;100 per cento ebrei&#8221;. Si parla di &#8220;mafia giudaico massonica&#8221;, sulla cartina dell&#8217;Italia viene disegnata una piovra con la stella di David e disegni che sembrano riportare agli anni Trenta descrivono individui con le bocche insanguinate e naturalmente il naso adunco. Il sito propaganda il <em>Movimento di Resistenza Popolare</em> che, tra l&#8217;altro, illustra il suo programma così: «Dovrebbe essere chiaro a tutti i cristiani che se la nostra gente deve essere felice e prospera sarà necessario mettere fine agli esperimenti razzisti-sionisti e ristabilire l&#8217;ordine originario cristiano delle cose». Proprio ieri il sito ha pubblicato i nomi di cinque professori universitari toscani accusati di essere &#8220;sayanim&#8221; cioè, secondo Holywar.org, agenti dormienti al servizio di Israele.</p>
<p>Certo, è probabile che dietro a Holywar.org ci siano solo quattro fanatici semifolli. Sono un po&#8217; più di quattro gatti gli aderenti italiani al gruppo mondiale degli <em>hammerskin</em>. Sono filonazisti, non ci sono dubbi, basta guardare la gallery fotografica del <a href="http://www.hammerskins.net/">loro sito</a>. È una sorta di setta, i suoi membri si considerano l&#8217;élite del movimento naziskin mondiale. Per entrare a farne parte devi essere presentato da qualcuno che è già membro e poi essere sottoposto a un lungo periodo di prova. Solo dopo, se accettato, il nuovo membro avrà il diritto di tatuarsi  sul braccio il simbolo dei due martelli.</p>
<p>Di <em>Forza Nuova</em> si è già parlato tanto, loro non diranno mai di essere fascisti né tantomento nazisti. Però si ispirano apertamente al nazista rumeno Corneliu Zelea Codreanu, fondatore della <em>Guardia di Ferro</em>. Altro punto di riferimento di Forza Nuova è Leon Degrelle, il belga fondatore del movimento <em>Rex</em> che combatté nel contingente vallone della Waffern Ss. Nell&#8217;ottobre scorso, per celebrare l&#8217;anniversario della marcia su Roma,  il movimento <em>Lealtà e Azione</em> aveva indetto a Milano proprio un convegno su Degrelle. <em>Lealtà e Azione</em> fa capo agli hammerskin e aveva una sede in viale Brianza in un locale gestito dall&#8217;Aler. Lo spazio era stato concesso dalla ex giunta Moratti al prezzo di 3.300 euro lordi all&#8217;anno. Con trattativa privata. Insomma, chi gestiva l&#8217;Aler, aveva scelto di fare un bel regalo a un gruppo di nazisti.</p>
<p>Si potrebbe andare avanti a lungo, gli esempi non mancano. I nazisti esistono in Europa, in Francia come in Italia. La cosa grave è che c&#8217;è chi li sopporta. E c&#8217;è anche chi li aiuta.</p>
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		<title>Gli ultras e la fidelity card</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2012 12:15:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Adesso arriva la fidelity card, la tessera del tifoso sparisce. Ho letto titoli che dicevano &#8220;Gli ultras gioiscono, hanno vinto&#8221;. L&#8217;ha detto anche Maroni. Mah, io di ultras festanti non ne ho visti. Non si capisce bene che cosa sarà &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/03/14/gli-ultras-e-la-fidelity-card/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Adesso arriva la <em>fidelity card</em>, la tessera del tifoso sparisce. Ho letto titoli che dicevano &#8220;Gli <em>ultras</em> gioiscono, hanno vinto&#8221;. L&#8217;ha detto anche Maroni. Mah, io di <em>ultras</em> festanti non ne ho visti. Non si capisce bene che cosa sarà la <em>fidelity card</em> del tifoso, probabilmente in qualche modo ricalcherà le funzioni della tessera del tifoso. Che, dice l&#8217;ex ministro Maroni, ha portato importanti risultati. Non c&#8217;è motivo per non credergli. Ieri guardando in Tv Inter-Marsiglia ho sentito continue esplosioni di quelle che generalmente vengono chiamate &#8220;bombe carta&#8221;. Come sono entrate a San Siro? Non da sole. Immagino che qualcuno le abbia portate dentro e che forse, ai cancelli, qualcuno non abbia controllato. Durante Roma-Lazio ci sono stati pesanti cori razzisti contro Juan, giocatore giallorosso. Non risulta ci siano state denunce. In Inghilterra per un fatto del genere i tifosi individuati sarebbero finiti in tribunale. Ero allo stadio durante un Inter-Lazio di qualche anno fa, era il 25 aprile (o la vigilia, non ricordo), i tifosi laziali esposero uno striscione bello grande che recitava &#8220;25 aprile lutto nazionale&#8221;, nessuno si sognò da farlo togliere e molti della curva nord interista applaudirono. Ma allora la tessera del tifoso non c&#8217;era ancora.</p>
