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	<title>Stefano Pistolini</title>
	
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	<description>Stefano Pistolini fa il giornalista e lo scrittore ed è autore radiotelevisivo. Collabora con Il Foglio</description>
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		<title>I nuovi intellettuali</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 17:40:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ripenso al Salone del Libro di Torino, per il quale il lavoro mi ha portato ad aggirarmi la scorsa settimana, per gran parte della durata. Il consuntivo è meno catastrofico del previsto, dal momento che ho una specie di idiosincrasia &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2011/05/18/i-nuovi-intellettuali/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ripenso al Salone del Libro di Torino, per il quale il lavoro mi ha portato ad aggirarmi la scorsa settimana, per gran parte della durata. Il consuntivo è meno catastrofico del previsto, dal momento che ho una specie di idiosincrasia per qualsivoglia genere d’evento fieristico. Sarà la disabitudine, sarà che le cose cambiano, ma la prevalenza delle parole che in questo posto deflagra e regna sovrana, le argomentazioni, diversissime tra loro, che si stratificano, si connettono, si contaminano e si disturbano, mi sono suonate più gradevoli, meno aggressive e fastidiose di quanto temessi. Si parla, si dice, si promette, perfino qualcosa s’impara. Mica male, per quanto il rimbombo sia notevole, sullo sfondo. </p>
<p><span id="more-165"></span>E poi c’è una constatazione che mi sono portato via da Torino come una notizia che ancora non avevo ben focalizzato: è definitivamente nato e adesso sta proliferando un nuovo genere d’intellettuale, che possiede un’apprezzabile cifra contemporanea. È uno che sta in sospeso, che non è più lo scrittore puro, il romanziere nella stanza di cristallo, e invece s’apparenta, si mescola, si confonde con quello che si occupa di televisione, di documentari, di cinema, di fotografia e poi tutto insieme converge nel generale mash up della rete. Parole e immagini non sono mai state così vicine e grande è la disinvoltura con la quale i modi del raccontare si stanno rinnovando, con una naturalezza che fa capire che è questione di tempi e non di mode (e anche che lo snobismo verso il “dilettantismo” e i “tuttologi” in questo caso farebbe bene a temporeggiare). </p>
<p>Dal Salone del Libro di Torino, temuta kermesse del paludamento, torno con una sensazione di spontanea vivacità e di procedimento culturale in atto – dentro la “base” delle idee, come va di moda precisare di questi tempi. E con la sensazione che il sistema arterioso del pensiero italiano mantenga ancora la sua pressione in circolo, trovando nuovi sbocchi, nuove voci, nuovi stili. </p>
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		<title>Corpo libero</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2011 10:21:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Heavenly creatures, down in the puddle. Autrice con occhiali scuri al centro dei giardini della palazzina Liberty. Le dico che il suo nuovo romanzo mi è piaciuto, è insolito, sorprendente e ha una voce sua – forte, esattamente come l’altro &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2011/04/22/corpo-libero/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Heavenly creatures, down in the puddle.</em> Autrice con occhiali scuri al centro dei giardini della palazzina Liberty. Le dico che il suo nuovo romanzo mi è piaciuto, è insolito, sorprendente e ha una voce sua – forte, esattamente come l’altro che avevo letto, che era “Non è niente”, uscito 5 o 6 anni fa, segnando il suo esordio. Questo “Corpo Libero” (Feltrinelli) è il quarto titolo di Ilaria Bernardini ed è una vicenda di amore e ginnastica ambientata in una squadra di quattordicenni ansiose, nevrotiche, ipersensibili, granitiche e “nane”, come questa disciplina estrema impone che siano. </p>
<p>“Del libro Non ne stanno scrivendo pochissimo”, sussurra lei delusa-rassegnata. Provo a rincuorarla dicendo che più o meno è sempre così, si sa dove viviamo, no? E a me comunque questa storia che verso la fine si tinge di noir (e s’ingolfa un po’) ma fino a quel punto ha un prodigioso equilibrio, ginnico appunto, muscolare, pneumatico, tra romanzo psicologico, indagine di costume, apnea sottoculturale, mi sembra una delle rare cose nuove nello scaffale della narrativa nazionale.</p>
<p>Poi lei mi spiega com’è la questione del film, che dalle note a margine del testo si capisce poco: Ilaria ha lavorato per due anni con Martina Amati, un’amica regista, a un cortometraggio di 18 minuti sulle ginnaste della rappresentativa inglese, “Clutch”. Si è immersa in quell’ambiente e ci è rimasta impigliata, anche per quello che riguarda il suo linguaggio specifico &#8211; ovvero scriverle, queste storie. Poi il documentario ha avuto fortuna, ha vinto il Bafta e altri riconoscimenti. E Ilaria ha mescolato, spostato, dislocato, inventato e soprattutto ha assunto lei stessa il bioritmo di una minuscola ginnasta – dal momento che ha voluto scrivere con la voce di una di loro, piccolissima – e così è nato “Corpo Libero”. Che a sua volta mi sa che diventerà un film, un lungometraggio vero,<br />
stavolta. Mentre la voce narrante di Ilaria, nel frattempo è diventata sapiente e, a tratti, smagliante.</p>
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		<title>L’Italia in Croce</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 06:32:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Scusate il ritardo. Girando per gli atelier e le istallazioni del Salone del Mobile, imbocco il nuovo passaggio sotterraneo, che collega direttamente la Triennale di Milano con l’attiguo teatro. In fondo a un corridoio tortuoso, invece che nell’abituale sala da &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2011/04/15/litalia-in-croce/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Scusate il ritardo.</p>
<p>Girando per gli atelier e le istallazioni del Salone del Mobile, imbocco il nuovo passaggio sotterraneo, che collega direttamente la Triennale di Milano con l’attiguo teatro. In fondo a un corridoio tortuoso, invece che nell’abituale sala da recite, mi ritrovo nella penombra di una raccolta cappella religiosa. C’è un leggio con sopra un gran volume – che dovrebbe essere messale, ma si rivela essere la Costituzione Italiana. Poi un candeliere elettrico dove, con o senza offerta, si può pescare da sotto un cero votivo e lo si appiccia – a basso consumo – salvo accorgerci che si può scegliere in una fantasia di colori: bianco, rosso e verde. Ed ecco, alzando lo sguardo, disegnata in controluce dal faro nascosto in opposizione, l’enorme croce nera. Appesa, vermiglia, straziata, colando succhi vitali, c’è l’Italia. È il modo col quale il veterano del design italiano Gaetano Pesce partecipa alla rassegna dei nuovi stili di quest’anno. E ora se ne sta lì, sotto la sua “Italia in Croce” a spiegare come quell’opera ce l’abbia in testa dal ’77, ma allora l’avevano sconsigliato di realizzarla, per non prendersi la patente dell’eversivo, mentre adesso nessuno si è nemmeno preso la pena di sconsigliarlo. Poi dice che è la classe politica ad aver inflitto quel supplizio allo Stivale, incapace com’è di onorare il valore della creatività e del lavoro, perduta nell’insensatezza del dibattito frontale, insensibile alle spinte che arrivano dai giovani, sprofondata nel conformismo e nella mediocrità.</p>