<p>Dice ancora l&#8217;ex ministro Maroni che con la tessera del tifoso gli spettatori sono aumentati. Dello 0,9 per cento. Il capo della polizia, Manganelli, ha detto che &#8220;la nuova tessera manterrà inalterate le sue caratteristiche fondamentali già evidenziate negli ultimi due campionati, a cominciare dalla necessità del suo possesso per le trasferte e gli abbonamenti&#8221;. La vecchia tessera era fornita dalle società sportive dopo il permesso della Questura che segnalava la presenza di motivi che ne impedivano il rilascio. Per capirci, un soggetto colpito da Daspo (Divieto di accedere a manifestazioni sportive) oppure che aveva una condanna anche di primo grado, non poteva richiedere la tessera del tifoso (sul fatto che poi questi soggetti non vadano in trasferta o non entrino allo stadio ci sono sensati dubbi). La tessera era inoltre rilasciata solo ai possessori di carte di credito: conteneva un microchip attraverso cui era possibile ricevere i dati a distanza. Era di fatto una tessera commerciale. Con fototessera, anche se il garante della privacy aveva dato parere contrario. Nel dicembre scorso il Consiglio di Stato ha dichiarato la tessera &#8220;illegittima&#8221;. Come sarà la nuova tessera ancora non si è capito. Sembra che sia allo studio la possibilità di acquisto dei biglietti per altre persone e la possibilità di cessione a terzi. È allo studio anche l&#8217;abolizione della vendita di biglietti per il settore ospiti il giorno della gara ai botteghini dello stadio.</p>
<p>I dati del Ministero dell&#8217;Interno dicono comunque che sono diminuiti i reati all&#8217;interno degli stadi ed è diminuito il numero di agenti delle forze dell&#8217;ordine feriti. Quello che non è diminuito sicuramente è la potente egemonia della criminalità organizzata all&#8217;interno delle curve. Succede a Milano, Roma, Napoli, Torino. La criminalità organizzata, alleata spesso alle formazioni della destra radicale, controlla le curve. E quindi gli affari delle curve. È un cambiamento avvenuto negli ultimi anni e che è stato denunciato anche dal capo della polizia. Tutto questo è raccontato bene da un libro scritto da Giorgio Specchia, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/B006B2HQ5S/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=ilpo-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=B006B2HQ5S">Il teppista</a></em>, che descrive la storia di Nino Ciccarelli, uno degli elementi di spicco della storia della curva nord milanese, quella interista. Un altro libro, <em><a href="http://www.amazon.it/gp/product/8889413549/ref=as_li_qf_sp_asin_il_tl?ie=UTF8&amp;tag=ilpo-21&amp;linkCode=as2&amp;camp=3370&amp;creative=23322&amp;creativeASIN=8889413549">Fascisti a Milano</a></em>, di Saverio Ferrari, spiega bene gli affari che girano intorno alle curve, dalla vendita dei biglietti e di tutto il materiale <em>ultras</em> fino allo spaccio di droga. Sono soldi importanti e relativamente facili, ovvio che la criminalità organizzata abbia voluto metterci le mani eliminando chi si opponeva all&#8217;occupazione militare delle curve. Chi ci provò, come la Fossa dei Leoni della curva sud milanista, venne letteralmente fatto fuori: minacce di morte per chi avesse rimesso piede allo stadio.</p>