<p>L’impatto, soprattutto ambientale, della provocazione di Pesce è forte, più del prevedibile. C’è la musica d’organo, la puzza d’incenso, il macabro nell’atmosfera. Ci può innervosire, per la vistosità del simbolo, per il sensazionalismo, non so, per la stessa idea che un designer renda “design” il disastro. Però siamo forse ora oberati di messaggi, seppure stentorei come questo? Non direi. E serve a qualcosa la risposta che Pesce a chi gli chiede, dal momento che ha messo in croce l’Italia, lui dove lo fa finire il corpo di Cristo. Dice: “Beh, fosse per me, io non l’avrei certo crocefisso”. E scavalcando di slancio il fatalismo, questa frase ci piace tanto.</p>
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		<title>La vecchissima guardia</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 20:34:51 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[claudio rocchi]]></category>

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		<description><![CDATA[In pochi giorni, in giro per Milano, ho incontrato una lunga galleria di personaggi della musica italiana tutti radicati ben dentro il Novecento e tutti col magic moment che risale addietro nel tempo, nei Settanta e negli Ottanta: Eugenio Finardi, &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2011/02/03/la-vecchissima-guardia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In pochi giorni, in giro per Milano, ho incontrato una lunga galleria di personaggi della musica italiana tutti radicati ben dentro il Novecento e tutti col magic moment che risale addietro nel tempo, nei Settanta e negli Ottanta: Eugenio Finardi, Alberto Camerini, Claudio Rocchi, Ivan Cattaneo, Alberto Fortis. Mi è piaciuto parlare con loro, vedere come sono cresciuti, come stanno invecchiando con bizzarre diversità e sempre con classe, ciascuno sciogliendo l’ardore giovanile nelle tante storie accumulate, le peripezie, gli incroci e i bivi davanti ai quali hanno scelto che fare. Alcuni li ho anche sentiti suonare: Cattaneo improvvisa canzoncine con la chitarra avviticchiandosi sul manico, nemmeno fosse un ragazzino che sprizza ormoni e rock’n’roll, Finardi diventa una specie di santo ateo quando ha l’audacia d’intonare “Non diventare grande mai”, Camerini è torrenziale con le sue storie, le sue versioni dei fatti, le sue elettriche cantilene rotonde. Sono vivi, forti e direi poco rispettati, per quel che meritano, rispetto a ciò che capita altrove con personaggi della stessa razza.</p>
<p>Ma lo si è detto tante volte che in Italia le cose vanno così e che l’apartheid anagrafica è un editto promulgato per via televisiva. Poi ho visto dal vivo anche Claudio Rocchi e, come mi capita sempre con lui, mi ha impressionato. Caspita: mi suggestionava da ragazzino, quando alla radio sentivo la sigla del suo “Volo Magico” che introduceva il suo spazio a “Per voi giovani” e metteva quei dischi terribilmente alla moda come David Crosby, Third Ear Band – li aveva in anticipo  faceva morire dalla voglia di trovarli. Mi ha stregato di nuovo quando è tornato dall’esilio musicale e una dozzina d’anni fa s’è fatto risentire con un paio d’album lucidi e lucenti. E mi ha colpito nel 2011, in un lunedì sera milanese sprofondato nella nebbia, quando in splendida solitudine, da solo con la chitarra acustica e una scatola di delay, ha cantato con voce limpida e tagliente e non ha colato neanche una stilla di nostalgia (nessuno di costoro batte quella strada). Ha parlato, ha spiegato come a un certo punto non si sia ritrovato più sotto nessuna sigla, nessuna identità collettiva, per non parlare dei movimenti politici, e poi ha cantato la canzone che ha dedicato a questo orgoglio individualista. Una piccola gemma chiamata “Io sto con me”. Cercatela.</p>