<p>Quello che fa più pensare è che se si vanno a guardare le fotografie delle feste di fine campionato organizzate dai gruppi <em>ultras</em> capeggiati dai malavitosi, vedi sempre il calciatore o il dirigente a braccetto con questi personaggi. Accade a Milano, a Roma, ovunque. Certo, ci vuole coraggio per i dirigenti delle società per sottrarsi a ricatti costanti e sottintesi, per voltare le spalle alle curve. Tanto più che spesso gli <em>ultras</em> fanno comodo. Vuoi mandare via quel giocatore o quell&#8217;allenatore? Che cosa c&#8217;è di meglio di una contestazione dura?</p>
<p>Che l&#8217;ordine malavitoso regni nelle curve è un problema di cui nessuno sembra occuparsi. Ed è un problema a cui nessuna tessera del tifoso può porre rimedio. Così come è difficile che qualsiasi tessera da sola riporti la gente allo stadio. La gente non va allo stadio perché i biglietti costano uno sproposito. Una famiglia di tre persone che voglia vedere Inter-Atalanta domenica prossima a San Siro spende 110 euro al secondo anello. Se vuole vederci bene e andare al primo anello deve sborsare più di 200 euro. Tanto. Questo accade ovunque, in stadi che fanno schifo e sono vecchi, da buttare (a parte quello dello Juventus, il primo stadio moderno di proprietà). Per il resto il panorama è desolante con servzi che per le persone normali e che non vanno in tribuna vip fanno letteralmente schifo (a proposito, avete mai visitato i bagni di San Siro?)</p>
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		<title>Una madre e le Bestie di Satana</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Mar 2012 12:06:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Flaviana Cassetta era una donna tormentata e ossessionata. Si è uccisa due settimane fa in casa sua, stringendosi attorno al collo una corda legata alla finestra del bagno. Viveva a Cassano Magnago, venti chilometri da Varese. Poco lontano, lungo l&#8217;autostrada, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanonazzi/2012/03/05/flaviana-cassetta-bestie-di-satana/">Continua...</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Flaviana Cassetta era una donna tormentata e ossessionata. Si è uccisa due settimane fa in casa sua, stringendosi attorno al collo una corda legata alla finestra del bagno. Viveva a Cassano Magnago, venti chilometri da Varese. Poco lontano, lungo l&#8217;autostrada, c&#8217;è un paese chiamato Cavaria e tutto intorno i boschi, che d&#8217;inverno ti sembra che la nebbia sia solida e dura, impossibile da vincere. In un posto chiamato Bosco del Boia venne trovato impiccato suo figlio, Doriano Molla, il 27 dicembre del 2000. Era scomparso 24 ore prima, si era appeso a un albero, aveva 26 anni. Bosco del Boia, un nome adatto a una storia di dolore che si collega ad altre storie infami, storie che sembrano incredibili ma che sono accadute davvero, in mezzo a questi boschi, tra la Malpensa, Somma Lombardo, Golasecca. Dicono che Golasecca, per chi segue riti satanici, sia uno dei punti di congiunzione di quello che chiamano il &#8220;pentacolo immaginario&#8221;. Intorno alla diga del Panperduto, a pochi chilometri da Somma Lombardo, ancora poco tempo fa associazioni animaliste denunciavano la scomparsa di gatti neri: dicevano che servissero a riti strani, a messe nere. Follie, fantasie malate. Il fatto è che però da queste parti la follia negli anni passati è diventata realtà, è diventata la storia di un gruppo di ragazzi che adesso tutti conoscono come le Bestie di Satana.</p>
<p>Flaviana Cassetta era sempre stata convinta che suo figlio non si fosse suicidato ma che fosse stato ucciso, o costretto a uccidersi. Dal 2004, quando venne alla luce la serie di delitti delle Bestie di Satana, questa convinzione era diventata un&#8217;ossessione. Era il 25 gennaio 2004 quando una pattuglia di carabinieri venne inviata a Golasecca. In mezzo a un piccolo ponte sul canale Villoresi c&#8217;era un&#8217;auto, incastrata. A bordo una ragazza di poco più di 18 anni, Elisabetta Ballarin. Era strafatta, quasi in trance: guidando aveva visto una curva che non c&#8217;era, aveva sterzato. Poco lontano il suo ragazzo, Andrea Volpe, di dieci anni più grande, si agitava e urlava frasi sconnesse. Lo chalet della famiglia Ballarin era poco lontano. Lì venne trovato, semisepolto, il corpo di una ragazza, Mariangela Pezzotta. Era l&#8217;ex fidanzata di Volpe: quella sera lui l&#8217;aveva chiamata, l&#8217;aveva già fatto altre volte: «Vieni, ho bisogno di te». Lei andava, sperava di poterlo aiutare. Quando arrivò allo chalet, Volpe le sparò. Poi chiamò un amico per farsi aiutare, Nicola Sapone: Mariangela venne finita a colpi di badile.</p>