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		<title>Pasolini nel teatro</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Jan 2011 17:54:10 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[pier paolo pasolini]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal momento che non ci si stanca mai di frugare dentro le cose di Pasolini – perfino di più che nella sua incredibile morte – vedo con piacere lo spettacolo ( “‘Na specie di cadavere lunghissimo”) che gli ha dedicato &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2011/01/15/pasolini-nel-teatro/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal momento che non ci si stanca mai di frugare dentro le cose di Pasolini – perfino di più che nella sua incredibile morte – vedo con piacere lo spettacolo ( “‘Na specie di cadavere lunghissimo”) che gli ha dedicato l’uomo del sud Fabrizio Gifuni, di fronte a una platea milanese concentrata, volonterosa, solenne.<br />
La pièce è un tour de force per Gifuni, prima di tutto sotto l’aspetto fisico, per quanto suda, sbanfa, grida, corre e per quella capacità che mostra di saper zompare sui tavoli come un gatto, al rallentatore, neppure fosse un attore dei film di kung fu-mistico.<br />
La prima parte dello spettacolo, a cui Giuseppe Bertolucci dà una regia sbrigativa e spartana, è dedicato a testi degli ultimi anni di Pasolini, quelli della disillusione e della polemica sociale, delle accuse ai giovani e della constatazione dell’indistruttibilità del clerico-fascismo. A risentirli, suonano rigorosi, affascinanti e vecchi.<br />
La seconda parte invece è inattesa e travolgente: Gifuni assume i panni dell’ultimo ad accompagnarsi con Pasolini, il suo supposto carnefice Pelosi. E’ il Gifuni-riccetto borgataro a declamare, cantare, parodiare, mugolare la fine del nostro intellettuale. Il tutto su un testo scritto da Giorgio Somalvico, un poeta milanese (anziano, impacciato e dall’aria timida, che a fine spettacolo Gifuni pretende che lo raggiunga a centro scena, ma per lui sembra davvero troppo), in un’operazione letteraria meravigliosa, ridondante, citazionista eppure splendida. Somalvico fa rivivere il romanesco che potremmo dire arcaico (e certamente “letterario”) che fu lo stesso che Pasolini mise in bocca ai ragazzi di vita. Una lingua scomparsa (lo stesso autore s’è servito dei glossari pasoliniani inseriti in chiusura ai romanzi romani, per ritrovare certe espressioni sparite) eppure potentissima, grondante di sentimenti eccessivi, violenta e indifesa al tempo stesso. Così un attore pugliese e un poeta milanese celebrano un eroe friulano attraverso questa lamentosa quanto pirotecnica confessione d’un coatto, che di sé dice “io so&#8217; periferico”. Grande bellezza, pulsante emozione, parole che fluttuano, un discorso che costruisce castelli in aria e geometrie momentanee, unendo la platea nella commozione, che resta sempre mancanza, ma almeno elaborazione e perfino rivisitazione, per voce e fonemi, d’un inesauribile lutto.</p>
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		<title>Dan e Keith</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Jan 2011 07:05:58 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Due signori di una certa età stanno addolcendo questo inizio d’anno. Di ciò che ha fatto Dan Peterson per gli appassionati di pallacanestro, decidendo di accettare la difficilissima scommessa di tornare a guidare una squadra imperfetta e priva di compattezza &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2011/01/08/dan-e-keith/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Due signori di una certa età stanno addolcendo questo inizio d’anno. Di ciò che ha fatto Dan Peterson per gli appassionati di pallacanestro, decidendo di accettare la difficilissima scommessa di tornare a guidare una squadra imperfetta e priva di compattezza come l’Armani Jeans, gli esperti di questo sport hanno scritto a profusione negli ultimi giorni. Voglio solo sottolineare la genuina commozione che quest’uomo ha saputo generare col suo gesto, così spontaneo, illogico, istintivo e pazzo. Vale per tutto il quanto ci si possa essere turbati nell’osservarlo mentre rientrava negli spogliatoi, dopo il successo nella partita d’esordio di mercoledì scorso, 48 ore dopo aver accettato l’incarico e con il circo mediatico a mordergli il sedere. L’ho visto