<p>La sera del 25 gennaio la notizia dell&#8217;arresto di Elisabetta Ballarin e Andrea Volpe venne data al Tg regionale. Nella sua casa di Cologno Monzese Michele Tollis era seduto sul divano con la moglie. Quella notizia squarciò un buio che durava da sei anni. Suo figlio Fabio, sedicenne, era scomparso il 17 gennaio 1988. Con lui era sparita un&#8217;amica, Chiara Marino. Fabio e Chiara erano fanatici di heavy metal e rock satanico. La sera del 17 gennaio erano stati al Midnight pub, a porta Romana, a Milano, con gli amici. Poi, più nulla. Tra gli amici c&#8217;era Andrea Volpe.</p>
<p>Michele Tollis aveva trascorso sei anni nella ricerca disperata e angosciante del figlio, frequentando gruppi heavy metal, passando di concerto in concerto. Il 26 gennaio andò dai carabinieri, e poi dai magistrati: «Andrea Volpe lo conosco bene, mi ha anche aiutato nella ricerca di mia figlio». Iniziarono le indagini, i tasselli andarono piano piano a posto. Volpe un giorno di aprile chiese di parlare con i magistrati. Disse: «Faccio parte di un gruppo che si è dato il nome di Bestie di Satana». Fu un racconto lungo, pieno di nomi e fatti. Venne così fuori la storia di un gruppo di  ragazzi esaltati, si erano dati nomi come Ferocity, Isidon, Putiferio, Wedra. Sempre strafatti, passarono da stupide prove di coraggio come auto-bruciarsi con le sigarette, agli omicidi. </p>
<p>Andrea Volpe fece ritrovare i corpi di Fabio Tollis e Chiara Marino. Erano sepolti in un bosco di Somma Lombardo. Li avevano uccisi con ferocia, a colpi di mazza. Qualcuno delle Bestie raccontò che uno di loro immerse una sigaretta nel sangue dei due ragazzi prima di fumarla. I copri di Chiara e Fabio erano mummificati: indossavano ancora gli anfibi e il chiodo. Vennero fuori altre storie, come quella di Andrea Bontade. Era uno di loro, non reggeva più al rimorso, voleva parlare. Gli altri gli dissero: «O ti ammazzi tu o lo facciamo noi». Bontade andò a schiantarsi in auto contro un muro, vicino a Busto Arsizio. I componenti del gruppo, oltre che per omicidio, sono stati condannati per induzione al suicidio.</p>
<p>In carcere Mario Maccione, quello che era il medium del gruppo, scrive e delira, unendo realtà e fantasia. Scrive, parlando delle Bestie: “Siamo invasati, sempre di più. E cerchiamo di salire, ma sarebbe meglio dire di scendere, un gradino nella rincorsa ai demoni. Decidiamo di prendere dei nomi tratti dal mondo delle forze oscure. Quelle forze oscure che ci rendono invincibili. E ci garantiscono il potere. Io vengo ribattezzato Ferocity”. Maccione racconta di essere stato in contatto con un&#8217;entità, Noctunomium: lui lo guidava, dice. Parla anche di altri morti, di altri omicidi, di corpi sepolti nei boschi di Somma Lombardo. Ammette però di non sapere distinguere, a volte, tra realtà e fantasia.</p>
<p>Ma Flaviana Cassetta ne era convinta: suo figlio Doriano era una loro vittima. L&#8217;avevano costretto loro a uccidersi, perché sapeva. Il fascicolo sulla morte di Doriano Molla è stato riaperto più volte ma i magistrati non hanno mai trovato riscontri concreti. Nell&#8217;ottobre scorso è arrivata l&#8217;archiviazione. Flaviana Cassetta non ha più retto al suo dolore, e alla sua ossessione. Ma in quei boschi forse ci sono ancora cose da scoprire e da capire. Andrea Volpe, Nicola Sapone e tutti gli altri sono in carcere, ci resteranno ancora a lungo. C&#8217;è un&#8217;altra mamma, si chiama Anna Lia: suo figlio, Christian Frigerio scomparve il 14 novembre 1996 a Carugate. Frequentava il Midnight pub, conosceva Mario Maccione e gli altri. Anna Lia è convinta che Christian sia stato assassinato. Che da 16 anni sia sotto terra, nei boschi.</p>
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		<title>La storia di Maurizio Azzolini e del 14 maggio 1977</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Feb 2012 10:51:24 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Antonio Custrà]]></category>
		<category><![CDATA[Giorgiana Masi]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Maurizio Azzolini aveva 18 anni il 14 maggio 1977, frequentava l&#8217;istituto tecnico Cattaneo, in piazza Vetra, a Milano. È in una foto, in quella foto: impugna una pistola, spara. Vicino a lui due compagni di scuola, Walter Grecchi e Massimo Sandrini, che non erano armati. Non colpì nessuno, Azzolini. Però c&#8217;era, però aveva la pistola. Qualcuno morì quel giorno a Milano, in via De Amicis: l&#8217;agente Antonio Custrà venne raggiunto da un proiettile calibro 7,65 che perforò la visiera del casco e lo colpì in faccia. Sua moglie era incinta, avrebbe avuto una bambina meno di un mese dopo, si chiama Antonia. Oggi <em>Libero</em> fa il titolo a tutta pagina su Azzolini. Dice: &#8220;Un terrorista a palazzo&#8221;. Perché Maurizio Azzolini oggi lavora in Comune, a Milano, è capo di gabinetto del vicesindaco Maria Grazia Guida. Ci lavorava anche prima, anche con la giunta di centrodestra. Per dire, il vicesindaco De Corato sapeva benissimo chi era Azzolini. È stato però il <em>Corriere della sera</em> a tirare fuori la storia, dopo che qualche giorno fa Azzolini, mentre camminava con il vicesindaco e un&#8217;altra persona, è stato investito e ferito da un portone che, in via Agnello, si è staccato dai cardini.</p>
<p>Un libro, uscito quest&#8217;estate, ricorda quello che accadde il 14 maggio 1977 in via De Amicis, a Milano. Si intitola “Storia di una foto”, è pubblicato da Derive Approdi. In copertina una delle fotografie più famose nella storia degli ultimi 50 anni italiani: una figura coperta da un passamontagna scuro che si piega sulle gambe, punta la pistola, spara. Sullo sfondo ci sono altre figure: altri passamontagna, altre pistole, fotografi che si riparano dietro gli alberi. È la foto simbolo del 1977. Il libro è la storia di tante foto, di una serie di momenti terribili: due minuti soltanto, dalle 15.37 alle 15.39 del 14 maggio 1977. Un ragazzo muore, altri diventano assassini.</p>
<p>Quei giorni del 1977 furono violenti e cupi. Il 12 maggio, a Roma, durante una manifestazione indetta dai radicali per ricordare la vittoria del referendum sul divorzio, era stata uccisa Giorgiana Masi. C’è una foto che ricorda bene anche quel giorno: è quella di un poliziotto in borghese, un maglione chiaro con una striscia rossa, la pistola in pugno.</p>
<p>La sera del 13 maggio a Milano ci fu una riunione dei rappresentanti di quello che venne poi definito il movimento del ’77. Si parlava di organizzare un corteo per l’uccisione di Giorgiana Masi e che protestasse contro l’arresto di due avvocati di Soccorso Rosso, Nanni Cappelli e Sergio Spazzali. Ci furono contrasti, questo racconta &#8220;Storia di una foto&#8221;: perché era nell&#8217;aria quello che poi sarebbe accaduto. La maggioranza decise per un corteo che avrebbe dovuto essere assolutamente pacifico. Alcuni non erano d&#8217;accordo. Erano soprattutto quelli del collettivo autonomo Romana Vittoria, quello in cui militava Marco Barbone. Il 12 marzo furono alla guida dell&#8217;assalto alla sede dell’Assolombarda, in via Pantano: i magistrati accertarono contro il palazzo degli industriali furono sparati colpi da 300 armi diverse.</p>