passare davanti alle telecamere di Sky appostate nel corridoio d’uscita, istintivamente tentare di nascondersi, di sottrarsi ai telecronisti in agguato. Ma poi tornare sui suoi passi, dopo aver sentito il richiamo della sua coscienza professionale – fino a due giorni prima anche lui campava di commenti sportivi – e allora sottoporsi alla trafila delle domande, confessando la spossatezza, l’emozione assurda che si prova a 75 anni, dopo aver capito che miracolosamente lo si poteva rifare e allora, cribbio, perché rinunciare, perché non sfiorare un’ultima volta quelle temperature emotive quasi fatali? Bellissimo, soprattutto per l’umanità del nano ghiacciato. Chi poteva supporre che da una storia così strana potesse arrivare un flusso emotivo tanto travolgente e così percepito da tanta gente, anche alla periferia di questo sport?</p>
<p>Bellissimo almeno un disco di cui mi sono accorto in ritardo, ma del quale, per fortuna, alla fine, appunto mi sono accorto. È il primo album di studio in 12 anni di Keith Jarrett, un altro che non è più un ragazzino e ne ha già compiuti 65. Il disco, uscito nel maggio scorso, è a quattro mani col vecchio amico e collaboratore Charlie Haden, il contrabbassista con cui Jarrett si è reincontrato nel 2007, mentre quest’ultimo stava girando un documentario sulla propria carriera. I due musicisti hanno suonato un po’ in duo nello studio di Jarrett, ci hanno provato gusto, allora hanno deciso all’impronta di approfondire l’esperimento e per quattro giorni hanno lavorato in solitudine, in quel remoto angolo di New Jersey che si chiama Oxford Township, all’ingresso della valle del Lehigh, dove Jarrett va a nascondersi quando non è in tour. L’album, che è una raccolta di standard sui quali i due musicisti conducono sinuose esplorazioni e affiatate ricerche tra le pieghe delle soluzioni armoniche e melodiche, s’intitola “Jasmine” e mi voglio augurare che possa avere, almeno su qualcuno di voi, lo stesso effetto che ha su di me: trasmette pura serenità, contribuisce alla calma, alla concentrazione, perfino alla vostra pace interiore. È un po’ retorico, ridondante, come ormai Jarrett non riesce più a non essere, in certi casi è scolastico, perfino un po’ piacione. Ma fa star bene, ti mette a tuo agio. Provare per credere. E un bacio sulla fronte a due vecchi leoni come Dan e Keith che, dall’alto del loro saper vivere con stile, sgocciolano miele per il nostro cuore e le nostre orecchie.</p>
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		<title>Morte a Venezia</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jan 2011 10:21:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Verso la fine dell’anno trascorro un’altra settimana nel nordest, in quella riviera del Brenta che il resto d’Italia ha sentito citare più che altro perché da queste parti, lungo gli anni Settanta e Ottanta, si strutturò un’organizzazione criminale così capillare &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2011/01/01/morte-a-venezia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Verso la fine dell’anno trascorro un’altra settimana nel nordest, in quella riviera del Brenta che il resto d’Italia ha sentito citare più che altro perché da queste parti, lungo gli anni Settanta e Ottanta, si strutturò un’organizzazione criminale così capillare e gerarchizzata da meritarsi la qualifica di “mafia”, rimbalzando sulle pagine dei quotidiani per le imprese, atroci e spettacolari, del suo boss, Felice Maniero, detto Faccia d’Angelo, titolare di evasioni formidabili, collaboratore di giustizia, autore di una notevole autobiografia, padre di una figlia suicida e ora, a 56 anni, da qualche mese tornatto in condizione di libertà senza vincoli, dopo aver pagato il debito concordato con la giustizia. </p>