<p>Esiste la trascrizione di una registrazione radiofonica che venne fatta nel pomeriggio del 14 maggio. Il corteo arriva da via Olona, gira verso via Carducci. C&#8217;è un urlo: «Romana fuori». Una quarantina in tutto, non di più, escono dal corteo, corrono in via De Amicis, tra di loro ci sono anche i ragazzini. Ci sono Azzolini, Grecchi, Sandrini. La polizia è all’incrocio con via Ausonio. Saltano fuori le pistole, sparano in tanti. Quello nella foto più famosa è Giuseppe Memeo, lo chiamavano “terrone” per il fortissimo accento meridionale. Nel 1979 entrerà nei Pac, i proletari armati per il comunismo, quelli di Cesare Battisti. Memeo parteciperà all’assassinio del gioielliere Torregiani. Dal Brasile Battisti, due anni fa, ha scritto una lettera ai giornalisti scaricando tutte le colpe di quell’omicidio proprio su Memeo e su altri. Memeo rispose: «Per quei fatti ho pagato, non ho barattato la mia libertà con quella di altri».</p>
<p>Spararono Mario Ferrandi detto &#8220;coniglio&#8221;, Enrico Pasini Gatti, Giancarlo De Silvestri, Luca Colombo, Marco Barbone. In una sequenza di immagini, Memeo corre verso la fotografa Paola Saracini, le punta la pistola alla testa, la fa inginocchiare e si fa consegnare il rullino. Ma altri stanno fotografando, nascosti dietro gli alberi. Un manifestante spara contro un fotografo, il proiettile si conficca nel muro. Ci furono feriti: Maurizio Golinelli, un passante, venne colpito a un occhio. Patrizia Roveri, anche lei passava di lì per caso, venne ferita da un pallino di fucile. Due agenti sono feriti, un altro, Antonio Custrà, è a terra, morirà 24 ore dopo. Armi e proiettili erano arrivate il giorno prima dal gruppo terrorista di Corrado Alunni: 200 proiettili, acquistati regolarmente in un&#8217;armeria da un insospettabile.</p>
<p>Grecchi, Sandrini e Azzolini vennero individuati dalle fotografie e arrestati qualche mese dopo mentre erano in classe, durante una lezione. Il giudice Guido Salvini stabilì, anni dopo, che a sparare il colpo di 7,65 che uccise Custrà fu Mario Ferrandi. È sua la voce che nella registrazione audio urla &#8220;Romana fuori&#8221;. Lui e Barbone erano incaricati di dare l&#8217;ordine dell&#8217;assalto. La figlia di Custrà, Antonia, due anni fa ha voluto incontrare Ferrandi, sono andati insieme in via De Amicis proprio all&#8217;incrocio con via Ausonio, sotto la targa che ricorda la morte di suo padre. Quel giorno Ferrandi ha raccontato tutto ad Antonia Custrà, l&#8217;ha fatto senza reticenze, davanti a un giornalista: «La verità giudiziaria dice che fui io a uccidere tuo papà. Non lo vidi cadere, non vidi nulla. Mi assumo tutta la responsabilità di ciò che accadde quel giorno». Lei disse: «Sono qui per mettere una lapide sul mio passato, per fare il funerale a mio papà». </p>
<p>C’è una fotografia ripresa pochi minuti dopo la sparatoria in via Carducci. Scappando, i manifestanti hanno dato fuoco al Pantea, una discoteca allora piuttosto famosa. C’è un ragazzo, con un berrettino in testa, che cammina tranquillo. È Marco Barbone, spiega la didascalia. Se ne va lungo via Carducci con calma. Nella mano destra ha un fucile con il manico segato. Barbone compare anche in altre fotografie, sul lato sinistro di via De Amicis.</p>
<p>Due anni dopo Barbone fondò a Milano la Brigata XXVIII marzo: con Paolo Morandini, Daniele Laus, Manfredi De Stefano, Francesco Giordano e Luigi Marano, il 28 maggio 1980, uccise Walter Tobagi. La storia è nota: Barbone fu arrestato nell’ottobre del 1980, si pentì e collaborò con i magistrati. Venne condannato a otto anni e sei mesi ma in base alla legge sui pentiti venne scarcerato. Oggi lavora per la Compagnia delle Opere, legata a Comunione e Liberazione. Marco Ferrandi ha pagato il suo debito con la giustizia, ha lavorato a lungo nella comunità Exodus di don Mazzi. Molti furono arrestati, alcuni scapparono in Francia. Azzolini ha pagato, poi, non so quando, è stato assunto dal Comune di Milano. Sono passati 35 anni, la storia di un giorno maledetto a Milano torna in prima pagina. Quegli anni, che conosciamo come &#8220;anni di piombo&#8221;, restano sempre sospesi lì, in attesa che qualche rivolo di storia giunga fino a noi e si riapra, tra polemiche e urla.</p>
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