<p><span id="more-138"></span>Aria di “romanzo criminale”, giù al nord? Forse sì, perché è una terra strana, la Riviera del Brenta, duplice, difficile da decifrare. Accoppia la bellezza struggente, della lunga fila di magnifiche ville settecentesche, quasi tutte fatiscenti, che s’incolonnano sugli argini del fiume &#8211; memoria di un tempo nel quale qui si venivano a villeggiare i benestanti veneti &#8211; con un entroterra che immediatamente s’incupisce, s’appiattisce, diventa industriale, costellato di capannoni, di rimesse e centri commerciali. La gente sta zitta, non ama i forestieri, lancia occhiate furtive e indagatorie, non sorride, si sbriga e disprezza le chiacchiere. Risponde a monosillabi e se insistete si rifugia nei luoghi comuni, neppure si dà pena di nascondere l’ostilità per la Capitale non riconosciuta. Però vive in un microsistema funzionale, dove le nervature della solidarietà sono riservate ai prescelti e dove tutto pare funzionare bene, in base al ragionamento sulle giuste pratiche.</p>
<p>Un posto diviso, una storia lasciata indietro, intimidita, e un presente dove l’operosità si riveste di una patina penitenziale difficilmente sopportabile. Ultime note a margine, tra Dolo, Cazzago e Mira: qui, agli attraversamenti pedonali, agli automobilisti insegnano a frenare e fermarsi con largo anticipo. Solo in Massachussetts m’era capitato di vedere una vettura inchiodare a dieci metri di distanza, allorché mi avventuravo sulle strisce bianche. Qui succede regolarmente. Infine, sul corso di Dolo, l’insegna più grande sovrasta un negozio che offre articoli da regalo. C’è scritto: Maniero.</p>
<p>Cognome diffuso, qui sul Brenta – mi spiegano riottosamente. E tutto di nuovo si mescola, mentre lascio Dolo e ripenso a quel gran libro che è “Gorgo” di Goffredo Bettin che ha spiegato questi posti tetri e dignitosi come nessun altro. E passo per l’ultima volta davanti al centro di gravitazione di Dolo che, non per caso, è fatto, uno accanto all’altro, da un vecchio mulino di legno e da un altissimo campanile.</p>
<p>Arrivo a Venezia, dove ho casa. Solita atmosfera capodannesca. Insopportabile, ma non importa, basta scappare e provare a non badarci, a dispetto degli schiamazzi di chi ha preso questo posto per una cafonesca festa mobile. Dopo un po’, però, mi risale il solito interrogativo veneziano: insomma, che diavolo vogliono farci con questa città? Quale futuro si progetta per una città che fu un laboratorio e un capolavoro? Soprattutto, c’è un piano o no? Ne dubitiamo. Che tutti se ne siano andati, è un fatto. Qui sono restate solo le anime abbastanza stravaganti da scambiare le infinite scomodità e i costi assurdi, con la sensazione di vivere dentro a un teatro. Ma un teatro di quelli d’avanspettacolo, che trovano posto perfino tra le tende di un luna park. Venezia-parco a tema è un dato di fatto, anche se nessuno l’ha ufficializzato. La città non esiste più, ha traslocato in terraferma. Qui è rimasta solo la cartapesta per i turisti di bocca buona. Provate a cercare una spina elettrica in città: state scherzando? Troverete solo maschere col naso a punta, agendine fabbricate in Cina, falsi damaschi a basso prezzo, e ogni porcheria si possa modellare con gli specchietti. Anche l’offerta culturale è un terreno minato: eventi reali e fregature convivono, piallati inesorabilmente dall’esodo dei visitatori usa-e-getta, quelli della frenesia di trovare un cesso e della depressione per i prezzi esorbitanti delle pizzette. Quest’altro disastro del nord-est italiano conduce a un altro dubbio: come finirà qui, ma mica quanto al pericolo di venir sommersi? Diciamolo: Venezia è andata, la si è circoscritta come un divertimentificio che deve badare a sapersi mantenere. È il pendant di Gardaland, in stile merletti e moretti. Fanno finta di non saperlo, quelli che comandano, lanciano perfino ridicole candidature olimpiche. Per una città agonizzante. Vittima di assassinio. Cinicamente avallato &#8211; di qua e di là.</p>
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		<title>Milano, il cane Athos e Dario Fo</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Dec 2010 07:11:58 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Piccolissimi satori. Correndo per Milano, che ci mette poco a ridiventare familiare, sono sempre distratto dalla moltitudine di lucine in città, quanto non ne avevo mai viste neppure a Manhattan, e penso (e dico) che sarà un modo di contrastare la depressione sospesa, le solite ansie collettive di cui sappiamo. Il bello è che ogni volta che ne parlo, guardando fuori dal finestrino, qualcuno s’affretta a tranquillizzarmi, dicendo la stessa cosa: non preoccuparti, sono tutte sponsorizzate. C’è qualcuno che ci mette i soldi, paga lucine e bollette, investe sul farci sentire più bambini, sull’addolcire la pillola: ma io lascio sospeso il giudizio se sia un’opera pia, o se dovrei gridare al paternalismo, il fatto è che non mi viene.</p>
<p>Comunque Milano così mi piace. Più che per il Natale, per la sua slanciata interpretazione della Shanghai d’occidente, città cantiere che si rimette radicalmente a nuovo, approfitta di un appuntamento vano come l’Expo – ma a chi gliene fregherà qualcosa dell’Expo? – per imboccare un quinquennio di mugolante sofferenza urbana, e darsi la forma contemporanea. Complimenti, davvero, comunque finirà, perché quel reticolato di gru che accerchiano Porta Garibaldi sono eccitanti, trasmettono dinamismo di metropoli come dev’essere, e che da noi siamo rassegnati a non trovare. A un certo punto della giornata, poi, mi ritrovo di fronte a un Dario Fo che rilascia paziente intervista su come vadano le cose in città. Dice appunto che sono andate male a lungo, ma che quanto è appena successo a Roma e che succederà presto anche qui, lo rallegra, ovvero che la violenza va condannata ma l’incazzatura no e che lui non teme di dire che gli studenti incazzati gli danno grande gioia e che siamo a un passo dal che si ricominci a chiamarli “extraparlamentari” con tutto ciè che comporterà quell’“extra”, persosi per strada.</p>
<p>Nella corsa di fine d’anno, le parole dal vecchio con occhi guizzanti e sciarpone bianco sono un godibile segno di vita, e dunque bisogna muoversi, ma non smettere mai di riflettere e rimuginare. Cosa a cui contribuisce la musica suggerita da un magnifico amico milanese e che viene dalle dita jarrettiane d’un leggiadro pianista indiano trapiantato a Brooklyn (dove sennò?) che si chiama Vijay Iyer e che in trio suona anche lui la suite della città e l’intitola Historicity, con tanto d’incipit prelevato dalle prigioni gramsciane. Nell’ennesimo taxi sprofondato tra le tremolanti lucine rosa di corso Buenos Aires, penso che questo risuonare turbolento sia ben più vivo dell’attesa scrutando i talk show e che il mio eroe di fine d’anno &#8211; di cui spero presto anche gli studenti arrabbiati si ricorderanno degnamente &#8211; sia il cane di bordo Athos, quello che ci ha creduto fino in fondo e che nella nave container alla deriva fuori dalle coste egiziane consolava i marinai, leccandoli uno dopo l’altro, sparsi in preda alla disperazione. E che alla fine, quando la nave l’hanno rimorchiata, salvo farla incagliare in rada e condannarla all’agonia, li ha visti sbarcare sul rimorchiatore e non ci ha pensato due volte, s’è buttato in acqua e in quel momento è arrivata un’onda pesante e l’ha sommerso e ammazzato, proprio lui che era stato l’unico che non s’era mai lamentato, epperò il più indifeso. Ad Athos, questa Milano che cambia e coi nervi esposti, ci piacerebbe facesse un piccolo monumento. Anche solo impermanente, di cartapesta. Messo su dagli studenti. Magari quelli d’una scuola d’arte.</p>
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		<title>Billy Bilancia</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Dec 2010 22:56:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Nell’abituale, rutilante finalone funebre dell’anno, se ne va d’improvviso un altro che sembrava parte integrante della Roma che traversiamo da sempre: è morto di colpo, dietro il suo bancone dei cocktail, Billy Bilancia, protagonista, animatore, organizzatore della Roma notturna e &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2010/12/05/billy-bilancia/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’abituale, rutilante finalone funebre dell’anno, se ne va d’improvviso un altro che sembrava parte integrante della Roma che traversiamo da sempre: è morto di colpo, dietro il suo bancone dei cocktail, Billy Bilancia, protagonista, animatore, organizzatore della Roma notturna e più genere della nightlife italiana, a partire, e soprattutto, negli anni Ottanta. Fossimo a New York, lo celebrerebbe il New York Post. Quindi, sul Post nostrano gli rendiamo omaggio.</p>
<p>Dopo aver gestito, aperto, inventato una miriade di posti della notte, da qualche anno Billy giocava di rimessa, limitandosi a pensare di far bere bene la colonia di amici che lo seguivano affettuosamente di locale in locale, nelle sue peregrinazioni per i posti della Capitale. Ultimamente aveva lavorato all’Euclide e poi era rispuntato, con la sua copia di “Cavalli e Corse” e le Marlboro d’ordinanza, da Vanni e puntualmente la sua cerchia s’era data convegno là, per confidenze e un Martini come si deve. Con queste notizie che arrivano di colpo e si spargono nell’aria della città, si resta attoniti e la luce del sabato sera diventa fredda e acida.</p>
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		<title>Litigare a Natale, coi Coldplay</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Dec 2010 09:28:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cosa diavolo sarà venuto in mente a Chris Martin, il capo dei Coldplay – che ha almeno tanti amici quanti nemici, anzi, tra i maschietti i secondi hanno certamente la prevalenza sui primi, per l’abituale rinfaccio del suo piacionismo biondo &#8230; [<a href="http://www.ilpost.it/stefanopistolini/2010/12/02/litigare-a-natale-coi-coldplay/">Continua</a>]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa diavolo sarà venuto in mente a Chris Martin, il capo dei Coldplay – che ha almeno tanti amici quanti nemici, anzi, tra i maschietti i secondi hanno certamente la prevalenza sui primi, per l’abituale rinfaccio del suo piacionismo biondo – cosa gli avrà suggerito d’uscirsene il 1 dicembre con una canzone di Natale, intitolata “Christmas Lights”, con tutti gli atout del tormentone che ci perseguiterà per la stagione dei regali, e che già se la staranno litigando i marchi di panettoni, per non parlare delle automobili tedesche? Il bello è che la canzone non è per niente un’ode di bontà e armonia, ma l’esatto contrario e dice “Christmas Night, another fight”, parla di lacrime che corrono a fiumi, di sangue avvelenato, delle luci sinistre nelle vetrine a Oxford Street e del fatto che stavolta neppure la tregua di Natale sembra capace di placare le inquietudini del mondo. Il tutto coi toni vocali melodrammatici &#8211; compresi, caldi e notevoli &#8211; che si conoscono dal miglior Martin, il consueto pianismo percussivo, il resto della band che è solo uno sfondo soffuso e l’incedere della più tradizionale torch song, quasi al confine con un canto militante. Il fatto è che Martin è così: gli piace stare nel mainstream nonostante tutto, a costo di attirarsi antipatie, frecciate e critiche da tutte le parti. Gli piace la canzone un po’ dramma e un po’ film, gli piace pressare sui sentimenti e mettere i fans con le spalle al muro. È narcisista, ma efficace e implacabile. “Christmas Lights” vince facilmente, e con tre settimane d’anticipo, il consueto torneo per la canzone di Natale. Tutto sommato con quel suo crescendo che non trova pace, è una colonna sonora plausibile, seppure un po’ <em>camp</em> della malinconica fine 2010.</p>
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